giovedì 31 dicembre 2009

Auguri?...

Per il 2010 ci sarà bisogno di tanti auguri, non basta farceli una volta sola.

Quindi:

buon anno qui

e

buon anno anche qui.

Visto che fortunati?
A differenza dei blogger (e cittadini) cinesi, birmani o iraniani, noi possiamo scegliere.

mercoledì 30 dicembre 2009

...per l'anno nuovo

In questi giorni, ma che strano, è tutto un fiorire di post ripieni di, buoni o meno buoni, propositi e/o riflessioni tutti new year-oriented. Vedi Blimunda, qui, oppure Totanus, qui.
Io non mi sento da meno e anzi ho deciso che tutta 'sta bontà (il 2010 sarà l'anno "dell'amore", secondo risapute previsioni catastrologiche, giusto?) mi dà noia. Preferisco essere sincero: le mie sono richieste. Vere e proprie.
Che qualcuno le esaudisca, quindi.

Le elenco:
1) voglio che nel 2010 il Parlamento sia sostituito da un bivacco di manipoli così la smetteremo di lamentarci di tutto il terribile che ancora potrebbero combinare. L'avranno già fatto.
2) Voglio che nel 2010 "Vanity Fair" smetta di essere il nostro maitre-à-penser (guardate qui, il già citato post di Blimunda ma anche qui, Sosmammo) e che si possa tornare a pensare un poco oltre.
3) Voglio che nel 2010 si facciano quei decisivi passi avanti verso la soluzione delle questioni di discriminazione uomo-donna: non capisco perché se la profe rientra dal lavoro alle 8.00 di sera finisce "che qua faccio tutto iooooo! Non ce la faccio piùùùù a reggere ritmi simili!! Alza il culo da quel blooog!!!" e se invece sono io a tornare alle 9.00 diventa "dove diavolo sei stato fino a quest'ora, perditempo di un perditempo"? E non ho nemmeno preparato la cena.
4) Voglio che nel 2010 i pargoli possano liberamente attingere la loro formazione, scolastica e non, alla televisione: niente più bisogno di portarli e andarli a prendere ogni giorno, niente più gravami sui bilanci dello Stato per quei mangiapane a ufo degli insegnanti, niente burocrazia tipo riunioni di classe o Consigli di Circolo e, soprattutto, è molto più economico anche per le famiglie. In qualche caso, non c'è nemmeno da pagare il canone.
5) Voglio che nel 2010 le badanti, che so, ucraine oppure senegalesi, non siano costrette dalle loro vecchie despote a rimanere prigioniere in casa a lavorare anche il giorno di Natale "perché tanto questa non è la vostra festa e non sapreste cosa farvene di un giorno libero". E questo accade anche a Firenze, vi assicuro, non solo a Coccaglio...
6) Voglio che nel 2010 - qualcosa anche per me, finalmente -, io sia capace di usare le parole e il mio pensiero in maniera chiara, corretta e onesta, con tutti quelli che avrò intorno. E... tenetemi lontano quella statuetta: mi sembra un po' troppo a foggia di duomo.

Infine, l'uomo piccolo ha dichiarato - testualmente - che nel 2010 vorrà avere la febbre o l'influenza soltanto quando ce l'avrà anche "la sua sorella" perché così non sarà costretto a rimanere chiuso in casa senza far niente, pur essendo sano.
Su questo, però, siamo stati esauditi in netto anticipo: trentasette e nove anche lui. E ancora nel 2009.
Evviva!

martedì 29 dicembre 2009

Capodannazione

Sì, va detto: la donna grande non gode di troppa fortuna, nella vita. Oh!, niente di grave: nulla che non si possa risolvere con un bel pianto consolatorio.
Ma.
Vi sembra possibile avere la febbre alla vigilia della sua prima gita scolastica?!
Oppure avere la febbre la sera prima della festa di halloween con tutti gli amici di classe?!
Beh, indovinate.
La donna grande ha la febbre, stasera. Adesso.
Il giorno prima della partenza per festeggiare l'ultimo dell'anno coi nostri amici.
Ed era disperata, sinceramente disperata. Perché oltre ai nostri, di amici, ci sono anche i suoi, quelli coi quali va perfettamente d'accordo, coi quali s'intende con uno sguardo, quelli di sempre prima ancora della scuola.
Abbiamo cercato di consolarla in "n" modi: abbiamo già soffiato il naso parecchie volte, abbiamo giocato a carte, fatto la lotta riparatrice. E preso tachipirina, come da manuale.
Ora siamo pronti per la visione di un cartone: che non restino consolazioni non tentate...

Ma anche noi adulti ci saremmo rotti di tanta "sfortuna". Vada per domani, si sta in casa riguardati sperando che passi. E almeno proviamo a partire il 31. In extremis, ma tanto il brindisi si fa a mezzanotte.
C'è tempo.
Teniamo d'occhio il termometro.

lunedì 28 dicembre 2009

Natalizio

Mia figlia, a otto anni, sa leggere la musica sullo spartito come se leggesse Topolino. Da un paio d'anni a scuola hanno un corso base di musica (il solito amichevole flauto), da qualche mese strimpella frequentando un corso di piano (tanto che Babbo Natale ha giustamente portato un tastiera - ché il piano in casa proprio non ci stava...): niente di trascendentale, quindi, è solo che i tuoi skills, se li coltivi da subito, te li ritrovi appresso come se nulla fosse. Fanno parte di te, della tua crescita, come saper fare le addizioni o ricordare il nome del fiume che ti scorre sotto casa.
Quando io avevo otto anni, mio padre modellava legno con le sue mani. I suoi skills li aveva ereditati da suo padre che, a sua volta - banalone, eh?! -, li aveva avuti da suo padre e chissà fin dove, risalendo la genealogia. Quando avevo otto anni passavo lunghi pomeriggi in quella che il lessico familiare ha sempre definito la "bottega": non un laboratorio artigiano che dà l'idea di prodotti buoni da vendere, no. Proprio, semplicemente, "bottega", una bottega di falegnami. Perché, in effetti, mio padre aveva un fratello e i falegnami erano due.
Io, da parte mia, coltivavo i miei skills: facevo l'apprendista bambino e quei lunghi pomeriggi spesso avevano il sapore del silenzio (ché i fratelli erano taciturni) e del ronzio degli arnesi: la sega elettrica, la pialla, il tornio, il compressore per la laccatura. Martello e chiodi erano proprio l'abc e non producevano ronzii ma sonorissimi colpi. La colla invece sgugolava, per così dire, sotto il pennello.
Ah, parole mitiche: "impiallacciatura", chi, a otto anni, può dire di aver giocato con tali meraviglie sulla lingua?!
Per me Natale era un pomeriggio come tanti altri a veder sgobbare due falegnami sopra l'arredo di un intero soggiorno (per la nostra casa; mio zio non si è mai sposato e di certi "lussi" non ha mai avuto bisogno...), dal tavolo ai ripiani delle scansie fu tutto fatto a mano e colla e tornio e chiodi e.
Natale per me durava sette anni. Perché, lavorando nel tempo libero dal lavoro "vero" (entrambi falegnami industriali in una banalissima fabbrica), quei due ci misero sette anni a portare a termine l'impresa, scalpello alla mano, praticamente come nel Rinascimento. Se escludiamo l'elettricità, infatti, il metodo era quello di allora.
Insomma, io a otto anni facevo prove di Rinascimento, vedevo la maturità di due giovani uomini, la loro passione tattile per la materia legno, consumarsi in quei lunghi pomeriggi talvolta torridi (in agosto), altre volte gelidi (non c'era mica il riscaldamento, nella "bottega").
Per me natale comincia ad avere la lettera minuscola, da anni ormai, perché è più familiare e godereccio ricordare in piccolo che non vivere pomposamente una festa strabica.
Mia figlia, che a otto anni legge le note musicali come un pensierino sul quaderno, non saprà nulla di quella epopea durata quasi quanto il viaggio di Ulisse.
Perché Ulisse, oggi, non lo racconta più nessuno e anche se lo racconti, non è mica così trendy.
Perché i mobili, oggi, te li compri all'Ikea.
Perché al posto di quella decrepita "bottega" (a proposito, erano davvero quattro muriccioli sottili e sghembi ed un tetto appoggiato a poche assi. Le finestre erano torte e un vetro pure rotto), oggi c'è una lucrosa lottizzazione di orribili casacce geometrili.
Sopra i miei skills di apprendista bambino, sopra quelle storie.
Sopra il mio minuscolo natale.
Che skills!

domenica 13 dicembre 2009

Che gioco siamo

Malgrado l'aria tagliente, stamattina ci ha colto un attacco di euforia: abbiamo preso le biciclette e ci siamo concessi un giro da... turisti.
Nella nostra città: il duomo e il campanile di Giotto (finalmente pedonalizzati!), il Bargello, Piazza San Firenze, Palazzo Vecchio. Una sosta in adorazione del Perseo di Cellini (e questo è un rito tutto desian-centrico: quella statua mi attrae di un magnetismo assoluto) e poi via di nuovo, lungo gli Uffizi, fino al Ponte Vecchio: l'uomo piccolo aveva espresso quella come sua meta del giorno.
Prima di rientrare per il pranzo siamo tornati in Piazza Signoria dove c'erano gli stand del Rigiocattolo e i pargoli hanno potuto scegliere un gioco da comprarsi, in totale libertà.
L'imbarazzo della scelta è durato abbastanza poco.
L'uomo piccolo è stato il primo a decidersi ed ha optato per un utensile giocattolo, una riproduzione di un seghetto elettrico da bricoleur:
"Babbo, ti prego, me la compri? Mi serve per completare la mia cassetta degli attrezzi. Ti prego"!!!
Non ho battuto ciglio e siamo andati dritti dritti alla cassa: l'entusiasmo è sprizzato alle stelle e si sono sprecati ringraziamenti.
La donna grande invece ha scelto un minuscolo peluche di un'orca, quasi l'idea platonica dell'oggetto da coccolare. Lo ha scelto perché "è tenero". Così ha dichiarato.

Devo confessare che queste due scelte, e il contorno che le hanno generate, mi hanno dato di che riflettere.
Nella scelta dell'uomo piccolo e, soprattutto, nell'accoratezza della richiesta e nel profluvio di ringraziamenti successivi ho intravisto una precisa necessità. Il fatto di scegliere un oggetto che gli serviva "per completare la mia cassetta degli attrezzi" (che in effetti possiede e usa molto nei giochi) mi ha fatto pensare alla sua necessità di ricomporre in qualche modo il suo orizzonte e i pezzi sparsi del suo attuale momento.
Mi spiego: l'impatto con la scuola elementare è stato faticoso, gli ha lasciato addosso un profondo senso di fatica e frustrazione tanto che dichiara a destra e a manca di essere "il peggiore" o anche "il più cretino" della classe. Sappiamo quali sono i contorni della questione e, confortati anche dai pareri delle insegnanti, valutiamo che non ci sia nulla di particolarmente preoccupante né oggettivo dietro ciò.
Resta il fatto che per lui il salto dalla materna abbia comportato notevole fatica e uno scombussolamento dei suoi riferimenti (anche solo il fatto che ora si "compete" nell'apprendimento e nel fare il lavoro in classe gli ha causato un certo stress iniziale) e aver scelto un gioco che non fosse una novità e che invece tornasse ad un mondo conosciuto e intimo come la sua cassetta degli attrezzi, lo deve aver rassicurato non poco. Insomma una ricomposizione, attraverso il gioco, di uno spazio che lo accogliesse di nuovo nella sicurezza di regole conosciute e proprie.

La donna grande invece sta crescendo a vista d'occhio e le sue insicurezze vanno tutte nella direzione del confronto: per carattere è una bambina che, pur assolutamente portata verso il sociale e le amicizie, gode molto anche di spazi e tempi tutti suoi, senza nessuno attorno e coi ritmi che sceglie lei.
Invece l'aumentata importanza del suo sociale in questa fase (l'altro giorno, per esempio, il suo primo pigiama party o cose così) la diverte, certo, ma la stanca anche. Il continuo trovarsi a contatto con amici e compagni di classe anche dopo gli orari scolastici la mette in difficoltà sulla scelta e la fruizione di quei tempi e quegli spazi, che per lei sono vitali. E si trova forse un pochino lontana da se stessa, più di quanto è pronta ad accettare, almeno ora all'inizio. Così, la piccola orca l'ho vista come la sua necessità di tornare a coccolarsi come una bambina (più) piccola (di quanto ormai non sia), con uno spazio più a sua misura. La necessità di tornare al suo mondo o di non abbandonarlo ancora del tutto, prima del confronto totale con il mondo esterno.

Così ho giocato questa domenica, in compagnia di riflessioni che mi hanno intenerito.
O forse, semplicemente, mi faccio delle grandiose seghe mentali?...


Questo post partecipa al blogstorming

giovedì 10 dicembre 2009

Lettere

Insomma ormai è chiaro: se ci sono delle lettere vuol dire che Natale arriva.
Anche quest'anno.
Quello che invece mi comincia a stare stretto è il concedere tutta questa autodeterminazione, ai popoli.
Che poi quelli, guardate qua, se ne approfittano: gli anni precedenti eravamo riusciti a mettere un'amorevole argine a richieste esose ("No, Babbo Natale il Nintendo DS non lo porta perché lui è rispettoso e chiede sempre conferma ai genitori", meschini).
Quest'anno, no.
Quest'anno l'autodeterminazione delle masse ci ha scavalcato: quando ce ne siamo resi conto, le lettere erano già pronte. E quindi guardate qua che genere di richieste avanza la donna grande. La lista della spesa...
E lo stile: la rappresenta alla perfezione. Intanto, ella scrive a pennarello e il suo carattere preciso ma vezzoso (mica la biro!) fa capolino. Mentre le correzioni in corsa denotano l'ansia di
dimenticarsi qualcosa.
Insomma, importo calcolato: al di sopra di ogni ragionevole tolleranza (ché poi tanto tutta quella roba non serve...).


L'uomo piccolo, invece, usa il lapis (sì, insomma: la matita) perché ad essere casinisti-fuori ti rimane poi dentro un che di francescano e la sua lettera è spartana, spartanissima (certo, ha scritto computer, ma sa che non c'è verso: Babbo Natale avvisato, mezzo salvato!) e il monopattino all'inizio se l'era persino dimenticato: è stata un'aggiunta dell'ultimo minuto.
Quando si è reso conto che in effetti aveva esagerato: in morigeratezza!
Poi ha perso la favella, la parte di cervello che sottende il linguaggio è andata in tilt e, resosi conto che non sarebbe mai riuscito a prometterlo, lo ha chiesto in regalo: caro Babbo Natale, solo tu ci puoi riuscire. Fammi essere buono. Ma "tutto anno", eh!
Speriamo ci riesca, Babbo...

mercoledì 9 dicembre 2009

Post-partum paterno: un approfondimento

Sollecitato da questo commento di Serena, ho provato a chiedere qualche precisazione al professor Pazzagli che, con grande gentilezza (e lo ringrazio per questo!), risponde come segue:


"Certo vi sono fattori culturali, ad esempio la covata rituale è molto diversa e probabilmente utile per manifestare partecipazione evitando nel contempo disturbi psicopatologici ma anche cambiamenti culturali significativi (evitiamo di idealizzare il "buon selvaggio"!).
Ho sempre visto l'esclusione paterna come causa di una sofferenza che, cacciata dalla porta, rientra dalla finestra sotto forma di disturbi. La partecipazione paterna può essere efficace a prevenire disturbi a patto che non diventi una tenerezza un poco di maniera, una sorta di formazione reattiva all'aggressività, come mi pare tenda oggi ad accadere non di rado. Sentendosi un poco costretti dalle madri, alcuni padri possono sentire risentimento e trasformarlo in eccesso di tenerezza. Per fare un esempio, le madri esasperate per certi comportamenti dei figli possono dire "Io ti ho fatto ed io ti disfo" manifestando sentimenti ostili ma all'interno di una forte cornice di amore. Questo è ciò che, per ora, con maggior difficoltà è possibile ai nuovi mammi".

lunedì 7 dicembre 2009

Post-partum paterno

Anche i padri soffrono: la scoperta dell’acqua calda.
Che però, a vederla squadernata per benino sul libro che stai leggendo, fa sempre il suo effetto.
Anche i padri hanno le loro crisi post-partum, le depressioni. I crolli.
Il capitolo che ne parla (perché il libro, in sé, non riguarda il patologico ma sarebbe dedicato alla figura paterna in senso più generale) è curato dal professor Adolfo Pazzagli e le spiegazioni, molto brevi ma precise, non lasciano dubbi: anche noi si soffre. E nessuno ne parla, accusa l’autore (come non essere d'accordo), se ne fa spallucce. Al massimo si snobba o si piglia in giro: “non rompere”, in buona sostanza, è la chiosa.
Invece no. Invece è cosa seria ed ha le sue conseguenze che, nei casi estremi, arrivano molto lontano, fin dentro la psicopatologia vera e propria. Così, schematicamente, vengono riassunte alcune delle manifestazioni possibili: astenia, aspetti ipocondriaci, impotenza sessuale, abusi alcolici, esplosioni di aggressività verso la moglie e/o il bambino, sentimenti di colpa e di inadeguatezza nei confronti degli stessi, sentimenti di svalorizzazione di sé, di inutilità, di incapacità.

Volendo sistemare con un po' di criterio ciò che il professor Pazzagli dice, sono due i momenti a cui far riferimento: la sindrome della couvade e gli "acting" come momenti di difesa dalla crisi, da un lato, e le depressioni della paternità, vere e proprie psicosi "puerperali" paterne, dall'altro.
Con una premessa: che le crisi della paternità Pazzagli le fa comunque risalire, almeno generalmente, all'inibizione della tenerezza (o comunque al conflitto tra la necessità di reprimere "culturalmente" e la possibilità di accogliere quei sentimenti di tenerezza) che da sempre caratterizza in primo luogo il vissuto maschile e di conseguenza quello paterno.
Inoltre, volendo dare prospettiva storica alla questione, l'autore risale ben oltre Freud, andando a prendere come esempio ampi passi del libro di Leon Battista Alberti "I libri della famiglia" nel quale c'è un lungo dialogo a quattro sulla paternità e le sue sofferenze o difficoltà; e siamo nella prima metà del '400!

Ma torniamo a noi: la couvade (letteralmente "covata") è un comportamento atto a somatizzare nell'uomo lo stress della situazione, si verifica infatti in prossimità del parto, e si manifesta con perdita dell'appetito, nausea, vomito, mal di denti, dolori renali. Tali manifestazioni sono facilmente riconducibili ad un meccanismo di identificazione con la partoriente e sono considerate fenomeni abbastanza comuni e sostanzialmente normali: hanno funzione puramente difensiva.

Per acting invece si intendono quelle azioni compiute per impedirsi di pensare: l'imminente paternità riporta alla luce nel soggetto una conflittualità non elaborata che si manifesta proprio in quello che si vorrebbe evitare ossia lotte (anche mediate da un'iperattività fisica, soprattutto sportiva, oppure con caratteristiche di aggressività), fughe (spesso gettandosi freneticamente nel lavoro oppure usando quest'ultimo come "evasione" da casa o anche con fantasie e tentativi di suicidio in collegamento con autodistruttività e sentimenti di inadeguatezza), attività sessuali (spesso la sospensione dell'attività sessuale con la donna madre coincide con l'instaurazione di relazioni extracoppia o di pulsione omosessuale). Tali comportamenti sono comunque transitori ed in netto contrasto con le abitudini e gli atteggiamenti usuali di questi uomini.
Anche gli acting, reazioni che evitino di pensare al problema, sono relativamente frequenti e, entro certi limiti, considerati normali.

I momenti depressivi veri e propri, invece, mettono in moto meccanismi più profondi e sono considerati episodi psicotici acuti con la rottura, più o meno marcata, del rapporto con la realtà condivisa. Quindi oltre alla "perdita di libertà" (il soggetto si comporta in questa maniera ben oltre la propria volontà) vi è anche il collasso dell'organizzazione caratteriale: il soggetto non è in grado di fronteggiare il cambiamento nella sua vita ed il relativo significato.
Pur se ancora poco studiati, questi disturbi dell'uomo nel rapporto con la (soprattutto prima) paternità hanno le caratteristiche classiche delle psicosi acute e non derivano da precedenti episodi nella storia personale o familiare del soggetto. E' anzi del tutto differente il vissuto di questi soggetti: spesso si trovano difficili rapporti con i propri genitori, un legame preferenziale con la madre (ah, gli italiani mammoni!) e un ruolo subalterno nella relazione di coppia: l'incapacità di mettere mano a questo rigido sistema di relazioni per modificarlo è alla base della difficoltà di assumere la funzione paterna, liberandosi contemporaneamente della conflittualità edipica nei confronti dei propri genitori.

Queste poche righe altro non sono che il tentativo di riassumere in maniera semplice e schematica un ragionamento ben più ampio ed articolato: il travaglio della paternità si esprime in tanti modi differenti, con molteplici manifestazioni e risposte altrettanto calibrate.
Se ognuno di noi bada al proprio vissuto personale (almeno chi non è terapeuta di mestiere), devo riconoscere che la lettura di questo capitolo mi ha aperto gli occhi su molti eventi e fatti e sofferenze con i quali mi sono confrontato all'epoca, riconoscendo parecchio del mio vissuto in quelle descrizioni.
Aver avuto allora gli strumenti, non dico per risolverli ma almeno per fronteggiarli, mi sarebbe stato molto utile e avrebbe evitato lunghi travagli e percorsi di riavvicinamento ad un ruolo che oggi, finalmente (ri-)conquistato, adoro e mi riempie.
E nemmeno si tratta di dimostrare una sorta di invidia della sofferenza materna, come nel libro ad un certo punto si suggerisce. Serve anzi ad avere parole per comprenderla quella forte sofferenza, la terribile inadeguatezza che ci immobilizza.
E avere le parole per dirla (mi perdonerà Marie Cardinal...), anche, quella immane difficoltà e non vergognarsene affatto.
Perché la vergogna emargina e mette in fuga.
La comprensione e l'accettazione (soprattutto dei propri limiti) aiutano a rimanere saldi e, magari, a cercare soluzioni alternative all'inutile battere la testa contro il muro.

mercoledì 2 dicembre 2009

Gli accessori del babbo (12): l'anima e la corazza

Quando la sera torno a casa e butto a terra la corazza e le spade quello che sento è solo il clangore della giornata che ho appena trascorso. Il senso di spossatezza lasciato da quei paludamenti che non amo (come amare le armature che sono per la guerra?) mi fagocita: stare nel mondo come un Achille distruttore è lontano dalla mia intima essenza. Serve: a lavorare, a trovare il ruolo adatto nel campo da gioco della vita. Gioco pesante, quasi un wargame, ancora.
Poi, subito dopo, mi prende il timore di cosa mi chiederanno, di lì a poco, i miei figli. Come mi verrà incontro la donna grande, cosa avrà bisogno di dire? E l'uomo piccolo quale artificio vorrà vedere, la mano ferma sull'elsa o la carezza dolce che la medesima mano può scegliere di dare?
Altro che gesto di Ettore, la situazione si complica: perché oggigiorno i punti di riferimento sono mobili e cambiano e si spostano con velocità sempre crescente. Anche noi, che come generazione abbiamo conosciuto poche certezze e molte rincorse, siamo spiazzati di fronte alla velocità (il futurismo all'ennesima potenza distruttrice) e alla liquidità che respiriamo.
Così i nostri padri, o semplicemente genitori come noi soltanto un po' più grandi, consigliano ai figli di andarsene, di scappare finché sono in tempo.
Ché questo Paese ormai ha il destino segnato.

I miei figli oggi sono bambini, prigionieri di una condizione che li lega a noi per (soprav)vivere, non possono andare da nessuna parte. Non scapperanno, ancora per un po'.
E allora, con la corazza abbandonata vuota in un angolo, cerco qualcosa dentro di me, una scintilla di umanità (no, niente di divino, mi spiace), un gesto ricordato laggiù che mi coprì la guancia e mi insegnò a non gridare mai. Perché le grida impediscono di sentire. Oppure cerco i loro sentimenti di pargoli in piena attività, celati dietro domande ingenue ma dure, profonde, implacabili. Spolvererò le emozioni che faticano ad uscire fino a renderle scintillanti e luminose. Insegnerò rispetto se sarò capace di viverlo, amicizia sorridendo, spirito critico per abbattere il brutto e costruire meglio.
Se fossi capace. Ci proverò.

A noi padri riporre le armi, svuotare la corazza lasciandola alla ruggine e usare le mani per indicare la via e carezzargli le spalle che iniziano il cammino.

E allora, chi ha davvero il destino segnato? Un Paese che non si sveglia dal suo medioevo di ritorno o i nostri figli, condannati alla fuga?
Io non avrei dubbi, se non fossi il loro genitore.
Invece: che ne sarà stato del lavoro quando toccherà a loro entrare in quel mondo? Che diritti avranno domani, visto che non sono ricchi e potenti? Che spazi si apriranno di fronte alle loro legittime aspirazioni, ai loro desideri e aspettative? Che vita avranno? Che.

Però qualcosa penso di saperlo: e scappare non mi sembra la soluzione. Allora proverò a dar loro degli strumenti, quelli che troverò a disposizione e potrò lasciargli da maneggiare, proverò ad insegnargli cosa significa essere cittadini di un posto e lavorare perché quella condizione possa essere mantenuta e migliorata, e anzi portata con sé altrove, se uno mai dovesse spostarsi. Proverò ad insegnargli che dopo di loro arriverà qualcun altro e se tu scappi non lasci più spazio a nessuno.
Lasci il vuoto, il vuoto della tua mancata presenza.
Il vuoto del tuo lavoro non fatto.
Il silenzio di chi non ha saputo capire.

Alcuni ringraziamenti vanno a: Loredana Lipperini che ha appena finito di parlare di questo a Fahrenheit su RadioTre, a Benedetta Tobagi che ne ha scritto oggi su Repubblica, a Pierluigi Celli che ha inviato una lettera ad un figlio e l'hanno letta tutti.

Aria di casa

Aria di grande eccitazione, ultimamente.
La donna grande ha passato il pomeriggio da un'amica: ho scoperto stasera, quando sono andato a recuperarla, che avevano da mettere a punto qualcosa. Tra donne.
Fra una decina di giorni, infatti, partecipa al suo primo pigiama-party e il pomeriggio lo hanno passato tra liste di ospiti, modalità per consegnare gli inviti, logistica del "dove li mettiamo tutti quei sacchi a pelo"?!
Il culmine lo abbiamo raggiunto nell'elenco del necessaire: sacco a pelo, beauty con i beni di primo conforto, invito alla mano. Lo spazzolino da denti e quello per l'apparecchio prima ancora.
E poi? Beh, poi il pigiama. Sperando di averne uno presentabile in trasferta...

Invece l'uomo piccolo è rimasto in casa, solitario.
Senza sorella e si è dovuto accontentare della sua babysitter che però in compenso gli ha tagliato i capelli (queste donne che arrivano dall'est sono quanto di più multipurpose si possa sperare: la nostra è persino in grado di progettare un impianto elettrico. Giuro!), fatto disegni fantastici, ascoltandolo pure nei suoi deliranti soliloqui: la sentivo ridere dall'altra stanza...
Insomma, l'uomo piccolo ha scoperto da un po' il dolce torpore della droga multimediale 2.0: Farmville, Happy Aquarium, Fishville e non so cos'altro, per lui non hanno più segreti. Il problema è tenerlo lontano dalla tastiera.
Qui in casa, dove per anni i computer (sì, entrambi!) sono stati accesi da mane a sera senza remore, siamo ridotti alla fame: li teniamo rigorosamente spenti, almeno quando c'è lui in giro (ché la donna grande, che pure partecipa anche lei al medesimo torpore, è più ragionevole. Ah!, le donne).
Il problema, però, non è tenerlo spento, ché lo riaccende benissimo da solo.
Il problema è tenere lontano lui dal tasto on.
Il problema, in più, è blindare la stanza per far sì che non ci scivoli dentro.
Il problema è affrontare la scimmia: verso sera, quando ormai si accorge che ci avviamo, pericolosamente ma decisi, verso la cena e realizza che il tempo per alienarsi sta scappando via, entra in uno stato pietoso.
Comincia a saltellare ovunque straparlando a voce alta. E saltella sulle ginocchia, mica in piedi.
Consigli terapeutici?!
Grazie...
(E per fortuna che arriva natale).

martedì 1 dicembre 2009

Giorni rotondi


Ne avevo già detto qui, promettendo di parlarne ancora.
Ebbene, come uscire dall'impasse di dover mettere mano a un'epopea, seppur piccina, seppur di provincia?
Una città di neanche 50.000 abitanti ha racconti che nessuno, di solito, si prende la briga di mettere in fila. Spesso sono narrazioni tradizionali, qualche volta storici locali si applicano a sistematizzare vecchi documenti e memorie ancora più nascoste, qualche poesia vernacolare.
Eppure quella città, proprio perché provincia diffusa, ha bisogno di uno sguardo altro, di un'osservazione che, partendo dall'interno, vi si riaccosti in un viaggio a ritroso. Un ritorno.
Tornare è una parola complicata, uno stato della vita che mette di fronte a scelte precise, a sentimenti che potevamo credere gestiti, a ferite che ancora suppurano.
Tornare è una memoria, è la scelta di farlo, quel percorso. Di scavare nell'oralità cannibale che, talvolta, cambia i connotati alla realtà. A volte li infiora. Oppure racconta, parla.
Scopre.

Nel 1981, quando la Storia di questo libro sembra cominciare, avevo la bellezza degli ignari 15 anni: un po' poco per esserci, troppi per sottrarsi davvero. Ma la Storia, in questo libro, comincia ben prima: diciamo nel 1970, il 23 dicembre.
Quella sera, sì era buio ormai, una nave di pesca oceanica che tornava da Venezia dove aveva fatto manutenzione, con un equipaggio di 10 persone, viene rovesciata dal mare in tempesta, crudeltà del destino, a poche miglia (una vera manciata) dal rifugio nel porto sicuro. San Benedetto del Tronto.
All'improvviso, l'antivigilia di Natale diventa, per una città intera (piccola e di provincia, ma intera) il peggiore degli incubi, la rappresentazione biblica dell'impotenza assoluta.
Il mare è grosso, una vera tempesta, nessuno si prende la responsabilità di uscire in mare per tentare il salvataggio. Giorni interi passano, con la nave rovesciata che va alla deriva, senza che nessuno intervenga. Dalla possibilità di trovare superstiti si passa direttamente ai cadaveri certi.
Dieci.
Il Natale per dieci famiglie sarà la tragedia più grande.

La rabbia della città, di fronte all'incapacità di far fronte all'emergenza, si trasforma in furia: manifestazioni, blocco della stazione ferroviaria, blocchi stradali.
Una città e la sua popolazione in rivolta.
La comunità si cementa attorno al suo immenso dolore.

Silvia Ballestra si è caricata sulle spalle questa responsabilità e, partendo da questa storia (una sorta di mito fondativo per tanti che come me avevano 4 anni nel '70 e questa vicenda l'hanno sentita raccontare, favoleggiata nella sua tragicità), ha raccontato in questo romanzo che piega prese quella rivolta che diventò prima consapevolezza poi lotta politica poi momento di conquista di diritti (la stipula di un Contratto Collettivo Nazionale della pesca, che fino ad allora non esisteva, si fa risalire al lavoro politico e sindacale fatto in quegli anni dai giovani di sinistra sambenedettesi) poi degenerò in devianza terroristica poi nella falce mortale della droga e infine, a saldarsi con la tragedia primigenia, in nuova tragedia e immenso dolore. La vendetta brigatista colpì il fratello inerme e innocente di Patrizio Peci, il primo pentito BR: il 10 giugno 1981 Roberto fu rapito da un commando; il 3 agosto fu barbaramente giustiziato da quei pazzi.
Il sangue, ancora, su una famiglia che non c'entrava nulla con le degenerazioni della Storia italiana.
Molte cose finirono quel giorno, la nostra innocenza svanì. Se col naufragio del Rodi avevamo perso dieci uomini di mare e acquisito una coscienza collettiva, coll'assassinio di Roberto Peci perdemmo l'innocenza: il senso di tutto quello che era stato prima era morto. Sepolto per sempre nel dolore che vedevamo dove non avrebbe dovuto essere. La città, ancora una volta, si strinse al dolore altrui.

Mi dicono che in questi giorni, il libro è uscito da poco, laggiù a San Benedetto del Tronto si stia scatenando un enorme, doloroso, polemico dibattito che talvolta prende forme un po' contorte, altre volte scade in vecchie polemiche di campanile e/o di presunte negazioni delle origini: Ballestra vive lontano da anni. Come me, d'altronde.
Altre volte si chiedono alla realtà forme che questa non sempre sa prendere: un romanzo non è un trattato di storia (e molti sono gli angoli bui...) ma ha il pregio di spalancare le porte, di sbattere le finestre. Molti miei concittadini (storici, politici, professori universitari, persone che c'erano allora) sono assolutamente più titolati di me per aggiungere qualche voce a questa narrazione.
Io ho voluto parlare di un libro (che tra l'altro non è così cupo e doloroso come l'ho descritto finora: ci sono aspetti divertenti e malinconici, si ride e si piange, si scherza e si riflette e altro ancora), di un pezzo di quel racconto, perché anche la mia terra, come tutte le terre, ha le sue ferite. Io, che ero bambino e poco più all'epoca, di quelle ferite sentii solo il sapore ferroso del sangue: le mie erano estati felici di ragazzino. Ho recuperato lembi di memoria, leggendo questo libro oggi. Ho recuperato una parte di me che non conoscevo (non sapevo di averla sfiorata, vivendo in quegli anni?) e sono cresciuto di un altro pezzettino.
Una parte di quel dolore terribile l'ho visto dentro gli occhi, con la loro inarrivabile dignità, di alcuni.
Oggi lo rispetto ancora più di allora.
Oggi lo capisco da adulto.
Oggi.

Poi tutto finì.

giovedì 26 novembre 2009

Il prete e le donne

"Nella Giornata internazionale per l'eliminazione della violenza contro le donne che si è svolta ieri si sono sprecate analisi, denunce, propositi, programmi. Ma la violenza è stata declinata per lo più in termini fisici. Le ferite del corpo sono gravissime ma non sono le sole. Poche le analisi e le denunce e i progetti per eliminare la violenza che si annida negli snodi profondi delle culture, nei modelli consueti di comportamento quotidiani, delle strutture ideologiche rituali simboliche delle religioni compresa quella cristiana e cattolica".

Queste parole non le ha scritte uno dei soliti atei impenitenti e provocatori.
Queste parole le ha scritte un prete. Certo uno di quelli che le gerarchie ecclesiastiche tengono d'occhio da anni. Ah, se potessero...

Il prete si chiama Enzo Mazzi e spesso ci dà da riflettere.

martedì 24 novembre 2009

Tra noi adulti

La donna grande ed io, ogni tanto, abbiamo conversazioni serie.
Le teniamo in macchina, mentre attraversiamo la città per andare dal dentista, ché fare un brainstorming ci sembra troppo.
L'altro giorno le spiegavo che stanno riorganizzando le nostre scuole (i famosi "istituti comprensivi") e un pezzo del nostro Circolo finirà accorpato ad un'altra scuola media, fuori da ogni logica di "vita di quartiere", così lontana che nessun bambino potrà più raggiungerla a piedi, o in bici. In autonomia, come si usa a quell'età.
La donna grande, vista dallo specchietto retrovisore, ha avuto un piccolo sussulto d'incredulità. Poi, come fanno di solito i bambini, mi ha inchiodato:
- Babbo, ma perché cambiano, se la nostra scuola funziona così bene?!

Ho annaspato, cercando la motivazione adulta a una domanda che non aveva bisogno di risposta.
Così ho provato a spiegare i motivi della riorganizzazione, anche quelli belli e positivi di una scuola che segua i bambini dalla materna fino alla terza media, in un percorso interamente pensato in funzione della loro crescita.

Però la donna grande non c'è cascata.
Neanche un po'.
A otto anni, mi ha risposto così:
- Babbo, secondo me, qui bisogna cambiare il Sindaco e l'Assessore!!!
(e le maiuscole le ho aggiunte io...).

sabato 21 novembre 2009

A Silvia

E' un dolce sabato di sole morente, molto intimo, con la donna grande che mi dorme addosso febbricitante. La lampada da tavolo è accesa qui accanto, su compiti interrotti dalla stanchezza dell'influenza.
Sto leggendo un gran libro, che considero mio tanto quanto di chi lo ha scritto. Mio perché quando leggi della tua vita, della tua città, dei dolori e degli entusiasmi, dell'impegno e della fine di tutto, negli anni in cui eri troppo bambino per esserci, la memoria ti torna, in uno strano processo di recupero.
Studio me stesso, ricordi e nomi e luoghi e Storie. E quella lingua di scrittura (cifra dell'autrice e di una terra) colorata dal dialetto che ho poco parlato allora, laggiù, e che oggi, non appena a quel laggiù torno, riassaporo e parlo con fierezza. Di questo gran libro ho appena letto solo il "Primo movimento. 1981" e già molte storie son tornate, che non sapevo o che ricordavo come un mito fondativo (il naufragio del Rodi) o dove c'ero anch'io (l'alluvione e lo straripamento dell'Albula e io e mia nonna che corriamo giù, da quella via Toscana in discesa, con l'acqua che ci insegue: e questo inseguimento potrebbe essere solo una suggestione infantile, avevo 4 anni). E già molti brividi ed emozioni.
Ora torno di là, proseguo verso il "Secondo movimento. 1983". Poi ne parlerò ancora, perché la Storia non tace.
Men che meno quando è tua.

sabato 14 novembre 2009

Gli fanno le scarpe

Stasera vorrei raccontare una storia.
Non l'ho scritta io e quindi mi sento libero di dire che è bellissima. Dolorosa, perché parla di ingiustizia, ma appunto bellissima. Di un tono limpido e civile fortissimo.
E che racconta, a leggerla ancora più a fondo tra le righe, una marea di altre storie e definisce alcune questioni. Disvela molte ipocrisie. Infine, commuove, anche.
L'ha scritta un grande scrittore italiano che si chiama Angelo Ferracuti (chissà cosa direbbe lui del marketing...), uno che andrebbe letto davvero perché è l'erede di una tradizione letteraria fondamentale (e oggi dimenticata, nei fatti), quella del rigore civile.
La trascrivo, anche se è già apparsa qualche giorno fa su un quotidiano ed è quindi reperibile con un click, perché Angelo, con due righe di mail asciutte e di grande generosità, mi ha dato il suo permesso ("la liberatoria è a vita", mi dice). Lo ringrazio e ricambio l'abbraccio che mi ha mandato in fondo a quella mail, anche se non possiamo propriamente definirci amici: a volte però, la consonanza dei sentimenti del mondo e della vita fa riconoscere gli esseri umani e li rende compagni.
Uno dei suoi libri più recenti è senz'altro quello che col cuore ho amato immensamente: una raccolta di narrazioni straordinarie che indagano, sguardi e parole, la terra dove entrambi siamo nati: lo sconosciuto Piceno.
Prima di lasciarvi alle sue parole, vorrei farvelo conoscere meglio con una descrizione che lui stesso ha scritto, a proposito di un altro suo libro che si chiama Le risorse umane. Dice Angelo:

"Può sembrare temerario parlare di lavoro nell’epoca della fine del lavoro e del precariato diffuso, dove quello a tempo indeterminato è una bestemmia dell’epoca. Cancellato dai media, trattato con fastidio e colpevole spirito servile da giornalisti e opinionisti, è il tema più rimosso di questi anni.
Io sono solo un narratore, uno che può prestare i sensi (parole, sguardi) e che vuole capire. Un non esperto che ha attraversato l’Italia cercando di catturare percezioni di prima mano, scansando la cronaca e cercando le storie, l’epica, con uno sguardo aperto e meravigliato in una geografia che tiene conto anche di un retroterra di memoria, soprattutto letteraria, di riferimento.
Le storie che ho raccontato sono solo una campionatura di un grande libro ‘in fieri’, di lavori e mestieri, antichi o nostri contemporanei, nel qual riportare al centro la persona, le sue rabbie, le aspettative deluse, i desideri e i sogni. In questo libro si parla dei morti di amianto nei cantieri navali di Monfalcone, dell’ultimo e autobiografico giro per le campagne di un portalettere marchigiano, di un manager milanese malato di cancro, un attore precario bolognese, o dell’eroicomica avventura di un violinista colpito da mobbing in orchestra; e poi di un maestro nichilista dell’Irpinia più inaccessibile e chiusa, un operaio metallurgico che vive da cinquant’anni a Oslo e scrive poesie, una comunità di ragazzi down nella città di Leopardi, il dopolavoro degli operai calzaturieri pakistani, di quelli cinesi e invisibili di Prato. Il cerchio si chiude con un viaggio in tir fatto con un camionista siciliano che attraversa gli asfalti italiani e racconta.
Queste sono ‘le risorse umane’ che mi interessano. Gli uomini, le persone, che messe insieme forse possono costituire anche una speranza se un minimo riuscissero ad avere coscienza di se stesse in un mondo che le vuole cancellare".

Ah, dimenticavo, la storia che Angelo racconta ho pensato di metterla qui per due motivi: il primo è che essendo, come detto, bellissima avevo voglia di condividerla; il secondo motivo è che questa storia la farò leggere ai miei figli. Lasciandola qui, sono sicuro di sapere dove trovarla, quando mi servirà. Buona lettura.

GLI FANNO LE SCARPE
di Angelo Ferracuti
(il manifesto, mercoledì 4 novembre 2009)
L'appuntamento è a Casette d'Ete, nella zona industriale, e piove che dio la manda. Un clima londinese e una pioggia insistente, irritante, che sembra non finire mai. Cade da tutte le parti, anche sui prati verdissimi, erbosissimi, perfettamente curati degli stabilimenti della Tod's. Piove su questo edificio che si distingue tra i molti altri sparsi ai lati della strada per un rigore estetico che mette paura. Della vita o non vita che sta dentro non trapela nulla, solo vetri opacati, lampioni spenti, cancelli inviolabili. I padiglioni fascinosi stanno sul fondo, troppo lontani, icone misteriosissime della proprietà privata, niente a che vedere con la classica fabbrica fordista, più spartana e meno altera di questa. L'unica cosa viva è una bandiera italiana che svetta verso il cielo, e sventola sferzata dalle raffiche di vento. Di fianco ha aperto da poco i battenti il meraviglioso spaccio aziendale, e vedo le silhouette delle commesse eleganti muoversi armoniosamente nei locali lussuosi e illuminatissimi, le borse e le scarpe sugli scaffali. Già alle dieci di mattina il parcheggio è occupato da automobili di lusso, ma anche di utilitarie middle class di quelli che vengono a comprare oggetti che uno solo costa almeno un quarto della paga mensile di un operaio.
Ho appuntamento con uno di loro che però è a casa da mesi. Nome e cognome, Guerriero Rossi, sembrano inventati dalla penna bruciante di Paolo Volponi, ricorda quei personaggi un po' mattoidi e sognatori come l'Albino Saluggia del Memoriale, o il Crocioni de La macchina mondiale. È un uomo in estremo pericolo, «che gli antichi greci definivano pharmakòi, capri espiatori e martiri di situazioni conflittuali in cui, annientandosi o venendo eliminati, squarciano il velo di falsa coscienza e mettono a nudo la verità», come ha scritto Massimo Raffaeli a proposito del personaggio tipologico dello scrittore urbinate. Quando scende dall'automobile, Guerriero indossa una felpa grigia con cappuccio in uno corpo magro, kefiah intorno al collo, occhiali dalla montatura in acciaio, rettangolari, e ha un'aria mite ma tenace da bravo ragazzo. Qui c'è venuto solo quando come sindacalista doveva siglare un protocollo per un corso di formazione. Non firmò. Disse polemico: «Ci chiamate solo quando dovete prendere i soldi dagli enti per la formazione, ma non per discutere del contratto integrativo». Infatti lavorava nella fabbrica Tod's di Comunanza, poi una maledetta lettera, in un'epoca - scherzo della sorte - dove non se ne scrivono più, appesa sulla bacheca aziendale e indirizzata al padrone Diego Della Valle, gli è costata il licenziamento in tronco. Problema di certo non secondario per una famiglia monoreddito, moglie e due figli a carico. Una lettera che criticava il modo paternalistico e noto del padrone "buono", quello che andava abbronzato d'estate a Ceppaloni dai Mastella, nell'elargire un bonus di 1400 euro lordi l'anno come obolo, rifiutandosi di firmare l'integrativo, perché Mr Tod's non discute con i confederali, anche se negli ultimi tempi la segretaria dell'Ugl Polverini gli fa spesso visita, ed è accolta in azienda con il tappeto rosso.
La prima cosa che mi dice Guerriero è che lui non è qui a titolo personale, ed è tutt'altro che un personaggio, ma una persona che ne rappresenta altre come delegato sindacale eletto dai lavoratori, un pezzo di questa classe operaia polverizzata e strozzata da una crisi economica senza precedenti, e di un'altra di crisi, quella dell'identità di soggetto politico, che vorrebbero estinta come un Mammuth.
Lui al padrone ha scritto una lettera aperta che puntava dritta al cuore, ma sperava anche al cervello, bontà sua: «Ti ripeto che io sono un semplice operaio che non capisce niente. Sono un povero ignorante figlio di un operaio e di una casalinga, cresciuto in una casa di campagna tra l'orto e il pollaio. Questa famiglia così semplice, tuttavia, mi ha insegnato la cosa più importante: la consapevolezza della morte. Così, approfitto dell'occasione per ricordarti che anche tu morirai, purtroppo. La tua carne marcirà, come la nostra, divorata dai vermi che se ne fregheranno del tuo conto in banca. In altre parole puzzerai di morto come noi. Quindi, siccome sulla tua carcassa non cresceranno violette, un po' di umiltà non dovrebbe esserti gravosa, pensandoci». Ma al padrone non è piaciuta affatto, così lo ha licenziato all'istante. Mancava un quarto d'ora alla pausa pranzo quando i capifabbrica sono andati a prelevarlo sul posto di lavoro e hanno eseguito l'ordine ricevuto, accompagnandolo gendarmescamente nello spogliatoio e chiedendogli di liberare in fretta l'armadietto. Poi, naturalmente, lo hanno anche scortato militarmente verso i cancelli.
I primi tempi sono stati durissimi. Una sera, a cena davanti alla tv, le sue figlie hanno dovuto sentire Diego Della Valle che spiegava le ragioni del suo gesto, e una di loro, allarmata, gli ha chiesto: «Babbo, ma che hai fatto?... che è successo?»
Lo hanno fatto passare per uno psicolabile, Guerriero, gli avvocati aziendali, per quel «gesto solitario ed eclatante», il terribile «insulto, ferale augurio e potenziale, sottile minaccia». Quanta servile retorica i lor signori! Quanta elucubrata brutta scrittura! Tanto che il padrone avverte subito le forze dell'ordine per la pericolosità del soggetto, capace di nuocere. Ma il Tribunale di Ascoli Piceno, con sentenza del giugno di quest'anno, ne chiede il reintegro immediato. La valutazione del magistrato è lapalissiana, ma sembra un pezzo di critica letteraria: «Nella lettera il lavoratore esprime alcune considerazioni, in maniera alquanto macabra dove per sottolineare la pari dignità umana tra datore e lavoratori ricorda, con accenti apocalittici, il ruolo della morte che, ovviamente, colpisce tutti allo stesso modo. Tale passaggio, se da un lato non può ritenersi felice, non contiene a parere del giudicante alcuna minaccia in quanto vi è un esplicito riferimento al ruolo di livellatrice della morte, che imporrebbe, secondo lo scrivente, una maggiore umiltà in considerazione della caducità umana dell'esistenza e della pari dignità degli esseri umani».
Ma gli avvocati del Dott. Della Valle, così lo definiscono sempre in modo ultrazelante nel ricorso, si chiedono sgomenti: «Quale datore di lavoro potrebbe mai conservare la fiducia verso un dipendente che cova verso di lui e rende pubblico tutto l'odio, il disprezzo, il malanimo che trasuda da quello scritto?»
Peccato che il giudice Boeri in seconda istanza rigetta il ricorso e li mazzia così: «Ad una serena lettura, detto richiamo, con tutta evidenza, non contiene alcuna minaccia, neanche implicita indiretta o simbolica, ma è solo funzionale ad evidenziare il ruolo della morte quale elemento livellatore delle disuguaglianze esistenti in vita fra gli esseri umani».
Guerriero ha chiesto di rientrare, racconta mentre siamo sotto l'ombrello insieme ad alcuni sindacalisti, tra i quali Peppe Santarelli della Filtea Cgil, «ma l'azienda ha risposto che mi dispensava dal lavoro e avrebbe provveduto a reintegrarmi solo da un punto di vista salariale». Sta di fatto che dentro la fabbrica non ce lo vogliono, perché quando c'era lui il clima sembrava diverso. «Era più libero», dice. E poi, continua: «Se la scarpa è di qualità, perché l'operaio no? Un lavoratore è tornato dopo sette mesi di malattia e l'hanno messo a fare un lavoro delicato su pelli speciali. Ha sporcato cinque scarpe e gli arrivata una lettera di richiamo. Quando c'ero io non l'avrebbero fatto. Sfruttano la crisi per spaventare le persone».
Ma lui, in attesa di rientrare al suo posto, intanto studia Lettere all'Università di Macerata, guarda un po'. Lettere anche quelle, mannaggia. È capace di intendere e di volere eccome. Infatti ha superato gli esami di Storia romana, Storia dell'arte medievale e Storia della musica greca con il massimo dei voti, l'ultimo un bel trenta.
Continua a piovere. Noto per caso l'insegna posta al lato della strada dove stiamo: via Bernardo Della Valle, e sotto "detto Filippo il calzolaio". Mentre Guerriero racconta ancora come un fiume in piena proprio di fronte al cancello della fabbrica si avvicina una Audi A8 scura luccicante. Alla guida c'è un uomo giovane dalla faccia torva, al lato un vecchio signore distinto, nella mano destra un anellone d'oro, e mi chiede con aria superba chi sono e cosa sto facendo. Gli rispondo che sono uno scrittore e sto intervistando un operaio ingiustamente licenziato, ma vorrei anche sapere chi è lui se non gli dispiace. Il fare borioso da razza padrona mi fa capire al volo che si tratta di Della Valle Senior, l'erede di quello al quale è intitolata la via. Dice che chiamerà i carabinieri il figlio di Filippo il calzolaio. Lo faccia pure, non capisco perché ma è libero di farlo, glielo dico.
Guerriero commenta: «Sarebbe l'unica maniera per rientrare in fabbrica. Sì, me l'ha detto l'avvocato. Potrei solo se scortato dalle forze dell'ordine. Ho dalla parte mia due sentenze che mi danno ragione e dovrei andare tutti i giorni al lavoro scortato dai carabinieri. Ma in che paese viviamo?» Guerriero tornerà in fabbrica, deve tornarci, ne sono certo. Comunque continuiamo a parlare, e i carabinieri non arrivano. Solo l'Audi A8 scura continua a girare a vuoto come un calabrone. E la pioggia continua a cadere.

(Ri)cadute

L'avevo già fatto qualche tempo fa.
Ma bisogna che lo rifaccia, non resisto...
E questa come vi sembra?

venerdì 13 novembre 2009

La donna giusta

La scuola, almeno la primaria, è davvero una galassia tutta femminile (poi si potrebbe discutere per millenni del perché certi ambiti lavorativi siano lasciati per intero alle donne, per poi sminuirne il valore sociale, per poi sminuirne gli stipendi, per poi. Quindi non dico nulla che sennò divento idrofobo).
Nel nostro plesso, tutte donne le insegnanti, donna la dirigente, donne il personale ATA e donne anche le custodi. Solo quest'anno si è affacciato un timido custode-uomo, un signore non proprio giovanissimo che chiaramente si sente come un gatto dentro una piscina: "ma proprio me dovevano metterci? Qui?!".
Che se vai e gli chiedi:
- Scusi, l'uomo piccolo ha perso il grembiule, glien'è mica capitato uno tra le mani? Era fatto così e cosà -
lui ti risponde:
- Mah... le donne mettono tutto qua.
E ti indica un trespolo polveroso in un angolo che sembra non rimestato da decenni. Poi continua a sfogliare il giornale.

Beh sì, avete letto bene: l'uomo piccolo ha perso il grembiule (che è un po' come perdere il rubinetto del bagno: dove vuoi che possa finire? Eppure lui c'è riuscito, volatilizzato) ma è pur sempre un grosso passo avanti rispetto a ritagliare un babbo buttando giù le forbici dalla finestra...

Dopo tre anni di esperienza, l'orizzonte si è ormai definito. Tutte donne pure le rappresentanti di classe.
Tranne me.
Che quando parli ti guardano di sottecchi mentre stanno pensando "cosa ne saprà mai un dilettante d'un uomo di come si fanno queste cose qua".
E quando si invitano a vicenda a prendere un caffè, a fare shopping il pomeriggio, alla seduta di squamomassaggio-urticante o solo iniziano interminabili match di chiacchieralonga, tu non ci sei mai. Perché "non puoi" esserci, tu dilettante che non sai nemmeno com'è fatto un bambino, figuriamoci un paletot con maniche alla raglan...
(Poi, non è proprio così: qualcuna mi coccola un monte, perché quello che è rimasto col cerino corto in mano non va mai lasciato proprio proprio solo. E in fondo, un po' di quel cerino se lo sentono anche loro tra le dita).
E perché i pregiudizi sono duri a morire.
Così ho capito, finalmente.
Eh no, non sono proprio la donna giusta al posto giusto.

giovedì 12 novembre 2009

Buzz-liberisti di tutto il mondo...

Premessa sul metodo: è da diverso tempo che ci penso, al marketing, al buzz-marketing, a che comportamento tenere nei confronti di aziende che ti contattano per proporti i loro prodotti o il bannerino o la recensioncina (finora ho sempre detto no...). Poi l'altro giorno ho letto questo post di Wonder, una delle mamme blogger più autorevoli, che leggo sempre soprattutto per la sua grande capacità di comunicare e di farlo con una ironia e una scrittura che mi piacciono moltissimo. E' scattata una molla: mi son tolto dalla testa una serie di riflessioni che avevo fatto e che non mi sembravano adeguate. Semplicemente è accaduto che un punto di vista e un approccio diversi dai miei hanno dato la stura. Allora, "rispondo", mi son detto. Punto di vista e approccio, diversi?
Giudicherà chi legge...
P.s.: i virgolettati sono citazioni letterali dal post di Wonder che ringrazio tanto, sia per quel post che in generale per il suo blog. E so già che mi perdonerà. (Spero).
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Che ci volete fare?
Mi piacciono i giochi di parole, i calembour, il sovvertimento semantico (retaggio del vecchio studente di linguistica, laggiù in fondo?).
E, soprattutto, essendomi ritrovato incapace di raddrizzare la curvatura dello spazio-tempo, non so voi, ho ripiegato su qualcosa di completamente diverso: distorcere in senso giocoso il significato delle parole.
Così, ho sempre pensato che neo-liberismo indicasse una forma del mercato che avesse un qualche difetto, un neo appunto, magari parecchio nascosto (sotto i vestiti, dentro le mutande?). Insomma, un difettuccio che non si vedesse fuori: qualcuno avrebbe potuto notarlo.
Da quando questa ideologia totalitaria su scala globale non ha più avuto ostacoli, il Grande Trattore della Libertà e l'Aratro delle Merci Onnipotenti (ma forse Erich Honecker e Margaret Thatcher insieme avrebbero saputo coniare definizioni migliori... Ci accontentiamo) hanno potuto allegramente dissodare milioni di ettari di coscienze.
Perché le coscienze ben dissodate sono molto più morbide e accoglienti. E io, in particolare, sono tanto contento di essermi liberato (puramente dissodato) di tanti vecchi pensieri che mi inibivano, che mi facevano riflettere inutilmente sulle cose agitando un nefando malefico spauracchio: lo spirito critico.
Giammai!

Perché guai ad essere "una marchettara. Cioè, potrei diventarlo ma solo per cifre che voi non potete permettervi" e siccome "Se ne parla e se ne discute tanto, i puristi s'indignano e si mettono di traverso, ne fanno una sorta d'orgoglio. A cosa serve borbottare anatemi sul buzz, se basta dire NO GRAZIE?".
Infatti, noi buzz-blogger orgogliosi diciamo e, siccome quelle cifre non ve le potete permettere, ve lo diciamo GRATIS. Vogliateci bene, sempre.
Ora mi raccomando: ricordatevi di mandarci un paio di pacchi di pasta e... sì, anche gli odori per il brodo che oggi pomeriggio il super è chiuso per turno. Ah, poi: non dimenticatevi un cadeau per il pupo, anzi i pupi son due, che qui siamo tutti liberi, non farete distinzioni spocchiose, vero?

- Abbiamo il dvd coll'ultimo cartone appena uscito al cine, glielo mandiamo?.
- Cine?... No, non importa, grazie lo stesso.
- Ma come no?!... Guardi che è gratis!
- No, non mi serve. Se mi servisse preferirei comprarlo, così magari scelgo quello che più mi piace. Se non vi dà noia.
- Mah, faccia come crede. Addio.
Vedete com'è obsoleta questa interazione? Loro, le buone aziende, elargiscono e i puristi (vecchie bestie in via d'estinzione, vivaddio!) rispondevano picche. Si mettevano di traverso, cattivelli.
Ma magari è solo l'Aratro che non li ha dissodati bene.
Rispondete no, cari puristi, e poi le aziende scompaiono. Si rivolgono altrove, mica hanno tempo da perdere. E voi avete perso l'occasione, libera e sacrosanta, di dire la vostra sull'ultimo modello di pannolino avvolgente-testa-piedi o sul miracoloso ritrovato per perdere le smagliature mantenendo la ciccia: ma non capite?, vi permette di evitare una pallosissima dieta! Che poi avreste dovuto fare e recensire, liberi.
E che dire dei biscotti della famiglia bianca che vive in un mondo tanto bianco che più bianco non si può? Perché fargli mancare il nostro conforto? Loro, là dentro, son disperati, si strappano i capelli domandandosi dove hanno sbagliato se quei buzzurri, quelli fuori, acquistano biscotti che costano un terzo della metà d'un quarto. E sono buoni uguale (a volte meglio, provare per credere...).
Migliorare i prodotti migliora la vita, altro che palle!

Un mio amico, l'altro giorno, mi ha steso con una battuta che non mi aspettavo. Lui dice che noi neo-consumatori di questo nuovo tempo dissodato quando si tratta di far arricchire chi ci vende qualcosa non badiamo a spese. Ma lui, lo so per certo, non è un moderno blogger come noi. E anzi sarà pure un purista, vecchio e rugginoso. Gli ho tolto il saluto e per quanto riguarda la mia amicizia gli ho detto che mando un corriere a portarla via. Mi ha guardato esterrefatto. Purista imbelle.

Insomma, io mi sono lasciato dissodare e ne sono talmente soddisfatto che non eserciterò nemmeno il diritto di recesso: la mia nuova coscienza mi piace così. Me la tengo (oddio, in realtà la venderei al miglior offerente ma per ora nessuno ha offerto niente).
Così, possiamo ridere alle spalle di quei vecchi e obsoleti puristi e possiamo dispiegare tutto il potere delle nostre coscienze finalmente libere da orpelli e dichiarare soddisfatti che la nostra neo-rivoluzione è partita. Siamo in marcia per il buzz!

Ommadonna, avrò mica detto neo?!

venerdì 6 novembre 2009

Gli accessori del babbo (11): il tempo

Più che del babbo, il tempo è come un accessorio di Gucci: tutti lo desiderano, pochi se lo possono permettere.
Per quanto mi riguarda, però, Gucci non fattura già da parecchio.
Sono ormai tre settimane che mi sento come un cowboy davanti a un'imboscata di pellerossa: vedo minuti, ore, giorni sfrecciarmi contro come punte di frecce sibilanti.
E io che mi sposto frenetico, cercando di schivarle. Invece, non ne ho mancata nemmeno una.
Le frecce del tempo...

Sono stanco: periodo dell'anno in cui ero abituato a correre. Quest'anno (ancora) più che mai. Perché la crisi non è soltanto lettere di licenziamento, posti di lavoro che vanno in fumo, cassa integrazione, redditi che si svuotano, aziende che chiudono.
La crisi è anche la compressione di tempo e spazio, la frenesia della corsa per recuperare con la fatica quello che la normalità ti toglierebbe.
Mobbing di te stesso, per la precisione.

Così, non capisco più niente. Oltre al resto, si susseguono riunioni di comitato a scuola (stanno realizzando i comprensivi: un delirio, anche se la nostra Regione ha una legge molto buona sull'argomento), incontri con assessori, presidenti di quartiere, serate anti-TAV, riunioni in ufficio, impegni canonici ma non per questo meno invasivi come il dentista o l'osteopata o il "passa in farmacia" o la spesa. E poi magagne che rotolano giù come pietre lungo un dirupo, e il tempo si ingarbuglia, scappa via.
Insomma, ci siamo presi tutti un po' troppi impegni.

Meno male che poi le serate passano tra lunghe partite di carte (no, non il poker ma i Pokemon), conversazioni buffe stesi sul tappeto, piccole soddisfazioni nel raccontarsi i sentimenti della giornata. E anche lì, a volte mi sento portato via dai miei pensieri, da incertezze lavorative che non passano (malgrado la fatica agonistica per non pensarci), quel tempo che cola via tra le dita e le frecce che vorrebbero infilzarmi.

Beh, almeno speriamo nel fine settimana: che piova tutto il tempo così almeno non si può mettere il naso fuori di casa e provo a dormire quarantotto ore.
Filate.

giovedì 5 novembre 2009

Alieni

Ecco, sull'argomento questa nota pubblicata oggi sull'Unità è il pezzo migliore che abbia letto.
La qualità del ragionamento è altissima.

lunedì 2 novembre 2009

Quarantena

Anche i virus hanno il loro daffare.
In questa stagione.
Attaccano briga coi più piccoli, mai che si mettano contro qualcuno di grande e grosso (perché poi sai che cadute, il grande e grosso)...
Insomma la donna grande (ma non grossa, non abbastanza) ha l'influenza. Quella lì o un'altra non è dato sapere: il tampone che la diagnosticherebbe costa troppo al SSN, nessuno lo fa.
Quindi influenza, e una qualunque.
Siamo lontani: da scuola, per qualche altro giorno ancora, ma anche dai genitori.
Perché stasera si dorme dai nonni.

A dire il vero, questa nuova tradizione del lunedì sera a dormire dai nonni, non è più così nuova, dura da un po'.
Ben prima di qualsiasi influenza.
Ben prima di romantici tête a tête ed evoluzioni notturne (evoluzioni?!).
Insomma, il lunedì sera la profe frequenta un corso di cucina (per celiaci, con tanto di blog annesso) e desian un corso di storia del cinema.
Personcine impegnate.
Con la scusa subdola dell'influenza...

Quarantena culturale, altro che evoluzioni!

domenica 1 novembre 2009

Partecipazione

Non mi sono particolarmente infervorato per le primarie del Partito Democratico.
Tanto che ho votato il candidato meno peggio.
E questo, come era ovvio, è arrivato ultimo.

Però bisogna riconoscere che l'invenzione in sé è interessante: rispecchia i tempi in cui viviamo e permette ai consumatori della politica di scegliere con consapevolezza il prodotto più confacente.
Insomma, un fantastico esercizio di consumo critico.

Soltanto una cosa ha offuscato il gran successo della consultazione: le lunghe code che hanno funestato i seggi aperti sul territorio.
Il neo-segretario, uomo che conosce molto bene il mondo delle cooperative, ha già pensato a come risolvere il problema. Per la prossima volta.


(fonte per la foto: http://www.gdoweek.it/articoli/0,1254,44_ART_165,00.html?lw=44%3BCHL)

sabato 24 ottobre 2009

Gli accessori del babbo (10): le tasche (dei pargoli)

La memoria delle mie tasche di bambino non riguarda il loro contentuto.
Se ci penso, la prima cosa che mi torna alla mente è proprio la sensazione fisica delle briciole e dei granelli di terra che, quando ci infilavo le mani, mi si appiccicavano tra le dita e si incastravano sotto le unghie.
Oggi le tasche dei miei figli mi sono piuttosto misteriose, come forse lo erano le mie per i miei genitori allora, ma immagino che la sensazione possa essere la stessa. Forse un po' meno terra, ché nella nostra vita questa è stata sostituita dall'asfalto anche dove non servirebbe e ai giardini c'è la gomma anti-infortuni.
Però l'altro giorno la donna grande ha vuotato la tasca del suo grembiule.
C'era questo.


Beh, per prima cosa mi sono chiesto cosa ci facesse una spilla da balia nelle tasche di una ottenne. Ansie da babbo: la apre e ci colpisce qualcuno, se la infila per sbaglio in un occhio... Vabbé, gliel'ho lasciata.
Poi, il bottoncino: ha dichiarato che si era staccato da una qualche camicetta, qualche giorno prima. Niente di misterioso.
Sul fazzoletto accartocciato non vi lasciate impressionare: in realtà non si tratta di un fagottino pieno di moccio verde e virulento. E' solo l'involucro del panino con la nutella che non sapeva dove buttare e quindi se l'è infilato in saccoccia.
Invece, quello che mi aveva davvero incuriosito è quel pezzetto di legno.
"Scusa donna grande, ma a cosa ti serviva questo?".
"Eh, mi serve quando ci sono le formichine che siccome mi piacciono tanto però ho un po' paura di farmele salire su un dito per vederle meglio. Allora, le faccio salire sul rametto e poi le guardo".

Ecco.
Mi è tornato in mente un antico insegnamento.
A quelli che sono affamati è inutile regalare del pesce.
Bisogna dargli la canna da pesca.
E se non è educazione questa...

martedì 20 ottobre 2009

Educare e capire

In questi giorni sto leggendo Foucault. Sarà per questo che sciaguattano tra i lobi cerebrali ardite riflessioni.
Quando vogliamo che facciano le cose come devono (o come vogliamo che siano fatte) e continuiamo a redarguirli se non ubbidiscono.
Quando li costringiamo alla estenuante noiosissima piscina - ma la donna grande si è sciolta ed ha finalmente dichiarato "a natale tiro giù il bandone".
Quando subiscono una lavata di capo epocale solo perché han fatto volare un paio di forbici giù dalla finestra della scuola (e per poco non colpivano un babbo che si è giustamente infuriato come un cammello).
Quando gli neghiamo le patatine alle quali puntavano ormai da giorni solo perché "tra poco si va a tavola e ti rovini l'appetito".
Quando non possono fare qualcosa perché è pericoloso. Pericoloso per chi?
Quando finiscono nell'angolino a pensare perché hanno fatto quello che non dovevano.

Sorvegliare e punire.

Ma la famiglia, sarà mica un'istituzione totale?!

giovedì 15 ottobre 2009

La donna grande non ne può più

Va bene confesso: non so nuotare. (Beh! Perché state sghignazzando?!).
Dopo tutto sono in buona compagnia. Neanche la profe è proprio una sirena.
E' per questo, per riscattare le nostre inettitudini acquatiche, che decidemmo, quattro anni fa, che i pargoli avrebbero dovuto imparare.
Perciò durante l'inverno, due volte a settimana, piscina!
Ora si dà il caso che, soprattutto la donna grande, in tutto questo tempo, qualcosa abbia combinato: in effetti se la cava, quest'estate al mare era un piacere guardarla scivolare leggera (ah, le silfidi!) nell'acqua.
La donna grande ha grande carattere. Quando crolla, crolla ma il suo senso di dedizione nelle cose che fa la rende abbastanza pertinace.
Così è a scuola, così è quando si mette in mente di fare qualcosa. Raggiungere uno scopo.
E se "quando crolla, crolla", beh stavolta, dopo lunga e ponderatissima sofferenza, è sbottata. Proprio non ce la fa più con questa pallosissima piscina. Mai è stata il suo hobby preferito. Sempre ha dovuto dar fondo alle sue risorse di abnegazione.
Stasera finalmente è riuscita a liberarsene:
"Qual è stata la cosa più brutta della giornata?", capita di chiedere a fine serata ai pargoli.
La donna grande non ha avuto dubbi: "andare in piscina".
Toh!
Pigliate e portate a casa.
Cari genitori...

venerdì 9 ottobre 2009

Lodo Alfano

"Gli animali sono tutti uguali. Ma qualcuno è più animale degli altri".

giovedì 8 ottobre 2009

Il tutorio Vittorio

Finalmente, prova che ti riprova, l'uomo piccolo si è procurato la sua prima frattura.
E fin qui, niente di eccezionale, cose che càpitano: chi ci legge da lontano, senza fare nomi, stia tranquillo, è tutto a posto. Quel che si dice, una bischerata. Adesso, perché fino a ieri sera non sapevamo neanche di averla, 'sta frattura.
E' andata così.

Venerdì 18 settembre (no, non ho sbagliato data, era proprio il 18 di settembre...), ai giardini, l'uomo piccolo cade dallo scivolo. Batte forte il polso. Comincia a piangere disperato per il dolore e il pomeriggio finisce gramo.
Eppure il braccio non gonfia, non illividisce, nulla fa pensare a qualcosa di serio.
Nei giorni successivi si va in altalena: un po' gli fa male, dice, un po' no. Usa la mano, sembra in maniera regolare.
Ci diciamo che forse è stata solo una botta.
Passerà.

Intermezzo. Di solito siamo genitori piuttosto "ansiosi" con la salute dei pargoli, stavolta è il tripudio della nonchalance. Tanto più che, a un certo punto, l'uomo piccolo dichiara che va meglio. Non gli fa quasi più male.

Passano altri giorni però le cose non sembrano proprio a posto: "mi fa un po' male, ma poco". Scatta il piano B: sentiamo il pediatra. Beh, forse sì, solo per scrupolo ma magari è meglio farla una radiografia, è il responso. Così arriviamo a ieri pomeriggio, 7 ottobre. Dalla caduta son passati la bellezza di 19 giorni!!!
Se leggete sul giornale di due genitori che hanno tenuto il loro pargolo col braccio rotto senza far nulla per tutto quel tempo, beh tranquilli: siamo noi...
Il radiologo aggeggia, predispone, fa un paio di scatti. Poi si piazza davanti al monitor, dà uno sguardo, storce mezzo labbro (ah!, la privacy: non ti dicono nulla neanche se sei tu lì, di fronte, in carne ed ossa).
"Rifarei un'altra lastra, per vedere meglio una cosa".
"Ok, eccoci pronti, uomo piccolo rimettiti in posa".
Flash!
Il tecnico torna nel suo gabbiotto ed esce, imperturbabile: "vi stampo subito le lastre poi tornate di là e vi fate fare il referto".
Tombola! Anche il babbo più nonchalante dell'universo-mondo mangerebbe la foglia: qui c'è qualcosa che non va.
Frattura?

Frattura.
Però solo a legno verde che sarebbe questa (secondo una schematica definizione trovata su uno dei siti dell'Università di Firenze):

-fratture a legno verde: tipiche delle ossa giovanili che essendo molto elastiche non si rompono in due capi netti ma subiscono uno sfibramento.

In parole povere: una rottura non completa e non scomposta. L'osso rimane praticamente al suo posto, solo sfogliato, come un rametto verde appunto. Sentiamo il pediatra al telefono che ci rassicura: il referto parla già di "fase di parziale consolidazione" (e lo credo, dopo 19 giorni, genitori degeneri!) per cui non c'è fretta, al pronto soccorso si può andare domani.
Ed eccoci all'epilogo.
Stamattina profe e uomo piccolo (ché desian era atteso fuori città per lavoro) si recano al Meyer. Reparto, manco a dirlo, ortopedia.
E accade l'inverosimile.
Perché sarà che in questo periodo l'uomo piccolo ha qualche debolezza d'udito (andiamo di otovent due volte al giorno e più volte per narice), sarà che era un po' spaventato e la sua testolina deve aver fatto qualche strana elaborazione. Quando la dottoressa dice che gli avrebbe messo un tutore, chissà cosa accidenti avrà capito.
Insomma, Signore e Signori, ecco a voi...

- rullo di tamburi -

...il tutorio Vittorio.
Che sarebbe lui.

martedì 6 ottobre 2009

Prime delusioni

Oggi abbiamo avuto un briefing.
Io e l'uomo piccolo.
Con le solite domande (perché poi i modelli introiettati sono difficili da sradicare...) ma le risposte erano notevoli.
Così ho scoperto che lui e il suo complice... oopps il suo amico del cuore ballano il tango durante l'ora di "musica" (sì, insomma, musica si fa per dire, hanno messo un cd) e le maestre li brontolano.
Poi, in giardino, lui e il suo complice... oopps il suo amico del cuore fanno il diavolo a quattro e le maestre li brontolano.
Qui però ha provato a discolparsi: "non era colpa nostra".
"Come no?".
"No, erano gli altri che ci stuzzicavano".

Insomma, stasera era teso come una corda. Alla minima contrarietà si è alzato da tavola lagnandosi che tutti ce l'hanno con lui e quindi: "me ne vado!".
Poi però si è fermato sulla porta. (Era chiusa col chiavistello).
Non ho resistito, il sadismo è il mio mestiere:
"Certo è dura la scuola. (pausa bastarda) Però almeno le maestre vi parleranno tutto il tempo di dinosauri".
Ha strabuzzato gli occhi. Con un filo di voce si è arreso: "veramente no".
Un uomo (piccolo) distrutto.
Almeno qualche drago?...

domenica 4 ottobre 2009

Gli accessori del babbo (9): il settenano

Confesso che sarei potuto cascarci anch'io, se avessi letto un titolo simile, ma vi assicuro che non si tratta di quello che state pensando. Menti diaboliche.
E' una cosa seria, serissima.
Cominciamo.

Decisamente uno degli accessori più delicati, il settenano si situa in quell'età in cui i pargoli cominciano ormai a strutturare il linguaggio secondo i propri processi mentali. Di un tizio che ha, all'incirca, 3 o 4 anni.
In realtà, non si tratta di un accessorio vero e proprio: piuttosto un gadget, uno di quegli oggetti che potrebbero finire abbinati al portachiavi, l'adesivo che si appiccica sul lunotto dell'auto. Una cosa così.
Eppure, a causa della ristretta finestra temporale in cui si situa, il settenano subisce un uso intensivo: non appena il babbo ne percepisce per la prima volta l'esistenza, lo elegge subito a vocabolo principe del lessico famigliare. Non poteva accadere altri che in questa (strampalata) famiglia l'invenzione lessicale del secolo.
Immediatamente il settenano viene citato dal babbo compulsivamente decine di volte al giorno, diventa il protagonista di filastrocche surreali, viene all'improvviso utilizzato nel mezzo di qualsiasi discorso, soprattutto quando non c'entra nulla. Ooops... è come il singhiozzo. Ti scappa.
Pur essendo solo un gadget, diventa sicuramente il più amato.

Poi però, poco alla volta (le voci corrono), ti accorgi che l'invenzione del secolo è stata inventata, identica, anche in altre famiglie. Il settenano è sulla bocca di decine di pargoli come i tuoi.
"Ma certo, X lo chiama così da sempre. Da noi il settenano ormai è di casa".
"Ah, sapessi, Y ha perfino un pupazzo del settenano".
Glom... Non siamo gli Armani del lessico bambinesco che avevamo creduto.
Ce n'è altri, a giro.
Pazienza.

Ben presto, poi, il gadget passa di mano. A quell'età i pargoli crescono giorno dopo giorno: quello che vale oggi, domani può esser già dimenticato. Per cui, se volete, se non l'aveste già avuto in casa anche voi, ve lo passo volentieri.
Il settenano, gadget singolare.
Che al plurale fa: due settenani, tre settenani, quattro settenani, ecc.
Perché le invenzioni lessicali hanno tutto quel che devono avere!

venerdì 2 ottobre 2009

Bambola

Oggi, mi sono innamorato di questa.
Che non conoscevo...



...e buon fine settimana!

martedì 29 settembre 2009

Genialità oblige

Certo, direte: siamo rimasti in quattro gatti a leggerlo.
Influisce sulle coscienze civili quanto, che so, un'aspirina sulla broncopolmonite.
Però, la genialità è sempre la genialità.
Va rispettata.

lunedì 28 settembre 2009

Appello

Questo è un s.o.s. vero, un messaggio in bottiglia affidato alla magnanimità dei flutti, un segnale di luce lanciato nelle remote profondità dello spazio: rispondete se siete in ascolto.
Ormai abbiamo preso il ritmo e quasi tutti i giorni, di fronte a scuola, in attesa dell'uscita dei pargoli, babbi e mamme (più le seconde che i primi, a dire il vero), sgomenti e affranti, si interrogano. L'un con l'altro.
Non sappiamo bene come affrontare l'argomento, si vede che c'è qualcosa che ci cruccia, ci sembra incredibile e quindi abbiamo pudore a fare outing. Ci guardiamo attorno (le mani ci si stropicciano in mano), prendiamo tempo, studiamo le parole che useremo.
E cominciamo, prendendola alla larga: "ma il tuo come è messo coi compiti?", "e i disegni? ha ancora voglia di farne dopo otto ore di scuola?"... e, finalmente!, "ma scusa, e la matita? come fa a temperarla?!?!?!".

Ebbene sì, madre coraggio ce l'ha fatta a tirar fuori l'argomento-sgomento: MA CHI E' CHE RUBA TUTTI (E DICO TUTTI) I TEMPERAMATITE DEI NOSTRI BAMBINI?!?!? C'E' UN MOSTRO MALVAGIO DA QUALCHE PARTE NELL'UNIVERSO CREATO CHE SE NE APPROPRIA INDEBITAMENTE???
E, soprattutto, MA DOVE LI NASCONDE????

Fatelo per noi: attendiamo risposte da chi ha più esperienza.
Grazie

domenica 27 settembre 2009

Vendemmia

Questo è quello che ci siamo concessi oggi: una mattinata (cortissima a dire il vero, siamo arrivati ad un orario indecente...) tra i filari a tagliar grappoli.
Insomma, la vendemmia.
Erano decenni che non rimettevo piede tra le zolle (ero davvero bambino) per la vendemmia e non me le ricordavo certo le mani blu appiccicose e zuccherine, il trattore tra i filari, le ceste da riempire e poi vuotare.
E un tempo disteso, torrido nel sole, che non ammette nessuna fretta. Alcuna frenesia.

Il pomeriggio in cantina ci ha riservato la sorpresa di un primo vino quasi pronto: era l'uva raccolta lunedì e martedì scorsi che aveva già fatto la sua fermentazione e, tiepida e odorosissima, veniva giù dal tino tra effluvi alcolici strabilianti.

I pargoli, in ottima e abbondante compagnia, erano ipereccitati: non sapevano più quante fossero le novità da vivere. Per loro era davvero la prima volta.
Gli amici, poi, quando li ritrovi così a distanza di tempo ma i fili si riannodano come se ci fosse salutati solo ieri, sono una vera gioia e una promessa per l'inverno a venire...

sabato 26 settembre 2009

Pulizie

Sono quarantatre anni esatti, ma proprio precisi, che a me il cambio di stagione estate-autunno mi mette da dio.
Perché settembre, il più infingardo dei mesi, mi stropiccia le malinconie ancestrali e caratteriali che mi porto dietro: i suoi colori, l'autunno rosso e giallo che comincia a far capolino, l'inverno un po' letargico che si intravede laggiù in fondo, la luce nordica nettissima che accompagna questi giorni.
Non per nulla, per anni, quando ho potuto, sono andato in vacanza in settembre.
La mia stagione della muta.

Così, ho deciso che farò pulizia anche qui: tutto questo blu e rosso mi erano diventati un po' pesanti e anche quella testata lassù mi sembra ormai un po' banalotta. Opterò per la massima leggerezza e semplicità. Pochi, pochissimi fronzoli. Questione di stati d'animo.
E poi non potevo non sfruttare il lavoro, inconscio d'accordo, di un web designer d'eccezione: l'uomo piccolo che tempo fa produsse un "logo stupendo" che non ho mai valorizzato quanto meritava.

Insomma, se nei prossimi giorni doveste tornare e vi sembrerà di aver sbagliato blog, beh, dateci un occhio: è probabile che sia ancora io. Anzi è sicuro!
E magari ce la faccio anche prima di lunedì...
Buon fine settimana a tutti.

mercoledì 23 settembre 2009

Shakespeare aveva talento...

Non dico di no.
Anche Shakespeare avrà avuto la sua dose di talento.
Ma uno scambio di battute così fulmineo, un'opera che dura pochissimi secondi, Shakespeare non l'ha mai scritta.
Oddio, l'esegesi filologica del corpus shakespeariano la lascerei per un altro post.
O meglio, per un'altra vita.

Interpreti: desian, l'uomo piccolo, la donna grande.

desian: - Scusa, uomo piccolo, ma tu sei mica il fidanzato dell'E.?
Uomo piccolo: - (deciso) No.
d: - Ma, allora, è forse lei che vuole te?
Up: - (categorico) No.
Donna grande: - (tuffandosi sul "No" del fratello) Come no, tutte le mattine davanti a scuola lei gli salta addosso appena lo vede.
Up: - E certo: perché io le voglio bene. Ma mica la voglio sposare!!!

Per tre secondi il tempo è rimasto sospeso.
Le mandibole hanno smesso di mandibolare.
Tutti e quattro ci siamo guardati, l'un l'altro, trattenendo il fiato, come se aspettassimo un segnale di qualcosa che doveva accadere.
Tre secondi.
Poi siamo scoppiati a ridere.
Tutti insieme, e magari zio Billy ci perdonerà.

martedì 22 settembre 2009

Pace forse

E speriamo che Vauro non pretenda i diritti, altrimenti non saprei come fare.

lunedì 21 settembre 2009

Dei ruoli ovvero il "mammo"

Stamattina, di fronte a scuola, un babbo estraeva il suo treenne dal seggiolino della bici.
Il treenne urlava disperato e ossessivo "voglio la mamma". A squarciagola, dimenandosi come una biscia e poi irrigidendosi.
Faceva impressione.
Roba da nascondersi dietro il finestrino dell'auto per osservare.
L'ho fatto.

Il babbo non si scomponeva neanche un po'. Non poteva. Serio come il ruolo impone, reggeva il treenne cercando di limitare i danni, poveraccio: sembrava portasse un tonno appena pescato. Per la coda...
Quando ha preso su per le scale, impacciato ma tutto d'un pezzo, come se niente fosse, ho messo in moto e me ne sono andato.
Poi ho pensato.

Ai ruoli. Al padre col suo bambino disperato, senza strumenti per venirne a capo.
E' successo anche a me, quando erano più piccoli, che non sapessi dove voltarmi. Che mi sentissi osservato da decine di occhi di mamme da ogni dove. Biasimanti.

Oggi che non serve più, non ho più un treenne in dotazione, saprei cosa fare. Oggi, un treenne disperato a quel modo, io lo avrei abbracciato. Avrei accolto la sua disperazione, come se fossi stato il padre. Non un ruolo in un manuale.
E allora i ruoli, quella strana parola un po' ironica e invece molto sprezzante che è "mammo".

Forse un abbraccio se lo può permettere anche un babbo.
Sicuramente la prossima volta.

domenica 20 settembre 2009

Finalmente domani...

...si torna alla normalità.
La donna grande ha passato il fine settimana a casa di un suo ex.
Un suo ex compagno di scuola, dei tempi della materna.
Tempi andati.

L'uomo piccolo ha passato il fine settimana saltellando come uno scimpanzè perché l'assenza di sua sorella gli ha disastrato tutti i punti di riferimento. E' stato nervoso ed intrattabile tutto il tempo. Si è placato solo nella serata di sabato, davanti alla tv.

All'inizio, la donna grande avrebbe dovuto restare a dormire dal suo amico solo il sabato sera. Poi però, in un attacco di coraggio, la mamma dell'amico ha procrastinato (che vorrà dire "procrastinare"? mah...) il rientro e se l'è tenuta anche domenica a pranzo.

L'uomo piccolo si è scofanato di patate lesse (e niente altro!) nel pranzo di domenica e ha chiesto attenzione continuamente: ha voluto giocare, è sempre stato tra i piedi, cantava a squarciagola. Forse per esser certo che non l'avremmo perduto nell'universo.

Finalmente a pomeriggio inoltrato, siamo riusciti a rientrare in possesso (si fa per dire, eh!) della legittima donna grande e siamo tornati a casa.

Beh, hanno passato tutto il tempo prima di cena a rincorrersi e negarsi oggetti e giochi, a sottrarsi la sedia sotto il sedere, a litigarsi qualsiasi cosa passasse loro tra le mani.
Finalmente domani si torna alla normalità: intanto, fino alle 16.30 c'è scuola.
Poi si vedrà.

sabato 19 settembre 2009

Massimi sistemi

Grazie a Martina Braganti di PianetaMamma mi è capitato di fare alcune riflessioni, di mettere in fila una serie di pensieri che, a rivederli spalmati sul monitor, eccoli, fanno tanto "massimi sistemi".
Poi però mi dico che non si può sempre e solo badare alle questioni concrete rincorrendo il quotidiano: i comportamenti spiccioli con le regole che si portano dietro, il "corri di quà, corri di là", rappacifica le liti, stimola sù, correggi laggiù.
Ogni tanto ho bisogno di prendermi una distanza di osservazione, sufficiente a che il mio occhio riesca a percorrere lo spazio necessario della messa a fuoco. Insomma, sono fatto così: rifare ogni tanto l'inventario dei pensieri e delle cose che mi frullano in testa mi serve.

D'altro canto, però, e maggiormente, serve il confronto con altri inventari, altri pensieri, altre idee sulle cose: chi ha voglia di rispondermi? Di dirmi: dove sbaglio, dove esagero, dove son "palloso".
Come sempre, mi farebbe un immenso piacere!

martedì 15 settembre 2009

Gli accessori del babbo (8): la lavastoviglie

C'è dell'arte suprema in quel rozzo ammasso di lamina d'acciaio e plastica e qualche tubicino. La sua tecnologia silenziosa: il ronzio che culla le giornate d'ogni stagione.
Un'installazione, nella nostra cucina componibile. Non so da voi.

E' pura arte concettuale quella che mi permette di riempirla. Una regola ascetica che serve a dividere i piatti piani (nei rebbi bassi) da quelli fondi (rebbi alti), le tazze dai bicchieri.
Le posate equamente distribuite nel cestino, ché se le metti tutte da una parte non vengono un granché.
Le ciotole adagiate sul fondo del cestello superiore (se non troppo alte) oppure in basso. Dove c'è spazio.
E le pentole, pure. Perché sì, noi ci mettiamo anche le pentole.
Divide et impera. E' la regola, appunto.

L'arte delicatissima di "a chi tocca stasera" trasforma per magia la probabilità di uno scazzo mostruoso in una leggiadra danza verbale.
In punta di fioretto: "profe, tocca a te", "col cavolo, l'ho già riempita ieri".
"Però, io, l'avevo vuotata".
Diplomazia allo stato puro.

Se invece del portello avesse uno schermo (basterebbe anche un piccolo oblò), potremmo passare le serate seduti lì di fronte a guardare la raggiunta pace familiare sciaguattata da getti a pressione di acqua bollente. E detersivo: in polvere o pastiglie, che comunque cambiamo spesso fornitore.
Perché la pace non ha prezzo. A maggior ragione in famiglia.
Per questo la adoro.
Come un Van Gogh sul muro del soggiorno.

lunedì 14 settembre 2009

Esorcismi

Le vigilie sono importanti. Ognuno esorcizza come può.
Se la donna grande, dall'alto della sua esperienza (dopotutto domani siamo già in terza), ha passato il dopocena a leggere paciosissima un libro illustrato, l'uomo piccolo ha avuto di che lavorare.
Non ha smesso un minuto di raccontare, di parlare di sé e dei suoi nascosti timori per il primo giorno di prima elementare. Metafore a grappoli.
La più bella: lui ha sempre odiato le polo, non ne aveva mai messa una fino all'altro giorno quando all'improvviso l'ha chiesta. E l'ha portata fiero per tutta la giornata.
Stasera, preparando i vestiti per domattina, ha chiesto di nuovo una polo: per un giorno che lo rende tanto insicuro, cosa di meglio se non cavalcare la tigre.
Quando gli ho chiesto come mai le polo erano diventate la sua nuova improvvisa passione (per lungo tempo sono state anche la mia, ora mi sono un po' disintossicato: indosso anche camicie), mi ha risposto intanto dicendo che avrei dovuto comprargliene tantissime.
Poi ha spiegato così:
"Secondo me, crescendo la vita è più bella".
...
Buona vita.
E buon primo giorno, ragazzi.

Questo post partecipa al blogstorming

domenica 13 settembre 2009

Sontuosa cena

Sontuosa cena ieri sera, a casa di amici.
Per ritrovarsi dopo le vacanze e fare racconti, ricordare episodi. Mondi.
Il vino era buono, il cibo eccellente così ci siamo dedicati lungamente a spazzolare piatti e bicchieri: le foto delle vacanze, ci incuriosivano gli antipodi, non abbiamo avuto modo di guardarle. Recupereremo presto.
Perché alla nostra bucolica e modesta Val di Funes (talmente modesta che il sottoscritto, preso da furia jap, ha scattato quasi 700 foto in una settimana...), si è opposta una più rutilante Australia + Nuova Zelanda.
E, quindi: ubi major...
Insomma, abbiamo saputo che la carne di coccodrillo sa di pollo (che siano le comuni origini dinosauresche?!), che la bistecca di canguro è buona (ma la fiorentina?...), che all'Opera di Sidney puoi incappare in una demenziale rappresentazione a metà tra il teatro e la musica tradizionale cinese (lo sguardo in tralice di I. era inequivocabile sulla qualità dello spettacolo; invece P. da vero antropologo era più possibilista).
E sull'aereo c'era un nuovo film di John Woo (fantomatico visto che non se ne sapeva nulla dalle nostre parti), che si chiama "Red Hill 2": figuriamoci!, non s'era mai sentito parlare nemmeno del primo...

Ma.
Soprattutto.
L'intera compagnia ha convenuto che non è necessario sapere tutto, nella vita.
C'è anche qualcosa di cui si può fare a meno. Che, se anche non ne sai nulla, sopravvivi lo stesso.
Il... pop tamil!?
E io che pensavo che già Gigi D'Alessio.

mercoledì 9 settembre 2009

Videocracy ovvero "la televisiun"

Lasciatemi partire da Jannacci.
La canzone dovremmo ricordarla in tanti, questa, il ritornello è famosissimo. E dice:

La televisiun la g'ha na forsa de leun
la televisiun la g'ha paura de nisun
la televisiun la t'endormenta cume un cuiun
.

Di "Videocracy" ricorderò il ragazzo Riccardo che parla schifato del suo lavoro da metalmeccanico: cosa dico a una ragazza se ci esco insieme? Che lavoro al tornio e ho le mani sudicie tutto il tempo? Lei mi risponde "beh, allora, ciao".

Ecco, questa è l'icona che mi porterò dietro dalla visione del film: come sia stato possibile, in pochissimi decenni di televisione commerciale, porre fine alla identità delle persone. Una forma di annichilimento di qualsiasi dignità: mi torna in mente l'immagine di un operaio Opel che aveva scritto sulla sua maglietta Wir sind Opel, Noi siamo Opel.
Ancora pochi anni fa il lavoro era una fonte di fatica e pesantezza del vivere ma anche di grossa dignità, di proprio ruolo nella società.
Questa televisione populista e becera narra di una società e di persone senza più neanche la dignità del lavoro che fanno. Se non sei velina o personaggio televisivo, non sei nessuno.
Così, la nostra emancipazione dal lavoro come identità ci ha anche tolto la dignità di quello che facciamo e di ciò che siamo.
La mia indignazione, per quel che vale, non va ai personaggi dichiaratamente squallidi che ci stanno attorno e che il film di Gandini indaga. La mia indignazione è per quello che siamo diventati, per lo specchio che la tv ci restituisce: un pozzo oscuro senza alcun fondo, dove anche le cose meritevoli annegano dentro tutto il resto. Che società siamo diventati, che persone siamo per esserci ridotti così?
Perché in sala accade anche che, quando Corona spiega di essere un moderno Robin Hood che ruba ai ricchi per mettersi in tasca tutto lui, la platea prima ride e poi, quasi, applaude. Perché ormai, anche di fronte all'orrore, ci scappa un applauso invece che una salva di fischi. Invece che una sanissima e civile indignazione.


Tornando a Jannacci, la canzone prosegue poi con un verso che dice

Quelli che Mussolini è dentro di noi oh yeah...

e nel documentario c'è anche Lele Mora col suo telefonino e le suonerie nazifasciste. Così sappiamo qualcosa di ancora più preciso...
Insomma credo sinceramente che la deriva fascistoide di una società come la nostra sia già avanti da un pezzo. Non siamo sull'orlo, siamo già dentro. Siamo immersi fino al collo.
"Videocracy" lo racconta semplicemente. Lo denuncia, se solo fosse possibile, se non avessimo già dovuto farlo noi, cittadini non assuefatti.
Il problema è anche che, come ricorda una didascalia alla fine del documentario di Erik Gandini, l'80% dei cittadini italiani hanno come loro unica fonte di informazione la televisione.
Noi altri, ammesso che si possa parlare di un qualche noi, siamo una vera minoranza. Neanche troppo silenziosa, forse, ma volete mettere il peso che possiamo avere?!
Ridicolo.
E allora, forse, buonanotte: il buio sarà lungo, ancora.

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