sabato 14 novembre 2009

Gli fanno le scarpe

Stasera vorrei raccontare una storia.
Non l'ho scritta io e quindi mi sento libero di dire che è bellissima. Dolorosa, perché parla di ingiustizia, ma appunto bellissima. Di un tono limpido e civile fortissimo.
E che racconta, a leggerla ancora più a fondo tra le righe, una marea di altre storie e definisce alcune questioni. Disvela molte ipocrisie. Infine, commuove, anche.
L'ha scritta un grande scrittore italiano che si chiama Angelo Ferracuti (chissà cosa direbbe lui del marketing...), uno che andrebbe letto davvero perché è l'erede di una tradizione letteraria fondamentale (e oggi dimenticata, nei fatti), quella del rigore civile.
La trascrivo, anche se è già apparsa qualche giorno fa su un quotidiano ed è quindi reperibile con un click, perché Angelo, con due righe di mail asciutte e di grande generosità, mi ha dato il suo permesso ("la liberatoria è a vita", mi dice). Lo ringrazio e ricambio l'abbraccio che mi ha mandato in fondo a quella mail, anche se non possiamo propriamente definirci amici: a volte però, la consonanza dei sentimenti del mondo e della vita fa riconoscere gli esseri umani e li rende compagni.
Uno dei suoi libri più recenti è senz'altro quello che col cuore ho amato immensamente: una raccolta di narrazioni straordinarie che indagano, sguardi e parole, la terra dove entrambi siamo nati: lo sconosciuto Piceno.
Prima di lasciarvi alle sue parole, vorrei farvelo conoscere meglio con una descrizione che lui stesso ha scritto, a proposito di un altro suo libro che si chiama Le risorse umane. Dice Angelo:

"Può sembrare temerario parlare di lavoro nell’epoca della fine del lavoro e del precariato diffuso, dove quello a tempo indeterminato è una bestemmia dell’epoca. Cancellato dai media, trattato con fastidio e colpevole spirito servile da giornalisti e opinionisti, è il tema più rimosso di questi anni.
Io sono solo un narratore, uno che può prestare i sensi (parole, sguardi) e che vuole capire. Un non esperto che ha attraversato l’Italia cercando di catturare percezioni di prima mano, scansando la cronaca e cercando le storie, l’epica, con uno sguardo aperto e meravigliato in una geografia che tiene conto anche di un retroterra di memoria, soprattutto letteraria, di riferimento.
Le storie che ho raccontato sono solo una campionatura di un grande libro ‘in fieri’, di lavori e mestieri, antichi o nostri contemporanei, nel qual riportare al centro la persona, le sue rabbie, le aspettative deluse, i desideri e i sogni. In questo libro si parla dei morti di amianto nei cantieri navali di Monfalcone, dell’ultimo e autobiografico giro per le campagne di un portalettere marchigiano, di un manager milanese malato di cancro, un attore precario bolognese, o dell’eroicomica avventura di un violinista colpito da mobbing in orchestra; e poi di un maestro nichilista dell’Irpinia più inaccessibile e chiusa, un operaio metallurgico che vive da cinquant’anni a Oslo e scrive poesie, una comunità di ragazzi down nella città di Leopardi, il dopolavoro degli operai calzaturieri pakistani, di quelli cinesi e invisibili di Prato. Il cerchio si chiude con un viaggio in tir fatto con un camionista siciliano che attraversa gli asfalti italiani e racconta.
Queste sono ‘le risorse umane’ che mi interessano. Gli uomini, le persone, che messe insieme forse possono costituire anche una speranza se un minimo riuscissero ad avere coscienza di se stesse in un mondo che le vuole cancellare".

Ah, dimenticavo, la storia che Angelo racconta ho pensato di metterla qui per due motivi: il primo è che essendo, come detto, bellissima avevo voglia di condividerla; il secondo motivo è che questa storia la farò leggere ai miei figli. Lasciandola qui, sono sicuro di sapere dove trovarla, quando mi servirà. Buona lettura.

GLI FANNO LE SCARPE
di Angelo Ferracuti
(il manifesto, mercoledì 4 novembre 2009)
L'appuntamento è a Casette d'Ete, nella zona industriale, e piove che dio la manda. Un clima londinese e una pioggia insistente, irritante, che sembra non finire mai. Cade da tutte le parti, anche sui prati verdissimi, erbosissimi, perfettamente curati degli stabilimenti della Tod's. Piove su questo edificio che si distingue tra i molti altri sparsi ai lati della strada per un rigore estetico che mette paura. Della vita o non vita che sta dentro non trapela nulla, solo vetri opacati, lampioni spenti, cancelli inviolabili. I padiglioni fascinosi stanno sul fondo, troppo lontani, icone misteriosissime della proprietà privata, niente a che vedere con la classica fabbrica fordista, più spartana e meno altera di questa. L'unica cosa viva è una bandiera italiana che svetta verso il cielo, e sventola sferzata dalle raffiche di vento. Di fianco ha aperto da poco i battenti il meraviglioso spaccio aziendale, e vedo le silhouette delle commesse eleganti muoversi armoniosamente nei locali lussuosi e illuminatissimi, le borse e le scarpe sugli scaffali. Già alle dieci di mattina il parcheggio è occupato da automobili di lusso, ma anche di utilitarie middle class di quelli che vengono a comprare oggetti che uno solo costa almeno un quarto della paga mensile di un operaio.
Ho appuntamento con uno di loro che però è a casa da mesi. Nome e cognome, Guerriero Rossi, sembrano inventati dalla penna bruciante di Paolo Volponi, ricorda quei personaggi un po' mattoidi e sognatori come l'Albino Saluggia del Memoriale, o il Crocioni de La macchina mondiale. È un uomo in estremo pericolo, «che gli antichi greci definivano pharmakòi, capri espiatori e martiri di situazioni conflittuali in cui, annientandosi o venendo eliminati, squarciano il velo di falsa coscienza e mettono a nudo la verità», come ha scritto Massimo Raffaeli a proposito del personaggio tipologico dello scrittore urbinate. Quando scende dall'automobile, Guerriero indossa una felpa grigia con cappuccio in uno corpo magro, kefiah intorno al collo, occhiali dalla montatura in acciaio, rettangolari, e ha un'aria mite ma tenace da bravo ragazzo. Qui c'è venuto solo quando come sindacalista doveva siglare un protocollo per un corso di formazione. Non firmò. Disse polemico: «Ci chiamate solo quando dovete prendere i soldi dagli enti per la formazione, ma non per discutere del contratto integrativo». Infatti lavorava nella fabbrica Tod's di Comunanza, poi una maledetta lettera, in un'epoca - scherzo della sorte - dove non se ne scrivono più, appesa sulla bacheca aziendale e indirizzata al padrone Diego Della Valle, gli è costata il licenziamento in tronco. Problema di certo non secondario per una famiglia monoreddito, moglie e due figli a carico. Una lettera che criticava il modo paternalistico e noto del padrone "buono", quello che andava abbronzato d'estate a Ceppaloni dai Mastella, nell'elargire un bonus di 1400 euro lordi l'anno come obolo, rifiutandosi di firmare l'integrativo, perché Mr Tod's non discute con i confederali, anche se negli ultimi tempi la segretaria dell'Ugl Polverini gli fa spesso visita, ed è accolta in azienda con il tappeto rosso.
La prima cosa che mi dice Guerriero è che lui non è qui a titolo personale, ed è tutt'altro che un personaggio, ma una persona che ne rappresenta altre come delegato sindacale eletto dai lavoratori, un pezzo di questa classe operaia polverizzata e strozzata da una crisi economica senza precedenti, e di un'altra di crisi, quella dell'identità di soggetto politico, che vorrebbero estinta come un Mammuth.
Lui al padrone ha scritto una lettera aperta che puntava dritta al cuore, ma sperava anche al cervello, bontà sua: «Ti ripeto che io sono un semplice operaio che non capisce niente. Sono un povero ignorante figlio di un operaio e di una casalinga, cresciuto in una casa di campagna tra l'orto e il pollaio. Questa famiglia così semplice, tuttavia, mi ha insegnato la cosa più importante: la consapevolezza della morte. Così, approfitto dell'occasione per ricordarti che anche tu morirai, purtroppo. La tua carne marcirà, come la nostra, divorata dai vermi che se ne fregheranno del tuo conto in banca. In altre parole puzzerai di morto come noi. Quindi, siccome sulla tua carcassa non cresceranno violette, un po' di umiltà non dovrebbe esserti gravosa, pensandoci». Ma al padrone non è piaciuta affatto, così lo ha licenziato all'istante. Mancava un quarto d'ora alla pausa pranzo quando i capifabbrica sono andati a prelevarlo sul posto di lavoro e hanno eseguito l'ordine ricevuto, accompagnandolo gendarmescamente nello spogliatoio e chiedendogli di liberare in fretta l'armadietto. Poi, naturalmente, lo hanno anche scortato militarmente verso i cancelli.
I primi tempi sono stati durissimi. Una sera, a cena davanti alla tv, le sue figlie hanno dovuto sentire Diego Della Valle che spiegava le ragioni del suo gesto, e una di loro, allarmata, gli ha chiesto: «Babbo, ma che hai fatto?... che è successo?»
Lo hanno fatto passare per uno psicolabile, Guerriero, gli avvocati aziendali, per quel «gesto solitario ed eclatante», il terribile «insulto, ferale augurio e potenziale, sottile minaccia». Quanta servile retorica i lor signori! Quanta elucubrata brutta scrittura! Tanto che il padrone avverte subito le forze dell'ordine per la pericolosità del soggetto, capace di nuocere. Ma il Tribunale di Ascoli Piceno, con sentenza del giugno di quest'anno, ne chiede il reintegro immediato. La valutazione del magistrato è lapalissiana, ma sembra un pezzo di critica letteraria: «Nella lettera il lavoratore esprime alcune considerazioni, in maniera alquanto macabra dove per sottolineare la pari dignità umana tra datore e lavoratori ricorda, con accenti apocalittici, il ruolo della morte che, ovviamente, colpisce tutti allo stesso modo. Tale passaggio, se da un lato non può ritenersi felice, non contiene a parere del giudicante alcuna minaccia in quanto vi è un esplicito riferimento al ruolo di livellatrice della morte, che imporrebbe, secondo lo scrivente, una maggiore umiltà in considerazione della caducità umana dell'esistenza e della pari dignità degli esseri umani».
Ma gli avvocati del Dott. Della Valle, così lo definiscono sempre in modo ultrazelante nel ricorso, si chiedono sgomenti: «Quale datore di lavoro potrebbe mai conservare la fiducia verso un dipendente che cova verso di lui e rende pubblico tutto l'odio, il disprezzo, il malanimo che trasuda da quello scritto?»
Peccato che il giudice Boeri in seconda istanza rigetta il ricorso e li mazzia così: «Ad una serena lettura, detto richiamo, con tutta evidenza, non contiene alcuna minaccia, neanche implicita indiretta o simbolica, ma è solo funzionale ad evidenziare il ruolo della morte quale elemento livellatore delle disuguaglianze esistenti in vita fra gli esseri umani».
Guerriero ha chiesto di rientrare, racconta mentre siamo sotto l'ombrello insieme ad alcuni sindacalisti, tra i quali Peppe Santarelli della Filtea Cgil, «ma l'azienda ha risposto che mi dispensava dal lavoro e avrebbe provveduto a reintegrarmi solo da un punto di vista salariale». Sta di fatto che dentro la fabbrica non ce lo vogliono, perché quando c'era lui il clima sembrava diverso. «Era più libero», dice. E poi, continua: «Se la scarpa è di qualità, perché l'operaio no? Un lavoratore è tornato dopo sette mesi di malattia e l'hanno messo a fare un lavoro delicato su pelli speciali. Ha sporcato cinque scarpe e gli arrivata una lettera di richiamo. Quando c'ero io non l'avrebbero fatto. Sfruttano la crisi per spaventare le persone».
Ma lui, in attesa di rientrare al suo posto, intanto studia Lettere all'Università di Macerata, guarda un po'. Lettere anche quelle, mannaggia. È capace di intendere e di volere eccome. Infatti ha superato gli esami di Storia romana, Storia dell'arte medievale e Storia della musica greca con il massimo dei voti, l'ultimo un bel trenta.
Continua a piovere. Noto per caso l'insegna posta al lato della strada dove stiamo: via Bernardo Della Valle, e sotto "detto Filippo il calzolaio". Mentre Guerriero racconta ancora come un fiume in piena proprio di fronte al cancello della fabbrica si avvicina una Audi A8 scura luccicante. Alla guida c'è un uomo giovane dalla faccia torva, al lato un vecchio signore distinto, nella mano destra un anellone d'oro, e mi chiede con aria superba chi sono e cosa sto facendo. Gli rispondo che sono uno scrittore e sto intervistando un operaio ingiustamente licenziato, ma vorrei anche sapere chi è lui se non gli dispiace. Il fare borioso da razza padrona mi fa capire al volo che si tratta di Della Valle Senior, l'erede di quello al quale è intitolata la via. Dice che chiamerà i carabinieri il figlio di Filippo il calzolaio. Lo faccia pure, non capisco perché ma è libero di farlo, glielo dico.
Guerriero commenta: «Sarebbe l'unica maniera per rientrare in fabbrica. Sì, me l'ha detto l'avvocato. Potrei solo se scortato dalle forze dell'ordine. Ho dalla parte mia due sentenze che mi danno ragione e dovrei andare tutti i giorni al lavoro scortato dai carabinieri. Ma in che paese viviamo?» Guerriero tornerà in fabbrica, deve tornarci, ne sono certo. Comunque continuiamo a parlare, e i carabinieri non arrivano. Solo l'Audi A8 scura continua a girare a vuoto come un calabrone. E la pioggia continua a cadere.

11 commenti:

  1. Angelo Ferracuti15 novembre 2009 00:22

    sei troppo gentile, davvero, mi fai vergognare. comunque queste storie le racconto volentieri, in un Paese dove nessuno le racconta più, anzi colpevolmente le inventa, inventa menzogne, e la menzogna diventa purtroppo verità.

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  2. @angelo: vedi Angelo, non lo faccio per gentilezza ma, come te se non capisco male, anch'io ho le tasche piene di un Paese in cui da una parte si inventano menzogne per riscrivere la realtà/verità e dall'altra, da quella di chi potrebbe chiedere conto, ci si dimentica di tutto o di molto, si trovano nuovi miti che fanno paura per squallore. Allora far riferimento a voci limpide tipo la tua non è una gentilezza: credo sia un dovere, anche in un angolo piccolo come un blog perché ognuno si esprime come può. :-)

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  3. Desian, grazie.
    Angelo, grazie.
    C'è bisogno di fermarsi un attimo e posare i piedi sul solido e fragile terreno della realtà.

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  4. @ grazie desian @ grazie angelo

    ma la cosa grande l'ha detta guerriero, la morte è una livella che dovrebbe darci un pò di umiltà, aiutandoci di fatto a vivere. grazie anche per il ricordo di questo insegnamento.

    @desian ti linko un pò ... in giro, sarebbe un peccato che questo post non girasse .. ok?

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  5. @silvia gc: hai proprio colto il senso, camminiamoci con occhi curiosi su quel terreno solidissimo!

    @monica: anche tu cogli un aspetto fondamentale: la lettera di Guerriero è un insegnamento notevolissimo (perché nato forse tra orto e pollaio) che andrebbe tenuto caro. Naturalmente il padrone non ha gli stessi valori di riferimento (non umiltà ma spocchia, boria, "razza padrona")...

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  6. Cara Desian, ricevo questa indicazione sul tuo post in cui citi Angelo. Sarà che la storia mi tocca da vicino: ho un cv molto "vario" e gli amici più cari alla fine sanno il perché: mi sono licenziato dalle ferrovie per un lavoro che aveva perso di dignità, sono approdato come quadro alla farmaceutica dove, dopo due anni, nel settembre 2007, hanno obbligato me (e molti altri) alle "dimissioni spintanee". Sto chiudendo un rapporto molto conflittuale con l'editoria scolastica (Mondadori (mal)education). E alla fine, in questo momento, sto facendo poco o nulla. Tutto questo per voler ambire a un po' di dignità. Tutta la mia solidarietà a Guerriero - di nome e di fatto: alle volte è più importante sapere di non essere soli in certe battaglie che altro. Un coraggio da leone. E un bell'esempio da seguire. Grazie per questa storia, Luciano

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  7. @luciano: ciao luciano e benvenuto nel mio blog. Quello del lavoro, in questi anni, come dice Angelo, è una voragine che inghiotte tutto. Per mia curiosità personale, mi interesserebbe molto conoscere la storia del tuo rapporto con la Mondadori(mal)education: immagino tu fossi un loro autore. Se credi, puoi scrivermi al mio indirizzo mail desian@libero.it

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  8. Una storia di quelle che tendiamo a dimenticare, che ci ricorda quanta dignità e quanto coraggio costa, a volte, il lavoro.

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  9. @LGO: una storia di quelle che tendiamo a non sapere, nel rutilante mondo delle merci che scintillano. Conosco quei luoghi e lo show room e il capannone e la campagna di cui Ferracuti parla ed ha ragione: un design e un'alterità che fanno spavento. Andate a guardare quelle costruzioni e verrete respinti da tanta separazione. Però vuoi mettere quanto è figa una Tod's!?!

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  10. bellissimo e lunghissimo post ! In un mondo si sole notizie ci vuole un po' di informazione !!!
    anch'io sono interessato a quelle risorse umane, non per nulla lavoro in fabbrica da più di vent'anni...

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  11. @desian grazie angelo per la storia bellissima. grazie guerriero.

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