martedì 28 marzo 2017

Zazzera blu

Era un po' teso, l'omino dalla zazzera blu.
La prof di matematica il suo timore.
Cuffie alle orecchie e cappuccio sugli occhi, da abbassare con calcolato coup de théâtre al momento opportuno.
L'ho rassicurato. Sarebbe stato un successone.
E adesso chissà, ormai è in classe. Sentiremo l'accaduto oggi, a pranzo.

Perché ieri pomeriggio, con un entusiasmo che aveva riepito casa di quella elettricità gioiosa che solo gli adolescenti felici, l'uomo piccolo si è fatto tingere i capelli da sua sorella.
Blu.
(I capelli, non la sorella).
E' stato un crescendo (e ROSSIniano stavolta NON è la parola migliore...): giornali per terra, preparazione boccette, decolorazione, attesa, sacchetti di plastica e fogli d'alluminio, attesa, spennellate da impressionisti, colorazione, attesa. Soprattutto attese, attese ed occhiate all'orologio: "i tempi, babbo, i tempi sono fondamentali".
E anche le differenze lo sono. Compiere un gesto che può lasciar interdetto qualcuno. Poter scegliere, e non soltanto di fronte alle perplessità di un'insegnante sicuramente "tradizionalista" ma anche a quel certo conformismo di un genitore (indovinate chi?...) che scelte del genere non ha avuto mai il coraggio nemmeno di pensarle.
E allora si impara, tutti insieme: a temere la reazione degli altri, a sostenere la scelta fatta, a rassicurare/rsi che così va benissimo.
Perché essere è essere e anche, tanto o poco, diventare. Cambiando persino il colore dei capelli.

lunedì 19 dicembre 2016

Sogni male

Sia chiaro: reputo il grillismo una grave (e contagiosa) malattia sociale. Di Salvini non voglio nemmeno parlare.
Ma quando sento il liberista Renzi che fa il tronfio sul 41% preso al referendum (per inciso, badate bene, ha perso malamente ma sta già ripartendo col mantra del "più forte partito del Paese") mi viene il voltastomaco. Perché non c'è politico peggiore di quello che vuol comandare ad ogni costo, contro qualsiasi volontà ed evidenza.
Se fossi in lui, non metterei alla prova quel 41%. Potrebbe svegliarsi malamente.

venerdì 2 dicembre 2016

Populismi e caldarroste

Quando ci lamentiamo dei populismi degli altri dovremmo sempre ricordarci di qual è il Paese del mondo dove un capo di governo fa il tipo di propaganda che è stata fatta nelle ultime settimane qui da noi. (Senza che nessuno ne chieda l'interdizione).
E quando dico "propaganda" intendo in senso letterale, con tutti gli argomenti, le minacce, le bugie, le false notizie e il paternalismo ributtante che ci è stato profuso.
Quando ci lamentiamo dei populismi degli altri dovremmo riflettere sul tipo di società che siamo diventati e sul perché ci lasciamo trattare così da un uomo politico, e non è nemmeno la prima volta.
Mi piacerebbe riflettere sul tipo di masochismo sociale che ci anima. Forse non sappiamo (cosa) pensare.
E stasera, per chiudere in bellezza, verrà a Firenze a comprarsi il Paese con vin brulè e caldarroste. E' talmente nuovo lui (gli altri sono casta, dice) che usa metodi strapaesani da anni Cinquanta. E' un vecchio imbonitore da fiere che pensa ancora di trovarsi davanti una platea di analfabeti, di fessacchiotti.
Io non mi sento soltanto profondamente indignato (e accidenti se lo sono!) che mi cambino la Costituzione sotto gli occhi, senza uno straccio di visione politica ma solo come lo slogan per il massacro politico di domani.

Io mi sento oltraggiato.

Votiamo con la dignità, se ce n'è ancora un po'. Buon referendum.

lunedì 28 novembre 2016

Storiella di un algoritmo

Lei era speciale.
I suoi respiri, uno dietro l’altro, facevano fiorire l’aria. I gelsomini profumavano, le rose erano più rosse. Le foglie gialle d’autunno sembravano un sole.
I suoi respiri fiorivano di immagini, le idee prendevano corpo volteggiando leggere. Le vedevi comparire dapprima come singole goccioline poi, una con l’altra, si univano e formavano un’idea più grande. Una parola, una frase intera.
I suoi respiri erano parole d’amore soffiate attraverso le labbra, litigi che ruggivano tra le zanne, discussioni pacatamente soffiate via. Dal respiro successivo.
Nel frattempo, di lontano, si vedeva un gran polverone. E un respiro. Nel polverone c’era il futuro (un respiro) che arrivava veloce, al galoppo. Un respiro.
Eccolo il futuro.
E i respiri, infine, sostituiti da un bell’algoritmo.

sabato 26 novembre 2016

Fidel

Le grandi visioni della Storia, come tutte le cose umane, finiscono.
E come tutte le cose grandi, le grandi visioni della Storia portano con sé, una accanto all'altra, esaltazioni ed errori, dolori e utopie bellissime, risultati straordinari e fallimenti.
Siamo umani.

Da molto tempo, grandi visioni la Storia non ne fa più. Per qualche decennio abbiamo nuotato nella grigia mediocrità. Oggi, guardiamoci attorno con sincerità, possiamo vedere miserabili che si ergono a condottieri. Mezze calzette, fango.

Alain Badiou dice (più o meno, cito a memoria) che "le crisi globali vanno affrontate agendo localmente" e allora ci tocca, ogni giorno, far qualcosa di concreto perché nuove grandi visioni della Storia nascano e prendano campo.
Siamo umani, non ci facciamo sorprendere.

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