Era un po' teso, l'omino dalla zazzera blu.
La prof di matematica il suo timore.
Cuffie alle orecchie e cappuccio sugli occhi, da abbassare con calcolato coup de théâtre al momento opportuno.
L'ho rassicurato. Sarebbe stato un successone.
E adesso chissà, ormai è in classe. Sentiremo l'accaduto oggi, a pranzo.
Perché ieri pomeriggio, con un entusiasmo che aveva riepito casa di quella elettricità gioiosa che solo gli adolescenti felici, l'uomo piccolo si è fatto tingere i capelli da sua sorella.
Blu.
(I capelli, non la sorella).
E' stato un crescendo (e ROSSIniano stavolta NON è la parola migliore...): giornali per terra, preparazione boccette, decolorazione, attesa, sacchetti di plastica e fogli d'alluminio, attesa, spennellate da impressionisti, colorazione, attesa. Soprattutto attese, attese ed occhiate all'orologio: "i tempi, babbo, i tempi sono fondamentali".
E anche le differenze lo sono. Compiere un gesto che può lasciar interdetto qualcuno. Poter scegliere, e non soltanto di fronte alle perplessità di un'insegnante sicuramente "tradizionalista" ma anche a quel certo conformismo di un genitore (indovinate chi?...) che scelte del genere non ha avuto mai il coraggio nemmeno di pensarle.
E allora si impara, tutti insieme: a temere la reazione degli altri, a sostenere la scelta fatta, a rassicurare/rsi che così va benissimo.
Perché essere è essere e anche, tanto o poco, diventare. Cambiando persino il colore dei capelli.
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martedì 28 marzo 2017
Zazzera blu
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giovedì 7 gennaio 2016
Fantasmi
Avvertenza. Questo non è un articolo pieno di grafici e numeri e tabelle che corroborano la notizia, dimostrando cioè che essa è "numericamente" rilevante. Non è nemmeno uno di quei pezzi di fact checking journalism (come parliamo tutti forbiti...) nel senso che non ho intervistato parte e controparte né citerò fonti o bibliografia. Questa è una piccola, insignificante storia. Che però accade, senza numeri. E' accaduta stamane. Prendetela come una storia, anzi come un racconto di fantasmi, di ectoplasmi evanescenti. Di quelli che si racconta(va)no accanto al fuoco, nelle serate invernali. E spero, crediate o no ai fantasmi, che vi faccia almeno un po' paura.
Càpita che un amico, malato da tanto tempo, ci lasci. Muoia.
La vita è come una scatola di cioccolatini, diceva la mamma di Forrest Gump, non sai mai cosa ti càpita. Qualche volta ti càpitano lacrime e dolore e condividerli ci fa sentire meno soli. Più umani, direbbe qualcun altro o diremmo noi.
Così accade che le persone sentano il bisogno, prima ancora che il dovere, di stare accanto a chi resta colpito dal lutto e di partecipare, esse stesse, alla cerimonia funebre.
C'era una volta (ecco che subentra la narrazione) un semplice metodo: si chiedeva un permesso al lavoro e, di norma, veniva concesso il "privilegio" di assentarsi. Per lutto.
Ammettiamo, in questa storia, che il protagonista possa essere un lavoratore del pubblico impiego. Mettiamo che si tratti, che so io, di un insegnante. Per di più, di uno di quegli insegnanti motivati, partecipi, membro di innumerevoli commissioni. Non un lavativo, insomma, ma uno di quelli che lavorano con coscienza. E nemmeno 'uno' ma 'una'.
Profe.
E la profe, ligissima al dovere come ogni giorno, ha chiesto il permesso, a preside e vice-preside. Facendolo per tempo: il funerale era stamani e ieri, pur in giornata di festa, si è attivata e si è messa in contatto per avvisare. Con l'anticipo possibile, vista la situazione. Nessuna risposta ieri, malgrado la mail (o meglio, una non-risposta via sms dalla vice, 'spallatonda'). Stamattina invece una bella risposta telefonica. E la risposta, ufficiale, della preside, è "no".
"Comunque le porgo le mie condoglianze, cara profe".
Eccolo, il livello delle persone.
Sia chiaro, chiarissimo, che la dirigenza ha ragione da vendere, in questa storia. Perché esiste una circolare interna alla scuola in questione in cui si dice che non ci si può assentare (nemmeno per motivi gravi ed improvvisi come un lutto?, aggiungo io) se non con un preavviso di giorni 3.
Quindi la storia è già finita?
Chissà...
Antefatto. Durante una riunione in cui la circolare è stata discussa (niente tabelle né check facting, mi spiace), la dirigente scolastica, forte del suo sacrosanto ruolo, ha dichiarato appunto che, da quella circolare in poi, sarebbero stati necessari 3 giorni di preavviso per qualsiasi richiesta di permesso. Quando la RSU ha fatto notare che ci potevano essere casi in cui non sarebbe stato possibile avvisare 3 giorni prima, la preside, forte del suo sacrosanto ruolo, ha ribattuto che "se 3 vi sembran troppi, allora facciamo 5".
Eccolo il clima, della storia.
Ora io non credo che le responsabilità dei "climi" e dei loro cambiamenti siano mai di uno e di uno soltanto. Non immagino che la cosiddetta "buona scuola" abbia già messo in moto tali meccanismi di uso del potere da parte di questi piccoli burocrati meschini che sanno essere alcuni dirigenti scolastici. Immagino che i cambiamenti hanno sempre storie lunghe e percorsi che partono da lontano. Eppure, a sentir raccontare chi nella scuola ci lavora oppure le rappresentanze sindacali, qualche gelido soffio di dirigismo affiora. Ora comandano.
Il potere logora chi non ce l'ha, diceva uno dei peggiori, ma il piccolo potere di certi ottusi inservienti della burocrazia a me pare, sinceramente, ancora più laido. Più meschino e più solitario. In qualche modo, se la parola avesse un senso, più "inutile". Una forma di debolezza e di mediocrità che a me, opinione personale, sembra la cifra distintiva e peculiare di un "nuovo" modo di pensare, di fare, di agire nella società. Una mediocrità che sta diventando la sostanza stessa dei rapporti (legali, sociali, politici e ancor di più umani) che ci legano, cittadino con cittadino, persona con persona.
Sappiamo anche che, in tempi in cui le condizioni materiali di molti sono peggiorate rispetto alle ragionevoli aspettative o agli standard, si risponde restrigendo i diritti degli altri in modo che il peggio sia comune. Si abbassa il livello, nello spirito del "mal comune, mezzo gaudio"...
Niente da dire, nell'economia della nostra storia di fantasmi: la mediocrità può essere liberamente esercitata e chi si trova a subirne le conseguenze sa che deve adeguarsi. Contratto e regole alla mano.
Possiamo però vederle, queste persone grette e tronfie, nascoste dietro la loro cattedra, che esercitano con fermezza il loro piccolo e insignificante nulla. E possiamo raccontare delle piccole insignificanti storie. E dobbiamo (nel senso che questo invece è proprio un 'dovere civico') tenere sempre a mente chi ci troviamo di fronte. Ed averne l'opinione che si merita.
Càpita che un amico, malato da tanto tempo, ci lasci. Muoia.
La vita è come una scatola di cioccolatini, diceva la mamma di Forrest Gump, non sai mai cosa ti càpita. Qualche volta ti càpitano lacrime e dolore e condividerli ci fa sentire meno soli. Più umani, direbbe qualcun altro o diremmo noi.
Così accade che le persone sentano il bisogno, prima ancora che il dovere, di stare accanto a chi resta colpito dal lutto e di partecipare, esse stesse, alla cerimonia funebre.
C'era una volta (ecco che subentra la narrazione) un semplice metodo: si chiedeva un permesso al lavoro e, di norma, veniva concesso il "privilegio" di assentarsi. Per lutto.
Ammettiamo, in questa storia, che il protagonista possa essere un lavoratore del pubblico impiego. Mettiamo che si tratti, che so io, di un insegnante. Per di più, di uno di quegli insegnanti motivati, partecipi, membro di innumerevoli commissioni. Non un lavativo, insomma, ma uno di quelli che lavorano con coscienza. E nemmeno 'uno' ma 'una'.
Profe.
E la profe, ligissima al dovere come ogni giorno, ha chiesto il permesso, a preside e vice-preside. Facendolo per tempo: il funerale era stamani e ieri, pur in giornata di festa, si è attivata e si è messa in contatto per avvisare. Con l'anticipo possibile, vista la situazione. Nessuna risposta ieri, malgrado la mail (o meglio, una non-risposta via sms dalla vice, 'spallatonda'). Stamattina invece una bella risposta telefonica. E la risposta, ufficiale, della preside, è "no".
"Comunque le porgo le mie condoglianze, cara profe".
Eccolo, il livello delle persone.
Sia chiaro, chiarissimo, che la dirigenza ha ragione da vendere, in questa storia. Perché esiste una circolare interna alla scuola in questione in cui si dice che non ci si può assentare (nemmeno per motivi gravi ed improvvisi come un lutto?, aggiungo io) se non con un preavviso di giorni 3.
Quindi la storia è già finita?
Chissà...
Antefatto. Durante una riunione in cui la circolare è stata discussa (niente tabelle né check facting, mi spiace), la dirigente scolastica, forte del suo sacrosanto ruolo, ha dichiarato appunto che, da quella circolare in poi, sarebbero stati necessari 3 giorni di preavviso per qualsiasi richiesta di permesso. Quando la RSU ha fatto notare che ci potevano essere casi in cui non sarebbe stato possibile avvisare 3 giorni prima, la preside, forte del suo sacrosanto ruolo, ha ribattuto che "se 3 vi sembran troppi, allora facciamo 5".
Eccolo il clima, della storia.
Ora io non credo che le responsabilità dei "climi" e dei loro cambiamenti siano mai di uno e di uno soltanto. Non immagino che la cosiddetta "buona scuola" abbia già messo in moto tali meccanismi di uso del potere da parte di questi piccoli burocrati meschini che sanno essere alcuni dirigenti scolastici. Immagino che i cambiamenti hanno sempre storie lunghe e percorsi che partono da lontano. Eppure, a sentir raccontare chi nella scuola ci lavora oppure le rappresentanze sindacali, qualche gelido soffio di dirigismo affiora. Ora comandano.
Il potere logora chi non ce l'ha, diceva uno dei peggiori, ma il piccolo potere di certi ottusi inservienti della burocrazia a me pare, sinceramente, ancora più laido. Più meschino e più solitario. In qualche modo, se la parola avesse un senso, più "inutile". Una forma di debolezza e di mediocrità che a me, opinione personale, sembra la cifra distintiva e peculiare di un "nuovo" modo di pensare, di fare, di agire nella società. Una mediocrità che sta diventando la sostanza stessa dei rapporti (legali, sociali, politici e ancor di più umani) che ci legano, cittadino con cittadino, persona con persona.
Sappiamo anche che, in tempi in cui le condizioni materiali di molti sono peggiorate rispetto alle ragionevoli aspettative o agli standard, si risponde restrigendo i diritti degli altri in modo che il peggio sia comune. Si abbassa il livello, nello spirito del "mal comune, mezzo gaudio"...
Niente da dire, nell'economia della nostra storia di fantasmi: la mediocrità può essere liberamente esercitata e chi si trova a subirne le conseguenze sa che deve adeguarsi. Contratto e regole alla mano.
Possiamo però vederle, queste persone grette e tronfie, nascoste dietro la loro cattedra, che esercitano con fermezza il loro piccolo e insignificante nulla. E possiamo raccontare delle piccole insignificanti storie. E dobbiamo (nel senso che questo invece è proprio un 'dovere civico') tenere sempre a mente chi ci troviamo di fronte. Ed averne l'opinione che si merita.
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lunedì 12 gennaio 2015
Fasi cruciali
Siamo in una fase cruciale, con la donna grande.
L'adolescenza, direte voi, le prime tempeste ormonali, le crisi di identità, i pomeriggi passati al pattinaggio sbirciando da lontano se esista un ragazzetto accalappiabile.
Macché.
Acqua fresca, quella. Segno antico di tempi che non torneranno mai più.
La fase cruciale è la scelta della scuola superiore. Questo sì segno che ti segna per la vita, come se fosse un viaggio senza ritorno. La scommessa che non si può sbagliare, nella società della performance.
E allo stesso modo si comporta il contesto. Scegliere la scuola è come compulsare selvaggiamente l'amazon dell'istruzione. Tutti consultano tutti gli istituti cittadini: quello vicino casa, quello lontano ma prestigioso, quello che tutti sanno essere ottimo, quello di cui si hanno referenze spettacolari oppure così-così, quello faticosissimo che stroncherebbe la resistenza di un genio e quello dove hanno studiato i migliori...
Premesso che alla fine la scelta è in realtà quella fatta a priori da ogni studente e famiglia, senza aver consultato un bel niente (scientifico o classico, nel nostro caso, con preferenza per lo scientifico. E guarda caso scientifico sarà, anche se le consultazioni sono ancora in corso...), questo nuovo mercato delle vacche produce effetti davvero interessanti. Curiosi.
Perché la visione ormai privatistica dell'istruzione produce, almeno qui da noi, fiere generali, open day, lezioni aperte e lezioni a domicilio, incontri coi docenti e docenti che smistano orari, date e appuntamenti. Tutti noi spendiamo una quantità invereconda di tempo per capire quello che sappiamo già: una scuola non la scegliamo sulla base di un'offerta mercantile (ci sono scuole che, durante quelle fiere, regalano segnalibri, matite, calendarietti, persino fazzoletti di carta griffati per imbonirsi i clienti. E si tratta spesso di scuole private, guarda caso, che non hanno evidentemente da offrire un grande curriculum educativo e lo sostituiscono coi gadget da gonzi!) ma sulla base del percorso che lo studente in questione ha fatto per arrivare lì dov'è, a scegliere. E' sul viatico delle elementari, dopo cinque anni di prime volte educative, che già traccia un primo percorso e un primo giudizio: "Stia tranquillo, signor desian, la donna grande potrà scegliere qualsiasi scuola, non avrà problemi".
Eh facile, per te, maestra S. farti oracolo positivo e darci l'illusione che, di qui in avanti, imparato a "leggere e far di conto", la strada sarà tutta in discesa. O tutta rosa e fiori.
E' anche sul viatico di tre anni di medie, dove finalmente le prime volte educative si trasformano in una ben diversa consapevolezza, stavolta oltre al leggere e al far di conto abbiamo anche capito il perché tutto ciò (ci) accada.
Da parte nostra invece una scuola superiore aiutiamo a sceglierla anche e soprattutto (per quanto possa essere utile, sincero ed ascoltato il nostro consiglio) sulla base delle persone che siamo diventate, degli educatori che cerchiamo di essere nei confronti dei nostri figli. Tutto questo come prodotto delle nostre esperienze, dei nostri valori e dell'idea (giusta o sbagliata che sia) di futuro che condividiamo.
Insomma, li aiutiamo a scegliere la scuola sulla base del percorso che ci siamo trovati a fare noi, percorso scolastico e di vita. Li aiutiamo, o cerchiamo di farlo, in base al passato dal quale veniamo e al come siamo diventati oggi.
Ed è quello che, plausibilmente, facciamo con il loro, di percorso.
In definitiva lo facciamo come persone, non come clienti.
Lo facciamo in base alle idee, nostre spesso. Non del mercato o non ancora.
Possiamo stare sereni, come direbbe qualche imbonitore modernissimo, che la scuola sarà prima o poi privatizzata (e nessuno alzerà un dito per difenderla, la scuola di tutti) e nel frattempo seguiamo questo flusso nel quale, persino, qualche insegnante può sembrare un lenone impegnato a magnificare la sua merce.
Molti sono persone splendide e capaci e appassionate che fanno discorsi bellissimi, commoventi e condivisibili sul buon insegnamento. Ma siamo tutti, insegnanti e genitori, incamminati ormai serenamente sulla strada che ci porta ai vari banchini, alle varie mercanzie. Alla scuola selettiva e performante, che sia quella sotto casa o la più prestigiosa del lotto.
Buona scelta, a noi, con tutta l'ironia, la pazienza e la leggerezza necessarie.
Buona fase cruciale numero uno. Ché le altre arriveranno serene, col tempo.
L'adolescenza, direte voi, le prime tempeste ormonali, le crisi di identità, i pomeriggi passati al pattinaggio sbirciando da lontano se esista un ragazzetto accalappiabile.
Macché.
Acqua fresca, quella. Segno antico di tempi che non torneranno mai più.
La fase cruciale è la scelta della scuola superiore. Questo sì segno che ti segna per la vita, come se fosse un viaggio senza ritorno. La scommessa che non si può sbagliare, nella società della performance.
E allo stesso modo si comporta il contesto. Scegliere la scuola è come compulsare selvaggiamente l'amazon dell'istruzione. Tutti consultano tutti gli istituti cittadini: quello vicino casa, quello lontano ma prestigioso, quello che tutti sanno essere ottimo, quello di cui si hanno referenze spettacolari oppure così-così, quello faticosissimo che stroncherebbe la resistenza di un genio e quello dove hanno studiato i migliori...
Premesso che alla fine la scelta è in realtà quella fatta a priori da ogni studente e famiglia, senza aver consultato un bel niente (scientifico o classico, nel nostro caso, con preferenza per lo scientifico. E guarda caso scientifico sarà, anche se le consultazioni sono ancora in corso...), questo nuovo mercato delle vacche produce effetti davvero interessanti. Curiosi.
Perché la visione ormai privatistica dell'istruzione produce, almeno qui da noi, fiere generali, open day, lezioni aperte e lezioni a domicilio, incontri coi docenti e docenti che smistano orari, date e appuntamenti. Tutti noi spendiamo una quantità invereconda di tempo per capire quello che sappiamo già: una scuola non la scegliamo sulla base di un'offerta mercantile (ci sono scuole che, durante quelle fiere, regalano segnalibri, matite, calendarietti, persino fazzoletti di carta griffati per imbonirsi i clienti. E si tratta spesso di scuole private, guarda caso, che non hanno evidentemente da offrire un grande curriculum educativo e lo sostituiscono coi gadget da gonzi!) ma sulla base del percorso che lo studente in questione ha fatto per arrivare lì dov'è, a scegliere. E' sul viatico delle elementari, dopo cinque anni di prime volte educative, che già traccia un primo percorso e un primo giudizio: "Stia tranquillo, signor desian, la donna grande potrà scegliere qualsiasi scuola, non avrà problemi".
Eh facile, per te, maestra S. farti oracolo positivo e darci l'illusione che, di qui in avanti, imparato a "leggere e far di conto", la strada sarà tutta in discesa. O tutta rosa e fiori.
E' anche sul viatico di tre anni di medie, dove finalmente le prime volte educative si trasformano in una ben diversa consapevolezza, stavolta oltre al leggere e al far di conto abbiamo anche capito il perché tutto ciò (ci) accada.
Da parte nostra invece una scuola superiore aiutiamo a sceglierla anche e soprattutto (per quanto possa essere utile, sincero ed ascoltato il nostro consiglio) sulla base delle persone che siamo diventate, degli educatori che cerchiamo di essere nei confronti dei nostri figli. Tutto questo come prodotto delle nostre esperienze, dei nostri valori e dell'idea (giusta o sbagliata che sia) di futuro che condividiamo.
Insomma, li aiutiamo a scegliere la scuola sulla base del percorso che ci siamo trovati a fare noi, percorso scolastico e di vita. Li aiutiamo, o cerchiamo di farlo, in base al passato dal quale veniamo e al come siamo diventati oggi.
Ed è quello che, plausibilmente, facciamo con il loro, di percorso.
In definitiva lo facciamo come persone, non come clienti.
Lo facciamo in base alle idee, nostre spesso. Non del mercato o non ancora.
Possiamo stare sereni, come direbbe qualche imbonitore modernissimo, che la scuola sarà prima o poi privatizzata (e nessuno alzerà un dito per difenderla, la scuola di tutti) e nel frattempo seguiamo questo flusso nel quale, persino, qualche insegnante può sembrare un lenone impegnato a magnificare la sua merce.
Molti sono persone splendide e capaci e appassionate che fanno discorsi bellissimi, commoventi e condivisibili sul buon insegnamento. Ma siamo tutti, insegnanti e genitori, incamminati ormai serenamente sulla strada che ci porta ai vari banchini, alle varie mercanzie. Alla scuola selettiva e performante, che sia quella sotto casa o la più prestigiosa del lotto.
Buona scelta, a noi, con tutta l'ironia, la pazienza e la leggerezza necessarie.
Buona fase cruciale numero uno. Ché le altre arriveranno serene, col tempo.
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venerdì 28 marzo 2014
La donna grande è sempre più grande
Ok, aggiorniamo la situazione.
Come detto nel titolo, la donna grande è sempre più grande.
Oggi usciva da scuola un paio d'ore prima. Così hanno organizzato, lei, l'amica del cuore e il vecchio compagno di classe delle elementari, di andarsene a mangiare in pizzeria. Loro tre, da soli.
Si sono smessaggiati in lungo e in largo ieri pomeriggio poi, a sera, la donna grande, sempre più grande, è arrivata a portarci la buona novella:
- Domani io, lei e lui andiamo in pizzeria.
- Ah, e chi vi porta?
- Come "chi vi porta" (pronunciato con un che di schifeggiante sulle labbra, ndr)?! Andiamo noi. Da soli.
- Da soli? Mah... e sapete dove andare?
- Ma certo babbo, alla solita pizzeria dove andiamo sempre.
- E chi paga?
- Come "chi paga" (pronunciato con un che di definitivo sulle labbra, ndr)?! Pagate voi, chi sennò.
Ecco, insomma. La donna grande è sempre più grande e incide in maniera proporzionale sulle finanze (si fa per dire, eh) domestiche.
Poi però, dopo la pizza, tutti e tre sono arrivati a casa, eccitati e casineggianti come mai. Hanno raccattato dei trucchi da un qualche cassetto in bagno e si sono chiusi in camera della donna grande. Da dietro la porta, rigorosamente chiusa, si sentivano ridere, sghignazzare, cantare. A un certo punto, ho intuito che si stavano fotografando a vicenda.
Quando sono usciti un momento, per correre non so dove, per poi rinserrarsi in camera di nuovo, li ho intravisti chi con le gote viola, chi col lucidalabbra, chi con gli occhi marcati.
Una grande autonomia, mi sembra. I primi tentativi di segnare i loro confini di (pre)adolescenti. Soprattutto una grande e sana voglia di fare casino. In senso positivo, gioioso.
Solo una tragedia: un sacco di pessima musica, per ora.
Come detto nel titolo, la donna grande è sempre più grande.
Oggi usciva da scuola un paio d'ore prima. Così hanno organizzato, lei, l'amica del cuore e il vecchio compagno di classe delle elementari, di andarsene a mangiare in pizzeria. Loro tre, da soli.
Si sono smessaggiati in lungo e in largo ieri pomeriggio poi, a sera, la donna grande, sempre più grande, è arrivata a portarci la buona novella:
- Domani io, lei e lui andiamo in pizzeria.
- Ah, e chi vi porta?
- Come "chi vi porta" (pronunciato con un che di schifeggiante sulle labbra, ndr)?! Andiamo noi. Da soli.
- Da soli? Mah... e sapete dove andare?
- Ma certo babbo, alla solita pizzeria dove andiamo sempre.
- E chi paga?
- Come "chi paga" (pronunciato con un che di definitivo sulle labbra, ndr)?! Pagate voi, chi sennò.
Ecco, insomma. La donna grande è sempre più grande e incide in maniera proporzionale sulle finanze (si fa per dire, eh) domestiche.
Poi però, dopo la pizza, tutti e tre sono arrivati a casa, eccitati e casineggianti come mai. Hanno raccattato dei trucchi da un qualche cassetto in bagno e si sono chiusi in camera della donna grande. Da dietro la porta, rigorosamente chiusa, si sentivano ridere, sghignazzare, cantare. A un certo punto, ho intuito che si stavano fotografando a vicenda.
Quando sono usciti un momento, per correre non so dove, per poi rinserrarsi in camera di nuovo, li ho intravisti chi con le gote viola, chi col lucidalabbra, chi con gli occhi marcati.
Una grande autonomia, mi sembra. I primi tentativi di segnare i loro confini di (pre)adolescenti. Soprattutto una grande e sana voglia di fare casino. In senso positivo, gioioso.
Solo una tragedia: un sacco di pessima musica, per ora.
venerdì 6 dicembre 2013
Il colloquio
Al colloquio con gli insegnanti può capitare davanti a te una mamma (molto più raramente un babbo) visibilmente spazientita. Nel suo visone-finto-astrakan-bordato-prada si agita. Con stile.
Perché la scuola è "la più pvestigiosa della città" (testuale, nemmeno fosse Harvard) e la fauna è spettacolare come si conviene. La signora, peraltro con signorile-accento-montenapoleone-blasé-millesimato con tanto d'evve moscia, comincia una sua filippica. A signorile voce alta.
Che non si pevmetta, la signova insegnante di fvancese, di andavsene quando il suo (dell'insegnante) ovavio lo vichieda pevché altvimenti lei, altisonata blasé milanese purosangue docg, cosa è venuta a fave fin qua se non può pavlavci?! Non ha mica tempo da pevdeve, lei.
Perché noi, invece.
A niente vale far notare alla signova che, magari, la prof di francese è lì a scuola da stamane all'otto, che ha tenuto testa a una serie di bimbetti scalmanati preadolescenti tra i quali c'era magari anche il/la suo/sua (la mia di sicuro), di pargolo/a. Che magari tenere testa anche ad un branco di genitori vocianti non è proprio il massimo del relax.
In fondo è il lovo mestieve, se non hanno voglia possono sempve sceglievsene un altvo.
Della serie: io pago e pvetendo. Cafonaggine melangiata potere d'acquisto.
Quando, appunto, all'ennesimo spvoloquio, ecco girarsi verso di lei un'altra mamma. Ragionevole e competente, che prova a spiegare alla panterata-upper-class che "anche" le insegnanti hanno un contratto nazionale di lavoro; il quale, mediamente, prevede degli orari di servizio e che andrebbe possibilmente rispettato, almeno finché c'è; che l'insegnante ha metà cattedra nella nostra "pvestigiosa" scuola e metà in un'altra per cui, per rispetto verso i genitori dell'altra scuola, dovrebbe ad un certo punto salutare noi e raggiungere anche quelli.
La divinità dagli occhi di bragia e dal cervello imbullonato al culo, a sentirsi redarguita in quel modo (per di più citando contratti di lavoro e roba in odor di sindacalese; vecchi avnesi di un vecchio mondo, immagino che pensi), solennemente sbrocca: "Guavdi signova, lei savà anche un'insegnante e, in fondo, ognuno ha il cuvviculum che ha".
Peccato non avere braccia lunghe abbastanza: gliele avrei girate intorno al collo tante volte. Stvette stvette, alla megera.
Perché la scuola è "la più pvestigiosa della città" (testuale, nemmeno fosse Harvard) e la fauna è spettacolare come si conviene. La signora, peraltro con signorile-accento-montenapoleone-blasé-millesimato con tanto d'evve moscia, comincia una sua filippica. A signorile voce alta.
Che non si pevmetta, la signova insegnante di fvancese, di andavsene quando il suo (dell'insegnante) ovavio lo vichieda pevché altvimenti lei, altisonata blasé milanese purosangue docg, cosa è venuta a fave fin qua se non può pavlavci?! Non ha mica tempo da pevdeve, lei.
Perché noi, invece.
A niente vale far notare alla signova che, magari, la prof di francese è lì a scuola da stamane all'otto, che ha tenuto testa a una serie di bimbetti scalmanati preadolescenti tra i quali c'era magari anche il/la suo/sua (la mia di sicuro), di pargolo/a. Che magari tenere testa anche ad un branco di genitori vocianti non è proprio il massimo del relax.
In fondo è il lovo mestieve, se non hanno voglia possono sempve sceglievsene un altvo.
Della serie: io pago e pvetendo. Cafonaggine melangiata potere d'acquisto.
Quando, appunto, all'ennesimo spvoloquio, ecco girarsi verso di lei un'altra mamma. Ragionevole e competente, che prova a spiegare alla panterata-upper-class che "anche" le insegnanti hanno un contratto nazionale di lavoro; il quale, mediamente, prevede degli orari di servizio e che andrebbe possibilmente rispettato, almeno finché c'è; che l'insegnante ha metà cattedra nella nostra "pvestigiosa" scuola e metà in un'altra per cui, per rispetto verso i genitori dell'altra scuola, dovrebbe ad un certo punto salutare noi e raggiungere anche quelli.
La divinità dagli occhi di bragia e dal cervello imbullonato al culo, a sentirsi redarguita in quel modo (per di più citando contratti di lavoro e roba in odor di sindacalese; vecchi avnesi di un vecchio mondo, immagino che pensi), solennemente sbrocca: "Guavdi signova, lei savà anche un'insegnante e, in fondo, ognuno ha il cuvviculum che ha".
Peccato non avere braccia lunghe abbastanza: gliele avrei girate intorno al collo tante volte. Stvette stvette, alla megera.
lunedì 25 novembre 2013
L'amore ai tempi di whatsapp
L'amore ai tempi di whatsapp è insopportabile.
Pare che funzioni così: due si mettono insieme. Poi mandano un messaggino e lo dicono a tutta la classe.
- Scusa, donna grande, ma come fanno a capire che si piacciono?
- Ma che ne so, io?!
- Cioè, si piacciono a seconda di chi scrive la frase più ganza? Oppure è una gara di emoticons?
- Ma che c'entra. Magari si piacciono davvero. In fondo siamo in classe insieme.
- Ah, occhèi. Continuiamo.
- Beh. Ci sta che uno di noi che legge il msg magari conosce un'altra persona a cui dà la grande notizia che poi conosce un'altra persona che ne conosce un'altra ancora e va a finire che alla fine anche il Presidente degli Stati Uniti sa che Pinca e Panco si sono messi insieme.
- Ah, ecco... Ma, scusami eh, donna grande: ma Pinca non stava già con Ponco?!?!
- Fino a ieri. Ma poi oggi ha mandato un nuovo msg....
- Ferma, ferma. Dove l'ha mandato? Non ti seguo più.
- L'ha mandato a noi della chat di classe...
- ...Marx?!?!.....
- Come dici, babbo?
- No, niente, lascia perdere. Vai pure avanti.
- Insomma se vuoi che ti spieghi lasciami parlare. La Pinca ha mandato un msg sulla nostra chat di classe. Vuoi che te lo legga, babbo?
- Non ci penso nemmeno. Riassumilo tu.
- Ah, facile: "Raga, sono Pinca! Ho appena mollato Ponco. Ma state tranqui, non sono single. Adesso sto con Pinco". Aaahh, non sono carini?!
- Ma donna grande, non lo so. Ma Ponco che dice, non c'è rimasto male per essere stato mollato così, su uòzzap?!?!
- Ma che deve dire. E poi Ponco è proprio grullo, chi vuoi che stia con lui più di dieci giorni!
- E Pinco? È contento di essere subentrato così, via sms?
- Guarda la sua risposta, babbo! Ci sono persino i cuoricini..... Ha detto anche "sì, mi piace proprio".
- E quando glielo avrebbe detto?
- Ma uffa!, guarda qui, due righe sopra c'è il suo msg, coi cuoricini t'ho detto!!!
Ecco.
L'amore ai tempi di whatsapp è davvero insopportabile: tutta questa leggerezza.
E libertà.
Ed emancipazione.
Pare che funzioni così: due si mettono insieme. Poi mandano un messaggino e lo dicono a tutta la classe.
- Scusa, donna grande, ma come fanno a capire che si piacciono?
- Ma che ne so, io?!
- Cioè, si piacciono a seconda di chi scrive la frase più ganza? Oppure è una gara di emoticons?
- Ma che c'entra. Magari si piacciono davvero. In fondo siamo in classe insieme.
- Ah, occhèi. Continuiamo.
- Beh. Ci sta che uno di noi che legge il msg magari conosce un'altra persona a cui dà la grande notizia che poi conosce un'altra persona che ne conosce un'altra ancora e va a finire che alla fine anche il Presidente degli Stati Uniti sa che Pinca e Panco si sono messi insieme.
- Ah, ecco... Ma, scusami eh, donna grande: ma Pinca non stava già con Ponco?!?!
- Fino a ieri. Ma poi oggi ha mandato un nuovo msg....
- Ferma, ferma. Dove l'ha mandato? Non ti seguo più.
- L'ha mandato a noi della chat di classe...
- ...Marx?!?!.....
- Come dici, babbo?
- No, niente, lascia perdere. Vai pure avanti.
- Insomma se vuoi che ti spieghi lasciami parlare. La Pinca ha mandato un msg sulla nostra chat di classe. Vuoi che te lo legga, babbo?
- Non ci penso nemmeno. Riassumilo tu.
- Ah, facile: "Raga, sono Pinca! Ho appena mollato Ponco. Ma state tranqui, non sono single. Adesso sto con Pinco". Aaahh, non sono carini?!
- Ma donna grande, non lo so. Ma Ponco che dice, non c'è rimasto male per essere stato mollato così, su uòzzap?!?!
- Ma che deve dire. E poi Ponco è proprio grullo, chi vuoi che stia con lui più di dieci giorni!
- E Pinco? È contento di essere subentrato così, via sms?
- Guarda la sua risposta, babbo! Ci sono persino i cuoricini..... Ha detto anche "sì, mi piace proprio".
- E quando glielo avrebbe detto?
- Ma uffa!, guarda qui, due righe sopra c'è il suo msg, coi cuoricini t'ho detto!!!
Ecco.
L'amore ai tempi di whatsapp è davvero insopportabile: tutta questa leggerezza.
E libertà.
Ed emancipazione.
lunedì 11 novembre 2013
Solo otto
- Babbo, ho paura.
Stranguglione: glom.
Compito di matematica, stamane: - E perché, donna grande ?!
- Perché la mia amica A prenderà 9, la B prenderà 9 e mezzo, la C, 9. E io prenderò solo 8.
Ecco, questo è quello che vi ritroverete, quando sarà radicato in loro quel fantastico senso della competizione (scolastica; ma anche di vita, prossimamente) che avevate sempre pensato fosse un po' latente. Certo, le avete insegnato che non si gareggia sempre. Che ci si prepara, si studia, si guarda e si fa il proprio lavoro. Poi si da' il meglio di sé. Si raccoglie il frutto della fatica, sereni con la coscienza.
Però poi forse, un subliminale pensierino ad una certa carenza di voglia di competere, nel senso di mettere in campo anche l'amor proprio e cercare di soddisfarlo, l'avevate fatto.
Confessate.
Eh, sì.
Bene. Ora siamo preoccupati che si pigli solo 8.
Non sarà che va anche bene così, donna grande?!?!?!
Stranguglione: glom.
Compito di matematica, stamane: - E perché, donna grande ?!
- Perché la mia amica A prenderà 9, la B prenderà 9 e mezzo, la C, 9. E io prenderò solo 8.
Ecco, questo è quello che vi ritroverete, quando sarà radicato in loro quel fantastico senso della competizione (scolastica; ma anche di vita, prossimamente) che avevate sempre pensato fosse un po' latente. Certo, le avete insegnato che non si gareggia sempre. Che ci si prepara, si studia, si guarda e si fa il proprio lavoro. Poi si da' il meglio di sé. Si raccoglie il frutto della fatica, sereni con la coscienza.
Però poi forse, un subliminale pensierino ad una certa carenza di voglia di competere, nel senso di mettere in campo anche l'amor proprio e cercare di soddisfarlo, l'avevate fatto.
Confessate.
Eh, sì.
Bene. Ora siamo preoccupati che si pigli solo 8.
Non sarà che va anche bene così, donna grande?!?!?!
mercoledì 25 settembre 2013
Radio Mamma?!
La mattina davanti alla scuola. Momento rilassante, prima di cominciare la giornata. Si conversa, andiamo a prenderci un caffè insieme ai genitori coi quali, nel corso degli anni, siamo diventati amici.
Si conversa, soprattutto.
E c'è sempre una curiosità da svelare, un consiglio da chiedere, qualche dubbio da condividere, magari sul futuro scolastico: le medie. Le voci più autorevoli da raccogliere sono naturalmente quelle di chi, alle suddette medie, ci insegna.
- No, qui non ci andate, gli insegnanti non sono più quelli di una volta.
- Mah, quella scuola è molto buona, ha delle ottime sezioni musicali.
- Per carità! Mai lì, li ammazzano di compiti.
- No, non quella, è una scuola per lavativi.
- Non so cosa dirvi, perché non chiedete a chi ha già figli alle medie? Radio-mamma funziona sempre.
Ecco, sono anni che vivo (e vivrò ancora per lungo tempo) l'ambiente scolastico dei miei figli e c'è questa costante immutabile che ho sentito ripetere tante, troppe volte: radio-mamma. Le insegnanti soprattutto, donne fra le donne?, hanno spesso in bocca questa espressione: radio-mamma funziona sempre...
Come se le donne, e solo loro?, siano depositarie del verbo scolastico dei figli.
Come se fosse una sorta di chiacchiericcio da tribù, il tam tam del pettegolezzo (perché, niente da fare, questa espressione si porta dietro un vago senso dispregiativo: il volgo da marciapiede, al massimo da tavolino del bar; comunque un amplificare la vox populi come "il" verbo).
Come se quello che è andato bene per decenni (secoli?) fosse sempre e comunque valido, al di là dei tempi, dei metodi, dei modelli, delle persone che cambiano.
Come se i padri "cosa vuoi che ne capiscano loro"?
Come se non ci fosse speranza che, appunto, anche i padri, po'rini, comincino a guardarsi un po' attorno ed occuparsi del mondo che li riguarda, insieme ai loro figli. E qualcuno avrà pure cominciato a farlo, no?
Come se, in quella espressione, ci fosse il limite stesso, il confine, la gabbia di qualcosa che non deve cambiare mai.
Radio-mamma forever?
Abbasso radio-mamma!
Si conversa, soprattutto.
E c'è sempre una curiosità da svelare, un consiglio da chiedere, qualche dubbio da condividere, magari sul futuro scolastico: le medie. Le voci più autorevoli da raccogliere sono naturalmente quelle di chi, alle suddette medie, ci insegna.
- No, qui non ci andate, gli insegnanti non sono più quelli di una volta.
- Mah, quella scuola è molto buona, ha delle ottime sezioni musicali.
- Per carità! Mai lì, li ammazzano di compiti.
- No, non quella, è una scuola per lavativi.
- Non so cosa dirvi, perché non chiedete a chi ha già figli alle medie? Radio-mamma funziona sempre.
Ecco, sono anni che vivo (e vivrò ancora per lungo tempo) l'ambiente scolastico dei miei figli e c'è questa costante immutabile che ho sentito ripetere tante, troppe volte: radio-mamma. Le insegnanti soprattutto, donne fra le donne?, hanno spesso in bocca questa espressione: radio-mamma funziona sempre...
Come se le donne, e solo loro?, siano depositarie del verbo scolastico dei figli.
Come se fosse una sorta di chiacchiericcio da tribù, il tam tam del pettegolezzo (perché, niente da fare, questa espressione si porta dietro un vago senso dispregiativo: il volgo da marciapiede, al massimo da tavolino del bar; comunque un amplificare la vox populi come "il" verbo).
Come se quello che è andato bene per decenni (secoli?) fosse sempre e comunque valido, al di là dei tempi, dei metodi, dei modelli, delle persone che cambiano.
Come se i padri "cosa vuoi che ne capiscano loro"?
Come se non ci fosse speranza che, appunto, anche i padri, po'rini, comincino a guardarsi un po' attorno ed occuparsi del mondo che li riguarda, insieme ai loro figli. E qualcuno avrà pure cominciato a farlo, no?
Come se, in quella espressione, ci fosse il limite stesso, il confine, la gabbia di qualcosa che non deve cambiare mai.
Radio-mamma forever?
Abbasso radio-mamma!
lunedì 8 aprile 2013
Barry Tamerlane
Chi si ricorda di Barry Tamerlane, il Prepotente de "L'inventore di sogni" di Ian McEwan?
C'è un Barry Tamerlane in ogni scuola, qualcuno ce l'ha in classe. In ogni cortile se ne aggirano almeno un paio.
E, proprio come Barry Tamerlane, il Prepotente può non avere l'aria da prepotente ma possedere uno splendido paio di profondi occhi azzurri, lunghi e finissimi capelli biondi al vento e i vestiti alla moda di una ragazzina che ha ottimi risultati scolastici e che tutti ammirano. Così, invece di strappare di mano oggetti agli altri ragazzini e di "disfargli la faccia" con un pugno, usa un'altra tecnica: individua la sua vittima e la offende, in continuazione, con una perseveranza degna di miglior causa, per qualsiasi stupidaggine o goffaggine o banalità che la vittima possa fare. Se lascia cadere una penna (onta!) o le sfiora inavvertitamente il braccio sul banco, la vittima diventa immediatamente un'inetta da mortificare. Perché, si sa, quanto sia vincente la prepotenza!
E il successo di una Barry Tamerlane del genere non si misura in contusioni e labbra spaccate ma nelle adepte adoranti che riesce a conquistarsi e portarsi dietro, come la propria accolita. Quella pronta a sghignazzare per ogni offesa profusa.
Poi c'è Peter Fortune che è il protagonista della storia, dotato di intelligenza creativa e della capacità di modificare la normalità dell'esistenza sognando, appunto, le alternative ad occhi aperti. La letteratura e i suoi autori migliori hanno proprio questa forza: darci dei personaggi che, pur somigliando a noi tutti, abbiano la risposta che non troviamo mai oppure il bandolo della matassa che non riusciamo a sgomitolare. Insomma, ci insegnano che si può fare. Che un'altra modalità è possibile.
Perché infine c'è chi, in carne ed ossa, deve provare a convivere ogni giorno con la sua di Barry Tamerlane e non è affatto facile trovare le risorse che trova Peter oppure i trucchi e l'esperienza che hanno gli adulti. Si torna a casa scocciate, insolentite, mortificate perché la Tamerlane ha avuto da ridire su ogni cosa, persino la più banale, facendolo davanti a tutte. Qualche volta, quando la ferita è particolarmente profonda, viene da urlare persino che non si vuole più andare a scuola.
Roba grossa.
Noi adulti la vediamo in un modo, che è il nostro e che offre risposte buone per una certa stagione della vita. Se invece ci mettiamo, come fa proprio McEwan, all'altezza della stagione della loro, di vita, e dei loro sentimenti di undicenni, si capisce come la piccola Prepotenza e l'offesa che ne deriva diventino intollerabili perché minano la cosa più preziosa di questa età: la personalità in costruzione, la stima di sé e del proprio posto nel mondo, l'autorevolezza (perché si chiama così anche questa) nel contesto del loro piccolo luogo sociale, che sia una classe di scuola, un gruppo scout, una compagine sportiva.
E una Barry Tamerlane diventa giustamente insopportabile e farne la sociologia quotidiana (si comporterà così perché è viziata oppure perché non viene considerata da nessuno oppure perché conosce solo questa modalità oppure oppure oppure) non serve a nulla, a volte ti viene voglia di allungarglielo tu un pugno sul naso.
O forse, alla fine, ha davvero ragione la letteratura: tu non esisti, Barry Tamerlane, e non mi fai paura. Guai a te se ci provi ancora, questo è il mio spazio e, se vuoi, possiamo condividerlo altrimenti non ci provare nemmeno Barry, stammi alla larga.
Fatti i fatti tuoi.
Smettila, sei ridicola.
C'è un Barry Tamerlane in ogni scuola, qualcuno ce l'ha in classe. In ogni cortile se ne aggirano almeno un paio.
E, proprio come Barry Tamerlane, il Prepotente può non avere l'aria da prepotente ma possedere uno splendido paio di profondi occhi azzurri, lunghi e finissimi capelli biondi al vento e i vestiti alla moda di una ragazzina che ha ottimi risultati scolastici e che tutti ammirano. Così, invece di strappare di mano oggetti agli altri ragazzini e di "disfargli la faccia" con un pugno, usa un'altra tecnica: individua la sua vittima e la offende, in continuazione, con una perseveranza degna di miglior causa, per qualsiasi stupidaggine o goffaggine o banalità che la vittima possa fare. Se lascia cadere una penna (onta!) o le sfiora inavvertitamente il braccio sul banco, la vittima diventa immediatamente un'inetta da mortificare. Perché, si sa, quanto sia vincente la prepotenza!
E il successo di una Barry Tamerlane del genere non si misura in contusioni e labbra spaccate ma nelle adepte adoranti che riesce a conquistarsi e portarsi dietro, come la propria accolita. Quella pronta a sghignazzare per ogni offesa profusa.
Poi c'è Peter Fortune che è il protagonista della storia, dotato di intelligenza creativa e della capacità di modificare la normalità dell'esistenza sognando, appunto, le alternative ad occhi aperti. La letteratura e i suoi autori migliori hanno proprio questa forza: darci dei personaggi che, pur somigliando a noi tutti, abbiano la risposta che non troviamo mai oppure il bandolo della matassa che non riusciamo a sgomitolare. Insomma, ci insegnano che si può fare. Che un'altra modalità è possibile.
Perché infine c'è chi, in carne ed ossa, deve provare a convivere ogni giorno con la sua di Barry Tamerlane e non è affatto facile trovare le risorse che trova Peter oppure i trucchi e l'esperienza che hanno gli adulti. Si torna a casa scocciate, insolentite, mortificate perché la Tamerlane ha avuto da ridire su ogni cosa, persino la più banale, facendolo davanti a tutte. Qualche volta, quando la ferita è particolarmente profonda, viene da urlare persino che non si vuole più andare a scuola.
Roba grossa.
Noi adulti la vediamo in un modo, che è il nostro e che offre risposte buone per una certa stagione della vita. Se invece ci mettiamo, come fa proprio McEwan, all'altezza della stagione della loro, di vita, e dei loro sentimenti di undicenni, si capisce come la piccola Prepotenza e l'offesa che ne deriva diventino intollerabili perché minano la cosa più preziosa di questa età: la personalità in costruzione, la stima di sé e del proprio posto nel mondo, l'autorevolezza (perché si chiama così anche questa) nel contesto del loro piccolo luogo sociale, che sia una classe di scuola, un gruppo scout, una compagine sportiva.
E una Barry Tamerlane diventa giustamente insopportabile e farne la sociologia quotidiana (si comporterà così perché è viziata oppure perché non viene considerata da nessuno oppure perché conosce solo questa modalità oppure oppure oppure) non serve a nulla, a volte ti viene voglia di allungarglielo tu un pugno sul naso.
O forse, alla fine, ha davvero ragione la letteratura: tu non esisti, Barry Tamerlane, e non mi fai paura. Guai a te se ci provi ancora, questo è il mio spazio e, se vuoi, possiamo condividerlo altrimenti non ci provare nemmeno Barry, stammi alla larga.
Fatti i fatti tuoi.
Smettila, sei ridicola.
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giovedì 4 aprile 2013
Domande difficili
Comincio ad essere in difficoltà, con le domande difficili.
Sarà l'età, la crisi pre-adolescenziale, la confusione mentale sui ruoli che bisogna ricoprire.
Capitemi.
"Babbo? Scusa babbo, come si dice stasera in inglese"?
"Scusa babbo, cosa vuol dire great"?
"E come si dice troppo presto"?
"Scusa babbo... Babbo? Come si dice mi dispiace ma Johnny dorme da noi, stasera..."?
"...e, scusa, quello che viene dopo di me si chiama Brian"?
Mi gira la testa. Non ce la faccio mica...
Ma due belle domande sul sesso, no?!?!?!
Sarà l'età, la crisi pre-adolescenziale, la confusione mentale sui ruoli che bisogna ricoprire.
Capitemi.
"Babbo? Scusa babbo, come si dice stasera in inglese"?
"Scusa babbo, cosa vuol dire great"?
"E come si dice troppo presto"?
"Scusa babbo... Babbo? Come si dice mi dispiace ma Johnny dorme da noi, stasera..."?
"...e, scusa, quello che viene dopo di me si chiama Brian"?
Mi gira la testa. Non ce la faccio mica...
Ma due belle domande sul sesso, no?!?!?!
venerdì 15 marzo 2013
Si aggira uno spettro
Uno spettro si aggira per Firenze.
No, no, tranquilli, non stiamo pensando la rivoluzione (e poi Renzi si potrebbe risentire) ma, ugualmente, uno spettro si aggira per Firenze.
Il maestro Manolo.
E, lo giuro, il nome NON è fittizio per difendere la privacy.
Il maestro Manolo.
L'uomo piccolo ne è entusiasta.
Torna a casa e recita a memoria la tavola dei verbi. Essere, avere, irregolari, congiuntivi. Decisamente meglio di uno speaker di tg.
Il maestro Manolo non urla, parla.
Il maestro Manolo non fa quello che gli passa per la testa ma, qualche volta, ci chiede se siamo d'accordo.
Il maestro Manolo brontola pochissimo e ci porta in giardino a giocare a calcio.
Il maestro Manolo ci insegna bene.
(Da quando c'è) il maestro Manolo, l'uomo piccolo ha cominciato a leggere libri. Compulsivamente.
Il maestro Manolo ha le treccine rasta, è ganzissimo.
Il maestro Manolo, addirittura, piace alle mamme. E uno che piace alle mamme è molto, molto, moooolto più pericoloso del papa e dello zar, di Metternich e Guizot, dei radicali francesi e dei poliziotti tedeschi messi assieme.
Uno spettro si aggira per la classe. Speriamo la sua supplenza duri in eterno.
No, no, tranquilli, non stiamo pensando la rivoluzione (e poi Renzi si potrebbe risentire) ma, ugualmente, uno spettro si aggira per Firenze.
Il maestro Manolo.
E, lo giuro, il nome NON è fittizio per difendere la privacy.
Il maestro Manolo.
L'uomo piccolo ne è entusiasta.
Torna a casa e recita a memoria la tavola dei verbi. Essere, avere, irregolari, congiuntivi. Decisamente meglio di uno speaker di tg.
Il maestro Manolo non urla, parla.
Il maestro Manolo non fa quello che gli passa per la testa ma, qualche volta, ci chiede se siamo d'accordo.
Il maestro Manolo brontola pochissimo e ci porta in giardino a giocare a calcio.
Il maestro Manolo ci insegna bene.
(Da quando c'è) il maestro Manolo, l'uomo piccolo ha cominciato a leggere libri. Compulsivamente.
Il maestro Manolo ha le treccine rasta, è ganzissimo.
Il maestro Manolo, addirittura, piace alle mamme. E uno che piace alle mamme è molto, molto, moooolto più pericoloso del papa e dello zar, di Metternich e Guizot, dei radicali francesi e dei poliziotti tedeschi messi assieme.
Uno spettro si aggira per la classe. Speriamo la sua supplenza duri in eterno.
giovedì 24 gennaio 2013
Rapporti
Un rapporto (disciplinare) è un rapporto è un rapporto.
Eppure arriva sempre un momento in cui una mamma (curiosamente sono quasi sempre le mamme che si occupano di questi aspetti) si indigna.
E contesta.
Ché l'insegnante è alle prime armi ed inesperta.
Ché è ingiusto punire tutta la classe se a far confusione sono solo tre o quattro (mediamente sempre qualcun 'altro').
Ché bisogna dirlo (fare delazione) agli altri insegnanti e vedere cosa ne pensano loro.
Ché altrimenti i ragazzini non capiscono più come si devono comportare e se vale davvero la pena comportarsi bene se poi puniscono tutti indiscriminatamente con un rapporto disciplinare.
C'è sempre un perché anche quando forse un perché non ci sarebbe.
Ma ci sarebbe la scuola con le sue regole. I suoi errori, se di errori si tratta. I tentativi di crescere, insieme ai ragazzini. Di essere un corpo vivo.
E noi genitori, talvolta, sprechiamo occasioni per tacere.
Un rapporto (disciplinare) è un rapporto è un rapporto.
Eppure arriva sempre un momento in cui una mamma (curiosamente sono quasi sempre le mamme che si occupano di questi aspetti) si indigna.
E contesta.
Ché l'insegnante è alle prime armi ed inesperta.
Ché è ingiusto punire tutta la classe se a far confusione sono solo tre o quattro (mediamente sempre qualcun 'altro').
Ché bisogna dirlo (fare delazione) agli altri insegnanti e vedere cosa ne pensano loro.
Ché altrimenti i ragazzini non capiscono più come si devono comportare e se vale davvero la pena comportarsi bene se poi puniscono tutti indiscriminatamente con un rapporto disciplinare.
C'è sempre un perché anche quando forse un perché non ci sarebbe.
Ma ci sarebbe la scuola con le sue regole. I suoi errori, se di errori si tratta. I tentativi di crescere, insieme ai ragazzini. Di essere un corpo vivo.
E noi genitori, talvolta, sprechiamo occasioni per tacere.
Un rapporto (disciplinare) è un rapporto è un rapporto.
giovedì 17 gennaio 2013
Aiuto! Emergenza!
Si può passare t-u-t-t-a la ricreazione a parlare di "uozzapp"?!?!
lunedì 17 settembre 2012
Calcio vs judo: lo scontro finale
Beh, siamo stati fortunati.
Dopo lunghe ed articolate conversazioni - la profe ed io - con l'uomo piccolo, abbiamo capito come stavano davvero le cose.
- Veramente, a me del calcio non importa tanto. Io volevo farlo solo per stare insieme ai miei amici.
Insomma, i suoi compagni di classe adorati.
Quelli che gli riempiono le parole ed i pensieri.
È una bella fortuna sentirsi così a casa, nel proprio ambiente scolastico. La donna grande, ad esempio, ha sofferto parecchio prima di entrare in sintonia col resto della classe. L'uomo piccolo, invece, anche aiutato dalla presenza del suo compagno del cuore, è subito entrato in risonanza con tutti gli altri. Senza timidezze, senza complessi, senza fatica.
Sono spesso i sentimenti, non la ragione, a guidare le nostre scelte. Quelli del marketing lo sanno fin troppo bene e ciurlano nel manico alla grande. Ci manovrano.
L'educazione sentimentale è uno dei fondamenti della crescita di ognuno di noi, grandi e piccini, ma credo anche che uno dei compiti più importanti e delicati del mestiere di genitore sia quello di saperli guidare nelle loro scelte, almeno finché non sono in grado di farle in totale autonomia. Magari facendogli capire che esse possono essere il risultato di una buona analisi. Di un buon pensiero. Qualcosa di questo genere, insomma:
- Scusa, uomo piccolo, ma io credevo che tu volessi fare uno sport che ti piacesse.
- Ma infatti judo mi piace.
- E non sarebbe noioso star sempre con gli stessi amici? State già insieme tutto il giorno a scuola.
- In effetti...
- E invece, facendo judo, troveresti altri amici, avresti un altro gruppetto di persone a cui far riferimento.
Non c'è stato bisogno di insistere nemmeno un po'. L'uomo piccolo ha tirato le sue conclusioni che, malgrado le apparenze, aveva già in testa. La sua parte razionale era già d'accordo da un pezzo. La sua esperienza estiva alle vacanze di branco degli scout gli aveva dato proprio questa risposta: amici diversi in contesti diversi. E tutti sono importanti.
Ognuno è un legame.
E poi, perché no, spesso fermarsi al primo impulso può nascondere solo quella voglia di conformismo che tutti conosciamo. Aderire alle scelte della maggioranza, andar dietro a quel che fanno tutti, a quel che è più di moda.
Non siamo pecore.
E i sentimenti li coltiviamo in libertà. O, almeno, ci proviamo.
Ah, dimenticavo...: l'uomo piccolo ha ripreso col judo. :-)
Dopo lunghe ed articolate conversazioni - la profe ed io - con l'uomo piccolo, abbiamo capito come stavano davvero le cose.
- Veramente, a me del calcio non importa tanto. Io volevo farlo solo per stare insieme ai miei amici.
Insomma, i suoi compagni di classe adorati.
Quelli che gli riempiono le parole ed i pensieri.
È una bella fortuna sentirsi così a casa, nel proprio ambiente scolastico. La donna grande, ad esempio, ha sofferto parecchio prima di entrare in sintonia col resto della classe. L'uomo piccolo, invece, anche aiutato dalla presenza del suo compagno del cuore, è subito entrato in risonanza con tutti gli altri. Senza timidezze, senza complessi, senza fatica.
Sono spesso i sentimenti, non la ragione, a guidare le nostre scelte. Quelli del marketing lo sanno fin troppo bene e ciurlano nel manico alla grande. Ci manovrano.
L'educazione sentimentale è uno dei fondamenti della crescita di ognuno di noi, grandi e piccini, ma credo anche che uno dei compiti più importanti e delicati del mestiere di genitore sia quello di saperli guidare nelle loro scelte, almeno finché non sono in grado di farle in totale autonomia. Magari facendogli capire che esse possono essere il risultato di una buona analisi. Di un buon pensiero. Qualcosa di questo genere, insomma:
- Scusa, uomo piccolo, ma io credevo che tu volessi fare uno sport che ti piacesse.
- Ma infatti judo mi piace.
- E non sarebbe noioso star sempre con gli stessi amici? State già insieme tutto il giorno a scuola.
- In effetti...
- E invece, facendo judo, troveresti altri amici, avresti un altro gruppetto di persone a cui far riferimento.
Non c'è stato bisogno di insistere nemmeno un po'. L'uomo piccolo ha tirato le sue conclusioni che, malgrado le apparenze, aveva già in testa. La sua parte razionale era già d'accordo da un pezzo. La sua esperienza estiva alle vacanze di branco degli scout gli aveva dato proprio questa risposta: amici diversi in contesti diversi. E tutti sono importanti.
Ognuno è un legame.
E poi, perché no, spesso fermarsi al primo impulso può nascondere solo quella voglia di conformismo che tutti conosciamo. Aderire alle scelte della maggioranza, andar dietro a quel che fanno tutti, a quel che è più di moda.
Non siamo pecore.
E i sentimenti li coltiviamo in libertà. O, almeno, ci proviamo.
Ah, dimenticavo...: l'uomo piccolo ha ripreso col judo. :-)
mercoledì 12 settembre 2012
L'ennesima prima volta
Oggi è una prima volta. Come se tutte le altre non fossero state abbastanza "eccitanti": la prima volta al nido, il primo giorno di materna, le elementari, le vacanze scout, la prima volta a casa di un'amica.
Le medie.
La donna grande, oggi, comincia le medie.
È stato un lungo percorso di avvicinamento, cominciato l'ultimo giorno di quinta elementare.
Disperazione per amici e insegnanti che si stavano lasciando.
Tensione per ciò che stava arrivando. Poi la sezione, i nuovi libri di testo. Il pianto scacciafantasmi, i riti propiziatori.
La lunga marcia di avvicinamento somiglia all'approccio di uno scalatore.
Adesso siamo pronti.
La donna grande ha dato la sua definizione: "oggi devo scalare il mio monte Bianco".
Usciamo.
Le medie.
La donna grande, oggi, comincia le medie.
È stato un lungo percorso di avvicinamento, cominciato l'ultimo giorno di quinta elementare.
Disperazione per amici e insegnanti che si stavano lasciando.
Tensione per ciò che stava arrivando. Poi la sezione, i nuovi libri di testo. Il pianto scacciafantasmi, i riti propiziatori.
La lunga marcia di avvicinamento somiglia all'approccio di uno scalatore.
Adesso siamo pronti.
La donna grande ha dato la sua definizione: "oggi devo scalare il mio monte Bianco".
Usciamo.
lunedì 4 giugno 2012
Il vecchio e il nuovo
Oggi è cominciata l'ultima settimana.
No, tranquilli: non c'entrano le sfighe maya, le previsioni dell'oroscopo o i fondi di caffè.
Oggi è l'ultima settimana di scuola elementare per la donna grande. Fra tre mesi circa, minuto più minuto meno, inizierà la scuola media.
Aiutoooooo!!!
Non voglio fare retorica sul tempo che vola, era ieri e cose così. Ci siamo goduti tutto il tempo, i passaggi di rito, il cambio di passo nei compiti, le difficoltà di integrarsi in un mondo - quello dei ragazzini di questa età - dove ogni più piccola differenza è una leva per il rifiuto.
Ora che la donna grande sta sbocciando come un fiore di personalità nuova, ora che le insicurezze stanno lasciando il posto alle prime certezze, ora che faticosamente ha saputo scalare la rupe di quel rifiuto per entrare a testa alta nel gruppetto degli "integrati", lasciamo tutto e ricominciamo daccapo.
Una metafora.
Le fatiche che la vita, anche quella di un'undicenne, ci mette davanti. La paura di abbandonare la via ormai conosciuta per una nuova, che compare laggiù con le incognite del buio.
Ogni tanto un piantino, più o meno disperato, per ribadire quanto adesso non voglia lasciare i suoi compagni, finalmente conquistati.
Il mio cuore, ora che batte davvero in sincrono col suo, è strizzato come una spugna: secco, con tutto il liquido scivolato via.
Sto pensando le parole giuste per consolarla.
Per accompagnare queste nuove paure che arrivano, per spiegarle, se mai sarò capace.
Stasera, forse, ho trovato una chiave e la devo ad Akela, Baloo e Chil: presenze nuove che da un po' di mesi ci accompagnano. (Lo avevo detto qui).
Una loro "carezza" verbale è diventata un'intera interpretazione: il nostro posto è quello dove stiamo. Di volta in volta. E c'è un motivo se quel posto cambia, non sarà mai lo stesso, nel corso del tempo.
Il nostro posto sono le relazioni che stabiliamo e le storie che sappiamo intrecciare insieme agli altri. E sapere che gli altri non sarebbero affatto gli stessi se non avessero incontrato noi, se non ci fossimo trovati ad incrociare certe strade.
Non so quanto sia chiaro questo ragionamento, a chi legge queste righe e alla donna grande, quando glielo farò. Però qui dentro è chiarissimo. Una rivelazione.
Una luce.
Per il nuovo che ci aspetta e ci spaventa e ci commuove, insieme.
No, tranquilli: non c'entrano le sfighe maya, le previsioni dell'oroscopo o i fondi di caffè.
Oggi è l'ultima settimana di scuola elementare per la donna grande. Fra tre mesi circa, minuto più minuto meno, inizierà la scuola media.
Aiutoooooo!!!
Non voglio fare retorica sul tempo che vola, era ieri e cose così. Ci siamo goduti tutto il tempo, i passaggi di rito, il cambio di passo nei compiti, le difficoltà di integrarsi in un mondo - quello dei ragazzini di questa età - dove ogni più piccola differenza è una leva per il rifiuto.
Ora che la donna grande sta sbocciando come un fiore di personalità nuova, ora che le insicurezze stanno lasciando il posto alle prime certezze, ora che faticosamente ha saputo scalare la rupe di quel rifiuto per entrare a testa alta nel gruppetto degli "integrati", lasciamo tutto e ricominciamo daccapo.
Una metafora.
Le fatiche che la vita, anche quella di un'undicenne, ci mette davanti. La paura di abbandonare la via ormai conosciuta per una nuova, che compare laggiù con le incognite del buio.
Ogni tanto un piantino, più o meno disperato, per ribadire quanto adesso non voglia lasciare i suoi compagni, finalmente conquistati.
Il mio cuore, ora che batte davvero in sincrono col suo, è strizzato come una spugna: secco, con tutto il liquido scivolato via.
Sto pensando le parole giuste per consolarla.
Per accompagnare queste nuove paure che arrivano, per spiegarle, se mai sarò capace.
Stasera, forse, ho trovato una chiave e la devo ad Akela, Baloo e Chil: presenze nuove che da un po' di mesi ci accompagnano. (Lo avevo detto qui).
Una loro "carezza" verbale è diventata un'intera interpretazione: il nostro posto è quello dove stiamo. Di volta in volta. E c'è un motivo se quel posto cambia, non sarà mai lo stesso, nel corso del tempo.
Il nostro posto sono le relazioni che stabiliamo e le storie che sappiamo intrecciare insieme agli altri. E sapere che gli altri non sarebbero affatto gli stessi se non avessero incontrato noi, se non ci fossimo trovati ad incrociare certe strade.
Non so quanto sia chiaro questo ragionamento, a chi legge queste righe e alla donna grande, quando glielo farò. Però qui dentro è chiarissimo. Una rivelazione.
Una luce.
Per il nuovo che ci aspetta e ci spaventa e ci commuove, insieme.
mercoledì 22 febbraio 2012
Gorgheggi le comiche
Oggi la profe è stata dalla logopedista. Ché la sua voce si è andata massacrando, negli ultimi anni, affrontando quelle belve di allievi ultradolescenti che si ritrova.
Pare anche che tale logopedista sia stata gentile, competente, simpatica. Ha colto il problema (c'è poco da sottilizzare, quando uno è disfonico...), ha trovato il rimedio, ha assegnato esercizi. Questi:
Ora: liberate la vostra mente e visualizzate davanti a voi un adulto che, dopo cena, si accomoda su una sedia con questo foglio davanti. (I pargoli strabuzzano gli occhi). Il medesimo adulto comincia a respirare profondamente, tentando di trovare il giusto rilassamento e il respiro suggerito dalla logopedista. (I pargoli cominciano a sorridere). L'adulto comincia a cantilenare quella litania tutta in "i", alzando il tono. Qualcosa a metà tra uno scioglilingua e una canzone scout.
Poveracci, i pargoli.
Son crollati a terra.
Ridevano talmente, rotolandosi, che nemmeno una logopedista avrebbe saputo come farli smettere.
(Però la profe da stamattina ha ritrovato una voce cristallina. Sembra la Callas. Basta che non canti, però. Eh!).
Pare anche che tale logopedista sia stata gentile, competente, simpatica. Ha colto il problema (c'è poco da sottilizzare, quando uno è disfonico...), ha trovato il rimedio, ha assegnato esercizi. Questi:
Ora: liberate la vostra mente e visualizzate davanti a voi un adulto che, dopo cena, si accomoda su una sedia con questo foglio davanti. (I pargoli strabuzzano gli occhi). Il medesimo adulto comincia a respirare profondamente, tentando di trovare il giusto rilassamento e il respiro suggerito dalla logopedista. (I pargoli cominciano a sorridere). L'adulto comincia a cantilenare quella litania tutta in "i", alzando il tono. Qualcosa a metà tra uno scioglilingua e una canzone scout.Poveracci, i pargoli.
Son crollati a terra.
Ridevano talmente, rotolandosi, che nemmeno una logopedista avrebbe saputo come farli smettere.
(Però la profe da stamattina ha ritrovato una voce cristallina. Sembra la Callas. Basta che non canti, però. Eh!).
lunedì 5 dicembre 2011
Questioni storiche
Storia.
La Terra prima dell'uomo.
"Con un singolo morso, un tirannosauro poteva frantumare più di 200 chili di carne e ossa".
- Babbo, tu quanto pesi?
- Beh, io sono anche abbastanza grosso, uomo piccolo, direi all'incirca 80 chili (clamorosa sottostima, d'altronde; eheheh).
- Un morsetto, qualche masticatina e via.
Uno li alleva, gli cambia i pannolini, li scarrozza di qua e di là, li fa (letteralmente) studiare, ci scrive sopra un blog.
E quelli ti mettono tra le fauci di un t-rex. Come stuzzichino...
La Terra prima dell'uomo.
"Con un singolo morso, un tirannosauro poteva frantumare più di 200 chili di carne e ossa".
- Babbo, tu quanto pesi?
- Beh, io sono anche abbastanza grosso, uomo piccolo, direi all'incirca 80 chili (clamorosa sottostima, d'altronde; eheheh).
- Un morsetto, qualche masticatina e via.
Uno li alleva, gli cambia i pannolini, li scarrozza di qua e di là, li fa (letteralmente) studiare, ci scrive sopra un blog.
E quelli ti mettono tra le fauci di un t-rex. Come stuzzichino...
mercoledì 23 novembre 2011
Uomini al bar
Stasera, io e l'uomo piccolo seduti al tavolo di un locale. Uno di quelli dove, dopo una certa ora, si radunano orde di adolescenti con gli ormoni in orbita.
Ci siamo sentiti, almeno io, davvero "in".
L'uomo piccolo sgranocchiava patatine da un sacchetto prima di entrare in piscina (chissà cosa ne penserà la profe...), il sottoscritto sorseggiava acqua. Via, anche un caffè.
Una semplice domanda, spesso elusa dalla noia ("come è andata oggi a scuola?"), ha scatenato invece un racconto appassionato e pieno di dettagli.
Anche l'uomo piccolo cresce, sale la strada che lo porta un po' più lontano di ieri. Le parole scelte con cura, le osservazioni sui comportamenti di una nuova supplente, l'emozione per il saluto di un amico che fino al giorno prima nemmeno lo guardava, l'orgoglio di aver portato in classe "quel libro sui dinosauri che abbiamo guardato tutto il giorno". La maestra era contenta, dice l'uomo piccolo, e lui gongola. Nella certezza di aver trovato un centro.
Con quella zazzera esagerata, con ciocche che vanno in ogni dove, sembra un ragazzino più grande della sua età. Un piccolo uomo.
Appunto.
Un uomo piccolo. E davvero divertente.
Ci siamo sentiti, almeno io, davvero "in".
L'uomo piccolo sgranocchiava patatine da un sacchetto prima di entrare in piscina (chissà cosa ne penserà la profe...), il sottoscritto sorseggiava acqua. Via, anche un caffè.
Una semplice domanda, spesso elusa dalla noia ("come è andata oggi a scuola?"), ha scatenato invece un racconto appassionato e pieno di dettagli.
Anche l'uomo piccolo cresce, sale la strada che lo porta un po' più lontano di ieri. Le parole scelte con cura, le osservazioni sui comportamenti di una nuova supplente, l'emozione per il saluto di un amico che fino al giorno prima nemmeno lo guardava, l'orgoglio di aver portato in classe "quel libro sui dinosauri che abbiamo guardato tutto il giorno". La maestra era contenta, dice l'uomo piccolo, e lui gongola. Nella certezza di aver trovato un centro.
Con quella zazzera esagerata, con ciocche che vanno in ogni dove, sembra un ragazzino più grande della sua età. Un piccolo uomo.
Appunto.
Un uomo piccolo. E davvero divertente.
domenica 20 novembre 2011
Gli accessori del babbo (20): il sussidiario
Perché non te le ricordavi, le tue domeniche di quinta elementare. D'inverno, quando il mare soffiava umido verso la città. E il sussidiario era un libro divulgativo rispetto alla complessità multidisciplinare di oggi.
Così hai potuto millantare quanto tu fossi veloce e ligio, nel fare i compiti, sempre da solo, senza genitori a ronzarti intorno. E, dopo che li avevi finiti, via a giocare, ad appiccicare figurine in un album (la stagione delle raccolte adesive era più o meno la medesima di questa), a spostare soldatini dentro un forte di compensato.
Questo hai detto, per scalfire la noia dei tuoi pargoli e istigarli a "darsi da fare".
In realtà stare lì, sotto le coperte, a ripassare l'antica Grecia, la geografia (fisica, demografica ed economica) del Piemonte, i cinque sensi con tutti quei nervi che trasportano stimoli elettro-chimici fin dentro il cervello è stata una gran bella cosa. Un'immersione totale dentro un mondo lontano, non tanto antico o moderno ma proprio distante.
Una distanza abissale, di metodi, di tempi, di cultura. Persino il Piemonte sembra cambiato, visto dall'oggi.
E rotolarsi con quei due, uno alla volta per non mescolare materie e programmi, come due compagni di classe è un privilegio di valore inestimabile: vedere uno sguardo che guizza quando la mente ha trovato la parola esatta, cogliere l'incertezza di fronte ad un accento difficile, ridere assieme di una parola storpiata in maniera irresistibile è più di un regalo. Più di un premio, forse un impegno. Leggero, tenue come un alito di zefiro.
E domani, il lunedì, sarà più facile. Senz'altro.
Così hai potuto millantare quanto tu fossi veloce e ligio, nel fare i compiti, sempre da solo, senza genitori a ronzarti intorno. E, dopo che li avevi finiti, via a giocare, ad appiccicare figurine in un album (la stagione delle raccolte adesive era più o meno la medesima di questa), a spostare soldatini dentro un forte di compensato.
Questo hai detto, per scalfire la noia dei tuoi pargoli e istigarli a "darsi da fare".
In realtà stare lì, sotto le coperte, a ripassare l'antica Grecia, la geografia (fisica, demografica ed economica) del Piemonte, i cinque sensi con tutti quei nervi che trasportano stimoli elettro-chimici fin dentro il cervello è stata una gran bella cosa. Un'immersione totale dentro un mondo lontano, non tanto antico o moderno ma proprio distante.
Una distanza abissale, di metodi, di tempi, di cultura. Persino il Piemonte sembra cambiato, visto dall'oggi.
E rotolarsi con quei due, uno alla volta per non mescolare materie e programmi, come due compagni di classe è un privilegio di valore inestimabile: vedere uno sguardo che guizza quando la mente ha trovato la parola esatta, cogliere l'incertezza di fronte ad un accento difficile, ridere assieme di una parola storpiata in maniera irresistibile è più di un regalo. Più di un premio, forse un impegno. Leggero, tenue come un alito di zefiro.
E domani, il lunedì, sarà più facile. Senz'altro.
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