venerdì 2 luglio 2010

Al fresco (l'importante è partecipare...)

Non è schizofrenia, se vi ricordate il post di ieri. L'estate è fatta di questi estremi: tra la calura diurna e il fresco delle colline, la sera. E' per cercare un po' di tregua che ci si arrampica verso l'alto, su un nastro d'asfalto che presto lascia il calderone della città per incontrare vigneti, coloniche che ti guardano da sopra, ville medicee e oliveti. Campagna.
Poi, d'improvviso, il bosco e tutto, ancora, cambia. La temperatura si fa dolce e sopportabile, l'umidità non è più appiccicosa di ossido di carbonio ma profuma di foglie ed erba.
Ci si distende: verso la tavolata già pronta, verso il tramonto fantastico, verso il prato. E il campetto di calcio. Due porte ed un pallone fanno la nostra gioia, dei pargoli e "di" pargoli. Anche desian sgambetta. E suda.
Poi chiacchiere rilassate e cibo.
E anche dietro la serata più innocua si nasconde qualche risorsa, se sono dei bambini che ti guidano. Perché a un certo punto ecco saltar fuori una squadra di cinque ragazzini, grandicelli. Cominciano guardandoti da lontano, mentre sgambetti tra i tuoi piccoli. Poi si fanno avanti: vogliamo giocare anche noi, vogliamo.
Giochiamo.
I ragazzini son ganzi, chiaramente semi-professionisti per l'età che hanno. Ce le danno di santa ragione e i pargoli, tutti e cinque quelli che ho attorno, non sanno più che pesci pigliare: la palla nemmeno la vedono più. Sono gol su gol, che subiamo.
Qualcuno comincia ad essere disperato (e piangerà tutta la sera, ben dopo la fine della partita), qualcun altro implora che l'adulto, io, prenda in mano la situazione e annichilisca gli avversari.
Avversari che peraltro sparano parolacce come fossero complimenti, millantano di "spezzare le gambe" e accampano mille scuse non appena perdono il pallone.
Insomma, ragazzini ben educati, pronti per una vita adulta da furbacchioni, da prepotenti. Vogliamo giocare, perché noi vinciamo.
Per fortuna, tra i pargoli c'è un piccolo saggio: "l'importante non è vincere ma divertirsi, giocare e imparare" cercava di consolare i suoi compagni. Inconsolabili, alcuni.
E, mi chiedo, piccoli lord educati a valori diversi e quindi perdenti?

4 commenti:

  1. la 'povna ha letto prima con invidia: dell'allontanamento, del fresco, del bosco, e (certo!) del campetto di pallone. poi ha letto con ansia e curiosità: come sarebbe andata a finire? finisce nel modo che sembra solito, ultimamente, in questa italia, ed è un peccato. perché quel vogliamo iniziale diceva già tutto, ma c'è stato un momento, nella freccia del tempo, in cui i padri di quei bambini hanno iniziato a dire vogliamo, e sarebbe bastato che qualcuno avesse insegnato loro il condizionale. magari anche pronunciato con enfasi, ma pur sempre un "se"...
    chi sa SE, allora, anche la nostra storia sarebbe andata diversamente...

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  2. @'povna: cara 'povna, intanto, quando si sono palesati sul campetto quei genitori, devo dire che la freccia del tempo ha infilzato sì i padri, ma anche le madri. Purtroppo. E quei bambini frecciati sono la nostra storia (quella che a qualcuno - molti? pochi? - di noi non piace) che s-freccia, va avanti di gran carriera in questa Nuova Italia che si afferma. Educare in proprio bambini con comportamenti e valori differenti, alle volte, mi da' un brivido di incertezza. Ripeto: perdenti? Sconfitti in partenza, dentro la gabbia dei leoni che ci contiene?...
    P:S: E anche i miei pargoli (miei della mia squadra, erano 6) volevano vincere, erano disperati, piagnucolavano, chi più, chi meno. Perché poi uno li educa a valori differenti ma attorno a sé vedono ben altro.

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  3. educati.... son parole grosse

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  4. sei sicuro di avere perso ?

    tranquillo ora ti mando murigno e un paio di brasiliani ...

    o vuoi un paio di ob oba ?

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