Quando ci lamentiamo dei populismi degli altri dovremmo sempre ricordarci di qual è il Paese del mondo dove un capo di governo fa il tipo di propaganda che è stata fatta nelle ultime settimane qui da noi. (Senza che nessuno ne chieda l'interdizione).
E quando dico "propaganda" intendo in senso letterale, con tutti gli argomenti, le minacce, le bugie, le false notizie e il paternalismo ributtante che ci è stato profuso.
Quando ci lamentiamo dei populismi degli altri dovremmo riflettere sul tipo di società che siamo diventati e sul perché ci lasciamo trattare così da un uomo politico, e non è nemmeno la prima volta.
Mi piacerebbe riflettere sul tipo di masochismo sociale che ci anima. Forse non sappiamo (cosa) pensare.
E stasera, per chiudere in bellezza, verrà a Firenze a comprarsi il Paese con vin brulè e caldarroste. E' talmente nuovo lui (gli altri sono casta, dice) che usa metodi strapaesani da anni Cinquanta. E' un vecchio imbonitore da fiere che pensa ancora di trovarsi davanti una platea di analfabeti, di fessacchiotti.
Io non mi sento soltanto profondamente indignato (e accidenti se lo
sono!) che mi cambino la Costituzione sotto gli occhi, senza uno
straccio di visione politica ma solo come lo slogan per il massacro
politico di domani.
Io mi sento oltraggiato.
Votiamo con la dignità, se ce n'è ancora un po'. Buon referendum.
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venerdì 2 dicembre 2016
martedì 29 novembre 2016
sabato 26 novembre 2016
Fidel
Le grandi visioni della Storia, come tutte le cose umane, finiscono.
E come tutte le cose grandi, le grandi visioni della Storia portano con sé, una accanto all'altra, esaltazioni ed errori, dolori e utopie bellissime, risultati straordinari e fallimenti.
Siamo umani.
Da molto tempo, grandi visioni la Storia non ne fa più. Per qualche decennio abbiamo nuotato nella grigia mediocrità. Oggi, guardiamoci attorno con sincerità, possiamo vedere miserabili che si ergono a condottieri. Mezze calzette, fango.
Alain Badiou dice (più o meno, cito a memoria) che "le crisi globali vanno affrontate agendo localmente" e allora ci tocca, ogni giorno, far qualcosa di concreto perché nuove grandi visioni della Storia nascano e prendano campo.
Siamo umani, non ci facciamo sorprendere.
E come tutte le cose grandi, le grandi visioni della Storia portano con sé, una accanto all'altra, esaltazioni ed errori, dolori e utopie bellissime, risultati straordinari e fallimenti.
Siamo umani.
Da molto tempo, grandi visioni la Storia non ne fa più. Per qualche decennio abbiamo nuotato nella grigia mediocrità. Oggi, guardiamoci attorno con sincerità, possiamo vedere miserabili che si ergono a condottieri. Mezze calzette, fango.
Alain Badiou dice (più o meno, cito a memoria) che "le crisi globali vanno affrontate agendo localmente" e allora ci tocca, ogni giorno, far qualcosa di concreto perché nuove grandi visioni della Storia nascano e prendano campo.
Siamo umani, non ci facciamo sorprendere.
giovedì 24 novembre 2016
Gli anfibi e il rosa
Avvertenza: questo post è stato scritto, se i dati di Blogspot sono giusti, in un giorno di dicembre del 2013 e mai, credo..., pubblicato. L'ho ritrovato quasi per caso, l'ho riletto. L'ho trovato carino. Anche quello che c'è scritto risale, come è ovvio, al 2013 e quegli anfibi ormai non ci sono più. E magari la donna grande, a rileggersi, si troverà molto diversa. E magari non troppo contenta di essere finita di nuovo qui. Io però lo pubblico lo stesso. Sono o non sono il suo genitore?!
La donna grande ha comprato il suo primo paio di anfibi.
Che, nel passaggio esistenziale da ragazzina/bambinetta a squinzia, promette proprio bene.
Prima di tutto perché potevano capitare scarpine rosa e tulle rosa e volants e perline sempre rosa e luccichini ancora una volta rosa (insomma quelle figliole pissere da morire di cui è pieno certo immaginario femminile - e anche maschile rispetto alla donna, troppo spesso), e poi perché la scelta è nata tutta nel suo mondo, nel confronto tra lei e le sue amiche, senza che l'adulto, nessun adulto, la influenzasse nella scelta.
Insomma, fino a qui tutto bene, come diceva il tale che stava precipitando senza paracadute. I piani del grattacielo si susseguono a velocità vertiginosa nella caduta verso l'adolescenza ma per ora non ci siamo fatti niente. L'ottimismo della volontà.
Unico vezzo, per tornare al piano dell'identità di genere, è che gli anfibi sono di vernice, invece che opachi, e nero-dark-squinziesco invece che verde militare. Ah, dimenticavo: hanno anche la cerniera laterale, oltre ai lacci d'ordinanza. Insomma, una molto libera interpretazione dell'essere se stessi: uguali tra gli uguali e differenti tra i differenti.
Salvato anche il relativismo che guida tempestosamente, visti i tempi di assolutismo di ritorno, il nostro quotidiano non si può che godersi la scelta sperando che certo rosa assomigli sempre meno al burqa nostrum (per citare una geniale formula che qualcuno ha pensato bene di ricamare con amarissimo sarcasmo sui grembiuli da cucina) che è oggi.
La donna grande ha comprato il suo primo paio di anfibi.
Che, nel passaggio esistenziale da ragazzina/bambinetta a squinzia, promette proprio bene.
Prima di tutto perché potevano capitare scarpine rosa e tulle rosa e volants e perline sempre rosa e luccichini ancora una volta rosa (insomma quelle figliole pissere da morire di cui è pieno certo immaginario femminile - e anche maschile rispetto alla donna, troppo spesso), e poi perché la scelta è nata tutta nel suo mondo, nel confronto tra lei e le sue amiche, senza che l'adulto, nessun adulto, la influenzasse nella scelta.
Insomma, fino a qui tutto bene, come diceva il tale che stava precipitando senza paracadute. I piani del grattacielo si susseguono a velocità vertiginosa nella caduta verso l'adolescenza ma per ora non ci siamo fatti niente. L'ottimismo della volontà.
Unico vezzo, per tornare al piano dell'identità di genere, è che gli anfibi sono di vernice, invece che opachi, e nero-dark-squinziesco invece che verde militare. Ah, dimenticavo: hanno anche la cerniera laterale, oltre ai lacci d'ordinanza. Insomma, una molto libera interpretazione dell'essere se stessi: uguali tra gli uguali e differenti tra i differenti.
Salvato anche il relativismo che guida tempestosamente, visti i tempi di assolutismo di ritorno, il nostro quotidiano non si può che godersi la scelta sperando che certo rosa assomigli sempre meno al burqa nostrum (per citare una geniale formula che qualcuno ha pensato bene di ricamare con amarissimo sarcasmo sui grembiuli da cucina) che è oggi.
lunedì 18 gennaio 2016
Chiudere "Il Cerchio"
"Non è che non socializzo. Io sono abbastanza socievole. Ma gli strumenti che create voi in realtà producono bisogni di socialità innaturalmente estremi. Nessuno ha davvero bisogno del numero di contatti che fornite voi. Non porta a nessun miglioramento. Non è nutriente. E' come le merendine. Sai come le studiano? Determinano con scientifica precisione di quanto sale e quanti grassi hanno bisogno per farti continuare a mangiare. Tu non hai fame, non senti il bisogno di mangiare, quello che hai davanti non ti stuzzica, ma continui a mangiare queste calorie vuote. Ecco quello che spacciate voi. La stessa cosa. Un numero incalcolabile di calorie vuote, il loro equivalente digitale e sociale. E le calibrate in modo tale da rendere altrettanto dipendenti i loro consumatori".
(Dave Eggers, "Il Cerchio", Mondadori, 2014, pagg. 110-111).
(Dave Eggers, "Il Cerchio", Mondadori, 2014, pagg. 110-111).
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venerdì 15 gennaio 2016
Ashley Olsen
Io Ashley Olsen non la conoscevo. Pur vivendo nella stessa città (una città tutto sommato piccola, dove in questi anni ho sperimentato di continuo l'incrociarsi di amicizie e conoscenze - "Firenze è piccola" diciamo tutti) non credo nemmeno mi sia mai capitato di incrociarla per strada. La sua vita era probabilmente quanto di più lontano dalla mia, quasi un altro pianeta.
Eppure per giorni, ed ho aspettato giorni a scriverne, mi sono chiesto perché questo omicidio mi avesse immediatamente colpito con tanto dolore. Ho pensato subito la solita formuletta banale - "uomini che odiano le donne" - e sapevo di averci azzeccato.
Uomini che pensano di averne il "possesso", uomini violenti perché in fondo le donne sono attributi e se ne possono liberare con una spinta, con una manata. Via!
Purtroppo, purtroppo, purtroppo avevo ragione. Una facile profezia, oltretutto: in questo tipo di vicende c'è quasi sempre una violenta mano maschile che colpisce.
Non frequento facebook o altri luoghi simili (mi limito a twitter) ma mi è capitato di leggere, ad esempio proprio qui, di deliranti offese alla sua memoria. "Oltre al femminicidio", si dice in quel post, "anche l'onta del se l'è cercata".
Il disprezzo totale di una morte bestiale in cambio di una crocifissione postuma: come ci piace la vendetta e il fango che vola da una parte all'altra... Sembra quasi che il "sessismo" sia il vero centro, il vero argomento. Il bullismo degli adulti, di CERTI adulti, che non hanno fatto in tempo a praticarlo altrove. O forse lo praticano ogni giorno senza che alcuna istituzione, alcun osservatorio se ne occupi.
E poi il peso, tutto cattolico, del 'giudizio'. Dove c'è qualcuno che divide il grano dal loglio e fa giustizia. Sparlando, infangando la memoria della/e vittima/e, violentando persino la morte.
Ci ho messo una vita intera (e continuo a farlo ancora, ogni giorno) per liberarmi della mia asfissiante educazione cattolica piena di gelosie, invidie, (pre)giudizi, ignoranza, meschinità, del dio terribile e vendicativo della bibbia. E ci ho messo una vita a capire quanto quel tipo di giudizio non serva a niente e non sia altro che una 'condanna'. E non c'è perdono, non c'è pietà umana, se nemmeno dopo la morte una donna, morta come è morta Ashley (quasi con nonchalance, nelle prime dichiarazioni dell'assassino...), può avere RISPETTO.
(Parentesi. Che razza di uomo sono, io, se dopo i primi articoli di giornale - molti di essi morbosi, voyeristici, nella sostanza colpevolisti verso la vittima! - anch'io sono stato sfiorato da quel sospetto?: "Certo, però, che vita sconclusionata. Forse se l'è cercata". Che razza di uomo sono, io, se malgrado tutto, malgrado rivendichi il mio pensiero, ho per un attimo fatto lo stesso volgare pensiero di tanti? Allora credo ci sia un lungo cammino ancora da fare. Un cammino però non difficile se certe orrende vicende ci fanno porre domande e ci fanno dare risposte, anche quando crediamo di essere immuni dal sessismo. Forse un cammino a cui, ogni povera vittima, aggiunge un tassello di consapevolezza. Fintanto che bisognerà che smettano di esserci vittime e la nostra consapevolezza di uomini ce la troviamo dentro noi stessi: "che razza di uomo sono, io?".)
Io di Ashley non so nulla e, almeno in questo caso, non mi interessa sapere. Non mi interessa portare fiori al suo portone o creare quei ridicoli hashtag tipo #prayfor.
A me piacerebbe, intanto, che una donna possa essere libera davvero come chiunque altro. Come un uomo, anche se spesso noi uomini dimostriamo di non meritarcela, la nostra libera libertà.
Che una donna possa tornare a casa una notte in compagnia di qualcuno che si è scelta e svegliarsi ancora, il mattino dopo. Come un uomo.
Che una donna possa interpretare a suo modo la propria esistenza. Come un uomo.
Che una donna non debba mai sentirsi sporca. A differenza di un uomo.
Non ci sarà libertà fintanto che ad una donna si affibbierà qualche epiteto volgare e violento solo perché è donna. Solo perché ci sfugge e non si fa "possedere" come oggetto, dal maschio.
Io spero allora, infine, che Ashley non riposi affatto in pace ma venga a tormentarci l'anima quando ci comportiamo da benpensanti, quando qualche delirio ci fa anche solo per un momento confondere i pensieri, quando ribaltiamo senza pudore il ruolo di carnefice con quello di vittima e quello della vittima liquidato con "se l'è cercata".
Spero vivamente che Ashley, con quello spirito allegro e solare che pare la guidasse, ci visiti ancora a lungo e ci faccia stare scomodi nei nostri panni. Me, senz'altro.
Spero anche vada a svegliare la notte quei beceri ignoranti cafoni che ne offendono la memoria.
Eppure per giorni, ed ho aspettato giorni a scriverne, mi sono chiesto perché questo omicidio mi avesse immediatamente colpito con tanto dolore. Ho pensato subito la solita formuletta banale - "uomini che odiano le donne" - e sapevo di averci azzeccato.
Uomini che pensano di averne il "possesso", uomini violenti perché in fondo le donne sono attributi e se ne possono liberare con una spinta, con una manata. Via!
Purtroppo, purtroppo, purtroppo avevo ragione. Una facile profezia, oltretutto: in questo tipo di vicende c'è quasi sempre una violenta mano maschile che colpisce.
Non frequento facebook o altri luoghi simili (mi limito a twitter) ma mi è capitato di leggere, ad esempio proprio qui, di deliranti offese alla sua memoria. "Oltre al femminicidio", si dice in quel post, "anche l'onta del se l'è cercata".
Il disprezzo totale di una morte bestiale in cambio di una crocifissione postuma: come ci piace la vendetta e il fango che vola da una parte all'altra... Sembra quasi che il "sessismo" sia il vero centro, il vero argomento. Il bullismo degli adulti, di CERTI adulti, che non hanno fatto in tempo a praticarlo altrove. O forse lo praticano ogni giorno senza che alcuna istituzione, alcun osservatorio se ne occupi.
E poi il peso, tutto cattolico, del 'giudizio'. Dove c'è qualcuno che divide il grano dal loglio e fa giustizia. Sparlando, infangando la memoria della/e vittima/e, violentando persino la morte.
Ci ho messo una vita intera (e continuo a farlo ancora, ogni giorno) per liberarmi della mia asfissiante educazione cattolica piena di gelosie, invidie, (pre)giudizi, ignoranza, meschinità, del dio terribile e vendicativo della bibbia. E ci ho messo una vita a capire quanto quel tipo di giudizio non serva a niente e non sia altro che una 'condanna'. E non c'è perdono, non c'è pietà umana, se nemmeno dopo la morte una donna, morta come è morta Ashley (quasi con nonchalance, nelle prime dichiarazioni dell'assassino...), può avere RISPETTO.
(Parentesi. Che razza di uomo sono, io, se dopo i primi articoli di giornale - molti di essi morbosi, voyeristici, nella sostanza colpevolisti verso la vittima! - anch'io sono stato sfiorato da quel sospetto?: "Certo, però, che vita sconclusionata. Forse se l'è cercata". Che razza di uomo sono, io, se malgrado tutto, malgrado rivendichi il mio pensiero, ho per un attimo fatto lo stesso volgare pensiero di tanti? Allora credo ci sia un lungo cammino ancora da fare. Un cammino però non difficile se certe orrende vicende ci fanno porre domande e ci fanno dare risposte, anche quando crediamo di essere immuni dal sessismo. Forse un cammino a cui, ogni povera vittima, aggiunge un tassello di consapevolezza. Fintanto che bisognerà che smettano di esserci vittime e la nostra consapevolezza di uomini ce la troviamo dentro noi stessi: "che razza di uomo sono, io?".)
Io di Ashley non so nulla e, almeno in questo caso, non mi interessa sapere. Non mi interessa portare fiori al suo portone o creare quei ridicoli hashtag tipo #prayfor.
A me piacerebbe, intanto, che una donna possa essere libera davvero come chiunque altro. Come un uomo, anche se spesso noi uomini dimostriamo di non meritarcela, la nostra libera libertà.
Che una donna possa tornare a casa una notte in compagnia di qualcuno che si è scelta e svegliarsi ancora, il mattino dopo. Come un uomo.
Che una donna possa interpretare a suo modo la propria esistenza. Come un uomo.
Che una donna non debba mai sentirsi sporca. A differenza di un uomo.
Non ci sarà libertà fintanto che ad una donna si affibbierà qualche epiteto volgare e violento solo perché è donna. Solo perché ci sfugge e non si fa "possedere" come oggetto, dal maschio.
Io spero allora, infine, che Ashley non riposi affatto in pace ma venga a tormentarci l'anima quando ci comportiamo da benpensanti, quando qualche delirio ci fa anche solo per un momento confondere i pensieri, quando ribaltiamo senza pudore il ruolo di carnefice con quello di vittima e quello della vittima liquidato con "se l'è cercata".
Spero vivamente che Ashley, con quello spirito allegro e solare che pare la guidasse, ci visiti ancora a lungo e ci faccia stare scomodi nei nostri panni. Me, senz'altro.
Spero anche vada a svegliare la notte quei beceri ignoranti cafoni che ne offendono la memoria.
giovedì 7 gennaio 2016
Fantasmi
Avvertenza. Questo non è un articolo pieno di grafici e numeri e tabelle che corroborano la notizia, dimostrando cioè che essa è "numericamente" rilevante. Non è nemmeno uno di quei pezzi di fact checking journalism (come parliamo tutti forbiti...) nel senso che non ho intervistato parte e controparte né citerò fonti o bibliografia. Questa è una piccola, insignificante storia. Che però accade, senza numeri. E' accaduta stamane. Prendetela come una storia, anzi come un racconto di fantasmi, di ectoplasmi evanescenti. Di quelli che si racconta(va)no accanto al fuoco, nelle serate invernali. E spero, crediate o no ai fantasmi, che vi faccia almeno un po' paura.
Càpita che un amico, malato da tanto tempo, ci lasci. Muoia.
La vita è come una scatola di cioccolatini, diceva la mamma di Forrest Gump, non sai mai cosa ti càpita. Qualche volta ti càpitano lacrime e dolore e condividerli ci fa sentire meno soli. Più umani, direbbe qualcun altro o diremmo noi.
Così accade che le persone sentano il bisogno, prima ancora che il dovere, di stare accanto a chi resta colpito dal lutto e di partecipare, esse stesse, alla cerimonia funebre.
C'era una volta (ecco che subentra la narrazione) un semplice metodo: si chiedeva un permesso al lavoro e, di norma, veniva concesso il "privilegio" di assentarsi. Per lutto.
Ammettiamo, in questa storia, che il protagonista possa essere un lavoratore del pubblico impiego. Mettiamo che si tratti, che so io, di un insegnante. Per di più, di uno di quegli insegnanti motivati, partecipi, membro di innumerevoli commissioni. Non un lavativo, insomma, ma uno di quelli che lavorano con coscienza. E nemmeno 'uno' ma 'una'.
Profe.
E la profe, ligissima al dovere come ogni giorno, ha chiesto il permesso, a preside e vice-preside. Facendolo per tempo: il funerale era stamani e ieri, pur in giornata di festa, si è attivata e si è messa in contatto per avvisare. Con l'anticipo possibile, vista la situazione. Nessuna risposta ieri, malgrado la mail (o meglio, una non-risposta via sms dalla vice, 'spallatonda'). Stamattina invece una bella risposta telefonica. E la risposta, ufficiale, della preside, è "no".
"Comunque le porgo le mie condoglianze, cara profe".
Eccolo, il livello delle persone.
Sia chiaro, chiarissimo, che la dirigenza ha ragione da vendere, in questa storia. Perché esiste una circolare interna alla scuola in questione in cui si dice che non ci si può assentare (nemmeno per motivi gravi ed improvvisi come un lutto?, aggiungo io) se non con un preavviso di giorni 3.
Quindi la storia è già finita?
Chissà...
Antefatto. Durante una riunione in cui la circolare è stata discussa (niente tabelle né check facting, mi spiace), la dirigente scolastica, forte del suo sacrosanto ruolo, ha dichiarato appunto che, da quella circolare in poi, sarebbero stati necessari 3 giorni di preavviso per qualsiasi richiesta di permesso. Quando la RSU ha fatto notare che ci potevano essere casi in cui non sarebbe stato possibile avvisare 3 giorni prima, la preside, forte del suo sacrosanto ruolo, ha ribattuto che "se 3 vi sembran troppi, allora facciamo 5".
Eccolo il clima, della storia.
Ora io non credo che le responsabilità dei "climi" e dei loro cambiamenti siano mai di uno e di uno soltanto. Non immagino che la cosiddetta "buona scuola" abbia già messo in moto tali meccanismi di uso del potere da parte di questi piccoli burocrati meschini che sanno essere alcuni dirigenti scolastici. Immagino che i cambiamenti hanno sempre storie lunghe e percorsi che partono da lontano. Eppure, a sentir raccontare chi nella scuola ci lavora oppure le rappresentanze sindacali, qualche gelido soffio di dirigismo affiora. Ora comandano.
Il potere logora chi non ce l'ha, diceva uno dei peggiori, ma il piccolo potere di certi ottusi inservienti della burocrazia a me pare, sinceramente, ancora più laido. Più meschino e più solitario. In qualche modo, se la parola avesse un senso, più "inutile". Una forma di debolezza e di mediocrità che a me, opinione personale, sembra la cifra distintiva e peculiare di un "nuovo" modo di pensare, di fare, di agire nella società. Una mediocrità che sta diventando la sostanza stessa dei rapporti (legali, sociali, politici e ancor di più umani) che ci legano, cittadino con cittadino, persona con persona.
Sappiamo anche che, in tempi in cui le condizioni materiali di molti sono peggiorate rispetto alle ragionevoli aspettative o agli standard, si risponde restrigendo i diritti degli altri in modo che il peggio sia comune. Si abbassa il livello, nello spirito del "mal comune, mezzo gaudio"...
Niente da dire, nell'economia della nostra storia di fantasmi: la mediocrità può essere liberamente esercitata e chi si trova a subirne le conseguenze sa che deve adeguarsi. Contratto e regole alla mano.
Possiamo però vederle, queste persone grette e tronfie, nascoste dietro la loro cattedra, che esercitano con fermezza il loro piccolo e insignificante nulla. E possiamo raccontare delle piccole insignificanti storie. E dobbiamo (nel senso che questo invece è proprio un 'dovere civico') tenere sempre a mente chi ci troviamo di fronte. Ed averne l'opinione che si merita.
Càpita che un amico, malato da tanto tempo, ci lasci. Muoia.
La vita è come una scatola di cioccolatini, diceva la mamma di Forrest Gump, non sai mai cosa ti càpita. Qualche volta ti càpitano lacrime e dolore e condividerli ci fa sentire meno soli. Più umani, direbbe qualcun altro o diremmo noi.
Così accade che le persone sentano il bisogno, prima ancora che il dovere, di stare accanto a chi resta colpito dal lutto e di partecipare, esse stesse, alla cerimonia funebre.
C'era una volta (ecco che subentra la narrazione) un semplice metodo: si chiedeva un permesso al lavoro e, di norma, veniva concesso il "privilegio" di assentarsi. Per lutto.
Ammettiamo, in questa storia, che il protagonista possa essere un lavoratore del pubblico impiego. Mettiamo che si tratti, che so io, di un insegnante. Per di più, di uno di quegli insegnanti motivati, partecipi, membro di innumerevoli commissioni. Non un lavativo, insomma, ma uno di quelli che lavorano con coscienza. E nemmeno 'uno' ma 'una'.
Profe.
E la profe, ligissima al dovere come ogni giorno, ha chiesto il permesso, a preside e vice-preside. Facendolo per tempo: il funerale era stamani e ieri, pur in giornata di festa, si è attivata e si è messa in contatto per avvisare. Con l'anticipo possibile, vista la situazione. Nessuna risposta ieri, malgrado la mail (o meglio, una non-risposta via sms dalla vice, 'spallatonda'). Stamattina invece una bella risposta telefonica. E la risposta, ufficiale, della preside, è "no".
"Comunque le porgo le mie condoglianze, cara profe".
Eccolo, il livello delle persone.
Sia chiaro, chiarissimo, che la dirigenza ha ragione da vendere, in questa storia. Perché esiste una circolare interna alla scuola in questione in cui si dice che non ci si può assentare (nemmeno per motivi gravi ed improvvisi come un lutto?, aggiungo io) se non con un preavviso di giorni 3.
Quindi la storia è già finita?
Chissà...
Antefatto. Durante una riunione in cui la circolare è stata discussa (niente tabelle né check facting, mi spiace), la dirigente scolastica, forte del suo sacrosanto ruolo, ha dichiarato appunto che, da quella circolare in poi, sarebbero stati necessari 3 giorni di preavviso per qualsiasi richiesta di permesso. Quando la RSU ha fatto notare che ci potevano essere casi in cui non sarebbe stato possibile avvisare 3 giorni prima, la preside, forte del suo sacrosanto ruolo, ha ribattuto che "se 3 vi sembran troppi, allora facciamo 5".
Eccolo il clima, della storia.
Ora io non credo che le responsabilità dei "climi" e dei loro cambiamenti siano mai di uno e di uno soltanto. Non immagino che la cosiddetta "buona scuola" abbia già messo in moto tali meccanismi di uso del potere da parte di questi piccoli burocrati meschini che sanno essere alcuni dirigenti scolastici. Immagino che i cambiamenti hanno sempre storie lunghe e percorsi che partono da lontano. Eppure, a sentir raccontare chi nella scuola ci lavora oppure le rappresentanze sindacali, qualche gelido soffio di dirigismo affiora. Ora comandano.
Il potere logora chi non ce l'ha, diceva uno dei peggiori, ma il piccolo potere di certi ottusi inservienti della burocrazia a me pare, sinceramente, ancora più laido. Più meschino e più solitario. In qualche modo, se la parola avesse un senso, più "inutile". Una forma di debolezza e di mediocrità che a me, opinione personale, sembra la cifra distintiva e peculiare di un "nuovo" modo di pensare, di fare, di agire nella società. Una mediocrità che sta diventando la sostanza stessa dei rapporti (legali, sociali, politici e ancor di più umani) che ci legano, cittadino con cittadino, persona con persona.
Sappiamo anche che, in tempi in cui le condizioni materiali di molti sono peggiorate rispetto alle ragionevoli aspettative o agli standard, si risponde restrigendo i diritti degli altri in modo che il peggio sia comune. Si abbassa il livello, nello spirito del "mal comune, mezzo gaudio"...
Niente da dire, nell'economia della nostra storia di fantasmi: la mediocrità può essere liberamente esercitata e chi si trova a subirne le conseguenze sa che deve adeguarsi. Contratto e regole alla mano.
Possiamo però vederle, queste persone grette e tronfie, nascoste dietro la loro cattedra, che esercitano con fermezza il loro piccolo e insignificante nulla. E possiamo raccontare delle piccole insignificanti storie. E dobbiamo (nel senso che questo invece è proprio un 'dovere civico') tenere sempre a mente chi ci troviamo di fronte. Ed averne l'opinione che si merita.
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lunedì 12 gennaio 2015
Fasi cruciali
Siamo in una fase cruciale, con la donna grande.
L'adolescenza, direte voi, le prime tempeste ormonali, le crisi di identità, i pomeriggi passati al pattinaggio sbirciando da lontano se esista un ragazzetto accalappiabile.
Macché.
Acqua fresca, quella. Segno antico di tempi che non torneranno mai più.
La fase cruciale è la scelta della scuola superiore. Questo sì segno che ti segna per la vita, come se fosse un viaggio senza ritorno. La scommessa che non si può sbagliare, nella società della performance.
E allo stesso modo si comporta il contesto. Scegliere la scuola è come compulsare selvaggiamente l'amazon dell'istruzione. Tutti consultano tutti gli istituti cittadini: quello vicino casa, quello lontano ma prestigioso, quello che tutti sanno essere ottimo, quello di cui si hanno referenze spettacolari oppure così-così, quello faticosissimo che stroncherebbe la resistenza di un genio e quello dove hanno studiato i migliori...
Premesso che alla fine la scelta è in realtà quella fatta a priori da ogni studente e famiglia, senza aver consultato un bel niente (scientifico o classico, nel nostro caso, con preferenza per lo scientifico. E guarda caso scientifico sarà, anche se le consultazioni sono ancora in corso...), questo nuovo mercato delle vacche produce effetti davvero interessanti. Curiosi.
Perché la visione ormai privatistica dell'istruzione produce, almeno qui da noi, fiere generali, open day, lezioni aperte e lezioni a domicilio, incontri coi docenti e docenti che smistano orari, date e appuntamenti. Tutti noi spendiamo una quantità invereconda di tempo per capire quello che sappiamo già: una scuola non la scegliamo sulla base di un'offerta mercantile (ci sono scuole che, durante quelle fiere, regalano segnalibri, matite, calendarietti, persino fazzoletti di carta griffati per imbonirsi i clienti. E si tratta spesso di scuole private, guarda caso, che non hanno evidentemente da offrire un grande curriculum educativo e lo sostituiscono coi gadget da gonzi!) ma sulla base del percorso che lo studente in questione ha fatto per arrivare lì dov'è, a scegliere. E' sul viatico delle elementari, dopo cinque anni di prime volte educative, che già traccia un primo percorso e un primo giudizio: "Stia tranquillo, signor desian, la donna grande potrà scegliere qualsiasi scuola, non avrà problemi".
Eh facile, per te, maestra S. farti oracolo positivo e darci l'illusione che, di qui in avanti, imparato a "leggere e far di conto", la strada sarà tutta in discesa. O tutta rosa e fiori.
E' anche sul viatico di tre anni di medie, dove finalmente le prime volte educative si trasformano in una ben diversa consapevolezza, stavolta oltre al leggere e al far di conto abbiamo anche capito il perché tutto ciò (ci) accada.
Da parte nostra invece una scuola superiore aiutiamo a sceglierla anche e soprattutto (per quanto possa essere utile, sincero ed ascoltato il nostro consiglio) sulla base delle persone che siamo diventate, degli educatori che cerchiamo di essere nei confronti dei nostri figli. Tutto questo come prodotto delle nostre esperienze, dei nostri valori e dell'idea (giusta o sbagliata che sia) di futuro che condividiamo.
Insomma, li aiutiamo a scegliere la scuola sulla base del percorso che ci siamo trovati a fare noi, percorso scolastico e di vita. Li aiutiamo, o cerchiamo di farlo, in base al passato dal quale veniamo e al come siamo diventati oggi.
Ed è quello che, plausibilmente, facciamo con il loro, di percorso.
In definitiva lo facciamo come persone, non come clienti.
Lo facciamo in base alle idee, nostre spesso. Non del mercato o non ancora.
Possiamo stare sereni, come direbbe qualche imbonitore modernissimo, che la scuola sarà prima o poi privatizzata (e nessuno alzerà un dito per difenderla, la scuola di tutti) e nel frattempo seguiamo questo flusso nel quale, persino, qualche insegnante può sembrare un lenone impegnato a magnificare la sua merce.
Molti sono persone splendide e capaci e appassionate che fanno discorsi bellissimi, commoventi e condivisibili sul buon insegnamento. Ma siamo tutti, insegnanti e genitori, incamminati ormai serenamente sulla strada che ci porta ai vari banchini, alle varie mercanzie. Alla scuola selettiva e performante, che sia quella sotto casa o la più prestigiosa del lotto.
Buona scelta, a noi, con tutta l'ironia, la pazienza e la leggerezza necessarie.
Buona fase cruciale numero uno. Ché le altre arriveranno serene, col tempo.
L'adolescenza, direte voi, le prime tempeste ormonali, le crisi di identità, i pomeriggi passati al pattinaggio sbirciando da lontano se esista un ragazzetto accalappiabile.
Macché.
Acqua fresca, quella. Segno antico di tempi che non torneranno mai più.
La fase cruciale è la scelta della scuola superiore. Questo sì segno che ti segna per la vita, come se fosse un viaggio senza ritorno. La scommessa che non si può sbagliare, nella società della performance.
E allo stesso modo si comporta il contesto. Scegliere la scuola è come compulsare selvaggiamente l'amazon dell'istruzione. Tutti consultano tutti gli istituti cittadini: quello vicino casa, quello lontano ma prestigioso, quello che tutti sanno essere ottimo, quello di cui si hanno referenze spettacolari oppure così-così, quello faticosissimo che stroncherebbe la resistenza di un genio e quello dove hanno studiato i migliori...
Premesso che alla fine la scelta è in realtà quella fatta a priori da ogni studente e famiglia, senza aver consultato un bel niente (scientifico o classico, nel nostro caso, con preferenza per lo scientifico. E guarda caso scientifico sarà, anche se le consultazioni sono ancora in corso...), questo nuovo mercato delle vacche produce effetti davvero interessanti. Curiosi.
Perché la visione ormai privatistica dell'istruzione produce, almeno qui da noi, fiere generali, open day, lezioni aperte e lezioni a domicilio, incontri coi docenti e docenti che smistano orari, date e appuntamenti. Tutti noi spendiamo una quantità invereconda di tempo per capire quello che sappiamo già: una scuola non la scegliamo sulla base di un'offerta mercantile (ci sono scuole che, durante quelle fiere, regalano segnalibri, matite, calendarietti, persino fazzoletti di carta griffati per imbonirsi i clienti. E si tratta spesso di scuole private, guarda caso, che non hanno evidentemente da offrire un grande curriculum educativo e lo sostituiscono coi gadget da gonzi!) ma sulla base del percorso che lo studente in questione ha fatto per arrivare lì dov'è, a scegliere. E' sul viatico delle elementari, dopo cinque anni di prime volte educative, che già traccia un primo percorso e un primo giudizio: "Stia tranquillo, signor desian, la donna grande potrà scegliere qualsiasi scuola, non avrà problemi".
Eh facile, per te, maestra S. farti oracolo positivo e darci l'illusione che, di qui in avanti, imparato a "leggere e far di conto", la strada sarà tutta in discesa. O tutta rosa e fiori.
E' anche sul viatico di tre anni di medie, dove finalmente le prime volte educative si trasformano in una ben diversa consapevolezza, stavolta oltre al leggere e al far di conto abbiamo anche capito il perché tutto ciò (ci) accada.
Da parte nostra invece una scuola superiore aiutiamo a sceglierla anche e soprattutto (per quanto possa essere utile, sincero ed ascoltato il nostro consiglio) sulla base delle persone che siamo diventate, degli educatori che cerchiamo di essere nei confronti dei nostri figli. Tutto questo come prodotto delle nostre esperienze, dei nostri valori e dell'idea (giusta o sbagliata che sia) di futuro che condividiamo.
Insomma, li aiutiamo a scegliere la scuola sulla base del percorso che ci siamo trovati a fare noi, percorso scolastico e di vita. Li aiutiamo, o cerchiamo di farlo, in base al passato dal quale veniamo e al come siamo diventati oggi.
Ed è quello che, plausibilmente, facciamo con il loro, di percorso.
In definitiva lo facciamo come persone, non come clienti.
Lo facciamo in base alle idee, nostre spesso. Non del mercato o non ancora.
Possiamo stare sereni, come direbbe qualche imbonitore modernissimo, che la scuola sarà prima o poi privatizzata (e nessuno alzerà un dito per difenderla, la scuola di tutti) e nel frattempo seguiamo questo flusso nel quale, persino, qualche insegnante può sembrare un lenone impegnato a magnificare la sua merce.
Molti sono persone splendide e capaci e appassionate che fanno discorsi bellissimi, commoventi e condivisibili sul buon insegnamento. Ma siamo tutti, insegnanti e genitori, incamminati ormai serenamente sulla strada che ci porta ai vari banchini, alle varie mercanzie. Alla scuola selettiva e performante, che sia quella sotto casa o la più prestigiosa del lotto.
Buona scelta, a noi, con tutta l'ironia, la pazienza e la leggerezza necessarie.
Buona fase cruciale numero uno. Ché le altre arriveranno serene, col tempo.
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lunedì 25 novembre 2013
L'amore ai tempi di whatsapp
L'amore ai tempi di whatsapp è insopportabile.
Pare che funzioni così: due si mettono insieme. Poi mandano un messaggino e lo dicono a tutta la classe.
- Scusa, donna grande, ma come fanno a capire che si piacciono?
- Ma che ne so, io?!
- Cioè, si piacciono a seconda di chi scrive la frase più ganza? Oppure è una gara di emoticons?
- Ma che c'entra. Magari si piacciono davvero. In fondo siamo in classe insieme.
- Ah, occhèi. Continuiamo.
- Beh. Ci sta che uno di noi che legge il msg magari conosce un'altra persona a cui dà la grande notizia che poi conosce un'altra persona che ne conosce un'altra ancora e va a finire che alla fine anche il Presidente degli Stati Uniti sa che Pinca e Panco si sono messi insieme.
- Ah, ecco... Ma, scusami eh, donna grande: ma Pinca non stava già con Ponco?!?!
- Fino a ieri. Ma poi oggi ha mandato un nuovo msg....
- Ferma, ferma. Dove l'ha mandato? Non ti seguo più.
- L'ha mandato a noi della chat di classe...
- ...Marx?!?!.....
- Come dici, babbo?
- No, niente, lascia perdere. Vai pure avanti.
- Insomma se vuoi che ti spieghi lasciami parlare. La Pinca ha mandato un msg sulla nostra chat di classe. Vuoi che te lo legga, babbo?
- Non ci penso nemmeno. Riassumilo tu.
- Ah, facile: "Raga, sono Pinca! Ho appena mollato Ponco. Ma state tranqui, non sono single. Adesso sto con Pinco". Aaahh, non sono carini?!
- Ma donna grande, non lo so. Ma Ponco che dice, non c'è rimasto male per essere stato mollato così, su uòzzap?!?!
- Ma che deve dire. E poi Ponco è proprio grullo, chi vuoi che stia con lui più di dieci giorni!
- E Pinco? È contento di essere subentrato così, via sms?
- Guarda la sua risposta, babbo! Ci sono persino i cuoricini..... Ha detto anche "sì, mi piace proprio".
- E quando glielo avrebbe detto?
- Ma uffa!, guarda qui, due righe sopra c'è il suo msg, coi cuoricini t'ho detto!!!
Ecco.
L'amore ai tempi di whatsapp è davvero insopportabile: tutta questa leggerezza.
E libertà.
Ed emancipazione.
Pare che funzioni così: due si mettono insieme. Poi mandano un messaggino e lo dicono a tutta la classe.
- Scusa, donna grande, ma come fanno a capire che si piacciono?
- Ma che ne so, io?!
- Cioè, si piacciono a seconda di chi scrive la frase più ganza? Oppure è una gara di emoticons?
- Ma che c'entra. Magari si piacciono davvero. In fondo siamo in classe insieme.
- Ah, occhèi. Continuiamo.
- Beh. Ci sta che uno di noi che legge il msg magari conosce un'altra persona a cui dà la grande notizia che poi conosce un'altra persona che ne conosce un'altra ancora e va a finire che alla fine anche il Presidente degli Stati Uniti sa che Pinca e Panco si sono messi insieme.
- Ah, ecco... Ma, scusami eh, donna grande: ma Pinca non stava già con Ponco?!?!
- Fino a ieri. Ma poi oggi ha mandato un nuovo msg....
- Ferma, ferma. Dove l'ha mandato? Non ti seguo più.
- L'ha mandato a noi della chat di classe...
- ...Marx?!?!.....
- Come dici, babbo?
- No, niente, lascia perdere. Vai pure avanti.
- Insomma se vuoi che ti spieghi lasciami parlare. La Pinca ha mandato un msg sulla nostra chat di classe. Vuoi che te lo legga, babbo?
- Non ci penso nemmeno. Riassumilo tu.
- Ah, facile: "Raga, sono Pinca! Ho appena mollato Ponco. Ma state tranqui, non sono single. Adesso sto con Pinco". Aaahh, non sono carini?!
- Ma donna grande, non lo so. Ma Ponco che dice, non c'è rimasto male per essere stato mollato così, su uòzzap?!?!
- Ma che deve dire. E poi Ponco è proprio grullo, chi vuoi che stia con lui più di dieci giorni!
- E Pinco? È contento di essere subentrato così, via sms?
- Guarda la sua risposta, babbo! Ci sono persino i cuoricini..... Ha detto anche "sì, mi piace proprio".
- E quando glielo avrebbe detto?
- Ma uffa!, guarda qui, due righe sopra c'è il suo msg, coi cuoricini t'ho detto!!!
Ecco.
L'amore ai tempi di whatsapp è davvero insopportabile: tutta questa leggerezza.
E libertà.
Ed emancipazione.
sabato 16 novembre 2013
Instamondo
Stamattina la donna grande è venuta da me, piuttosto perentoria.
- Babbo, oggi con la mamma dovete discutere del mio account Instagram!!!
Ok, discussione aperta.
- NO!
Chiusa la discussione.
(O no?...).
- Babbo, oggi con la mamma dovete discutere del mio account Instagram!!!
Ok, discussione aperta.
- NO!
Chiusa la discussione.
(O no?...).
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venerdì 3 maggio 2013
Il mio primo fucile
Lo so, il tema è drammatico. Eppure, da anni ormai, non mi basta più praticare lo sgomento muto e il buon senso non mi ha mai consolato.
Mi interessano le domande, la muffa che soffiano via. Sono abituato a grattare la crosta del mondo col ditino, a infilarcelo anche, se necessario, dentro la piaga. Perché lo trovo necessario. Troppo importante provare a capire.
Mi sopporterete. Oppure volterete pagina.
Non sono un consumatore pacificato. Men che meno del dolore. E non mi accontento più (non l'ho mai fatto, forse, dall'adolescenza in poi...) di fioriture di candeline, fiori e peluche e folle piangenti che sempre, in casi del genere, spuntano all'improvviso sui luoghi degli omicidi.
Non li sopporto più perché sono l'incarnazione delle risposte che non sappiamo, o non vogliamo, darci. Spesso anche l'alibi per non essercele nemmeno poste, le domande.
Un fucile vero ad un bambino di cinque anni.
Certo, il dolore e la tragedia si presentano nelle nostre vite in varie forme. C'è l'ineluttabile, c'è la malattia, il destino incomprensibile. Ma ci sono spesso anche le scelte.
Le azioni educative intraprese oppure no.
I modelli abbracciati e quelli rifiutati.
I comportamenti responsabili e quelli no.
Con tutte le sfumature di grigio che ci sono nel mezzo, sia chiaro.
Qualche volta è anche questione di modelli culturali, di come educhiamo i bambini, di come li proiettiamo nel corpo sociale (quello che per Thatcher nemmeno esisteva). Perché, se la vogliamo guardare da un'altra prospettiva, la tragedia di Burkesville, Kentucky è anche l'ennesimo femminicidio. La morte in casa, dentro le pareti della famiglia: al maschio regaliamo il fucile; alla femmina una bambola o un fornello se va bene, un babydoll di pizzo nell'ipotesi peggiore.
(P.S.: li ho visti coi miei occhi completini osé uscir fuori dagli incarti di compleanno di bambine di 9 o 10 anni. E se persino Woody Allen si scherniva a regalare alla Diane Keaton adulta-dei-suoi-desideri un pagliaccetto sexy, qui e oggi non si schernisce più nessuno).
Così mi chiedo se sia più umano pentirsi o uccidere, scegliere o accorrere. Espiare le colpe in eterno o provare a capire, a riconoscersi in un evento tanto devastante? E come, se non esiste nemmeno un termine diretto per nominare la perdita di un figlio?
Cosa sarà adesso dell'esistenza futura di questo bambinetto/assassino? E cosa di questi genitori?
"Non sapevamo che fosse carico" pare sia stata la giustificazione disperata. Scusatemi, ma non sembra affatto una giustificazione. Non lo è.
E' la più atroce ammissione di colpa. Quasi una rivendicazione.
Mi interessano le domande, la muffa che soffiano via. Sono abituato a grattare la crosta del mondo col ditino, a infilarcelo anche, se necessario, dentro la piaga. Perché lo trovo necessario. Troppo importante provare a capire.
Mi sopporterete. Oppure volterete pagina.
Non sono un consumatore pacificato. Men che meno del dolore. E non mi accontento più (non l'ho mai fatto, forse, dall'adolescenza in poi...) di fioriture di candeline, fiori e peluche e folle piangenti che sempre, in casi del genere, spuntano all'improvviso sui luoghi degli omicidi.
Non li sopporto più perché sono l'incarnazione delle risposte che non sappiamo, o non vogliamo, darci. Spesso anche l'alibi per non essercele nemmeno poste, le domande.
Un fucile vero ad un bambino di cinque anni.
Certo, il dolore e la tragedia si presentano nelle nostre vite in varie forme. C'è l'ineluttabile, c'è la malattia, il destino incomprensibile. Ma ci sono spesso anche le scelte.
Le azioni educative intraprese oppure no.
I modelli abbracciati e quelli rifiutati.
I comportamenti responsabili e quelli no.
Con tutte le sfumature di grigio che ci sono nel mezzo, sia chiaro.
Qualche volta è anche questione di modelli culturali, di come educhiamo i bambini, di come li proiettiamo nel corpo sociale (quello che per Thatcher nemmeno esisteva). Perché, se la vogliamo guardare da un'altra prospettiva, la tragedia di Burkesville, Kentucky è anche l'ennesimo femminicidio. La morte in casa, dentro le pareti della famiglia: al maschio regaliamo il fucile; alla femmina una bambola o un fornello se va bene, un babydoll di pizzo nell'ipotesi peggiore.
(P.S.: li ho visti coi miei occhi completini osé uscir fuori dagli incarti di compleanno di bambine di 9 o 10 anni. E se persino Woody Allen si scherniva a regalare alla Diane Keaton adulta-dei-suoi-desideri un pagliaccetto sexy, qui e oggi non si schernisce più nessuno).
Così mi chiedo se sia più umano pentirsi o uccidere, scegliere o accorrere. Espiare le colpe in eterno o provare a capire, a riconoscersi in un evento tanto devastante? E come, se non esiste nemmeno un termine diretto per nominare la perdita di un figlio?
Cosa sarà adesso dell'esistenza futura di questo bambinetto/assassino? E cosa di questi genitori?
"Non sapevamo che fosse carico" pare sia stata la giustificazione disperata. Scusatemi, ma non sembra affatto una giustificazione. Non lo è.
E' la più atroce ammissione di colpa. Quasi una rivendicazione.
venerdì 15 marzo 2013
Si aggira uno spettro
Uno spettro si aggira per Firenze.
No, no, tranquilli, non stiamo pensando la rivoluzione (e poi Renzi si potrebbe risentire) ma, ugualmente, uno spettro si aggira per Firenze.
Il maestro Manolo.
E, lo giuro, il nome NON è fittizio per difendere la privacy.
Il maestro Manolo.
L'uomo piccolo ne è entusiasta.
Torna a casa e recita a memoria la tavola dei verbi. Essere, avere, irregolari, congiuntivi. Decisamente meglio di uno speaker di tg.
Il maestro Manolo non urla, parla.
Il maestro Manolo non fa quello che gli passa per la testa ma, qualche volta, ci chiede se siamo d'accordo.
Il maestro Manolo brontola pochissimo e ci porta in giardino a giocare a calcio.
Il maestro Manolo ci insegna bene.
(Da quando c'è) il maestro Manolo, l'uomo piccolo ha cominciato a leggere libri. Compulsivamente.
Il maestro Manolo ha le treccine rasta, è ganzissimo.
Il maestro Manolo, addirittura, piace alle mamme. E uno che piace alle mamme è molto, molto, moooolto più pericoloso del papa e dello zar, di Metternich e Guizot, dei radicali francesi e dei poliziotti tedeschi messi assieme.
Uno spettro si aggira per la classe. Speriamo la sua supplenza duri in eterno.
No, no, tranquilli, non stiamo pensando la rivoluzione (e poi Renzi si potrebbe risentire) ma, ugualmente, uno spettro si aggira per Firenze.
Il maestro Manolo.
E, lo giuro, il nome NON è fittizio per difendere la privacy.
Il maestro Manolo.
L'uomo piccolo ne è entusiasta.
Torna a casa e recita a memoria la tavola dei verbi. Essere, avere, irregolari, congiuntivi. Decisamente meglio di uno speaker di tg.
Il maestro Manolo non urla, parla.
Il maestro Manolo non fa quello che gli passa per la testa ma, qualche volta, ci chiede se siamo d'accordo.
Il maestro Manolo brontola pochissimo e ci porta in giardino a giocare a calcio.
Il maestro Manolo ci insegna bene.
(Da quando c'è) il maestro Manolo, l'uomo piccolo ha cominciato a leggere libri. Compulsivamente.
Il maestro Manolo ha le treccine rasta, è ganzissimo.
Il maestro Manolo, addirittura, piace alle mamme. E uno che piace alle mamme è molto, molto, moooolto più pericoloso del papa e dello zar, di Metternich e Guizot, dei radicali francesi e dei poliziotti tedeschi messi assieme.
Uno spettro si aggira per la classe. Speriamo la sua supplenza duri in eterno.
sabato 9 marzo 2013
mercoledì 6 marzo 2013
The world
E non so nemmeno perché...
giovedì 17 gennaio 2013
Aiuto! Emergenza!
Si può passare t-u-t-t-a la ricreazione a parlare di "uozzapp"?!?!
lunedì 17 settembre 2012
Calcio vs judo: lo scontro finale
Beh, siamo stati fortunati.
Dopo lunghe ed articolate conversazioni - la profe ed io - con l'uomo piccolo, abbiamo capito come stavano davvero le cose.
- Veramente, a me del calcio non importa tanto. Io volevo farlo solo per stare insieme ai miei amici.
Insomma, i suoi compagni di classe adorati.
Quelli che gli riempiono le parole ed i pensieri.
È una bella fortuna sentirsi così a casa, nel proprio ambiente scolastico. La donna grande, ad esempio, ha sofferto parecchio prima di entrare in sintonia col resto della classe. L'uomo piccolo, invece, anche aiutato dalla presenza del suo compagno del cuore, è subito entrato in risonanza con tutti gli altri. Senza timidezze, senza complessi, senza fatica.
Sono spesso i sentimenti, non la ragione, a guidare le nostre scelte. Quelli del marketing lo sanno fin troppo bene e ciurlano nel manico alla grande. Ci manovrano.
L'educazione sentimentale è uno dei fondamenti della crescita di ognuno di noi, grandi e piccini, ma credo anche che uno dei compiti più importanti e delicati del mestiere di genitore sia quello di saperli guidare nelle loro scelte, almeno finché non sono in grado di farle in totale autonomia. Magari facendogli capire che esse possono essere il risultato di una buona analisi. Di un buon pensiero. Qualcosa di questo genere, insomma:
- Scusa, uomo piccolo, ma io credevo che tu volessi fare uno sport che ti piacesse.
- Ma infatti judo mi piace.
- E non sarebbe noioso star sempre con gli stessi amici? State già insieme tutto il giorno a scuola.
- In effetti...
- E invece, facendo judo, troveresti altri amici, avresti un altro gruppetto di persone a cui far riferimento.
Non c'è stato bisogno di insistere nemmeno un po'. L'uomo piccolo ha tirato le sue conclusioni che, malgrado le apparenze, aveva già in testa. La sua parte razionale era già d'accordo da un pezzo. La sua esperienza estiva alle vacanze di branco degli scout gli aveva dato proprio questa risposta: amici diversi in contesti diversi. E tutti sono importanti.
Ognuno è un legame.
E poi, perché no, spesso fermarsi al primo impulso può nascondere solo quella voglia di conformismo che tutti conosciamo. Aderire alle scelte della maggioranza, andar dietro a quel che fanno tutti, a quel che è più di moda.
Non siamo pecore.
E i sentimenti li coltiviamo in libertà. O, almeno, ci proviamo.
Ah, dimenticavo...: l'uomo piccolo ha ripreso col judo. :-)
Dopo lunghe ed articolate conversazioni - la profe ed io - con l'uomo piccolo, abbiamo capito come stavano davvero le cose.
- Veramente, a me del calcio non importa tanto. Io volevo farlo solo per stare insieme ai miei amici.
Insomma, i suoi compagni di classe adorati.
Quelli che gli riempiono le parole ed i pensieri.
È una bella fortuna sentirsi così a casa, nel proprio ambiente scolastico. La donna grande, ad esempio, ha sofferto parecchio prima di entrare in sintonia col resto della classe. L'uomo piccolo, invece, anche aiutato dalla presenza del suo compagno del cuore, è subito entrato in risonanza con tutti gli altri. Senza timidezze, senza complessi, senza fatica.
Sono spesso i sentimenti, non la ragione, a guidare le nostre scelte. Quelli del marketing lo sanno fin troppo bene e ciurlano nel manico alla grande. Ci manovrano.
L'educazione sentimentale è uno dei fondamenti della crescita di ognuno di noi, grandi e piccini, ma credo anche che uno dei compiti più importanti e delicati del mestiere di genitore sia quello di saperli guidare nelle loro scelte, almeno finché non sono in grado di farle in totale autonomia. Magari facendogli capire che esse possono essere il risultato di una buona analisi. Di un buon pensiero. Qualcosa di questo genere, insomma:
- Scusa, uomo piccolo, ma io credevo che tu volessi fare uno sport che ti piacesse.
- Ma infatti judo mi piace.
- E non sarebbe noioso star sempre con gli stessi amici? State già insieme tutto il giorno a scuola.
- In effetti...
- E invece, facendo judo, troveresti altri amici, avresti un altro gruppetto di persone a cui far riferimento.
Non c'è stato bisogno di insistere nemmeno un po'. L'uomo piccolo ha tirato le sue conclusioni che, malgrado le apparenze, aveva già in testa. La sua parte razionale era già d'accordo da un pezzo. La sua esperienza estiva alle vacanze di branco degli scout gli aveva dato proprio questa risposta: amici diversi in contesti diversi. E tutti sono importanti.
Ognuno è un legame.
E poi, perché no, spesso fermarsi al primo impulso può nascondere solo quella voglia di conformismo che tutti conosciamo. Aderire alle scelte della maggioranza, andar dietro a quel che fanno tutti, a quel che è più di moda.
Non siamo pecore.
E i sentimenti li coltiviamo in libertà. O, almeno, ci proviamo.
Ah, dimenticavo...: l'uomo piccolo ha ripreso col judo. :-)
giovedì 23 febbraio 2012
Dello stile
Magari il tuo scrittore preferito è uno di quelli bravi. Uno che non maltratta la sintassi, che conosce il significato delle parole e le mette in fila come si deve. Magari è uno che ha uno stile, persino qualcosa da dire. E lo dice bene.
Se poi è il tuo scrittore preferito, va da sé, ti piace. Forse addirittura lo adori. Compri tutto quello che scrive, lo leggi sempre.
Magari il tuo scrittore preferito è proprio un grande scrittore, uno che quando scrive raggiunge vette che nemmeno. Magari è uno che, con la scusa del romanzo, parla di te, del mondo, dei sentimenti e del dolore, della vita. Non ha alcuna difficoltà a intessere una visione politica, o filosofica, tra le righe.
Forse egli ha anche un curriculum ormai ricchissimo. Ha scritto tanto, pubblicato con onore. Piace, non soltanto a te.
Così capita che il tuo scrittore preferito debba scrivere (o far scrivere) le sue note biografiche nella bandella o direttamente sulla quarta di copertina. Egli principia con luogo e data di nascita (no, niente paura, non sta declinando le sue generalità: è il tuo scrittore preferito e troverà di certo un modo creativo per dirli) e con il posto dove vive. Due righe interlocutorie, tanto per fare il simpatico (un po' di colore) e rompere il ghiaccio e poi, giù, la lista (creativissima) di quel che ha scritto e pubblicato - dove, perché, quando e vincendo quali premi. Eventuali.
Ma non vuole, non vuole assolutamente risultare serioso, pesante o antipatico e allora chiude con una frasetta. Così:
"E tutto questo nei ritagli di tempo lasciati liberi dalla sua attività principale, che è la pesca sportiva".
Ora pensi: per carità ognuno è libero di definirsi come vuole, di fare quel che vuole, di scrivere quel che crede. Forse.
O forse no.
Fortunato, il tuo scrittore preferito. Ha un lavoro non male (eh sì!, scrive). Sicuramente non ci campa (anche se il suo curriculum straborda di titoli) così per guadagnarsi da vivere deve dedicarsi alla pesca sportiva. Po'erino, si dice in Toscana.
Ora pensi, ancora (perché in fondo anche tu hai poco da fare ma magari non ti dedichi alla pesca sportiva): chissà...
Chissà come la prenderebbe un precario, una dichiarazione del genere, o uno che è appena stato licenziato perché "c'è la crisi". Magari sarebbero contenti. Magari è il loro, di scrittore preferito.
Oppure chissà se anche Italo Calvino quando ha pubblicato... che so, "Le città invisibili" ha scritto (o fatto scrivere) "composto nei ritagli di tempo, dopo aver dato da mangiare al cane e prima di uscire a passeggio con la moglie".
Chissà che stile aveva lui, Calvino.
Se poi è il tuo scrittore preferito, va da sé, ti piace. Forse addirittura lo adori. Compri tutto quello che scrive, lo leggi sempre.
Magari il tuo scrittore preferito è proprio un grande scrittore, uno che quando scrive raggiunge vette che nemmeno. Magari è uno che, con la scusa del romanzo, parla di te, del mondo, dei sentimenti e del dolore, della vita. Non ha alcuna difficoltà a intessere una visione politica, o filosofica, tra le righe.
Forse egli ha anche un curriculum ormai ricchissimo. Ha scritto tanto, pubblicato con onore. Piace, non soltanto a te.
Così capita che il tuo scrittore preferito debba scrivere (o far scrivere) le sue note biografiche nella bandella o direttamente sulla quarta di copertina. Egli principia con luogo e data di nascita (no, niente paura, non sta declinando le sue generalità: è il tuo scrittore preferito e troverà di certo un modo creativo per dirli) e con il posto dove vive. Due righe interlocutorie, tanto per fare il simpatico (un po' di colore) e rompere il ghiaccio e poi, giù, la lista (creativissima) di quel che ha scritto e pubblicato - dove, perché, quando e vincendo quali premi. Eventuali.
Ma non vuole, non vuole assolutamente risultare serioso, pesante o antipatico e allora chiude con una frasetta. Così:
"E tutto questo nei ritagli di tempo lasciati liberi dalla sua attività principale, che è la pesca sportiva".
Ora pensi: per carità ognuno è libero di definirsi come vuole, di fare quel che vuole, di scrivere quel che crede. Forse.
O forse no.
Fortunato, il tuo scrittore preferito. Ha un lavoro non male (eh sì!, scrive). Sicuramente non ci campa (anche se il suo curriculum straborda di titoli) così per guadagnarsi da vivere deve dedicarsi alla pesca sportiva. Po'erino, si dice in Toscana.
Ora pensi, ancora (perché in fondo anche tu hai poco da fare ma magari non ti dedichi alla pesca sportiva): chissà...
Chissà come la prenderebbe un precario, una dichiarazione del genere, o uno che è appena stato licenziato perché "c'è la crisi". Magari sarebbero contenti. Magari è il loro, di scrittore preferito.
Oppure chissà se anche Italo Calvino quando ha pubblicato... che so, "Le città invisibili" ha scritto (o fatto scrivere) "composto nei ritagli di tempo, dopo aver dato da mangiare al cane e prima di uscire a passeggio con la moglie".
Chissà che stile aveva lui, Calvino.
mercoledì 16 giugno 2010
Crescere è allontanarsi?
E' la solita, banale, altalena della vita.
I pargoli che crescono si avvicinano a te, un passettino dopo l'altro verso l'età adulta, oppure se ne vanno verso un'altra direzione?
Un po' avanti, un po' indietro. Basta darsi la spinta con le reni e le gambe.
Mentre il mondo ti cigola sotto.
E le distanze prendono prospettive insolite. Come questa.
Una domenica in campagna, a casa di amici che arrampicano, anche la donna grande trova il suo coraggio e si offre entusiasta per salire quella parete (io non ne capisco molto ma gli esperti mi dicono che può essere paragonata ad una 6B, una cosa tosta. Ma tosta).
Naturalmente la donna grande ha avuto gli aiuti del caso: la corda e l'imbragatura sono servite più da carrucola che da sicurezza. Ma tant'è, la donna grande è finita lassù, sul tetto. Di casa, per ora, ma un tetto per quanto modesto ha sempre il suo valore simbolico.
In cima, come distanza.
E insomma ho vissuto questa strana sensazione: la vedevo salire, allontanarsi, mentre la carrucolavano su e mi sembrava il suo posto. Mi sembrava la sua aria con quelle gamberelle secche che zampettavano un po' il vuoto un po' il muro, in cerca di appiglio.
Un appiglio per sè, un appiglio per una spinta, un appiglio verso l'appiglio successivo.
Perché il ciclo mi pare questo, a voler interpretare ciò che è chiaro: un lassù è come un trampolino. L'altalena dondola, il mondo ti cigola sotto e loro decollano, decollano sempre.
I pargoli che crescono si avvicinano a te, un passettino dopo l'altro verso l'età adulta, oppure se ne vanno verso un'altra direzione?
Un po' avanti, un po' indietro. Basta darsi la spinta con le reni e le gambe.
Mentre il mondo ti cigola sotto.
E le distanze prendono prospettive insolite. Come questa.
Naturalmente la donna grande ha avuto gli aiuti del caso: la corda e l'imbragatura sono servite più da carrucola che da sicurezza. Ma tant'è, la donna grande è finita lassù, sul tetto. Di casa, per ora, ma un tetto per quanto modesto ha sempre il suo valore simbolico.
In cima, come distanza.
E insomma ho vissuto questa strana sensazione: la vedevo salire, allontanarsi, mentre la carrucolavano su e mi sembrava il suo posto. Mi sembrava la sua aria con quelle gamberelle secche che zampettavano un po' il vuoto un po' il muro, in cerca di appiglio.
Un appiglio per sè, un appiglio per una spinta, un appiglio verso l'appiglio successivo.
Perché il ciclo mi pare questo, a voler interpretare ciò che è chiaro: un lassù è come un trampolino. L'altalena dondola, il mondo ti cigola sotto e loro decollano, decollano sempre.
martedì 2 febbraio 2010
Vita bassa
Il quesito, stasera, è da Gianini Belotti oppure da Lipperini, fate voi.
Insomma, (ancora) dalla parte delle bambine.
Perché stasera la donna grande arriva e, travolta da una botta di shopping della profe, trova alcune nuove paia di pantaloni.
Uno in particolare la colpisce: pantalone a vita bassa.
Yeah.
Lo misura immediatamente e, saggia donna, subito si trova a disagio: "ma perché li fanno così scomodi questi pantaloni?! Se me li tiro su, mi danno noia sotto".
Perché, in realtà, il giro vita, nel corpo umano, sta un po' più in alto di dove lo posizionano quelli che tagliano i pantaloni alla moda.
Così, su due piedi e senza tentennamenti, la donna grande ha deciso: i "suoi" pantaloni non li vuole e in cambio piglia quelli dell'uomo piccolo che hanno la vita dove deve stare. Comoda, al posto giusto, senza forzature.
Cresce bene, la donna grande.
Idee chiare...
J'adore.
E, soprattutto: perché i pantaloni per le bambine di otto anni hanno già la vita bassa (mentre quelli "da maschio" no)?!?!
Cosa devono lasciare scoperto, le bambine???
giovedì 5 novembre 2009
Alieni
Ecco, sull'argomento questa nota pubblicata oggi sull'Unità è il pezzo migliore che abbia letto.
La qualità del ragionamento è altissima.
La qualità del ragionamento è altissima.
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