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martedì 22 novembre 2016

Il futuro, da Berkeley

"Una benevola burocrazia politica e una benevola oligarchia economica si accoppieranno con le masse tolleranti mentre amministratori di professione guideranno ogni manifestazione della vita organizzata con i metodi manageriali dell'industria".
Questa dichiarazione risale a circa 50 anni fa. La fece Clark Kerr, all'epoca Primo Cancelliere dell'Università di Berkeley (citato da Domenico De Masi in "Mappa Mundi", Rizzoli, 2014).
E Google manco esisteva...

venerdì 23 settembre 2016

Valori

L'ho sempre pensato.
Da quando quell'invasato di prete, alle medie, ci terrorizzava tronfio con le fiamme dell'inferno.
Ho sempre pensato che la religione e i suoi "valori", per come li si insegnano nella realtà, nella pratica quotidiana, nell'applicazione "materiale", producessero danni.
Egoismo (ci si salva, in primo luogo, da soli; gli altri chissà...), senso della colpa e del castigo, discriminazione.
L'ho sempre pensato, lo sostengo nelle discussioni tra amici (prendendomi negli anni tutte le sacrosante accuse di coltivare un pregiudizio) ma non ne avevo le prove. Se non quelle di averla vista all'opera, per anni, ogni giorno. Almeno quella cattolica.

Ora c'è anche una bella ricerca internazionale, qui.


lunedì 18 gennaio 2016

Chiudere "Il Cerchio"

"Non è che non socializzo. Io sono abbastanza socievole. Ma gli strumenti che create voi in realtà producono bisogni di socialità innaturalmente estremi. Nessuno ha davvero bisogno del numero di contatti che fornite voi. Non porta a nessun miglioramento. Non è nutriente. E' come le merendine. Sai come le studiano? Determinano con scientifica precisione di quanto sale e quanti grassi hanno bisogno per farti continuare a mangiare. Tu non hai fame, non senti il bisogno di mangiare, quello che hai davanti non ti stuzzica, ma continui a mangiare queste calorie vuote. Ecco quello che spacciate voi. La stessa cosa. Un numero incalcolabile di calorie vuote, il loro equivalente digitale e sociale. E le calibrate in modo tale da rendere altrettanto dipendenti i loro consumatori".
(Dave Eggers, "Il Cerchio", Mondadori, 2014, pagg. 110-111).

lunedì 12 gennaio 2015

Fasi cruciali

Siamo in una fase cruciale, con la donna grande.
L'adolescenza, direte voi, le prime tempeste ormonali, le crisi di identità, i pomeriggi passati al pattinaggio sbirciando da lontano se esista un ragazzetto accalappiabile.
Macché.
Acqua fresca, quella. Segno antico di tempi che non torneranno mai più.
La fase cruciale è la scelta della scuola superiore. Questo sì segno che ti segna per la vita, come se fosse un viaggio senza ritorno. La scommessa che non si può sbagliare, nella società della performance.
E allo stesso modo si comporta il contesto. Scegliere la scuola è come compulsare selvaggiamente l'amazon dell'istruzione. Tutti consultano tutti gli istituti cittadini: quello vicino casa, quello lontano ma prestigioso, quello che tutti sanno essere ottimo, quello di cui si hanno referenze spettacolari oppure così-così, quello faticosissimo che stroncherebbe la resistenza di un genio e quello dove hanno studiato i migliori...
Premesso che alla fine la scelta è in realtà quella fatta a priori da ogni studente e famiglia, senza aver consultato un bel niente (scientifico o classico, nel nostro caso, con preferenza per lo scientifico. E guarda caso scientifico sarà, anche se le consultazioni sono ancora in corso...), questo nuovo mercato delle vacche produce effetti davvero interessanti. Curiosi.
Perché la visione ormai privatistica dell'istruzione produce, almeno qui da noi, fiere generali, open day, lezioni aperte e lezioni a domicilio, incontri coi docenti e docenti che smistano orari, date e appuntamenti. Tutti noi spendiamo una quantità invereconda di tempo per capire quello che sappiamo già: una scuola non la scegliamo sulla base di un'offerta mercantile (ci sono scuole che, durante quelle fiere, regalano segnalibri, matite, calendarietti, persino fazzoletti di carta griffati per imbonirsi i clienti. E si tratta spesso di scuole private, guarda caso, che non hanno evidentemente da offrire un grande curriculum educativo e lo sostituiscono coi gadget da gonzi!) ma sulla base del percorso che lo studente in questione ha fatto per arrivare lì dov'è, a scegliere. E' sul viatico delle elementari, dopo cinque anni di prime volte educative, che già traccia un primo percorso e un primo giudizio: "Stia tranquillo, signor desian, la donna grande potrà scegliere qualsiasi scuola, non avrà problemi".
Eh facile, per te, maestra S. farti oracolo positivo e darci l'illusione che, di qui in avanti, imparato a "leggere e far di conto", la strada sarà tutta in discesa. O tutta rosa e fiori.
E' anche sul viatico di tre anni di medie, dove finalmente le prime volte educative si trasformano in una ben diversa consapevolezza, stavolta oltre al leggere e al far di conto abbiamo anche capito il perché tutto ciò (ci) accada.
Da parte nostra invece una scuola superiore aiutiamo a sceglierla anche e soprattutto (per quanto possa essere utile, sincero ed ascoltato il nostro consiglio) sulla base delle persone che siamo diventate, degli educatori che cerchiamo di essere nei confronti dei nostri figli. Tutto questo come prodotto delle nostre esperienze, dei nostri valori e dell'idea (giusta o sbagliata che sia) di futuro che condividiamo.
Insomma, li aiutiamo a scegliere la scuola sulla base del percorso che ci siamo trovati a fare noi, percorso scolastico e di vita. Li aiutiamo, o cerchiamo di farlo, in base al passato dal quale veniamo e al come siamo diventati oggi.
Ed è quello che, plausibilmente, facciamo con il loro, di percorso.
In definitiva lo facciamo come persone, non come clienti.
Lo facciamo in base alle idee, nostre spesso. Non del mercato o non ancora.
Possiamo stare sereni, come direbbe qualche imbonitore modernissimo, che la scuola sarà prima o poi privatizzata (e nessuno alzerà un dito per difenderla, la scuola di tutti) e nel frattempo seguiamo questo flusso nel quale, persino, qualche insegnante può sembrare un lenone impegnato a magnificare la sua merce.
Molti sono persone splendide e capaci e appassionate che fanno discorsi bellissimi, commoventi e condivisibili sul buon insegnamento. Ma siamo tutti, insegnanti e genitori, incamminati ormai serenamente sulla strada che ci porta ai vari banchini, alle varie mercanzie. Alla scuola selettiva e performante, che sia quella sotto casa o la più prestigiosa del lotto.
Buona scelta, a noi, con tutta l'ironia, la pazienza e la leggerezza necessarie.
Buona fase cruciale numero uno. Ché le altre arriveranno serene, col tempo.

sabato 13 dicembre 2014

Adolescenti

Hola.
Non ve l'aspettavate, eh?!
No, è che ho passato tutto il tempo a compulsare manuali sugli adolescenti.
Decine.
Migliaia...
E adesso.
Qualcuno sa consigliarmi un buon manuale per i padri delle adolescenti?!

sabato 16 novembre 2013

Instamondo

Stamattina la donna grande è venuta da me, piuttosto perentoria.
- Babbo, oggi con la mamma dovete discutere del mio account Instagram!!!

Ok, discussione aperta.
- NO!
Chiusa la discussione.

(O no?...).

lunedì 11 novembre 2013

Solo otto

- Babbo, ho paura.
 Stranguglione: glom.

Compito di matematica, stamane: - E perché, donna grande ?! 
- Perché la mia amica A prenderà 9, la B prenderà 9 e mezzo, la C, 9. E io prenderò solo 8.

Ecco, questo è quello che vi ritroverete, quando sarà radicato in loro quel fantastico senso della competizione (scolastica; ma anche di vita, prossimamente) che avevate sempre pensato fosse un po' latente. Certo, le avete insegnato che non si gareggia sempre. Che ci si prepara, si studia, si guarda e si fa il proprio lavoro. Poi si da' il meglio di sé. Si raccoglie il frutto della fatica, sereni con la coscienza.
Però poi forse, un subliminale pensierino ad una certa carenza di voglia di competere, nel senso di mettere in campo anche l'amor proprio e cercare di soddisfarlo, l'avevate fatto.
Confessate.
Eh, sì.

Bene. Ora siamo preoccupati che si pigli solo 8.
Non sarà che va anche bene così, donna grande?!?!?!

sabato 9 novembre 2013

Parole sante

Popolo di viaggiatori, dice.
E infatti, come se non bastassero uscite scout, vacanze di branco, impegni scolastici, campi invernali, compiti e via giaculando, l'uomo piccolo è appena partito per il suo fine settimana judo, a sudare in una palestra su al nord.
Ogni volta l'organizzazione di questi eventi stra-ordinari sembra insormontabile. Eppure c'è saggezza nell'universo. E praticità.
Guardate cosa c'è scritto nel mail che convocava l'uscita:

"(...) Il cambio di vestiti non dovrebbe essere necessario (...). Meglio una borsa piccola e facilmente trasportabile che bambini puliti".

Ecco, talvolta le regole di vita sacrosante stanno anche dentro una comunicazione di servizio.
Parole sante. E sagge. Senza se e senza ma.

E buona domenica, judoisti.

mercoledì 25 settembre 2013

Radio Mamma?!

La mattina davanti alla scuola. Momento rilassante, prima di cominciare la giornata. Si conversa, andiamo a prenderci un caffè insieme ai genitori coi quali, nel corso degli anni, siamo diventati amici.
Si conversa, soprattutto.
E c'è sempre una curiosità da svelare, un consiglio da chiedere, qualche dubbio da condividere, magari sul futuro scolastico: le medie. Le voci più autorevoli da raccogliere sono naturalmente quelle di chi, alle suddette medie, ci insegna.
- No, qui non ci andate, gli insegnanti non sono più quelli di una volta.
- Mah, quella scuola è molto buona, ha delle ottime sezioni musicali.
- Per carità! Mai lì, li ammazzano di compiti.
- No, non quella, è una scuola per lavativi.
- Non so cosa dirvi, perché non chiedete a chi ha già figli alle medie? Radio-mamma funziona sempre.

Ecco, sono anni che vivo (e vivrò ancora per lungo tempo) l'ambiente scolastico dei miei figli e c'è questa costante immutabile che ho sentito ripetere tante, troppe volte: radio-mamma. Le insegnanti soprattutto, donne fra le donne?, hanno spesso in bocca questa espressione: radio-mamma funziona sempre...
Come se le donne, e solo loro?, siano depositarie del verbo scolastico dei figli.
Come se fosse una sorta di chiacchiericcio da tribù, il tam tam del pettegolezzo (perché, niente da fare, questa espressione si porta dietro un vago senso dispregiativo: il volgo da marciapiede, al massimo da tavolino del bar; comunque un amplificare la vox populi come "il" verbo).
Come se quello che è andato bene per decenni (secoli?) fosse sempre e comunque valido, al di là dei tempi, dei metodi, dei modelli, delle persone che cambiano.
Come se i padri "cosa vuoi che ne capiscano loro"?
Come se non ci fosse speranza che, appunto, anche i padri, po'rini, comincino a guardarsi un po' attorno ed occuparsi del mondo che li riguarda, insieme ai loro figli. E qualcuno avrà pure cominciato a farlo, no?
Come se, in quella espressione, ci fosse il limite stesso, il confine, la gabbia di qualcosa che non deve cambiare mai.
Radio-mamma forever?
Abbasso radio-mamma!

venerdì 3 maggio 2013

Il mio primo fucile

Lo so, il tema è drammatico. Eppure, da anni ormai, non mi basta più praticare lo sgomento muto e il buon senso non mi ha mai consolato.
Mi interessano le domande, la muffa che soffiano via. Sono abituato a grattare la crosta del mondo col ditino, a infilarcelo anche, se necessario, dentro la piaga. Perché lo trovo necessario. Troppo importante provare a capire.
Mi sopporterete. Oppure volterete pagina.

Non sono un consumatore pacificato. Men che meno del dolore. E non mi accontento più (non l'ho mai fatto, forse, dall'adolescenza in poi...) di fioriture di candeline, fiori e peluche e folle piangenti che sempre, in casi del genere, spuntano all'improvviso sui luoghi degli omicidi.
Non li sopporto più perché sono l'incarnazione delle risposte che non sappiamo, o non vogliamo, darci. Spesso anche l'alibi per non essercele nemmeno poste, le domande.
Un fucile vero ad un bambino di cinque anni.
Certo, il dolore e la tragedia si presentano nelle nostre vite in varie forme. C'è l'ineluttabile, c'è la malattia, il destino incomprensibile. Ma ci sono spesso anche le scelte.
Le azioni educative intraprese oppure no.
I modelli abbracciati e quelli rifiutati.
I comportamenti responsabili e quelli no.
Con tutte le sfumature di grigio che ci sono nel mezzo, sia chiaro.

Qualche volta è anche questione di modelli culturali, di come educhiamo i bambini, di come li proiettiamo nel corpo sociale (quello che per Thatcher nemmeno esisteva). Perché, se la vogliamo guardare da un'altra prospettiva, la tragedia di Burkesville, Kentucky è anche l'ennesimo femminicidio. La morte in casa, dentro le pareti della famiglia: al maschio regaliamo il fucile; alla femmina una bambola o un fornello se va bene, un babydoll di pizzo nell'ipotesi peggiore.

(P.S.: li ho visti coi miei occhi completini osé uscir fuori dagli incarti di compleanno di bambine di 9 o 10 anni. E se persino Woody Allen si scherniva a regalare alla Diane Keaton adulta-dei-suoi-desideri un pagliaccetto sexy, qui e oggi non si schernisce più nessuno).

Così mi chiedo se sia più umano pentirsi o uccidere, scegliere o accorrere. Espiare le colpe in eterno o provare a capire, a riconoscersi in un evento tanto devastante? E come, se non esiste nemmeno un termine diretto per nominare la perdita di un figlio?
Cosa sarà adesso dell'esistenza futura di questo bambinetto/assassino? E cosa di questi genitori?
"Non sapevamo che fosse carico" pare sia stata la giustificazione disperata. Scusatemi, ma non sembra affatto una giustificazione. Non lo è.
E' la più atroce ammissione di colpa. Quasi una rivendicazione.

sabato 13 aprile 2013

Graaande!

Ai giardini, tra mamme, a proposito della bambina di una delle due.
- Nooo, hai sentito?! Ha fatto un rutto!!!
- Che graaande!!!

Ah, che sabato.

lunedì 8 aprile 2013

Barry Tamerlane

Chi si ricorda di Barry Tamerlane, il Prepotente de "L'inventore di sogni" di Ian McEwan?
C'è un Barry Tamerlane in ogni scuola, qualcuno ce l'ha in classe. In ogni cortile se ne aggirano almeno un paio.
E, proprio come Barry Tamerlane, il Prepotente può non avere l'aria da prepotente ma possedere uno splendido paio di profondi occhi azzurri, lunghi e finissimi capelli biondi al vento e i vestiti alla moda di una ragazzina che ha ottimi risultati scolastici e che tutti ammirano. Così, invece di strappare di mano oggetti agli altri ragazzini e di "disfargli la faccia" con un pugno, usa un'altra tecnica: individua la sua vittima e la offende, in continuazione, con una perseveranza degna di miglior causa, per qualsiasi stupidaggine o goffaggine o banalità che la vittima possa fare. Se lascia cadere una penna (onta!) o le sfiora inavvertitamente il braccio sul banco, la vittima diventa immediatamente un'inetta da mortificare. Perché, si sa, quanto sia vincente la prepotenza!
E il successo di una Barry Tamerlane del genere non si misura in contusioni e labbra spaccate ma nelle adepte adoranti che riesce a conquistarsi e portarsi dietro, come la propria accolita. Quella pronta a sghignazzare per ogni offesa profusa.

Poi c'è Peter Fortune che è il protagonista della storia, dotato di intelligenza creativa e della capacità di modificare la normalità dell'esistenza sognando, appunto, le alternative ad occhi aperti. La letteratura e i suoi autori migliori hanno proprio questa forza: darci dei personaggi che, pur somigliando a noi tutti, abbiano la risposta che non troviamo mai oppure il bandolo della matassa che non riusciamo a sgomitolare. Insomma, ci insegnano che si può fare. Che un'altra modalità è possibile.

Perché infine c'è chi, in carne ed ossa, deve provare a convivere ogni giorno con la sua di Barry Tamerlane e non è affatto facile trovare le risorse che trova Peter oppure i trucchi e l'esperienza che hanno gli adulti. Si torna a casa scocciate, insolentite, mortificate perché la Tamerlane ha avuto da ridire su ogni cosa, persino la più banale, facendolo davanti a tutte. Qualche volta, quando la ferita è particolarmente profonda, viene da urlare persino che non si vuole più andare a scuola.
Roba grossa.
Noi adulti la vediamo in un modo, che è il nostro e che offre risposte buone per una certa stagione della vita. Se invece ci mettiamo, come fa proprio McEwan, all'altezza della stagione della loro, di vita, e dei loro sentimenti di undicenni, si capisce come la piccola Prepotenza e l'offesa che ne deriva diventino intollerabili perché minano la cosa più preziosa di questa età: la personalità in costruzione, la stima di sé e del proprio posto nel mondo, l'autorevolezza (perché si chiama così anche questa) nel contesto del loro piccolo luogo sociale, che sia una classe di scuola, un gruppo scout, una compagine sportiva.
E una Barry Tamerlane diventa giustamente insopportabile e farne la sociologia quotidiana (si comporterà così perché è viziata oppure perché non viene considerata da nessuno oppure perché conosce solo questa modalità oppure oppure oppure) non serve a nulla, a volte ti viene voglia di allungarglielo tu un pugno sul naso.
O forse, alla fine, ha davvero ragione la letteratura: tu non esisti, Barry Tamerlane, e non mi fai paura. Guai a te se ci provi ancora, questo è il mio spazio e, se vuoi, possiamo condividerlo altrimenti non ci provare nemmeno Barry, stammi alla larga.
Fatti i fatti tuoi.
Smettila, sei ridicola.

giovedì 4 aprile 2013

Domande difficili

Comincio ad essere in difficoltà, con le domande difficili.
Sarà l'età, la crisi pre-adolescenziale, la confusione mentale sui ruoli che bisogna ricoprire.
Capitemi.
"Babbo? Scusa babbo, come si dice stasera in inglese"?
"Scusa babbo, cosa vuol dire great"?
"E come si dice troppo presto"?
"Scusa babbo... Babbo? Come si dice mi dispiace ma Johnny dorme da noi, stasera..."?
 "...e, scusa, quello che viene dopo di me si chiama Brian"?

Mi gira la testa. Non ce la faccio mica...
Ma due belle domande sul sesso, no?!?!?!


venerdì 29 marzo 2013

Fuscello nel vento

"Mi sento come un fuscello nel vento".
La donna grande non fa che ripetere il suo mantra, in questo periodo. Lo trovi scritto nei bigliettini, in un suo tema, lo dice quando sconfortata cerca riparo tra le nostre braccia di genitori.
Arrivata sulla soglia della sua adolescenza, si sporge per vedere oltre e vede i dubbi, le incertezze, la fatica di crescere. Dover crescere.
Io me la ricordo bene, la mia adolescenza. Le differenze che non erano un valore ma una ferita. La timidezza che era un macigno trascinato con le catene. La paura di diventare grande l'incognita più profonda.

Però la vedo tanto più allegra, anche sotto il carico degli impegni di prima media: studiare, studiare, studiare. E doversi portare dietro uno zaino che, quotidianamente, pesa 10 chili (regolarmente pesato sulla bilancia). Una serenità, degli slanci che fino a poco tempo fa non aveva.
Dei traguardi raggiunti, qualche paura gettata via.

Io non me lo ricordo proprio bene se mai mi sia capitato, allora, di sentirmi un fuscello nel vento. Forse è questa la sensazione che si prova a crescere: abbandonare le sicurezze dell'essere bambini per affrontare il mare aperto, la vela dell'adolescenza.

Che soffi, il vento.

venerdì 15 marzo 2013

Si aggira uno spettro

Uno spettro si aggira per Firenze.
No, no, tranquilli, non stiamo pensando la rivoluzione (e poi Renzi si potrebbe risentire) ma, ugualmente, uno spettro si aggira per Firenze.
Il maestro Manolo.
E, lo giuro, il nome NON è fittizio per difendere la privacy.
Il maestro Manolo.

L'uomo piccolo ne è entusiasta.
Torna a casa e recita a memoria la tavola dei verbi. Essere, avere, irregolari, congiuntivi. Decisamente meglio di uno speaker di tg.
Il maestro Manolo non urla, parla.
Il maestro Manolo non fa quello che gli passa per la testa ma, qualche volta, ci chiede se siamo d'accordo.
Il maestro Manolo brontola pochissimo e ci porta in giardino a giocare a calcio.
Il maestro Manolo ci insegna bene.
(Da quando c'è) il maestro Manolo, l'uomo piccolo ha cominciato a leggere libri. Compulsivamente.
Il maestro Manolo ha le treccine rasta, è ganzissimo.
Il maestro Manolo, addirittura, piace alle mamme. E uno che piace alle mamme è molto, molto, moooolto più pericoloso del papa e dello zar, di Metternich e Guizot, dei radicali francesi e dei poliziotti tedeschi messi assieme.

Uno spettro si aggira per la classe. Speriamo la sua supplenza duri in eterno.

mercoledì 27 febbraio 2013

Boy band

E poi arriva il giorno in cui una boy band ti si infila in casa.
Passa strisciando, non la vedi, tra gli stipiti. O sottoforma alfabetica, in quella che sembra un'innocente scritta ("graffito, babbo, si dice graffito! Forse ai tuoi tempi si diceva scritta"...) sullo zainetto della donna grande.
Una foto, il formato di una figurina autoadesiva, che balena con noncuranza sulla scrivania, di pomeriggio. E una conversazione tra ragazzine, colta al volo tra un problema di matematica e un ripasso di musica: "aahhh, è proprio figo, Harry", sospirando.

Sì, ha detto figo. Lo giuro.

Quando poi, in una sera di febbraio, ti ritrovi in casa tua, al buio, in attesa che entri in cucina una torta sormontata di candeline accese e nessuno di noi è nato in febbraio, hai capito che c'è qualcosa che travalica. Che va oltre.
Ti ritrovi a festeggiare il compleanno di uno sconosciuto che non è mica lì con te. Chissà dove se ne sta, questo Harry.
E sulla torta c'è persino scritto il suo nome.
"Aaahhh, come è figo".

Così, all'improvviso (ma ormai te lo saresti persino aspettato), la figurina-formato-figurina si trasforma in un poster-formato-lenzuolo che subito trova il suo posto sopra il letto della donna grande. Si parla solo di Harry, si guardano tutti - dico t-u-t-t-i - i video su You Tube della boy band in questione - alcuni anche n volte -, si recitano a menadito i testi delle canzoni, si ripetono le melodie alla tastiera, si canticchiano brani sotto la doccia.
La mattina, prima di tutto, ci si rivolge al poster, lo si bacia e dopo, soltanto dopo, si scende dal letto.
Roba turpe, troppo forte pure per me.
Ma, quel che è peggio, persino quel povero-incolpevole-uomo-piccolo-che-passava-di-lì si trova travolto dalla boy-band-mania e non fa altro che scimmiottare sua sorella. I suoi deck e le carte di Yu-Gi-Oh! ora si dividono lo spazio con la boy band...
Una tragedia che si aggiunge a tragedia.

sabato 26 gennaio 2013

Dilemmi

"Babbo, ho un dilemma. Ma, secondo te, perché una ragazzina presa da sola è molto ordinata e precisa mentre un maschio è casinista e disordinato e, invece, le ragazzine in gruppo diventano disorganizzate e vulnerabili mentre i maschi all'improvviso sono una squadra e vanno diritti come un treno"?!?!?!
La donna grande è tornata da una festa di compleanno.

mercoledì 16 gennaio 2013

Riemergere

A cena.
L'uomo piccolo stasera era in vena.
Col suo solito tono di voce, AAAAALTO, si è messo a pontificare.
"Il Pds sta progettando un piano malefico per riemergere dagli inferi e dominare la razza umana".
Così, all'improvviso.

Due cose:
1) che ne sa lui del Pds (ha ascoltato noi adulti che, a cena, in vena di rimembranze, citavamo "la gioiosa macchina da guerra")?!?!
2) già che ci siamo, se proprio qualcosa deve riemergere dagli inferi.... non era meglio far riemergere direttamente il PCI?

Per la serie: "ma noi a cena non si potrebbe banalmente conversare di calcio?".

lunedì 17 settembre 2012

Calcio vs judo: lo scontro finale

Beh, siamo stati fortunati.
Dopo lunghe ed articolate conversazioni - la profe ed io - con l'uomo piccolo, abbiamo capito come stavano davvero le cose.
- Veramente, a me del calcio non importa tanto. Io volevo farlo solo per stare insieme ai miei amici.
Insomma, i suoi compagni di classe adorati.
Quelli che gli riempiono le parole ed i pensieri.
È una bella fortuna sentirsi così a casa, nel proprio ambiente scolastico. La donna grande, ad esempio, ha sofferto parecchio prima di entrare in sintonia col resto della classe. L'uomo piccolo, invece, anche aiutato dalla presenza del suo compagno del cuore, è subito entrato in risonanza con tutti gli altri. Senza timidezze, senza complessi, senza fatica.

Sono spesso i sentimenti, non la ragione, a guidare le nostre scelte. Quelli del marketing lo sanno fin troppo bene e ciurlano nel manico alla grande. Ci manovrano.
L'educazione sentimentale è uno dei fondamenti della crescita di ognuno di noi, grandi e piccini, ma credo anche che uno dei compiti più importanti e delicati del mestiere di genitore sia quello di saperli guidare nelle loro scelte, almeno finché non sono in grado di farle in totale autonomia. Magari facendogli capire che esse possono essere il risultato di una buona analisi. Di un buon pensiero. Qualcosa di questo genere, insomma:
- Scusa, uomo piccolo, ma io credevo che tu volessi fare uno sport che ti piacesse.
- Ma infatti judo mi piace.
- E non sarebbe noioso star sempre con gli stessi amici? State già insieme tutto il giorno a scuola.
- In effetti...
- E invece, facendo judo, troveresti altri amici, avresti un altro gruppetto di persone a cui far riferimento.

Non c'è stato bisogno di insistere nemmeno un po'. L'uomo piccolo ha tirato le sue conclusioni che, malgrado le apparenze, aveva già in testa. La sua parte razionale era già d'accordo da un pezzo. La sua esperienza estiva alle vacanze di branco degli scout gli aveva dato proprio questa risposta: amici diversi in contesti diversi. E tutti sono importanti.
Ognuno è un legame.

E poi, perché no, spesso fermarsi al primo impulso può nascondere solo quella voglia di conformismo che tutti conosciamo. Aderire alle scelte della maggioranza, andar dietro a quel che fanno tutti, a quel che è più di moda.
Non siamo pecore.
E i sentimenti li coltiviamo in libertà. O, almeno, ci proviamo.

Ah, dimenticavo...: l'uomo piccolo ha ripreso col judo. :-)

mercoledì 12 settembre 2012

L'ennesima prima volta

Oggi è una prima volta. Come se tutte le altre non fossero state abbastanza "eccitanti": la prima volta al nido, il primo giorno di materna, le elementari, le vacanze scout, la prima volta a casa di un'amica.
Le medie.
La donna grande, oggi, comincia le medie.
È stato un lungo percorso di avvicinamento, cominciato l'ultimo giorno di quinta elementare.
Disperazione per amici e insegnanti che si stavano lasciando.
Tensione per ciò che stava arrivando. Poi la sezione, i nuovi libri di testo. Il pianto scacciafantasmi, i riti propiziatori.
La lunga marcia di avvicinamento somiglia all'approccio di uno scalatore.
Adesso siamo pronti.
La donna grande ha dato la sua definizione: "oggi devo scalare il mio monte Bianco".
Usciamo.

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