L'ho sempre pensato.
Da quando quell'invasato di prete, alle medie, ci terrorizzava tronfio con le fiamme dell'inferno.
Ho sempre pensato che la religione e i suoi "valori", per come li si insegnano nella realtà, nella pratica quotidiana, nell'applicazione "materiale", producessero danni.
Egoismo (ci si salva, in primo luogo, da soli; gli altri chissà...), senso della colpa e del castigo, discriminazione.
L'ho sempre pensato, lo sostengo nelle discussioni tra amici (prendendomi negli anni tutte le sacrosante accuse di coltivare un pregiudizio) ma non ne avevo le prove. Se non quelle di averla vista all'opera, per anni, ogni giorno. Almeno quella cattolica.
Ora c'è anche una bella ricerca internazionale, qui.
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venerdì 23 settembre 2016
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martedì 1 ottobre 2013
La festa dei nonni
Ricevo e, nel delirio del periodo, rifletto. E condivido.
- Cara mamma...
- Ehm, veramente sarei un babbo.
- ...cara mamma, il 2 ottobre ritorna la festa dei nonni!
- Ah sì? Mah. Veramente non ne avevo mai sentito parlare.
- Questa ricorrenza cade il 2 ottobre di ogni anno per celebrare l'importanza del ruolo dei nonni...
- Ah beh, ora che ci penso, è proprio vero...
- ...il ruolo dei nonni all'interno delle famiglie e della società....
- Ecco, sì, parole sante. Riconosciamo anche il fondamentale spazio dei nonni...
- ...con il loro straordinario potere di trasmettere la memoria, le emozioni del tempo...
- Ah, che bella immagine, avete proprio ragione: i nonni come veicolo della memoria, come tramite tra le generazioni. Bellissimo il rapporto tra nonni e nipoti e.....
- ...Appunto. A tal proposito volevamo venderti un paio di splendide babbucce in pelle di muflone newyorchese. Perché non c'è nonno che non abbia bisogno di babbucce in pelle di muflone newyorchese. Compragli uno splendido paio di babbucce. Il pacco regalo è compreso nel prezzo. Ah, e non dimenticare di seguirci su facebook, su twitter, su qui, su là, su pinco e su pallino. Cara mamma....
- Ma. Veramente sarei un babbo...
- ...cara mamma, come ti vogliamo bene.
Ecco.
Altro che chiacchiere.
Una società in vendita, siamo.
I nonni, baciperugina della modernità.
- Cara mamma...
- Ehm, veramente sarei un babbo.
- ...cara mamma, il 2 ottobre ritorna la festa dei nonni!
- Ah sì? Mah. Veramente non ne avevo mai sentito parlare.
- Questa ricorrenza cade il 2 ottobre di ogni anno per celebrare l'importanza del ruolo dei nonni...
- Ah beh, ora che ci penso, è proprio vero...
- ...il ruolo dei nonni all'interno delle famiglie e della società....
- Ecco, sì, parole sante. Riconosciamo anche il fondamentale spazio dei nonni...
- ...con il loro straordinario potere di trasmettere la memoria, le emozioni del tempo...
- Ah, che bella immagine, avete proprio ragione: i nonni come veicolo della memoria, come tramite tra le generazioni. Bellissimo il rapporto tra nonni e nipoti e.....
- ...Appunto. A tal proposito volevamo venderti un paio di splendide babbucce in pelle di muflone newyorchese. Perché non c'è nonno che non abbia bisogno di babbucce in pelle di muflone newyorchese. Compragli uno splendido paio di babbucce. Il pacco regalo è compreso nel prezzo. Ah, e non dimenticare di seguirci su facebook, su twitter, su qui, su là, su pinco e su pallino. Cara mamma....
- Ma. Veramente sarei un babbo...
- ...cara mamma, come ti vogliamo bene.
Ecco.
Altro che chiacchiere.
Una società in vendita, siamo.
I nonni, baciperugina della modernità.
lunedì 15 aprile 2013
Genitori digitali (3)
Questa settimana, su "Internazionale", è la festa dei genitori.
venerdì 12 aprile 2013
Genitori digitali
"Internazionale" ha questo di bello, che ogni volta ci apre gli occhi, illumina con taglio diverso la realtà dei fatti, riporta notizie ed opinioni che stavano per sfuggirci. E ci sorprende.
Anche noi qui, in questa famiglia. Ché sull'argomento coltiviamo le nostre contraddizioni con splendida leggerezza, quasi un pollice verde delle contraddizioni.
Sull'argomento, infatti, la profe ed io, siamo scissi e schizofrenici più di quanto oseremmo ammettere. Da un lato siamo drogati tecnologici, spesso connessi, sempre a far riferimento alla rete. Molta parte del nostro tempo libero si gioca, e si spende, lì.
Dall'altro lato siamo talebani sublimi, vorremmo impedire ai nostri figli qualsiasi contatto con gli oggetti hi-tech (di cui pure siamo riccamentissimamente dotati, compreso lo smartphone touch a cui la profe ha finalmente abdicato...), siamo pronti a negare l'accesso alla rete, il giochino su tablet, l'app per quanto educational. Per noi due, Wii non è sinonimo di console ma di senso di colpa (per avergliela comprata). Immagino si possa facilmente capire che florilegio di rimbrotti, litigi, contrattrazioni di bassa lega, punizioni tutto questo comporti e anche, a dirla tutta, cosa voglia dire in termini di gap sociale, soprattutto per la donna grande, se è vero come è vero che alle medie è già tutto un trionfo di iQualsiasicosa, smart e mini, ultra, app e boing e crash e gulp.
Leggetevi un bel libro, giocate con i playmobil, invitate a casa un amico/a.
(Il bello di tutto ciò è che coi playmos - abbreviazione familiare - ci passano spesso delle ore; che amici ne vedono abbastanza; che ormai anche l'uomo piccolo, prima piuttosto refrattario, ha cominciato - evviva! evviva! - a leggerne, di libri).
Leggetevi un bel libro.
Guardatevi un film?...
Poi, appunto, arriva "Internazionale".
(Non che non sia facile ricordarsi come le lobby e le aziende del settore siano potentissime, vero governo della globalità molto più dei Governi nazionali, e ricchissime da potersi permettere di creare statistiche ad hoc, commissionare studi prestigiosissimi. Persino - ovvove! - di pagare giornalisti).
Insomma, godiamoci il problema.
Il ragionamento, questa settimana, è questo (attendiamo fioriture copiose di contraddizioni ancor più belle):
./.. segue qui
Anche noi qui, in questa famiglia. Ché sull'argomento coltiviamo le nostre contraddizioni con splendida leggerezza, quasi un pollice verde delle contraddizioni.
Sull'argomento, infatti, la profe ed io, siamo scissi e schizofrenici più di quanto oseremmo ammettere. Da un lato siamo drogati tecnologici, spesso connessi, sempre a far riferimento alla rete. Molta parte del nostro tempo libero si gioca, e si spende, lì.
Dall'altro lato siamo talebani sublimi, vorremmo impedire ai nostri figli qualsiasi contatto con gli oggetti hi-tech (di cui pure siamo riccamentissimamente dotati, compreso lo smartphone touch a cui la profe ha finalmente abdicato...), siamo pronti a negare l'accesso alla rete, il giochino su tablet, l'app per quanto educational. Per noi due, Wii non è sinonimo di console ma di senso di colpa (per avergliela comprata). Immagino si possa facilmente capire che florilegio di rimbrotti, litigi, contrattrazioni di bassa lega, punizioni tutto questo comporti e anche, a dirla tutta, cosa voglia dire in termini di gap sociale, soprattutto per la donna grande, se è vero come è vero che alle medie è già tutto un trionfo di iQualsiasicosa, smart e mini, ultra, app e boing e crash e gulp.
Leggetevi un bel libro, giocate con i playmobil, invitate a casa un amico/a.
(Il bello di tutto ciò è che coi playmos - abbreviazione familiare - ci passano spesso delle ore; che amici ne vedono abbastanza; che ormai anche l'uomo piccolo, prima piuttosto refrattario, ha cominciato - evviva! evviva! - a leggerne, di libri).
Leggetevi un bel libro.
Guardatevi un film?...
Poi, appunto, arriva "Internazionale".
(Non che non sia facile ricordarsi come le lobby e le aziende del settore siano potentissime, vero governo della globalità molto più dei Governi nazionali, e ricchissime da potersi permettere di creare statistiche ad hoc, commissionare studi prestigiosissimi. Persino - ovvove! - di pagare giornalisti).
Insomma, godiamoci il problema.
Il ragionamento, questa settimana, è questo (attendiamo fioriture copiose di contraddizioni ancor più belle):
./.. segue qui
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lunedì 18 marzo 2013
La scienza
Qualche volta la profe inciampa.
Anche se è ora di uscire per accompagnare a scuola l'uomo piccolo. E sono in ritardo.
- Uomo piccolo, ti sembra il momento di stare lì a cincischiare?!?!
(Il tono di voce è impercettibilmente stridulo, nota altina).
- Mamma. Ma, secondo te, osservare il DNA di una banana immerso nell'alcool è cincischiare?! Non hai proprio pietà per la scienza.
E vai.
Buon lunedì, eh.
Anche se è ora di uscire per accompagnare a scuola l'uomo piccolo. E sono in ritardo.
- Uomo piccolo, ti sembra il momento di stare lì a cincischiare?!?!
(Il tono di voce è impercettibilmente stridulo, nota altina).
- Mamma. Ma, secondo te, osservare il DNA di una banana immerso nell'alcool è cincischiare?! Non hai proprio pietà per la scienza.
E vai.
Buon lunedì, eh.
martedì 26 febbraio 2013
Pesce marcio
E' successo altre volte. Abbiamo le spalle larghe.
Troppo.
E questo Paese è fatto così: una parte di gente a cui sta bene una classe dirigente ladra e corrotta, laida. Una parte che non ha voglia d'altro se non di urlare, di avercelo duro, di sfasciare. E una parte che si barcamena tra etica, i propri doveri (pochi i diritti), le responsabilità del vivere civile. Quella che si potrebbe definire gente per bene.
La gente per bene, in questo Paese, non ce la fa.
E' minoranza storica. Non urla, non sbraita, non s'incazza (al massimo si sdegna o si arrabbia) e nel sistema mediatico in cui siamo calati non si sente. Chi urla più forte vince, figurarsi che risultato può avere chi parla a voce bassa, chi ha il coraggio di dichiarare "Io non abbandono la nave. Posso starci da capitano o da mozzo ma io non abbandono la nave".
I bambini hanno un occhio, un occhio lungo che è quasi utopico perché non conoscono ancora certe sottigliezze dell'essere adulti. Le scaltrezze.
Ci sta che quando tu gli spieghi quel che è successo, quali siano stati i risultati, li vedi che diventano silenziosi. Si potrebbe dire pensierosi?
Perché una loro sintesi la fanno. Ed è molto efficace. Molto.
"Babbo. Ma è come se gli italiani avessero dovuto scegliere tra un lecca-lecca e un pesce marcio. E hanno scelto il pesce marcio".
Ecco, loro non capiscono altro che questo.
Noi adulti, invece, chissà.
Troppo.
E questo Paese è fatto così: una parte di gente a cui sta bene una classe dirigente ladra e corrotta, laida. Una parte che non ha voglia d'altro se non di urlare, di avercelo duro, di sfasciare. E una parte che si barcamena tra etica, i propri doveri (pochi i diritti), le responsabilità del vivere civile. Quella che si potrebbe definire gente per bene.
La gente per bene, in questo Paese, non ce la fa.
E' minoranza storica. Non urla, non sbraita, non s'incazza (al massimo si sdegna o si arrabbia) e nel sistema mediatico in cui siamo calati non si sente. Chi urla più forte vince, figurarsi che risultato può avere chi parla a voce bassa, chi ha il coraggio di dichiarare "Io non abbandono la nave. Posso starci da capitano o da mozzo ma io non abbandono la nave".
I bambini hanno un occhio, un occhio lungo che è quasi utopico perché non conoscono ancora certe sottigliezze dell'essere adulti. Le scaltrezze.
Ci sta che quando tu gli spieghi quel che è successo, quali siano stati i risultati, li vedi che diventano silenziosi. Si potrebbe dire pensierosi?
Perché una loro sintesi la fanno. Ed è molto efficace. Molto.
"Babbo. Ma è come se gli italiani avessero dovuto scegliere tra un lecca-lecca e un pesce marcio. E hanno scelto il pesce marcio".
Ecco, loro non capiscono altro che questo.
Noi adulti, invece, chissà.
martedì 1 gennaio 2013
Anno
Mentre l'uomo piccolo si diverte a scorazzare con la sua nuova bici nella piazza deserta.
Provando e riprovando, coi freni contro la velocità, i limiti fisici che lo separerebbero da un brutta caduta sotto lo sguardo severo della statua di Girolamo Savonarola.
Tra le pause di una pioggerellina sottile sottile ma fitta, nella luce bianca di lampioni fine Ottocento.
La piazza ha le sue presenze. Passaggi.
Un gruppo familiare ricco di ragazzini vocianti che la attraversa di sbieco. Si possono immaginare le mani ancora calde di dadi e Monopoli o Risiko. O una tombolata, coi nonni.
Una coppia di anziani signori che si tengono stretti, sottobraccio, mentre camminano incerti e lenti. Vanno in chiesa, è chiaro. Ci dev'essere una funzione, a breve.
Mentre l'uomo piccolo inanella i suoi giri di pista.
Si avvicina, a piccoli passi, un fardello tutto nero. A testa china, non ho mai visto nessuno camminare col collo piegato a tal punto, una suora avanza. Non guarda nessuno, nemmeno quella donna che, contromano, le rivolge un timido saluto. Chissà quanto freddo devono lasciar passare i suoi sandali, leggeri ed aperti alla pioggia.
E ora quelle mamme, spuntate dal nulla (non le ho sentite comparire), col loro fardello di figli che corrono qua e là impazziti di gioia e curiosità per i resti esplosi dei botti di ieri notte. Rincorrono cartoni divelti e macchie nere di polvere da sparo. Dopo pochi secondi, le mamme gridano i loro richiami e quelli rispondono, senza indugi capricciosi, e si avviano sul ritorno.
Due vecchi, che chiacchierano tranquilli ed arzilli mentre i rispettivi cani si godono il quarto d'ora d'aria e di merda nelle aiuole dove poi giocheranno altri ragazzini, da domani. Mani e guinzaglio dietro la schiena, composti e un po' piegati in avanti, come due polene sull'orlo di salpare.
Nel silenzio acquoso delle auto che ci passano alle spalle, rintoccano le campane all'improvviso. La funzione dev'essere iniziata. I canti saranno caldi, l'aria ricolma di respiri.
Mentre l'uomo piccolo continua i suoi giri, il buio si fa più maturo, l'aria gelida come deve essere.
Anno nuovo.
Buono?
Provando e riprovando, coi freni contro la velocità, i limiti fisici che lo separerebbero da un brutta caduta sotto lo sguardo severo della statua di Girolamo Savonarola.
Tra le pause di una pioggerellina sottile sottile ma fitta, nella luce bianca di lampioni fine Ottocento.
La piazza ha le sue presenze. Passaggi.
Un gruppo familiare ricco di ragazzini vocianti che la attraversa di sbieco. Si possono immaginare le mani ancora calde di dadi e Monopoli o Risiko. O una tombolata, coi nonni.
Una coppia di anziani signori che si tengono stretti, sottobraccio, mentre camminano incerti e lenti. Vanno in chiesa, è chiaro. Ci dev'essere una funzione, a breve.
Mentre l'uomo piccolo inanella i suoi giri di pista.
Si avvicina, a piccoli passi, un fardello tutto nero. A testa china, non ho mai visto nessuno camminare col collo piegato a tal punto, una suora avanza. Non guarda nessuno, nemmeno quella donna che, contromano, le rivolge un timido saluto. Chissà quanto freddo devono lasciar passare i suoi sandali, leggeri ed aperti alla pioggia.
E ora quelle mamme, spuntate dal nulla (non le ho sentite comparire), col loro fardello di figli che corrono qua e là impazziti di gioia e curiosità per i resti esplosi dei botti di ieri notte. Rincorrono cartoni divelti e macchie nere di polvere da sparo. Dopo pochi secondi, le mamme gridano i loro richiami e quelli rispondono, senza indugi capricciosi, e si avviano sul ritorno.
Due vecchi, che chiacchierano tranquilli ed arzilli mentre i rispettivi cani si godono il quarto d'ora d'aria e di merda nelle aiuole dove poi giocheranno altri ragazzini, da domani. Mani e guinzaglio dietro la schiena, composti e un po' piegati in avanti, come due polene sull'orlo di salpare.
Nel silenzio acquoso delle auto che ci passano alle spalle, rintoccano le campane all'improvviso. La funzione dev'essere iniziata. I canti saranno caldi, l'aria ricolma di respiri.
Mentre l'uomo piccolo continua i suoi giri, il buio si fa più maturo, l'aria gelida come deve essere.
Anno nuovo.
Buono?
lunedì 14 maggio 2012
Che carini (cortometraggio in due tempi...).
1° tempo
Le scelte potevano essere molteplici. Rose oppure orchidee, un bel libro, un'ottima eau de toilette scelta nella profumeria più chic della città, magari con l'aiuto del babbo. Una fantastica torta gluten-free, sarebbe bastato anche un bel bacio sulle gote.
Invece la donna grande si è presentata con questa, alla festa della mamma:
2° tempo
Sotto la doccia, al mattino. L'uomo piccolo è lì accanto che si lava i denti. Si gira verso di me con sguardo indolente. Cosa potrà mai vedere attraverso il vetro pieno di goccioline?
- Mamma mia, babbo, hai una pancia!
- Come, scusa, uomo piccolo?! Non ho capito.
- Eh sì, hai un pancione. Dovresti metterti a dieta.
...
Come non volergli bene a questi delicati esserini che ci adorano?!
Ci adorano???
Per fortuna. Grunt!
Le scelte potevano essere molteplici. Rose oppure orchidee, un bel libro, un'ottima eau de toilette scelta nella profumeria più chic della città, magari con l'aiuto del babbo. Una fantastica torta gluten-free, sarebbe bastato anche un bel bacio sulle gote.
Invece la donna grande si è presentata con questa, alla festa della mamma:
2° tempo
Sotto la doccia, al mattino. L'uomo piccolo è lì accanto che si lava i denti. Si gira verso di me con sguardo indolente. Cosa potrà mai vedere attraverso il vetro pieno di goccioline?
- Mamma mia, babbo, hai una pancia!
- Come, scusa, uomo piccolo?! Non ho capito.
- Eh sì, hai un pancione. Dovresti metterti a dieta.
...
Come non volergli bene a questi delicati esserini che ci adorano?!
Ci adorano???
Per fortuna. Grunt!
venerdì 11 maggio 2012
Amori
La profe, in questi giorni, è particolarmente innamorata del suo uomo piccolo.
Lui ci mette del suo, e lei sdilinquisce.
- Come sei bellino, uomo piccolo!
(Lui ammicca).
- Ma cosa ti è successo?! In questi giorni sei fantastico!
- Perché?!
- Non lo so. Sei diventato proprio un ometto, sei carino. Sei persino diventato empatico.
(La fulmina con lo sguardo).
- Antipatico?!
- Ma no, EMpatico.
(Sospettoso).
- Aha... E che vuol dire?!
(Sempre più sospettoso).
- Vuol dire che hai imparato a metterti nei panni degli altri.
- Ma qua siete tutti matti... Io i panni c'ho i miei!!!
Lui ci mette del suo, e lei sdilinquisce.
- Come sei bellino, uomo piccolo!
(Lui ammicca).
- Ma cosa ti è successo?! In questi giorni sei fantastico!
- Perché?!
- Non lo so. Sei diventato proprio un ometto, sei carino. Sei persino diventato empatico.
(La fulmina con lo sguardo).
- Antipatico?!
- Ma no, EMpatico.
(Sospettoso).
- Aha... E che vuol dire?!
(Sempre più sospettoso).
- Vuol dire che hai imparato a metterti nei panni degli altri.
- Ma qua siete tutti matti... Io i panni c'ho i miei!!!
giovedì 26 aprile 2012
Riscrivere la storia
N.B.: La nuova, mefitica, interfaccia di Blogger non è il massimo che ci si potesse aspettare dalla vita.
Per usare un eufemismo.
In più, accedendo con iPad, devo aver fatto qualche casino anch'io. Resta il fatto che questo post era andato perduto. Rimanevano solo i commenti...
Così ho provato a riscriverlo, a memoria. Non è venuto proprio come l'originale ma il senso resta.
E quelli di voi che la usano, come si trovano con la nuova interfaccia di Blogger?!
Io la odio.
Decisamente.
____________________________
Le aste sono cose d'altri tempi.
I primi (e anche i... secondi e i terzi) rudimenti di aritmetica sono oramai acquisiti.
Verbi e coniugazioni cominciano a comparire nell'universo.
Geografia, invece, nemmeno l'ombra. Né fiumi, né monti, né pianure.
Non resta che dedicarsi alla storia. Anzi, alla preistoria.
Homo habilis, Neanderthal, australopiteco, l'uomo di Cro-Magnon. Paleolitico, neolitico e tutto quel che c'è attorno. Che l'uomo piccolo ripete così.
"Dedicandosi all'agricoltura, l'uomo del Neolitico non aveva più bisogno di spostarsi e decise di diventare stanziale. Cominciò a catturare gli animali e, invece di ucciderli subito per mangiarli, li allevò. Gli dava da mangiare e li faceva riprodurre. Cominciò allevando pecore e capre e riuscì ad addomesticare il cane selvatico che divenne un aiuto utilissimo nella PASCOLIZIA".
Ecco, se avessero saputo come sarebbe finita, i pastori del Neolitico non si sarebbero dati così tanto da fare. Bastava la PASCOLIZIA, mica la pastorizia.
Per usare un eufemismo.
In più, accedendo con iPad, devo aver fatto qualche casino anch'io. Resta il fatto che questo post era andato perduto. Rimanevano solo i commenti...
Così ho provato a riscriverlo, a memoria. Non è venuto proprio come l'originale ma il senso resta.
E quelli di voi che la usano, come si trovano con la nuova interfaccia di Blogger?!
Io la odio.
Decisamente.
____________________________
Le aste sono cose d'altri tempi.
I primi (e anche i... secondi e i terzi) rudimenti di aritmetica sono oramai acquisiti.
Verbi e coniugazioni cominciano a comparire nell'universo.
Geografia, invece, nemmeno l'ombra. Né fiumi, né monti, né pianure.
Non resta che dedicarsi alla storia. Anzi, alla preistoria.
Homo habilis, Neanderthal, australopiteco, l'uomo di Cro-Magnon. Paleolitico, neolitico e tutto quel che c'è attorno. Che l'uomo piccolo ripete così.
"Dedicandosi all'agricoltura, l'uomo del Neolitico non aveva più bisogno di spostarsi e decise di diventare stanziale. Cominciò a catturare gli animali e, invece di ucciderli subito per mangiarli, li allevò. Gli dava da mangiare e li faceva riprodurre. Cominciò allevando pecore e capre e riuscì ad addomesticare il cane selvatico che divenne un aiuto utilissimo nella PASCOLIZIA".
Ecco, se avessero saputo come sarebbe finita, i pastori del Neolitico non si sarebbero dati così tanto da fare. Bastava la PASCOLIZIA, mica la pastorizia.
mercoledì 22 febbraio 2012
Gorgheggi le comiche
Oggi la profe è stata dalla logopedista. Ché la sua voce si è andata massacrando, negli ultimi anni, affrontando quelle belve di allievi ultradolescenti che si ritrova.
Pare anche che tale logopedista sia stata gentile, competente, simpatica. Ha colto il problema (c'è poco da sottilizzare, quando uno è disfonico...), ha trovato il rimedio, ha assegnato esercizi. Questi:
Ora: liberate la vostra mente e visualizzate davanti a voi un adulto che, dopo cena, si accomoda su una sedia con questo foglio davanti. (I pargoli strabuzzano gli occhi). Il medesimo adulto comincia a respirare profondamente, tentando di trovare il giusto rilassamento e il respiro suggerito dalla logopedista. (I pargoli cominciano a sorridere). L'adulto comincia a cantilenare quella litania tutta in "i", alzando il tono. Qualcosa a metà tra uno scioglilingua e una canzone scout.
Poveracci, i pargoli.
Son crollati a terra.
Ridevano talmente, rotolandosi, che nemmeno una logopedista avrebbe saputo come farli smettere.
(Però la profe da stamattina ha ritrovato una voce cristallina. Sembra la Callas. Basta che non canti, però. Eh!).
Pare anche che tale logopedista sia stata gentile, competente, simpatica. Ha colto il problema (c'è poco da sottilizzare, quando uno è disfonico...), ha trovato il rimedio, ha assegnato esercizi. Questi:
Ora: liberate la vostra mente e visualizzate davanti a voi un adulto che, dopo cena, si accomoda su una sedia con questo foglio davanti. (I pargoli strabuzzano gli occhi). Il medesimo adulto comincia a respirare profondamente, tentando di trovare il giusto rilassamento e il respiro suggerito dalla logopedista. (I pargoli cominciano a sorridere). L'adulto comincia a cantilenare quella litania tutta in "i", alzando il tono. Qualcosa a metà tra uno scioglilingua e una canzone scout.Poveracci, i pargoli.
Son crollati a terra.
Ridevano talmente, rotolandosi, che nemmeno una logopedista avrebbe saputo come farli smettere.
(Però la profe da stamattina ha ritrovato una voce cristallina. Sembra la Callas. Basta che non canti, però. Eh!).
mercoledì 15 febbraio 2012
Una corsa
Passo un pomeriggio con loro. Mi sorprendo ancora a guardarli come se fosse un ennesimo primo giorno. O il quattordicesimo, o il duecentotreesimo.
Mi sorprendo che li guardo, sorrido dentro.
E penso.
Paghiamo l'insegnante d'inglese. Paghiamo la retta del nuoto e l'istruttore di judo. L'arrampicata, la ginnastica ritmica, il corso di flauto e il teatro. Corso per ragazzi, in attesa che diventino adulti (poi: corso per adulti).
Li scarrozziamo al campo di atletica, al corso di stencil. Stage avanzato di ombre cinesi, corsa sui trampoli, cucito e uncinetto. Cucina, livello basic.
Poi basta entrare per caso in un giardino.
Davanti a loro qualche metro di spazio.
Corrono, felici gridano.
Perché, ogni volta, mi emoziono? E il corso d'inglese non mi fa, per niente, lo stesso effetto?!
Mi sorprendo che li guardo, sorrido dentro.
E penso.
Paghiamo l'insegnante d'inglese. Paghiamo la retta del nuoto e l'istruttore di judo. L'arrampicata, la ginnastica ritmica, il corso di flauto e il teatro. Corso per ragazzi, in attesa che diventino adulti (poi: corso per adulti).
Li scarrozziamo al campo di atletica, al corso di stencil. Stage avanzato di ombre cinesi, corsa sui trampoli, cucito e uncinetto. Cucina, livello basic.
Poi basta entrare per caso in un giardino.
Davanti a loro qualche metro di spazio.
Corrono, felici gridano.
Perché, ogni volta, mi emoziono? E il corso d'inglese non mi fa, per niente, lo stesso effetto?!
venerdì 27 gennaio 2012
Autostime
Lo sappiamo, l'autostima è il motore della Storia. Quel modestone di Napoleone Bonaparte ce lo insegna.
E l'uomo piccolo sta facendo indigestione di autostima, a dosi da cavallo.
"Sono un mito a filetto. Potrei battervi a occhi chiusi", dice il moccioso.
Non si limita a dirlo. Lo fa.
L'altra sera mi ha stracciato 14 a 2. E solo perché mi sono rifiutato di continuare a giocare...
Un nostro amico, con una figlia ben più grande dei nostri, qualche anno fa, ci ammoniva: "Va tutto bene, fino a quando li lasci vincere. Quando invece cominciano a vincere davvero e non riesci più a batterli neanche sforzandoti, ecco, allora devi cominciare a preoccuparti".
Aveva ragione il nostro amico: l'autostima, dipende da dove la guardi.
Devo cominciare a preoccuparmi?!
E l'uomo piccolo sta facendo indigestione di autostima, a dosi da cavallo.
"Sono un mito a filetto. Potrei battervi a occhi chiusi", dice il moccioso.
Non si limita a dirlo. Lo fa.
L'altra sera mi ha stracciato 14 a 2. E solo perché mi sono rifiutato di continuare a giocare...
Un nostro amico, con una figlia ben più grande dei nostri, qualche anno fa, ci ammoniva: "Va tutto bene, fino a quando li lasci vincere. Quando invece cominciano a vincere davvero e non riesci più a batterli neanche sforzandoti, ecco, allora devi cominciare a preoccuparti".
Aveva ragione il nostro amico: l'autostima, dipende da dove la guardi.
Devo cominciare a preoccuparmi?!
giovedì 29 dicembre 2011
Il campo invernale
A giudicare dalla lussuosa indifferenza con la quale siamo stati accolti al rientro dal suo primo campo invernale (che, nel frattempo, sarebbe potuto trasformarsi in tragedia visto che la donna grande ha la bronchite e l'uomo piccolo l'ha dovuto affrontare senza "supporti emotivi") direi che l'esperienza si è svolta positivamente. O senza traumi, almeno.
- Uomo piccolo, hai avuto un po' di nostalgia?
- Sì, babbo, tantissima. Vedi, questa è una scala: c'è l'1, il 2 e il 3. E vedi dove tocca il mio dito?
- Sì, uomo piccolo, tocca il 3. Non vorrai mica dire che la nostalgia è stata di livello massimo?!
- Certo, babbo. Il massimo...
- E allora hai avuto voglia di piangere? Hai pianto un pochettino?...
- (scrollata di spalle) Neanche un po', babbo.
Insomma, come sempre, gli adulti si macerano, son lì che pensano e ripensano (magari un po' segretamente) temendo che "quella" telefonata prima o poi arrivi e invece quei piccoli esseri trovano le loro grandi emozioni e le governano come meglio non si potrebbe. Una filastrocca ossessivamente ripetuta (l'uomo grande è campione universale di reiterazioni ossessive...), mettere in mostra la promessa (sarebbe il fazzolettone che gli scout portano al collo) come il vero trofeo del campo, appartarsi con quello che abbiamo capito essere stato l'amico di giornata per un ultimo saluto, tutto fa parte di un rito liberatorio: quello di essere rientrato in famiglia avendo superato brillantemente la prova.
Ché di sorella maggiore ce n'è una sola e riuscire a fare qualcosa prima e senza di lei è la più grande delle conquiste. Per ora la donna grande ha dato uno sguardo distratto alla promessa: solo per un attimo ha temuto di essere l'unica del branco a non averla ancora. Poi, quando ha capito che diversi erano i bambini ad aver saltato il campo, si è tranquillizzata. Ha ripreso la sua strada, guardando l'uomo piccolo con la solita prospettiva. Dall'alto in basso.
Vediamo se nei prossimi giorni l'uomo piccolo dimostrerà di aver fatto tesoro di questo piccolo traguardo o se la sua esistenza sarà, come al solito, subordinata al pollice-su o pollice-verso della donna grande.
Per ora, dorme di là beato nel suo letto. La promessa ce l'avuta al collo fino a due secondi prima di mettersi sotto le coperte.
Quando ha deciso che era arrivato il momento di toglierla è crollato addormentato. All'istante.
Missione compiuta, per adesso. E buonanotte!
- Uomo piccolo, hai avuto un po' di nostalgia?
- Sì, babbo, tantissima. Vedi, questa è una scala: c'è l'1, il 2 e il 3. E vedi dove tocca il mio dito?
- Sì, uomo piccolo, tocca il 3. Non vorrai mica dire che la nostalgia è stata di livello massimo?!
- Certo, babbo. Il massimo...
- E allora hai avuto voglia di piangere? Hai pianto un pochettino?...
- (scrollata di spalle) Neanche un po', babbo.
Insomma, come sempre, gli adulti si macerano, son lì che pensano e ripensano (magari un po' segretamente) temendo che "quella" telefonata prima o poi arrivi e invece quei piccoli esseri trovano le loro grandi emozioni e le governano come meglio non si potrebbe. Una filastrocca ossessivamente ripetuta (l'uomo grande è campione universale di reiterazioni ossessive...), mettere in mostra la promessa (sarebbe il fazzolettone che gli scout portano al collo) come il vero trofeo del campo, appartarsi con quello che abbiamo capito essere stato l'amico di giornata per un ultimo saluto, tutto fa parte di un rito liberatorio: quello di essere rientrato in famiglia avendo superato brillantemente la prova.
Ché di sorella maggiore ce n'è una sola e riuscire a fare qualcosa prima e senza di lei è la più grande delle conquiste. Per ora la donna grande ha dato uno sguardo distratto alla promessa: solo per un attimo ha temuto di essere l'unica del branco a non averla ancora. Poi, quando ha capito che diversi erano i bambini ad aver saltato il campo, si è tranquillizzata. Ha ripreso la sua strada, guardando l'uomo piccolo con la solita prospettiva. Dall'alto in basso.
Vediamo se nei prossimi giorni l'uomo piccolo dimostrerà di aver fatto tesoro di questo piccolo traguardo o se la sua esistenza sarà, come al solito, subordinata al pollice-su o pollice-verso della donna grande.
Per ora, dorme di là beato nel suo letto. La promessa ce l'avuta al collo fino a due secondi prima di mettersi sotto le coperte.
Quando ha deciso che era arrivato il momento di toglierla è crollato addormentato. All'istante.
Missione compiuta, per adesso. E buonanotte!
lunedì 12 dicembre 2011
Filastrocche
Cantilenando:
"Sotto il ponte di Verona
C'è una vecchia scureggiona.
Ne fa una al limone
Fa puzzar tutto il Giappone.
Ne fa una all'arancia
Fa puzzar tutta la Francia.
Ne fa una al caffè
Fa-pu-zza-re-pro-prio-te".
........
Comincia bene, la settimana. No?!
"Sotto il ponte di Verona
C'è una vecchia scureggiona.
Ne fa una al limone
Fa puzzar tutto il Giappone.
Ne fa una all'arancia
Fa puzzar tutta la Francia.
Ne fa una al caffè
Fa-pu-zza-re-pro-prio-te".
........
Comincia bene, la settimana. No?!
domenica 20 novembre 2011
Gli accessori del babbo (20): il sussidiario
Perché non te le ricordavi, le tue domeniche di quinta elementare. D'inverno, quando il mare soffiava umido verso la città. E il sussidiario era un libro divulgativo rispetto alla complessità multidisciplinare di oggi.
Così hai potuto millantare quanto tu fossi veloce e ligio, nel fare i compiti, sempre da solo, senza genitori a ronzarti intorno. E, dopo che li avevi finiti, via a giocare, ad appiccicare figurine in un album (la stagione delle raccolte adesive era più o meno la medesima di questa), a spostare soldatini dentro un forte di compensato.
Questo hai detto, per scalfire la noia dei tuoi pargoli e istigarli a "darsi da fare".
In realtà stare lì, sotto le coperte, a ripassare l'antica Grecia, la geografia (fisica, demografica ed economica) del Piemonte, i cinque sensi con tutti quei nervi che trasportano stimoli elettro-chimici fin dentro il cervello è stata una gran bella cosa. Un'immersione totale dentro un mondo lontano, non tanto antico o moderno ma proprio distante.
Una distanza abissale, di metodi, di tempi, di cultura. Persino il Piemonte sembra cambiato, visto dall'oggi.
E rotolarsi con quei due, uno alla volta per non mescolare materie e programmi, come due compagni di classe è un privilegio di valore inestimabile: vedere uno sguardo che guizza quando la mente ha trovato la parola esatta, cogliere l'incertezza di fronte ad un accento difficile, ridere assieme di una parola storpiata in maniera irresistibile è più di un regalo. Più di un premio, forse un impegno. Leggero, tenue come un alito di zefiro.
E domani, il lunedì, sarà più facile. Senz'altro.
Così hai potuto millantare quanto tu fossi veloce e ligio, nel fare i compiti, sempre da solo, senza genitori a ronzarti intorno. E, dopo che li avevi finiti, via a giocare, ad appiccicare figurine in un album (la stagione delle raccolte adesive era più o meno la medesima di questa), a spostare soldatini dentro un forte di compensato.
Questo hai detto, per scalfire la noia dei tuoi pargoli e istigarli a "darsi da fare".
In realtà stare lì, sotto le coperte, a ripassare l'antica Grecia, la geografia (fisica, demografica ed economica) del Piemonte, i cinque sensi con tutti quei nervi che trasportano stimoli elettro-chimici fin dentro il cervello è stata una gran bella cosa. Un'immersione totale dentro un mondo lontano, non tanto antico o moderno ma proprio distante.
Una distanza abissale, di metodi, di tempi, di cultura. Persino il Piemonte sembra cambiato, visto dall'oggi.
E rotolarsi con quei due, uno alla volta per non mescolare materie e programmi, come due compagni di classe è un privilegio di valore inestimabile: vedere uno sguardo che guizza quando la mente ha trovato la parola esatta, cogliere l'incertezza di fronte ad un accento difficile, ridere assieme di una parola storpiata in maniera irresistibile è più di un regalo. Più di un premio, forse un impegno. Leggero, tenue come un alito di zefiro.
E domani, il lunedì, sarà più facile. Senz'altro.
domenica 30 ottobre 2011
Colpi bassi
"Eh no, mamma, tu non ci sai proprio fare con l'ironia".
Parola di donna grande.
Parola di donna grande.
giovedì 20 ottobre 2011
E' passata catena!
No, non stiamo parlando di una riedizione in DVD Blu-Ray del classico "Radici". Né delle catene da perdere in una qualche rivoluzione. E neppure dell'ennesimo prodotto della famiglia Fiorello.
"E' passata catena" vuol dire che ora siamo negli scout. Cioè, ad essere precisi, sono i pargoli che sono negli scout, da nemmeno una settimana, hanno già fatto la loro prima giornata in tana e domenica prossima ci aspetta la caccia.
Così, ieri sera è passata catena ovvero "la" (per antonomasia) successione di telefonate con le quali ogni bambino passa al suo compagno di gruppo la notizia che arriva da akela. Che in tempi di tecnologia suona davvero con un clangore fuori dal tempo eppure i vecchi lupi ci confermano che, quando ancora il mail era di là da venire, i gruppi scout hanno sempre fatto così. E tutto ha funzionato, ogni informazione è riuscita a sopravvivere. Ormai gli scout, nel mondo, hanno più di cent'anni. In barba al mail.
Insomma, l'evento clamoroso non sta tanto nella telefonata in sé. Sta piuttosto nella reazione dei pargoli.
Va premesso che i due, pur essendo tecnologicamente più che alfabetizzati (mail, appunto, ma anche giochi su internet, nintendi vari, mario bros e chi più ne ha più ne metta), hanno una fortissima idiosincrasia col telefono. Lontano anni luce dalla scena di "Caro diario" in cui un Nanni Moretti costernato aveva a che fare sempre con dei bambini che rispondevano al telefono, i nostri pargoli non hanno mai familiarizzato col ferrovecchio di Meucci: non rispondono mai quando squilla, non amano usarlo per parlare con amici o parenti lontani, ne hanno quasi un timore reverenziale.
Invece ieri sera, non appena ha squillato, è partito il grido di giubilo: "è la catena, è la catena. Ci chiamano per la caccia di domenica"!
E così è andata: immediatamente dopo aver preso appunti (vedere il casinista uomo piccolo prendere carta e penna e appuntarsi diligentemente tutto quanto veniva detto dal suo compagno telefonico mi ha creato un certo sconcerto. Mi ha fatto anche capire come le cose fatte e imparate da sé abbiano un valore che nessun "insegnamento" può eguagliare), l'uomo piccolo è corso alla lavagnetta dove ci sono i numeri di telefono del gruppo. Ha composto il numero sulla tastiera, quasi senza aiuto, ed ha chiamato akela per dire che la catena era passata anzi, con lui, si era chiuso il cerchio telefonico.
"Sì, tutto a posto. Pronto?! E' passata catena. Ci vediamo domenica, vero?... La parola d'ordine è 'abbecedario'. No,... sono l'uomo piccolo".
Insomma, si era persino dimenticato di dire il suo nome, tanto era l'entusiasmo.
La donna grande, invece (perché in tutto questo entusiasmo generalizzato, i due sono pure in due gruppi diversi), ha raccolto la sua telefonata con il solito aplomb. Ha preso appunti sul solito foglio (ha immediatamente rinfacciato al fratello di essere stata molto più precisa e ordinata, nello scrivere - ah, un po' di santa cattiveria!), dopo aver chiuso il telefono ha riletto ogni cosa per capire meglio di cosa si stesse parlando. Poi ha guardato l'elenco dei numeri telefonici e individuato chi dovesse chiamare.
"Pronto, sono la donna grande. Sì, mi ha chiamato la mia compagna di gruppo per dirmi che domenica c'è la caccia. Volevo dirti che mi ha detto questo e quest'altro e bla bla e bla bla. Sì, certo: pranzo al sacco. Sì, biglietto dell'autobus. Due, sì certo...... Come, parola d'ordine?!... Quale parola d'ordine"?!?!?!
E' rimasta di sasso. La sua compagna si era dimenticata di lasciarle la parola d'ordine.
Se questo è l'effetto, il primo giro di telefonate scout, li lascia strafatti di emozioni, 'sti pargoli.E domenica, prima caccia.
P.s.: per tutti quelli che, come me, degli scout non hanno mai saputo niente, nelle prossime puntate cercherò di svelare il significato di alcuni termini che possono sembrare esoterici. ("Akela" proprio vi è rimasto sullo stomaco, eh?!). :)
"E' passata catena" vuol dire che ora siamo negli scout. Cioè, ad essere precisi, sono i pargoli che sono negli scout, da nemmeno una settimana, hanno già fatto la loro prima giornata in tana e domenica prossima ci aspetta la caccia.
Così, ieri sera è passata catena ovvero "la" (per antonomasia) successione di telefonate con le quali ogni bambino passa al suo compagno di gruppo la notizia che arriva da akela. Che in tempi di tecnologia suona davvero con un clangore fuori dal tempo eppure i vecchi lupi ci confermano che, quando ancora il mail era di là da venire, i gruppi scout hanno sempre fatto così. E tutto ha funzionato, ogni informazione è riuscita a sopravvivere. Ormai gli scout, nel mondo, hanno più di cent'anni. In barba al mail.
Insomma, l'evento clamoroso non sta tanto nella telefonata in sé. Sta piuttosto nella reazione dei pargoli.
Va premesso che i due, pur essendo tecnologicamente più che alfabetizzati (mail, appunto, ma anche giochi su internet, nintendi vari, mario bros e chi più ne ha più ne metta), hanno una fortissima idiosincrasia col telefono. Lontano anni luce dalla scena di "Caro diario" in cui un Nanni Moretti costernato aveva a che fare sempre con dei bambini che rispondevano al telefono, i nostri pargoli non hanno mai familiarizzato col ferrovecchio di Meucci: non rispondono mai quando squilla, non amano usarlo per parlare con amici o parenti lontani, ne hanno quasi un timore reverenziale.
Invece ieri sera, non appena ha squillato, è partito il grido di giubilo: "è la catena, è la catena. Ci chiamano per la caccia di domenica"!
E così è andata: immediatamente dopo aver preso appunti (vedere il casinista uomo piccolo prendere carta e penna e appuntarsi diligentemente tutto quanto veniva detto dal suo compagno telefonico mi ha creato un certo sconcerto. Mi ha fatto anche capire come le cose fatte e imparate da sé abbiano un valore che nessun "insegnamento" può eguagliare), l'uomo piccolo è corso alla lavagnetta dove ci sono i numeri di telefono del gruppo. Ha composto il numero sulla tastiera, quasi senza aiuto, ed ha chiamato akela per dire che la catena era passata anzi, con lui, si era chiuso il cerchio telefonico.
"Sì, tutto a posto. Pronto?! E' passata catena. Ci vediamo domenica, vero?... La parola d'ordine è 'abbecedario'. No,... sono l'uomo piccolo".
Insomma, si era persino dimenticato di dire il suo nome, tanto era l'entusiasmo.
La donna grande, invece (perché in tutto questo entusiasmo generalizzato, i due sono pure in due gruppi diversi), ha raccolto la sua telefonata con il solito aplomb. Ha preso appunti sul solito foglio (ha immediatamente rinfacciato al fratello di essere stata molto più precisa e ordinata, nello scrivere - ah, un po' di santa cattiveria!), dopo aver chiuso il telefono ha riletto ogni cosa per capire meglio di cosa si stesse parlando. Poi ha guardato l'elenco dei numeri telefonici e individuato chi dovesse chiamare.
"Pronto, sono la donna grande. Sì, mi ha chiamato la mia compagna di gruppo per dirmi che domenica c'è la caccia. Volevo dirti che mi ha detto questo e quest'altro e bla bla e bla bla. Sì, certo: pranzo al sacco. Sì, biglietto dell'autobus. Due, sì certo...... Come, parola d'ordine?!... Quale parola d'ordine"?!?!?!
E' rimasta di sasso. La sua compagna si era dimenticata di lasciarle la parola d'ordine.
Se questo è l'effetto, il primo giro di telefonate scout, li lascia strafatti di emozioni, 'sti pargoli.E domenica, prima caccia.
P.s.: per tutti quelli che, come me, degli scout non hanno mai saputo niente, nelle prossime puntate cercherò di svelare il significato di alcuni termini che possono sembrare esoterici. ("Akela" proprio vi è rimasto sullo stomaco, eh?!). :)
mercoledì 10 agosto 2011
Scoperte!
L'uomo piccolo ha scoperto la voluttà delle automobili. Ripete come un mantra marche, modelli, allestimenti, potenze. Di ogni auto che incontra nella sua visuale chiede informazioni. Tanto che la donna grande, sinceramente, non ne può più!
All'ennesima richiesta ossessiva lo ha squadrato in tralice: "senti uomo piccolo, ma che programmi hai per l'anno prossimo"?!
Secondo me sta pensando di mandarlo in vacanza su Marte...
E poi mi piacerebbe tanto chiedere ad un neuroscienziato perché il cervello dei ragazzini riconosce meglio (e preferibilmente) le Porsche da, che so, una normalissima Pandina. Al massimo una Clio.
Invece no: siamo lì immersi tra listini prezzi (eh sì, perché l'uomo piccolo è uno che ha sempre badato al sodo) della Porsche e della BMW, indecisi tra una classe 5 tourer (è così che si dice, vero?) e una di quelle "babbo, com'è che si chiama? Che ha quel nome strano, che la fanno vicino casa della zia R"? - oddio, sta parlando della Lamborghini...
Insomma, non abbiamo pace. Che poi sono io, in realtà, quello che subisce l'onda del suo innamoramento motoristico. Io che distinguo a malapena un parabrezza da un lunotto e che confondo regolarmente il cilindro col pistone (e viceversa).
Ieri pomeriggio, dopo aver smanettato lungamente su internet, è arrivato raggiante:
- babbo, babbo ho trovato una Porsche. Costa 87.000 euro, la compriamo?
- ma, uomo piccolo, è quasi quattro volte quel che costa la macchina che abbiamo.
Ha fatto un po' di calcoli mentali, poi giulivo:
- e vabbene, ma almeno una volta nella vita.
Ecco, ho deciso che passerò le ferie a spiegargli alcune cosette...
All'ennesima richiesta ossessiva lo ha squadrato in tralice: "senti uomo piccolo, ma che programmi hai per l'anno prossimo"?!
Secondo me sta pensando di mandarlo in vacanza su Marte...
E poi mi piacerebbe tanto chiedere ad un neuroscienziato perché il cervello dei ragazzini riconosce meglio (e preferibilmente) le Porsche da, che so, una normalissima Pandina. Al massimo una Clio.
Invece no: siamo lì immersi tra listini prezzi (eh sì, perché l'uomo piccolo è uno che ha sempre badato al sodo) della Porsche e della BMW, indecisi tra una classe 5 tourer (è così che si dice, vero?) e una di quelle "babbo, com'è che si chiama? Che ha quel nome strano, che la fanno vicino casa della zia R"? - oddio, sta parlando della Lamborghini...
Insomma, non abbiamo pace. Che poi sono io, in realtà, quello che subisce l'onda del suo innamoramento motoristico. Io che distinguo a malapena un parabrezza da un lunotto e che confondo regolarmente il cilindro col pistone (e viceversa).
Ieri pomeriggio, dopo aver smanettato lungamente su internet, è arrivato raggiante:
- babbo, babbo ho trovato una Porsche. Costa 87.000 euro, la compriamo?
- ma, uomo piccolo, è quasi quattro volte quel che costa la macchina che abbiamo.
Ha fatto un po' di calcoli mentali, poi giulivo:
- e vabbene, ma almeno una volta nella vita.
Ecco, ho deciso che passerò le ferie a spiegargli alcune cosette...
domenica 7 agosto 2011
Il bagno all'alba
Chi vive nelle città di mare, e ha meno di sessant'anni, non è mai arrivato in spiaggia in vita sua prima delle undici (mezzogiorno, avendo dei pargoli - tanto per prendere in pieno quello che si potrebbe definire "orario pediatrico"): difficile spiegarne il perché; forse una sorta di tronfio senso del possesso: la spiaggia è lì, sempre lì, tutta l'estate, tutto l'anno, sempre. Non c'è fretta.
Non credo di esagerare, almeno non troppo, è languidamente così. Anche per me, che non abito al mare da ormai più di dieci anni, vale lo stesso modus: quando ci torno, nella mia città di mare, non ho più fretta, non devo correre mai. Non devo scavalcare nessuno.
Eppure esiste un'eccezione, uno di quei riti che nascono quando ci sono forti emozioni da tenere accese: quella di "andare a vedere l'alba sul mare". Per cui, sveglia di buio, colazione velocissima e poi via, di buon passo (e macchina fotografica in spalla - altra cosa che un indigeno farebbe solo con un po' di vergogna...) verso l'arenile. Da lì aspettiamo il sole al varco, l'orizzonte è tutto nostro, non si fa che guardare.
Così, per farla breve, stamattina abbiamo fatto il bagno in mare alle sette.
In un'acqua immota e limpida come una piscina. Una piscina immensa di chilometri, senza un'anima viva se non noi fin dove lo sguardo poteva arrivare. Una piscina privatissima e potenzialmente infinita. Solo gabbiani intorno, persino meno timorosi del solito: il silenzio dell'intimità è cosa che ci rende più simili e vicini, tra tutti.
Abbiamo sguazzato senza freni, nuotato, tuffato, scavato, rotolato.
Persino l'incontro ravvicinatissimo tra la donna grande e una medusa ha causato sì gran dolori e pianti disperati ma è durato poco, solo il tempo di trovare l'ultrasessantenne di cui dicevo all'inizio, sbucato chissà da dove, che senza scomporsi ci ha proposto il rimedio unico e definitivo in questi casi: l'abluzione della parte urticata in abbondante acqua calda. Dopo pochi secondi la donna grande è tornata pimpante quasi (quasi ho detto) come prima. Sì certo, è rimasta il resto del tempo prudentemente a mollo sulla riva ma ha capito che dopo il dolore, per quanto insopportabile possa essere sul momento, si rimane interi.
E chissà che un rito di vacanza come questo non possa insegnare qualcosa. Addirittura senza pedanteria, senza bisogno di lunghe e razionali spiegazioni. È accaduto, si resta interi. La donna grande sembrava convinta. Chissà.
Per ora ci siam goduti il nostro rito marino per il secondo anno consecutivo. E fino al prossimo o, magari, quello dopo ancora.
E ancora, fin quando saremo così divertiti.
Non credo di esagerare, almeno non troppo, è languidamente così. Anche per me, che non abito al mare da ormai più di dieci anni, vale lo stesso modus: quando ci torno, nella mia città di mare, non ho più fretta, non devo correre mai. Non devo scavalcare nessuno.
Eppure esiste un'eccezione, uno di quei riti che nascono quando ci sono forti emozioni da tenere accese: quella di "andare a vedere l'alba sul mare". Per cui, sveglia di buio, colazione velocissima e poi via, di buon passo (e macchina fotografica in spalla - altra cosa che un indigeno farebbe solo con un po' di vergogna...) verso l'arenile. Da lì aspettiamo il sole al varco, l'orizzonte è tutto nostro, non si fa che guardare.
Così, per farla breve, stamattina abbiamo fatto il bagno in mare alle sette.
In un'acqua immota e limpida come una piscina. Una piscina immensa di chilometri, senza un'anima viva se non noi fin dove lo sguardo poteva arrivare. Una piscina privatissima e potenzialmente infinita. Solo gabbiani intorno, persino meno timorosi del solito: il silenzio dell'intimità è cosa che ci rende più simili e vicini, tra tutti.
Abbiamo sguazzato senza freni, nuotato, tuffato, scavato, rotolato.
Persino l'incontro ravvicinatissimo tra la donna grande e una medusa ha causato sì gran dolori e pianti disperati ma è durato poco, solo il tempo di trovare l'ultrasessantenne di cui dicevo all'inizio, sbucato chissà da dove, che senza scomporsi ci ha proposto il rimedio unico e definitivo in questi casi: l'abluzione della parte urticata in abbondante acqua calda. Dopo pochi secondi la donna grande è tornata pimpante quasi (quasi ho detto) come prima. Sì certo, è rimasta il resto del tempo prudentemente a mollo sulla riva ma ha capito che dopo il dolore, per quanto insopportabile possa essere sul momento, si rimane interi.
E chissà che un rito di vacanza come questo non possa insegnare qualcosa. Addirittura senza pedanteria, senza bisogno di lunghe e razionali spiegazioni. È accaduto, si resta interi. La donna grande sembrava convinta. Chissà.
Per ora ci siam goduti il nostro rito marino per il secondo anno consecutivo. E fino al prossimo o, magari, quello dopo ancora.
E ancora, fin quando saremo così divertiti.
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