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venerdì 21 marzo 2014

Il crollo dei libri (e di chi ci vive)





Ho appena finito di leggere l’ottimo articolo di Christian Raimo su pagina99 e trovo che abbia ragione quando accusa le grandi aziende editoriali (e ricordiamoci dove lavorava fino a ieri Gian Arturo Ferrari…) di avere buona parte della responsabilità del disastro.
Da parte mia vorrei aggiungere qualche pensiero e qualche elemento. Anch’io lavoro nel settore, sono un “oscuro” agente commerciale di uno di quei grandi gruppi, e mi considero altrettanto importante di un autore, di un tipografo, di un editor, di un recensore, di un giornalista culturale (che peraltro, almeno per hobby, sarei anche…), di un addetto marketing. Anzi, di questi ultimi, mi sento molto molto molto più “necessario”.
A differenza degli editori (tutti, non solo i grandi), io non credo che la “lettura” sia una merce vendibile. Puoi vendere un libro, un quotidiano, una rivista, un sito ma non puoi vendere la “lettura”. Leggere è un processo completamente differente. Ha a che fare col desiderio, con una visione del mondo, con un comportamento. Leggere è come fare sesso, puoi solo volerlo. Sennò è violenza. Leggere è molto più vicino alla psicologia, al comportamentismo, che al marketing.
E infatti, io credo che grande colpa di questo disastro sia proprio dell’oscuro, arido marketing. Ricordo quando, agli inizi degli anni Duemila, ci fu la prima iniezione massiccia di marketing dentro l’editoria che era rimasta, fino ad allora, un settore artigianale che mal si piegava all’economia di scala, alla ristrutturazione necessaria.
Vado a memoria, gli esperti di fact checking journalism mi correggeranno, ma mi pare fu proprio la Feltrinelli, librerie ed editore, ad accogliere a braccia aperte manager di formazione esterna, provenienti per lo più dalla grande distribuzione (Esselunga, mi par di ricordare). Oggi le grandi aziende editoriali del paese sono tutte in mano a gente che viene appunto dalla grande distribuzione, da una casa automibilistica piuttosto che da una multinazionale del formaggino. Gente che, ci scommetto quel che non ho, se si esclude economia e commercio e il supermaster, non ha mai letto un libro in vita sua. Per il piacere di leggerlo, intendo. Per sé.
Gente che non ha mai più letto un libro.
Ossia: non sanno mica di cosa si stanno occupando.
Il tronfio manager del tronfio gruppo dominante (di cui si parla nell’articolo di Raimo) ci ricorda, ed ha ragione lui sia chiaro, che un editore non educa. Un editore vende.
Mercato.
Quindi fine del discorso.
Oppure.
Oppure si potrebbe pensare che per vendere un prodotto editoriale (libro? ebook? sito? connessione neurocerebrale ad alta densità di contenuti?) ci vuole qualcuno che lo legga. Che ne desideri non soltanto il possesso (ah ah ah, risate grasse) ma che abbia bisogno di volerlo, di fruirlo, di “farlo proprio”. Di leggerlo, appunto. Che abbia bisogno di quella fascinazione, almeno.

Se la situazione italiana è così disastrosa in confronto ad altri Paesi c’è anche un motivo strettamente legato al mercato e a come esso è strutturato qui da noi. L’Italia è, tra i principali Paesi occidentali, uno dei pochi dove i negozi nei quali il prodotto si vende sono tutti (o quasi) in mano ai produttori. Altro che monopolio.
Questo è diopolio. Il mercato del libro in Italia E’ degli editori. Non dei consumatori, non dei lavoratori del settore, non di una pluralità di concorrenti. Le grandi aziende editoriali hanno tutte (o quasi) la loro catena di proprietà dove fanno quel che vogliono, dove vendono quel che decidono loro “produttori”, dove impongono vita o morte ai piccoli editori, ancelle spesso semi-consenzienti o perlomeno costrette alla promiscuità perdente. Tra catene, inoltre, non esiste concorrenza ma cartello perenne, spartizione di spazi, una mano lava l’altra e tutte e due tengono il lettore con la testa sotto il pelo dell’acqua.
Così non c’è bisogno alcuno di fare qualità, di scegliere libri buoni, autori validi che abbiano qualcosa da dire. Oggi c’è bisogno di un mediocre prodotto che sia presto (spesso anche prima che il libro stesso esista) opzionato per il cinema, di una stupida ragazzina che obnubila il cervello degli adolescenti di mezzo mondo per radere al suolo ogni immaginario, di qualche grande firma (e sì, mettiamoci anche questi/e! Ché se lo meritano) che ormai asservita si presta ad intossicare ulteriormente l’aria che… leggiamo.
Basta un cugino (anzi, preferibilmente un parente o un amico di un amico) che sappia buttar giù qualcosa. Poi una forma gliela troviamo.
E non credete alla contro-balla che “non è vero che i libri di qualità, i capolavori (ammesso se ne scrivano ancora e io ci credo che se ne scrivono) mai rimangono chiusi nei cassetti ma escono sempre”. I capolavori (certo sono troppo pochi, non saturerebbero il mercato che invece deve traboccare) in realtà sono una iattura. Troppo difficili, non si vendono. Non li vuole più nessuno. Gli editori li fuggono, come la peste. Vade retro.
Molto meglio quel bel “prodotto medio che può essere letto nel tempo medio di una cagata media” (cit.).
Prodotti seriali che più seriali non si può. Evanescenti romanzucci sull’ombelico dell’ombelico del Qualunque. Saggi che di saggistico non hanno più nemmeno il sentore. Spesso porcherie piene di opinabili opinioni fatte passare per dati incontrovertibili. La scienza del chissacome, l’oggettività del forse/si dice/mi pare di aver capito. Tutto in nome di un fatturato che va tenuto in piedi così, come si tiene in piedi una mummia. Imbalsamando.

Perché poi tutti, in ogni settore merceologico, non solo in editoria, si riempiono la bocca col fatto che il “consumatore non è cretino, sa scegliere”. (Salvo poi offrirgli libri orripilanti, aggiungo io).
Io credo invece che noi consumatori, per definizione, siamo proprio cretini. Altrimenti non “consumeremmo”. Ma, data ormai per assunta la definizione e lo status di cretini, evidentemente ci stiamo anche stufando di quelli che ce lo ricordano ogni minuto di ogni giorno. Così leggiamo meno, magari rileggiamo qualcosa di quello che abbiamo già in casa e ci era piaciuto tempo addietro. Personalmente (purtroppo non leggo quanto vorrei, mi fermo intorno ai 40/50 libri l’anno) faccio sempre più difficoltà a ricordare un libro memorabile tra le novità editoriali. Ricorro ai classici, quando ho tempo disteso da dedicargli (perché l'ho appena detto, i capolavori sono difficili: “Moby Dick”, che due palle!). Ricorro agli autori del mio pantheon, oppure all’intrattenimento di qualità. Spulcio, rileggo. Alla peggio, se proprio devo, scrivo.

Naturalmente ormai è troppo tardi. Un libro in ogni casa è utopia irrealizzabile. Che peraltro abbiamo gioiosamente sostituito con device di qualsiasi ordine e grado. E almeno un paio a testa. Ché poi leggiamo anche lì sopra, sui device: facebook, twitter, i social. Se non è lettura quella! Ma basta parlare di libri, basta insistere, per carità.
Gli autori, poi! Che barba. Caro Christain Raimo sei obsoleto, mi dispiace.
Basterà un bel software per raccontarci il mondo, una storia, un’emozione o un dolore. Studiate mi raccomando. Diventate programmatori.

lunedì 15 aprile 2013

Genitori digitali (2)

Uno dei temi dell'articolo di "Internazionale" sui bambini digitali è che un quattrenne non può sapere come fosse il mondo prima che lui nascesse e che per lui è assolutamente normale fare tante cose con un solo dito e trovare centinaia di giochi in un piccolo dispositivo come uno smartphone.
Se i miei calcoli sono esatti, nessun bambino ha mai saputo come fosse il mondo prima di lui. Spesso gli avi (genitori, nonni ma anche insegnanti, adulti in genere) si affannavano a crescerli ed educarli, i bambini, a tramandare le conoscenze, alcune almeno, insegnandole loro. Oppure tramandavano memorie, oggetti: ad un certo punto della mia adolescenza, mio nonno mi regalò la sua vecchia bici, tutta scrostata. Una leggenda familiare diceva che con quella fosse tornato dalla guerra, attraversando chissà quali terre sconosciute (magari due province più in là), percorrendo chissà quanti chilometri (magari la usava soltanto per andare a lavorare...). All'epoca il racconto mi rapì, oggi so che era, appunto, solo una leggenda.
Mi spiegò come fare per rimetterla a nuovo, togliere la ruggine, renderla presentabile, mi chiese di che colore mi sarebbe piaciuto dipingerla e poi mi portò in una ferramenta ad acquistare il relativo barattolo di vernice. E un pennello.
La mia prima bici da adulto completamente rossa da cima a fondo, se si escludono i copertoni, me la rimisi a nuovo da solo, grazie ad un'app (allora non sapevo si chiamasse app, oggi finalmente lo so): mio nonno. Mi sarei potuto tagliare un dito aprendo la latta della vernice se mi fosse sfuggito il cacciavite con cui facevo leva, ho sicuramente respirato i fumi tossici di quella sostanza tutta chimica, eppure avevo goduto di un passaggio di conoscenze che semplicemente era antico, ovviamente aggiornato nel tempo, di secoli: rinnovare un oggetto vecchio avuto in eredità.
Adesso la situazione di partenza (un bambino di quattro anni che non sa come fosse il mondo prima che lui nascesse) è assolutamente identica ma invece di passare ai nostri figli un insegnamento che venga dal passato, dall'esperienza, in qualche modo dalla storia, gli tramandiamo il presente assoluto. L'adesso inveterato.
Succede qui, adesso, a noi. In casa nostra come in tante altre.
A volte mi dico che forse non abbiamo nulla da tramandare che non sia consumismo integrato (ovvero l'adesso inveterato declinato al superlativo assoluto).
Che gli insegnamenti ricevuti (ammesso che) non ci piacciano più e/o non li riteniamo utili al domani dei nostri figli (per non dire del nostro).
Che, molto semplicemente, non riconosciamo più in queste modalità ancestrali (che pure hanno saputo preservare piuttosto rigogliosamente la specie) il sistema più adatto o quello che più ci piace.
Da un altro lato, invece, è come se volessimo togliere, dall'orizzonte esistenziale dei nostri pargoli, il contatto con qualsiasi polvere, materia, lattina di vernice, cacciavite, bicicletta rugginosa.

Mio padre era falegname, mi portava con lui, il sabato e la domenica, nella sua bottega e mi lasciava strafugnare tra riccioli di segatura, legni, scalpelli e bulini (lame affilatissime, vi assicuro), chiodi, colle viniliche. Qualche volta, se giuravo di fare moltissima attenzione, anche la sega.
Anche se io non me ne sono mai accorto, sono sicuro che mi tenesse d'occhio. Non mi sono mai fatto male (magari qualche dito pesto, col martello), non mi sono mai staccato di netto una mano, giuro: sono entrambe qui, in fondo ai miei polsi. Davo l'impressione che quello strafugnare mi piacesse. Eppure, il mio futuro mio padre lo vedeva lontano da quella condanna di homo faber, di artigiano coi calli. Ogni volta che incontravamo qualche suo amico che, come era stato per lui che lo aveva ereditato da suo padre e da suo nonno, gli chiedeva se mi stesse insegnando il mestiere, lui quasi si scandalizzava. Me lo ricordo, giuro, come fosse adesso: "no, no, deve studiare. Non deve fare il mio mestiere, nemmeno per scherzo".
Mi chiedo ancora oggi, e in questo istante: se mi avesse insegnato a fare il falegname e facessi quello per vivere, avrei le stesse ansie postmoderne nel fare la mia postmoderna professione con le mani pulite e senza calli ma ormai sull'orlo di scomparire? E di un falegname, ci sarà sempre bisogno?

Secondo Maria Montessori, "le mani sono gli strumenti dell'intelligenza", come viene ricordato anche in quello stesso articolo di "Internazionale", ma pare che siamo ormai alla fase delle mani ben al sicuro. Dietro, o sopra, un vetro. Touch.

(La prima parte si trova qui).

giovedì 28 marzo 2013

Fiducia e speranza

Ho nutrito una grande fiducia nello sforzo che in questi giorni Pierluigi Bersani ha fatto per dare un Governo a questo Paese. Anche una enorme speranza. Che qualcosa potesse accadere, che le donne e gli uomini del "vaffanculo" avessero un sussulto di responsabilità. Ma chi usa argomenti politici così strutturati, precisi e profondi come il "vaffanculo" cosa altro può articolare?! Una lallazione, un bavoso rigurgito.
Torno a Bersani, che oltretutto non ho votato, non direttamente almeno. A differenza di quasi tutti, ho stima nell'uomo politico e nelle sue capacità e competenze. Peraltro, da vent'anni a questa parte almeno, quella che si è presentata alle ultime elezioni, insieme a Vendola che nessuno ricorda, era la miglior coalizione di sinistra che si fosse mai vista. Ripeto, di sinistra, con un programma di sinistra. Magari di sinistra moderata, ma sicuramente alternativa all'idea (!) che hanno qualunquisti di lusso come Renzi o Grillo. Per tacere naturalmente degli "impresentabili" che sono tanti e ributtanti. Ma che vogliono pure il Quirinale (e che se continua così lo otterranno, possiamo scommetterci).
Poco fa ho visto la breve comunicazione di Bersani alla stampa, al termine del suo giro di consultazioni. Stasera andrà a riferire al Quirinale. Probabilmente dovrà parlare del suo fallimento.
Riflettendo sul suo sguardo, più ancora che sulle sue laconiche parole e sul suo rifiuto di sottoporsi alle domande dei giornalisti, e sul suo viso che in questi giorni ho visto invecchiato di secoli, mi è sembrato di capire che la tragedia di questo Paese sia sì lo stato in cui si trova ma sia soprattutto la fermissima volontà quotidiana di distruggere e schiacciare le sue forze migliori. Sui luoghi di lavoro, nelle scuole, tra operai ed impiegati, il tentativo quotidiano è quello di spezzare anche le ultime resistenze, la forza di chi qualche responsabilità ancora se la piglia.
E non lo dico solo dei politici ma, come qui sopra, anche di noi lavoratori, in qualsiasi campo e a qualsiasi livello e anche per esperienza personale: lasciare che le cose vadano secondo schemi rigidissimi ed umanamente incomprensibili, porsi come duri e puri solo perché non si hanno parole per dire qualcosa di differente, per riacquistare un senso a quel che facciamo ogni giorno, tutti. Chi cerca uno spiraglio dentro questa enorme pressione o cerca di "metterci del suo", come si dice, ed io nel mio lavoro mi metterei tra questi, viene sbeffeggiato, lasciato andare al suo destino.
I nostri sguardi diventano laconici, i nostri visi invecchiano. La nostra anima avvizzisce.
Auguri.

venerdì 15 giugno 2012

Volevo la mela


Ieri sera, vedendo questo oggetto (peraltro amorevolmente fatto dalle manine della donna grande, con gran uso di strumenti pericolosi come lame e trincetto), sono rimasto abbastanza colpito.
Non so dire in che termini.
Diciamo che la cosa mi ha fatto pensare.
Naturalmente, il messaggio per me è molto chiaro: noi siamo una famiglia che pone moooolte (troppe?...) limitazioni all'uso di oggetti tecnologici.
I nostri pargoli non posseggono nessun oggetto tecnologico personale, se si esclude un piccolo, ormai obsoleto, videogame tascabile.
Molti altri ragazzini dell'età dei nostri dispongono invece di strumenti evolutissimi, all'ultima moda: console, pc, lettori laser di onde extragalattiche, iPod, iPad, iPid, iPud and so on. Gestiscono, nelle loro "tenere" manine, oggetti che tra l'altro hanno prezzi di mercato non indifferenti, che marcano un ulteriore territorio. Un confine e, di conseguenza, un gap.
Che, naturalmente, non è soltanto tecnologico.
Inoltre, una parte di questo armamentario è ludico ma, per altri versi, si tratta anche di strumenti di lavoro, come pc e tablet.
Così, torno ad esprimere la mia consapevolezza, i pargoli ci stanno dicendo che anche loro vorrebbero gli stessi oggetti. Lo stesso status.
Non siamo d'accordo, per una lunga serie di motivi, ma sono problemi nostri, li risolveremo come potremo.
Quel che invece mi sembra utile condividere è la riflessione che continua a rimbalzarmi dentro il cervello da ieri sera in maniera ossessiva ma semplice, quasi banale. E ho fatto delle similitudini.
E' come se, dati i tempi del nostro esser stati bambini, i nostri genitori ci avessero fatto giocare con una calcolatrice elettronica o, per tornare appena un po' più indietro, con un seghetto, una vanga. Un alambicco.
Se c'è una conquista rivoluzionaria delle scienze sociali è stata la scoperta dell'infanzia come uno stato indipendente dello sviluppo umano. Non un mondo di piccoli adulti ma proprio un'altra cosa.
Così dall'infanzia dickensiana siamo passati all'infanzia compresa e protetta dei nostri tempi. I bambini sono all'improvviso e fortunatamente passati dallo status di lavoratori piccoli e malleabili e sfruttabili a quello di persone da educare, con un loro mondo fatto di scuola, giochi, educazione. Sviluppo.
Probabilmente noi quarantenni d'oggi siamo stati la prima (e, direi ormai, l'unica) generazine allevata interamente dentro questa consapevolezza: non ci hanno allevato per lavorare ma ci hanno fatto studiare, giocare, crescere serenamente.
Tutto ciò pare non ci sia bastato. Così stiamo tornando a vedere i nostri figli come macchine competitive da avviare ad un competitivo mondo della produzione. Non mi sembra di poter spiegare altrimenti la nostra folle bulimia di metterli in grado di usare strumenti che, non abbiate paura, li renderanno schiavi per il resto dei loro giorni non appena saranno abbastanza grandi da, appunto, iniziare davvero a produrre.
La motivazione è sempre la stessa, pompata da ogni mezzo di comunicazione: l'alfabetizzazione digitale, annullare il divario digitale. Damogli subito gli strumenti ultranuovi, ultramoderni, ultrafighi. Sennò saranno degli analfabeti.
Qualcuno di noi, se lo ricorda (lo sa) davvero cos'è l'analfabetismo? Io no, non l'ho conosciuto e non ho le idee chiare su cosa realmente voglia dire.
Sono però certo di una cosa: che non si combatte l'analfabetismo iniziando a leggere e scrivere a due anni. Quella è competizione, dei grandi, di noi genitori. Che passiamo ai nostri figli.
"Se mio figlio sarà in grado di spippolare su quegli attrezzi prima degli altri, sarà avvantaggiato". Per non dire "più ganzo", ma questa è ancora un'altra storia.
Allora penso che la generazione che abbiamo tra le mani, i nostri piccoli undicenni o novenni, la stiamo rimettendo in rampa di lancio. Li vediamo come macchine, come oggetti del mondo che ci siamo costruiti, tornando indietro.
E di molto, a mio modo di vedere.
Avanziamo a grandi passi verso il passato.

giovedì 28 ottobre 2010

In ritardo

Arrivare tardi. E vederli sfiniti, sulle loro seggioline, che finiscono di cenare ma in realtà la stavano tirando per le lunghe, solo per aspettare te.
Le giornate finiscono e sfiniscono anche i grandi, anche se li pensi da qualche parte, tra le quinte della loro vita quotidiana: in classe, dai nonni, in palestra.
Aspettavano te perché l'appuntamento serale è con la lettura del "nostro" libro: La guerra dei bottoni.
L'uomo piccolo non ce la fa, crolla. La donna grande vorrebbe ascoltarti lo stesso.
Poi però si rende conto che non è la stessa cosa andare avanti con la lettura senza che ci sia suo fratello ad ascoltare, insieme a lei.
"Babbo, spengi la luce. Lo leggiamo domani sera, se torni prima".
Ci puoi giurare che torno prima, domani.
E anche dopodomani.
E dopo.
E.

giovedì 1 luglio 2010

Solleone

La scuola è finita da un pezzo ma noi siamo ancora qui, nell'asfalto urbano, sotto un sole ruggente. In attesa delle agognate vacanze (chi prima, chi dopo), i pargoli stanno frequentando i centri estivi.
Passano le loro giornate tra il giardino e i giochi, tra canzoni (che sanno a memoria già il secondo giorno e cantano a squarciagola in ogni momento anche a casa) e gite nel circondario. Fanno nuove amicizie (che magari durano appena lo spazio di due settimane ma che senti vive nei loro racconti), vestono in maglietta e pantaloncini. I sandali sdruciti.
Sembrano bambini di un'epoca remota e contadina, quando la sera la stanchezza li abbrancava e, in un vortice da mago di Oz, li stendeva implacabile nel sonno. Adesso, la sera, crollano addormentati sul divano. Consumati da una stanchezza felice, liquefatti dal loro essere bambini.
E ti viene da pensare che quando erano a scuola arrivavano a sera in modo diverso, anche la stanchezza era un'altra cosa: una tensione, un nervosismo capriccioso. Uno stress.
Così ti dici che la nostra vita, di tutti, organizzata come la conosciamo (scuola-lavoro-casa-mezz'ora di giardinetto di quartiere-compiti-far da mangiare) sembra una follia. Ci consuma ma non ci soddisfa.
Così ti chiedi che bambini sono quelli che alleviamo in certi miti odierni, che adulti saranno (e siamo) da sempre avviati ad un'esistenza fatta di impegni, responsabilità, competizione, ansia da prestazione.
A sei anni, a sette o dieci, l'unica ansia da prestazione che li rende felici e pieni è questa: la stanchezza di una giornata all'aperto, la libertà del gioco. La responsabilità di essere bambini.
Se sapessimo portare con noi, nel nostro viaggio esistenziale, un po' di queste emozioni estive, forse saremmo adulti migliori. Bambini migliori, sicuramente. Chissà.

martedì 12 gennaio 2010

Calendari virali

La prima volta è comparso qui.
Scaricabile.

Poi la cara Piattini Cinesi, star mediatica del web, ha pensato a noi suoi fedeli amici nonché adepti e ci ha inviato il file via mail.

Nel frattempo, però, mi ero già premunito e quindi vi mostro in anteprima come sta sulla mia scrivania.


Trecentosessantacinque giorni di Invasioni Piattiniche...
Ce la faremo?
Certo che ce la faremo.
E, per cominciare, l'abbiamo aperto su gennaio...

sabato 14 novembre 2009

Gli fanno le scarpe

Stasera vorrei raccontare una storia.
Non l'ho scritta io e quindi mi sento libero di dire che è bellissima. Dolorosa, perché parla di ingiustizia, ma appunto bellissima. Di un tono limpido e civile fortissimo.
E che racconta, a leggerla ancora più a fondo tra le righe, una marea di altre storie e definisce alcune questioni. Disvela molte ipocrisie. Infine, commuove, anche.
L'ha scritta un grande scrittore italiano che si chiama Angelo Ferracuti (chissà cosa direbbe lui del marketing...), uno che andrebbe letto davvero perché è l'erede di una tradizione letteraria fondamentale (e oggi dimenticata, nei fatti), quella del rigore civile.
La trascrivo, anche se è già apparsa qualche giorno fa su un quotidiano ed è quindi reperibile con un click, perché Angelo, con due righe di mail asciutte e di grande generosità, mi ha dato il suo permesso ("la liberatoria è a vita", mi dice). Lo ringrazio e ricambio l'abbraccio che mi ha mandato in fondo a quella mail, anche se non possiamo propriamente definirci amici: a volte però, la consonanza dei sentimenti del mondo e della vita fa riconoscere gli esseri umani e li rende compagni.
Uno dei suoi libri più recenti è senz'altro quello che col cuore ho amato immensamente: una raccolta di narrazioni straordinarie che indagano, sguardi e parole, la terra dove entrambi siamo nati: lo sconosciuto Piceno.
Prima di lasciarvi alle sue parole, vorrei farvelo conoscere meglio con una descrizione che lui stesso ha scritto, a proposito di un altro suo libro che si chiama Le risorse umane. Dice Angelo:

"Può sembrare temerario parlare di lavoro nell’epoca della fine del lavoro e del precariato diffuso, dove quello a tempo indeterminato è una bestemmia dell’epoca. Cancellato dai media, trattato con fastidio e colpevole spirito servile da giornalisti e opinionisti, è il tema più rimosso di questi anni.
Io sono solo un narratore, uno che può prestare i sensi (parole, sguardi) e che vuole capire. Un non esperto che ha attraversato l’Italia cercando di catturare percezioni di prima mano, scansando la cronaca e cercando le storie, l’epica, con uno sguardo aperto e meravigliato in una geografia che tiene conto anche di un retroterra di memoria, soprattutto letteraria, di riferimento.
Le storie che ho raccontato sono solo una campionatura di un grande libro ‘in fieri’, di lavori e mestieri, antichi o nostri contemporanei, nel qual riportare al centro la persona, le sue rabbie, le aspettative deluse, i desideri e i sogni. In questo libro si parla dei morti di amianto nei cantieri navali di Monfalcone, dell’ultimo e autobiografico giro per le campagne di un portalettere marchigiano, di un manager milanese malato di cancro, un attore precario bolognese, o dell’eroicomica avventura di un violinista colpito da mobbing in orchestra; e poi di un maestro nichilista dell’Irpinia più inaccessibile e chiusa, un operaio metallurgico che vive da cinquant’anni a Oslo e scrive poesie, una comunità di ragazzi down nella città di Leopardi, il dopolavoro degli operai calzaturieri pakistani, di quelli cinesi e invisibili di Prato. Il cerchio si chiude con un viaggio in tir fatto con un camionista siciliano che attraversa gli asfalti italiani e racconta.
Queste sono ‘le risorse umane’ che mi interessano. Gli uomini, le persone, che messe insieme forse possono costituire anche una speranza se un minimo riuscissero ad avere coscienza di se stesse in un mondo che le vuole cancellare".

Ah, dimenticavo, la storia che Angelo racconta ho pensato di metterla qui per due motivi: il primo è che essendo, come detto, bellissima avevo voglia di condividerla; il secondo motivo è che questa storia la farò leggere ai miei figli. Lasciandola qui, sono sicuro di sapere dove trovarla, quando mi servirà. Buona lettura.

GLI FANNO LE SCARPE
di Angelo Ferracuti
(il manifesto, mercoledì 4 novembre 2009)
L'appuntamento è a Casette d'Ete, nella zona industriale, e piove che dio la manda. Un clima londinese e una pioggia insistente, irritante, che sembra non finire mai. Cade da tutte le parti, anche sui prati verdissimi, erbosissimi, perfettamente curati degli stabilimenti della Tod's. Piove su questo edificio che si distingue tra i molti altri sparsi ai lati della strada per un rigore estetico che mette paura. Della vita o non vita che sta dentro non trapela nulla, solo vetri opacati, lampioni spenti, cancelli inviolabili. I padiglioni fascinosi stanno sul fondo, troppo lontani, icone misteriosissime della proprietà privata, niente a che vedere con la classica fabbrica fordista, più spartana e meno altera di questa. L'unica cosa viva è una bandiera italiana che svetta verso il cielo, e sventola sferzata dalle raffiche di vento. Di fianco ha aperto da poco i battenti il meraviglioso spaccio aziendale, e vedo le silhouette delle commesse eleganti muoversi armoniosamente nei locali lussuosi e illuminatissimi, le borse e le scarpe sugli scaffali. Già alle dieci di mattina il parcheggio è occupato da automobili di lusso, ma anche di utilitarie middle class di quelli che vengono a comprare oggetti che uno solo costa almeno un quarto della paga mensile di un operaio.
Ho appuntamento con uno di loro che però è a casa da mesi. Nome e cognome, Guerriero Rossi, sembrano inventati dalla penna bruciante di Paolo Volponi, ricorda quei personaggi un po' mattoidi e sognatori come l'Albino Saluggia del Memoriale, o il Crocioni de La macchina mondiale. È un uomo in estremo pericolo, «che gli antichi greci definivano pharmakòi, capri espiatori e martiri di situazioni conflittuali in cui, annientandosi o venendo eliminati, squarciano il velo di falsa coscienza e mettono a nudo la verità», come ha scritto Massimo Raffaeli a proposito del personaggio tipologico dello scrittore urbinate. Quando scende dall'automobile, Guerriero indossa una felpa grigia con cappuccio in uno corpo magro, kefiah intorno al collo, occhiali dalla montatura in acciaio, rettangolari, e ha un'aria mite ma tenace da bravo ragazzo. Qui c'è venuto solo quando come sindacalista doveva siglare un protocollo per un corso di formazione. Non firmò. Disse polemico: «Ci chiamate solo quando dovete prendere i soldi dagli enti per la formazione, ma non per discutere del contratto integrativo». Infatti lavorava nella fabbrica Tod's di Comunanza, poi una maledetta lettera, in un'epoca - scherzo della sorte - dove non se ne scrivono più, appesa sulla bacheca aziendale e indirizzata al padrone Diego Della Valle, gli è costata il licenziamento in tronco. Problema di certo non secondario per una famiglia monoreddito, moglie e due figli a carico. Una lettera che criticava il modo paternalistico e noto del padrone "buono", quello che andava abbronzato d'estate a Ceppaloni dai Mastella, nell'elargire un bonus di 1400 euro lordi l'anno come obolo, rifiutandosi di firmare l'integrativo, perché Mr Tod's non discute con i confederali, anche se negli ultimi tempi la segretaria dell'Ugl Polverini gli fa spesso visita, ed è accolta in azienda con il tappeto rosso.
La prima cosa che mi dice Guerriero è che lui non è qui a titolo personale, ed è tutt'altro che un personaggio, ma una persona che ne rappresenta altre come delegato sindacale eletto dai lavoratori, un pezzo di questa classe operaia polverizzata e strozzata da una crisi economica senza precedenti, e di un'altra di crisi, quella dell'identità di soggetto politico, che vorrebbero estinta come un Mammuth.
Lui al padrone ha scritto una lettera aperta che puntava dritta al cuore, ma sperava anche al cervello, bontà sua: «Ti ripeto che io sono un semplice operaio che non capisce niente. Sono un povero ignorante figlio di un operaio e di una casalinga, cresciuto in una casa di campagna tra l'orto e il pollaio. Questa famiglia così semplice, tuttavia, mi ha insegnato la cosa più importante: la consapevolezza della morte. Così, approfitto dell'occasione per ricordarti che anche tu morirai, purtroppo. La tua carne marcirà, come la nostra, divorata dai vermi che se ne fregheranno del tuo conto in banca. In altre parole puzzerai di morto come noi. Quindi, siccome sulla tua carcassa non cresceranno violette, un po' di umiltà non dovrebbe esserti gravosa, pensandoci». Ma al padrone non è piaciuta affatto, così lo ha licenziato all'istante. Mancava un quarto d'ora alla pausa pranzo quando i capifabbrica sono andati a prelevarlo sul posto di lavoro e hanno eseguito l'ordine ricevuto, accompagnandolo gendarmescamente nello spogliatoio e chiedendogli di liberare in fretta l'armadietto. Poi, naturalmente, lo hanno anche scortato militarmente verso i cancelli.
I primi tempi sono stati durissimi. Una sera, a cena davanti alla tv, le sue figlie hanno dovuto sentire Diego Della Valle che spiegava le ragioni del suo gesto, e una di loro, allarmata, gli ha chiesto: «Babbo, ma che hai fatto?... che è successo?»
Lo hanno fatto passare per uno psicolabile, Guerriero, gli avvocati aziendali, per quel «gesto solitario ed eclatante», il terribile «insulto, ferale augurio e potenziale, sottile minaccia». Quanta servile retorica i lor signori! Quanta elucubrata brutta scrittura! Tanto che il padrone avverte subito le forze dell'ordine per la pericolosità del soggetto, capace di nuocere. Ma il Tribunale di Ascoli Piceno, con sentenza del giugno di quest'anno, ne chiede il reintegro immediato. La valutazione del magistrato è lapalissiana, ma sembra un pezzo di critica letteraria: «Nella lettera il lavoratore esprime alcune considerazioni, in maniera alquanto macabra dove per sottolineare la pari dignità umana tra datore e lavoratori ricorda, con accenti apocalittici, il ruolo della morte che, ovviamente, colpisce tutti allo stesso modo. Tale passaggio, se da un lato non può ritenersi felice, non contiene a parere del giudicante alcuna minaccia in quanto vi è un esplicito riferimento al ruolo di livellatrice della morte, che imporrebbe, secondo lo scrivente, una maggiore umiltà in considerazione della caducità umana dell'esistenza e della pari dignità degli esseri umani».
Ma gli avvocati del Dott. Della Valle, così lo definiscono sempre in modo ultrazelante nel ricorso, si chiedono sgomenti: «Quale datore di lavoro potrebbe mai conservare la fiducia verso un dipendente che cova verso di lui e rende pubblico tutto l'odio, il disprezzo, il malanimo che trasuda da quello scritto?»
Peccato che il giudice Boeri in seconda istanza rigetta il ricorso e li mazzia così: «Ad una serena lettura, detto richiamo, con tutta evidenza, non contiene alcuna minaccia, neanche implicita indiretta o simbolica, ma è solo funzionale ad evidenziare il ruolo della morte quale elemento livellatore delle disuguaglianze esistenti in vita fra gli esseri umani».
Guerriero ha chiesto di rientrare, racconta mentre siamo sotto l'ombrello insieme ad alcuni sindacalisti, tra i quali Peppe Santarelli della Filtea Cgil, «ma l'azienda ha risposto che mi dispensava dal lavoro e avrebbe provveduto a reintegrarmi solo da un punto di vista salariale». Sta di fatto che dentro la fabbrica non ce lo vogliono, perché quando c'era lui il clima sembrava diverso. «Era più libero», dice. E poi, continua: «Se la scarpa è di qualità, perché l'operaio no? Un lavoratore è tornato dopo sette mesi di malattia e l'hanno messo a fare un lavoro delicato su pelli speciali. Ha sporcato cinque scarpe e gli arrivata una lettera di richiamo. Quando c'ero io non l'avrebbero fatto. Sfruttano la crisi per spaventare le persone».
Ma lui, in attesa di rientrare al suo posto, intanto studia Lettere all'Università di Macerata, guarda un po'. Lettere anche quelle, mannaggia. È capace di intendere e di volere eccome. Infatti ha superato gli esami di Storia romana, Storia dell'arte medievale e Storia della musica greca con il massimo dei voti, l'ultimo un bel trenta.
Continua a piovere. Noto per caso l'insegna posta al lato della strada dove stiamo: via Bernardo Della Valle, e sotto "detto Filippo il calzolaio". Mentre Guerriero racconta ancora come un fiume in piena proprio di fronte al cancello della fabbrica si avvicina una Audi A8 scura luccicante. Alla guida c'è un uomo giovane dalla faccia torva, al lato un vecchio signore distinto, nella mano destra un anellone d'oro, e mi chiede con aria superba chi sono e cosa sto facendo. Gli rispondo che sono uno scrittore e sto intervistando un operaio ingiustamente licenziato, ma vorrei anche sapere chi è lui se non gli dispiace. Il fare borioso da razza padrona mi fa capire al volo che si tratta di Della Valle Senior, l'erede di quello al quale è intitolata la via. Dice che chiamerà i carabinieri il figlio di Filippo il calzolaio. Lo faccia pure, non capisco perché ma è libero di farlo, glielo dico.
Guerriero commenta: «Sarebbe l'unica maniera per rientrare in fabbrica. Sì, me l'ha detto l'avvocato. Potrei solo se scortato dalle forze dell'ordine. Ho dalla parte mia due sentenze che mi danno ragione e dovrei andare tutti i giorni al lavoro scortato dai carabinieri. Ma in che paese viviamo?» Guerriero tornerà in fabbrica, deve tornarci, ne sono certo. Comunque continuiamo a parlare, e i carabinieri non arrivano. Solo l'Audi A8 scura continua a girare a vuoto come un calabrone. E la pioggia continua a cadere.

mercoledì 22 luglio 2009

Contromano

Mi è capitato spesso di parlare con babbi più grandi di me, diciamo over 50.
Mi è capitato quasi sempre di ascoltare come il loro più grande cruccio sia quello di non aver dedicato abbastanza tempo ai loro figli. Quando quelli erano piccoli. Quando forse ci sarebbe stato (molto) bisogno di loro, per crescerli.
Se non un vero e proprio senso di colpa, almeno un rimpianto.
L'idea concreta e certa di un tempo perduto. Per sé, per i figli.

L'altro giorno, invece, durante una festa ai centri estivi, mi è capitato accanto un babbo. La mia età. Squilla il cellulare, suo.
Risponde, il babbo coetaneo, e risponde contromano: "No, scusa ma ora sono impegnato con la mia bambina. Ti richiamo dopo".
Il cellulare è tornato nella tasca (era una telefonata di lavoro?...), il babbo è tornato a cantare e battere le mani a ritmo (eh sì, eravamo al momento della canzoncina).

Finalmente una trasparenza: il telefono può aspettare, c'è mia figlia qui.
Ho ripensato a quella telefonata, ho sentito quella nuova responsabilità che probabilmente i babbi over 50 non hanno avuto il coraggio di cogliere. Ho apprezzato, anche per me che faccio difficoltà a mescolare lavoro e vita, la trasparenza: "sono impegnato con mia figlia"; la mia vita è questa qui.
Anche.
O soprattutto.

Non so che babbi siamo e come potremo essere giudicati dai nostri pargoli domani. Poi ragazzini e quindi adolescenti. E poi.
Intanto, mi pare, abbiamo preso coraggio: oggi abbiamo preso a camminare contromano.

venerdì 30 gennaio 2009

Per fortuna

Come stareste voi, dopo due giorni consecutivi in cui avete rivisto casa ben oltre le 9.00 di sera (dopo esserne usciti alle 7.30 del mattino!)?
Cosa provereste a rivedere i pargoli dopo quasi 48 ore, già che avevano dormito dai nonni, iersera?!
Se i chilometri di macchina che vi siete lasciati dietro, come una scia di lumaca, fossero più di 400?
Come avreste reagito di fronte ad una vera crisi isterica, con tanto di pianto inconsolabile, della vostra collega più cara?
E se aveste dimenticato la borsa del lavoro dal vostro cliente più lontano?!
Se foste incappati in una sigaretta (accesa!!!) dopo quasi un anno che avevate smesso?

A parte il fatto di sentirmi coglione per quest'ultima cosa, ma coglione eh!, per fortuna domani è sabato...

martedì 13 gennaio 2009

Biodiversi

Per mestiere, frequento librerie e, pur non essendo un biologo né un agronomo, vorrei parlare di biodiversità. Che non vuol dire piantumare gli scaffali. Anzi.
Negli ultimi anni anche in Italia, come già da tempo in altri paesi europei e soprattutto Stati Uniti, stiamo assistendo al processo di concentrazione del mercato librario. Molto brevemente questo vuol dire due cose. La prima: intorno ai grandi gruppi produttivo-distributivi si coagulano anche le sigle editoriali nel tentativo di meglio affrontare il mercato. La seconda: il tessuto delle librerie italiane, che fino a relativamente pochi anni fa era fatto di negozi autonomi ed indipendenti diffusissimi sul territorio, si sta velocemente trasformando in una realtà globale e standard dominata dalle grandi catene di librerie. Per di più quasi tutte di proprietà dei suddetti grandi gruppi.
Nessuno se n'era accorto: mercato piccolo, non ancora abbastanza markettizzato, poco appeal dei marchi (vuoi mettere come tira più Vodafone oppure, che so, Dolce e Gabbana!). A nessuno era richiesto di accorgersene.
Ora abbandoniamo quei polverosi scaffali e facciamo un volo. Transoceanico.
Immaginiamo allora una foresta vergine in un luogo ultra remoto (esistono ancora, no?), popolata di decine di migliaia di specie, tra flora e fauna, specie sottospecie e varietà, piante o animali che nemmeno sono stati ancora catalogati. Ancora non scoperti.
Ebbene, una botta di napalm e deforestiamo tutto. Costruiamoci sopra una megalopoli, una immensa speculazione edilizia. Molto probabilmente il prodotto interno lordo dell'ipotetico Paese che ospitava la foresta milgiorerebbe di molto. Anche le condizioni materiali di vita e i redditi di chi abitava presso quei luoghi cambierebbero in meglio. Però ci siamo persi la foresta con tutto quel che c'era dentro.
Se torniamo d'improvviso ai nostri scaffali e al nostro mercato librario, potremmo avere, e in parte abbiamo già, gli stessi effetti della deforestazione.
In Italia gli editori sono migliaia. Le novità che vengono pubblicate in un anno (altro vuol dire quelle che poi raggiungono davvero le librerie e quindi i lettori) sono, reggetevi forte, circa 50.000: dividetele per i 365 giorni e sarete sommersi ancor più.
Vi starete chiedendo: perché sparisce 'sta presunta biodiversità editoriale col concentrarsi del mercato? Anzi, l'offerta dovrebbe migliorare: librerie più grandi, più ricche, più "forti", più belle avranno un'offerta altrettanto più.
Nossignore.
E questo lo spiegherebbe meglio un esperto di mercato, appunto. Non essendolo, ci provo in breve.
Librerie così come si stanno disegnando hanno bisogno di, come la chiamiamo, forte rotazione ossia di prodotti che stiano pochissimo fermi sugli scaffali (lo stockaggio, anche nei negozi, è un costo) e che anzi vengano venduti velocissimamente. Ah, dimenticavo: va da sé che più la rotazione è veloce, più si deve (e si vuole) accelerare.
E chi non è così scattante perché magari non è il bestseller del famoso autore internazionale che tutti aspettavano da mesi? E se la gazzella non corre più veloce del leone, il leone finirà per mangiarla? Bingo!
Se la gazzella non è abbastanza veloce, sopra quegli scaffali nemmeno ci finirà. E a forza di non finirci più, l'editore che pubblicava quel libro lento, finirà per non pubblicarne più. Poi chiuderà.
E il lettore che era interessato a quello slow-book? Mah, se sarà fortunato e pertinace proverà a ordinarlo, aspettando che il libro arrivi (in libreria o a casa, tramite acquisto on line). Se arriva. Altrimenti, vedrete!, si abituerà a leggere qualcos'altro, scocciatore che non è altro.
Eh lo so, non ci credete. Esagero, sono catastrofista. Ok, facciamo un esercizio semplice semplice.
Andate in una libreria (ma davvero eh, non sto scherzando), anche in una di quelle belle grandi eccetera, e chiedete ciò (indico i primi tre marchi che mi vengono in mente): un libro per bambini dell'editore Orecchio Acerbo, l'ultima novità di Alberto Gaffi Editore, un giallo di Meridiano Zero. E ho volutamente citato tre editori che non sono esoterici né sotterranei ma marchi che raggiungono (o dovrebbero) il mercato, hanno cioè una distribuzione.
Se li trovate, bè allora buona deforest.... ehm, no, volevo dire, buona lettura. E veloci eh, prima che ve li tolgano di torno.

venerdì 19 dicembre 2008

Giardini

Oggi mi è tornata in mente così, all'improvviso, mentre parlavo di lavoro, ma và!, con una collega.
Mi è tornata in mente quella mamma che, anni fa ormai, entrò in libreria un po' smarrita e, soprattutto, timorosa.
Mi si rivolse, guardandosi attorno, per assicurarsi che non ci fossero orecchie indiscrete. Non c'erano.
Con malcelata difficoltà si avventurò nella richiesta: "Scusi, l'hanno chiesto a mio figlio a scuola, non so nemmeno che libri gli danno da leggere, a scuola!, ma non avete mica Il giardino dei vizi continui"?...

E chissà che libri avevano letto a casa.

giovedì 18 dicembre 2008

Per mestiere

Per mestiere, frequento librerie. Che vuol dire, oltre al lavoro per cui mi pagano, poter fare delle riflessioni su quella strana questione della trasmissione delle idee per via cartacea. E negli ultimi tempi mi capita di farne di un certo tipo.
L'ultima libreria che ho visitato è nuova, aperta appena da un paio di settimane eppure quello che si vede è già qualcosa di interessante. Per chiarezza preciso che la medesima è libreria di catena, di una catena giovane (ancora pochi negozi) ma decisamente importante.
Quel che si vede, in queste librerie tutte-un-po'-standard, sono queste idee completamente smunte, tutte appiattite in un angolo, tristi solitarie y final, che stanno lì e ti guardano ma non hanno fiato per chiamarti. Si vede anche che il luogo, di per sé bello luminoso accogliente, è pensato altrove, di fronte ad un videoterminale dove un videoperatore videodecide, in base a virtualissime statistiche, cosa ci va messo e cosa no. E manca l'esperienza umana, di chi ci lavora (spesso formazione zero o poca) ma anche di chi sarebbe in grado di decidere meglio cosa ci va e cosa no, senza videoterminale.
Il lettore, ops il cliente, che lì arriva non trova, inciampa. Non vede, occhieggia. Non capisce e si annoia. Una merce, ché di questo si tratta, dovrebbe almeno adescarti, farsi desiderare, concupirti: invece la luce troppo forte riflette sulla copertina troppo lucida e tu esci abbagliato. E basta.
Per mestiere, frequento librerie ma le ho sempre frequentate anche per piacere: non sono un buon cliente, sono selettivo e snob, scelgo. Quindi non faccio testo. Resta la medesima sensazione, di posti ormai sempre più asettici, sempre più uguali uno all'altro. E più uguali sono e più sono irriconoscibili.
Per una volta andateci, in questi posti seriali, e cercate un percorso, fatevi un'idea di cammino tra gli scaffali e la carta polverosa oppure trovate un libraio che sappia parlarvi con passione di Jean-Claude Izzo, per esempio: se lo trovate ditemi come avete fatto. Io non so più trovarlo, eppure ci vado ogni giorno...

martedì 2 dicembre 2008

La profe

Doveva accadere, non c'erano santi: la profe s'è incriccata.
Saranno stati i primi freddi, sarà stato dover domare orde di adolescenti imbufaliti dalla Gelmini (ah, l'occupazione...) e il clima malsano che si respira in quegli ecosistemi di estrogeno e testosterone. Sarà che non si cambia impunemente lavoro-settore-universo oltre i 40. Sarà.
Sarà che la trasformazione da Hyde/metalmeccanica in un'azienda della "gnu" economy (l'economia della savana rivisitata: che tu sia leone o gazzella, alzati e corri) a Jekyll/profe della scuola pubblica stroncherebbe sia Lifšic che Landau. Che appunto la (ormai ex) metalmeccanica sempre scienziata era (fisica!...) e cosa ci facesse tra gli "gnu" era un mistero per tutti.
Fatto sta che la mi crolla all'improvviso: il rinculo è terrificante quando il tuo tempo era tutto suo (del padrone) e, all'improvviso, eccolo qua, torna tuo e tu non sai come gestirlo.
E allora: febbre (38.3, 39.5, 37.7), tosse e moccio (verde), dolori articolari, periartrite semi-galoppante, torcicollo preventivo psicosomatico. Immersa nel delirio da correzione (compiti in classe, verifiche scritte, relazioni di laboratorio) il letto ormai è una dolce chimera. Professionale fino all'ossesso, è andata a scuola anche con la suddetta febbre (ecco ché si arriva a 39.5!) purché il divin flagellante dei pubblici fannulloni non avesse di che ridire.
Così lui non ha ridetto, gli alunni c'hanno un fantasma di profe, lei si fa pere di antibiotico e qui tutto va a rotoli in attesa di momenti migliori...
Ah, com'eravamo tosti ai tempi della Fiom!

mercoledì 29 ottobre 2008

Nessun post

Certo, sono passati un po' di giorni, da sabato ad oggi, e non ero riuscito a postare nulla...

...poi mi sono guardato indietro ed ho visto: una domenica con i bambini, 400 km fatti per lavoro in 2 giorni, una serie infinita (!) di mail e parecchie telefonate, una riunione di genitori organizzata e tenuta in piedi per una serata intera, la nascita di un comitato di genitori e relative pratiche burocratiche.

In effetti.

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