I tappini sono una dimensione dell’anima, sono una primavera che si srotola sul tappeto di sabbia del mare, sono le zuffe violente per la posizione, il risultato, la classifica che non tornano mai.
Colpa tua.
No, tu rubi.
Testa di.
Inutile nasconderlo, i tappini sono anche l’eloquio senza freni che si forbisce in strada, tra compagni a scuola ma anche, soprattutto (ah, che dolcissimo sadismo!), in parrocchia, tra un prete e l’altro, in attesa che passino.
Tutto ciò non è accaduto in una seduta di ipnosi regressiva ma semplicemente per strada, mentre attraversavo la città, da un capo all'altro, per lavoro. C'era per terra un tappino di birra schiacciato, l'ho calciato per un riflesso animale e "gol!", si è riaperto un mondo.
I tappini sono quei pomeriggi lunghi già abbastanza per rimaner fuori ma non tanto da permettere una vera partita di calcio, con le conte per selezionare le squadre e tutto il resto, compresi supplementari e calci di rigore se si arrivava pari. A quell'età volevamo un vincitore e, più ancora, uno sconfitto.
Tutti i giorni.
I tappini mimavano bene questo rito. Bastavano dita allenate e spazi decisamente più ridotti: un campo poteva stare abbondantemente sotto il metro quadro, una pista appena un po' di più. A calcio vero, giocato, in un metro quadro ci si prendeva a pedate.
I tappini erano epici e avevano nomi esotici: Cile o Perù nacquero certamente prima sui tappini che nella consapevolezza delle carte geografiche, Roger De Vlaeminck recitato come una litania blasfema, Tarcisioburgnich tuttattaccato (e, laggiù in provincia, bastava anche Maurizio Simonato come scioglilingua della fantasia). Suoni come perle che cadevano a terra rimbalzando.
I tappini, oggi, sono una difficoltà. Quella di tramandarne il senso, il fascino, la fantasia ai figli. Tanti concorrenti sleali (elettronici, rutilanti, rumorosi. E' il 2.0, bellezza) ma qualche volta quel campino di carta si srotola ancora. Sul parquet, in camera, coi tappini buttati fuori dal sacchetto che corrono via. Come perle, rotolano.
I tappini erano anche quell'altra magia: sorseggiare litri e litri di gazzosa (ché la birra non era ancora adatta, all'età) per farne scorta. Stando attenti, delicatissimamente, quando si stappava la bottiglietta: ero diventato un esperto a tenerli quasi lisci, alzando pian piano la corona, millimetro dopo millimetro.
I tappini erano la cura estrema e faticosa (la gazzosa, per quanto poco, costava) di procurarseli e non perderne nemmeno uno.
Preziosi.
Erano tutto questo, i tappini, ed altro ancora mentre il subbuteo era cosa da ricchi.
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giovedì 1 marzo 2012
domenica 20 novembre 2011
Gli accessori del babbo (20): il sussidiario
Perché non te le ricordavi, le tue domeniche di quinta elementare. D'inverno, quando il mare soffiava umido verso la città. E il sussidiario era un libro divulgativo rispetto alla complessità multidisciplinare di oggi.
Così hai potuto millantare quanto tu fossi veloce e ligio, nel fare i compiti, sempre da solo, senza genitori a ronzarti intorno. E, dopo che li avevi finiti, via a giocare, ad appiccicare figurine in un album (la stagione delle raccolte adesive era più o meno la medesima di questa), a spostare soldatini dentro un forte di compensato.
Questo hai detto, per scalfire la noia dei tuoi pargoli e istigarli a "darsi da fare".
In realtà stare lì, sotto le coperte, a ripassare l'antica Grecia, la geografia (fisica, demografica ed economica) del Piemonte, i cinque sensi con tutti quei nervi che trasportano stimoli elettro-chimici fin dentro il cervello è stata una gran bella cosa. Un'immersione totale dentro un mondo lontano, non tanto antico o moderno ma proprio distante.
Una distanza abissale, di metodi, di tempi, di cultura. Persino il Piemonte sembra cambiato, visto dall'oggi.
E rotolarsi con quei due, uno alla volta per non mescolare materie e programmi, come due compagni di classe è un privilegio di valore inestimabile: vedere uno sguardo che guizza quando la mente ha trovato la parola esatta, cogliere l'incertezza di fronte ad un accento difficile, ridere assieme di una parola storpiata in maniera irresistibile è più di un regalo. Più di un premio, forse un impegno. Leggero, tenue come un alito di zefiro.
E domani, il lunedì, sarà più facile. Senz'altro.
Così hai potuto millantare quanto tu fossi veloce e ligio, nel fare i compiti, sempre da solo, senza genitori a ronzarti intorno. E, dopo che li avevi finiti, via a giocare, ad appiccicare figurine in un album (la stagione delle raccolte adesive era più o meno la medesima di questa), a spostare soldatini dentro un forte di compensato.
Questo hai detto, per scalfire la noia dei tuoi pargoli e istigarli a "darsi da fare".
In realtà stare lì, sotto le coperte, a ripassare l'antica Grecia, la geografia (fisica, demografica ed economica) del Piemonte, i cinque sensi con tutti quei nervi che trasportano stimoli elettro-chimici fin dentro il cervello è stata una gran bella cosa. Un'immersione totale dentro un mondo lontano, non tanto antico o moderno ma proprio distante.
Una distanza abissale, di metodi, di tempi, di cultura. Persino il Piemonte sembra cambiato, visto dall'oggi.
E rotolarsi con quei due, uno alla volta per non mescolare materie e programmi, come due compagni di classe è un privilegio di valore inestimabile: vedere uno sguardo che guizza quando la mente ha trovato la parola esatta, cogliere l'incertezza di fronte ad un accento difficile, ridere assieme di una parola storpiata in maniera irresistibile è più di un regalo. Più di un premio, forse un impegno. Leggero, tenue come un alito di zefiro.
E domani, il lunedì, sarà più facile. Senz'altro.
lunedì 28 febbraio 2011
Gli accessori del babbo (19): la consolle dei videogame
Diciamoci la verità: quello che dovrebbe essere un accessorio dei pargoli, è in realtà un accessorio del babbo. Nati troppo presto per le prime, vere consolle (qualcuno, come il sottoscritto, ricorda al massimo i preistorici Atari), ormai troppo grandi per giocare in santa pace davanti al video con gli ultimi ritrovati della tecnologia come quelle manopole che ti permettono, ad esempio, di manovrare racchette inesistenti, i poveri babbi si nascondono dietro l'alibi dei figli "nativi digitali" per (auto)assolversi.
- Come non regalare una consolle ai miei pargoli?
La cosa più divertente di tutte, però, è la dissimulazione. Tutti noi, babbi e mamme, facciamo finta di niente, quando ci capita di affrontare l'argomento: ho visto genitori avvistare Alpha Centauri ad occhio nudo pur di evitare di fare outing.
- Sì, il mio ce l'ha, la consolle, ma la usa pochissimo.
- Mah, gliel'hanno regalata i nonni. E noi non volevamo.
- Eh, va beh: era in offerta al supermercato. Praticamente un affarone.
- L'hanno chiesta nella letterina a Babbo Natale e, lui, si è "dovuto" adeguare.
Ecco, anche la nostra piccola consolle tascabile era in offerta al super.
Così, raccontandoci un sacco di frottole, abbiamo ceduto. E ora, abbiamo sempre gli stessi figli nativi digitali di prima, soltanto un po' più alienati. Soprattutto l'uomo piccolo.
Coi suoi compagni di classe parla solo di Super Mario che è praticamente entrato tra i suoi affetti più cari. Il suo mondo di riferimento è ormai popolato di Super Marii e Luigi e draghetti verdi.
Insomma, una narrazione.
Un universo parallelo, di alienazione completa e profonda.
"Hai mai jackato? Hai mai zigoviaggiato? No, mai. Ah, un cervello vergine... ti faremo cominciare bene! Sei proprio sicuro che vuoi essere collegato? Sì, lo voglio."
Ecco, appunto, chi l'avrebbe mai detto che si sarebbe potuti finire così, iniziando con un'innocente consollina?
Il babbo, che all'epoca aveva minimizzato le controindicazioni lucidamente elencate dalla profe, quello stesso babbo che, tutto sommato, pensava: "Come non regalare una consolle, per quanto minuscola, ai miei pargoli?", oggi si trova in queste condizioni. Ci ha giocato pochissimo, umpf, e ora gli tocca anche recuperare l'equilibrio esistenziale del pargolo.
Tirarlo fuori da lì sarà una sfida. Un'impresa titanica. Un videogame?...
- Come non regalare una consolle ai miei pargoli?
La cosa più divertente di tutte, però, è la dissimulazione. Tutti noi, babbi e mamme, facciamo finta di niente, quando ci capita di affrontare l'argomento: ho visto genitori avvistare Alpha Centauri ad occhio nudo pur di evitare di fare outing.
- Sì, il mio ce l'ha, la consolle, ma la usa pochissimo.
- Mah, gliel'hanno regalata i nonni. E noi non volevamo.
- Eh, va beh: era in offerta al supermercato. Praticamente un affarone.
- L'hanno chiesta nella letterina a Babbo Natale e, lui, si è "dovuto" adeguare.
Ecco, anche la nostra piccola consolle tascabile era in offerta al super.
Così, raccontandoci un sacco di frottole, abbiamo ceduto. E ora, abbiamo sempre gli stessi figli nativi digitali di prima, soltanto un po' più alienati. Soprattutto l'uomo piccolo.
Coi suoi compagni di classe parla solo di Super Mario che è praticamente entrato tra i suoi affetti più cari. Il suo mondo di riferimento è ormai popolato di Super Marii e Luigi e draghetti verdi.
Insomma, una narrazione.
Un universo parallelo, di alienazione completa e profonda.
"Hai mai jackato? Hai mai zigoviaggiato? No, mai. Ah, un cervello vergine... ti faremo cominciare bene! Sei proprio sicuro che vuoi essere collegato? Sì, lo voglio."
Ecco, appunto, chi l'avrebbe mai detto che si sarebbe potuti finire così, iniziando con un'innocente consollina?
Il babbo, che all'epoca aveva minimizzato le controindicazioni lucidamente elencate dalla profe, quello stesso babbo che, tutto sommato, pensava: "Come non regalare una consolle, per quanto minuscola, ai miei pargoli?", oggi si trova in queste condizioni. Ci ha giocato pochissimo, umpf, e ora gli tocca anche recuperare l'equilibrio esistenziale del pargolo.
Tirarlo fuori da lì sarà una sfida. Un'impresa titanica. Un videogame?...
sabato 26 giugno 2010
Gli accessori del babbo (18): il filo
E' un lungo filo quello che ognuno di noi tesse, come ragni.
Che a ripercorrerlo ci porta in tanti luoghi diversi, a tante persone. Oppure ci lega direttamente ad una memoria, uno ieri.
Inizio anni '70.
Il mio dente da latte dondolava ma non voleva saperne di venir via. Avevo una qualche paura, il sangue.
Mio padre prese un pezzo di filo. Non so come lo legò al mio dente, non so come diede un piccolo strattone. Non so come, il dente saltò via, legato a quel filo.
Inizio anni '10. Del Duemila.
L'uomo piccolo ha un dente da latte che dondola ma non vuole saperne di venir via. Ha una qualche paura, "il sangue, babbo".
Ho provato a prenderlo con le dita ma è piccolo, umido e quindi scivoloso. Sfugge alla presa. E lui resta lì, dondolante e torto.
Sono disarmato. Sto fallendo e l'uomo piccolo è più confuso di me.
Attende.
C'è quel filo, da qualche parte nel nostro cervello, che lega altri fili e torna dove tornano i fili: ad allacciarsi, a tessere insieme le memorie. Un ordito di ricordi.
Se lo raccogli, un filo diventa un gomitolo e, nodo dopo nodo, arriva.
Così ho ricordato mio padre e quello che fece. Ho preso un filo, blu. Gli ho fatto un piccolo cappio. L'ho infilato sul dentino e ho stretto.
L'uomo piccolo e io ci siam guardati negli occhi. Dentro. Ho sorriso con lo sguardo: "tranquillo" dicevano i miei.
"Tranquillo, sì" dicevano i suoi.
Mezzo secondo, cinque decimi possono essere eterni.
Mezzo secondo e indice e pollice sono scattati.
Senza alcuna resistenza il dentino è saltato. Senza alcuna resistenza l'uomo piccolo ha sgranato gli occhi come lune.
E' corso via, per guardarsi allo specchio e quando è tornato era trionfante: "babbo non c'è nemmeno una gocciolina di sangue". Eh.
I fili si tendono e si mollano. I fili ci legano. I fili ci portano assieme.
E non sanguinano mai.
E la Storia non va mai da sola.
Che a ripercorrerlo ci porta in tanti luoghi diversi, a tante persone. Oppure ci lega direttamente ad una memoria, uno ieri.
Inizio anni '70.
Il mio dente da latte dondolava ma non voleva saperne di venir via. Avevo una qualche paura, il sangue.
Mio padre prese un pezzo di filo. Non so come lo legò al mio dente, non so come diede un piccolo strattone. Non so come, il dente saltò via, legato a quel filo.
Inizio anni '10. Del Duemila.
L'uomo piccolo ha un dente da latte che dondola ma non vuole saperne di venir via. Ha una qualche paura, "il sangue, babbo".
Ho provato a prenderlo con le dita ma è piccolo, umido e quindi scivoloso. Sfugge alla presa. E lui resta lì, dondolante e torto.
Sono disarmato. Sto fallendo e l'uomo piccolo è più confuso di me.
Attende.
C'è quel filo, da qualche parte nel nostro cervello, che lega altri fili e torna dove tornano i fili: ad allacciarsi, a tessere insieme le memorie. Un ordito di ricordi.
Se lo raccogli, un filo diventa un gomitolo e, nodo dopo nodo, arriva.
Così ho ricordato mio padre e quello che fece. Ho preso un filo, blu. Gli ho fatto un piccolo cappio. L'ho infilato sul dentino e ho stretto.
L'uomo piccolo e io ci siam guardati negli occhi. Dentro. Ho sorriso con lo sguardo: "tranquillo" dicevano i miei.
"Tranquillo, sì" dicevano i suoi.
Mezzo secondo, cinque decimi possono essere eterni.
Mezzo secondo e indice e pollice sono scattati.
Senza alcuna resistenza il dentino è saltato. Senza alcuna resistenza l'uomo piccolo ha sgranato gli occhi come lune.
E' corso via, per guardarsi allo specchio e quando è tornato era trionfante: "babbo non c'è nemmeno una gocciolina di sangue". Eh.
I fili si tendono e si mollano. I fili ci legano. I fili ci portano assieme.
E non sanguinano mai.
E la Storia non va mai da sola.
lunedì 7 giugno 2010
Gli accessori del babbo (17): la cartolina illustrata

Sì lo so, suona un po' antico: cartolina illustrata sa di anni '50, di Domenica del Corriere. Del mondo visto attraverso il postino che ti consegnava un'immagine che, per la sua stessa ragion d'essere, all'epoca aveva un sapore esotico.
Questo è un autentico accessorio del babbo, più di altri, se si potesse dire. Uno di quelli che viene da lontano, da una mia passione d'infanzia: le collezioni. Cartoline e francobolli. E tante altre, accanto a quelle.
Forse anzi arriva da un gesto insegnato, da una passione precedente a me stesso. Ma non saprei dire con certezza, potrebbe essere solo una mia proiezione, un desiderio.
Nell'epoca della mail, del messaggio istantaneo, del cicaleccio onnivoro, ho insistito io perché i pargoli (nativi digitali) imparassero l'arte, il piacere, il gesto della cartolina. Scegliere, pensare, scrivere, affrancare. Spedire.
Spediamo un pensiero, un piccolo pezzettino di noi che nasconde gesti concreti. Uscire, fermarsi dovunque le vendano, rigirarsi quella foto tra le mani, il francobollo. La buca delle lettere.
La donna grande, per meri motivi anagrafici, è stata la prima ad imparare. All'inizio non era entusiasta, le costava fatica mettersi lì a scrivere, trovare frasi adatte alle persone. Tanto che a un certo punto mi sono sentito perduto: inutile, non è il loro mezzo. Hanno e avranno altre modalità di comunicare. Lasciamo perdere.
Poi, invece, come tutte le passioni che si piantano nel terreno soffice dei sentimenti, la donna grande è sbocciata (e da quest'estate mettiamo all'opera anche l'uomo piccolo).
Ora è lei che chiede di comprarle, che le sceglie (ad ogni destinatario, una precisa immagine), che le scrive per intero senza più suggerimenti. E vuole, ovviamente, imbucarle. All'inizio, non coglieva la differenza tra imbucarle dal luogo in cui eravamo oppure, magari in ritardo, dalla buca postale sotto casa.
Adesso non più.
Finalmente il meccanismo è compreso: perché la prima, fondamentale regola è che la cartolina illustrata si spedisce da dove si compra!
Una cartolina, in fondo, è un disegno nel cielo, una curva tra due luoghi.
Un volo.
Che lo compia davvero.
lunedì 31 maggio 2010
Gli accessori del babbo (16): il buio
Questo è l'ultimo accessorio del babbo di Genitori Crescono, il quarto della serie, ed è "uscito" giovedì scorso. Visto che la rincorsa è ormai il mio mestiere, lo pubblico per intero col dovuto ritardo. Buon lunedì.
Se fossimo oche si potrebbe parlare di imprinting. Invece siamo babbi quindi esseri umani e per di più adulti: sul fronte apprendimento, quel che è fatto è fatto.
Eppure, quando nacque l'uomo piccolo, la happy family faticosamente costruita in due anni di alchimie genitoriali si spezzò e tutti manifestarono grandi sofferenze: la donna grande, che dall'alto dei suoi 2 anni grande non era affatto, si vide spodestata dal ruolo di piccola di casa per passare a quello molto più scomodo di sorella maggiore. Molto più scomodo ed anche meno esclusivo visto che il tempo della profe era dedicato soprattutto all'uomo piccolo e alle sue esigenze.
La ragazza non la prese tanto bene e ne aveva tutto il diritto anche perché la frequenza del nido acuiva il sentimento della separazione. Anche desian non la prese bene, ché tutte quelle interminabili poppate lo mettevano sempre all'angolo. (Ricordiamo a malincuore che 6 anni fa desian non era ancora il babbo perfetto che tutti conosciamo oggi...). I due avrebbero potuto consolarsi a vicenda ma purtroppo le geometrie dei sentimenti non sono così semplici: la donna grande voleva solo la mamma (e non ha mai smesso); desian voleva, nell'ordine, la sua compagna e i suoi bambini; che peraltro, con l'uomo piccolo, era tutto da cominciare.
Risolto dall'uomo piccolo medesimo che, con brillante intuizione, non ne voleva sapere di prendere sonno tra le braccia amorevoli della profe. La poppa sì, le coccole anche, ma rigorosamente sveglio. Piuttosto che addormentarsi cullato dalla profe, meglio tutto solo nel lettino.
Ci voleva molto a capire come quadrare il cerchio?
Per fortuna, a fine giornata calava la sera e quello che sembra essere un'ovvietà si rivelò come la soluzione: come d'incanto il buio della sera e, con esso, un vero e proprio ribaltamento di posizioni e compiti. Nel buio ciascuno ritrovò un suo ruolo e l'integrità delle proprie emozioni. La donna grande riconquistò la mamma come guida nell'inquietante passaggio tra la veglia e il sonno; l'uomo piccolo ottenne finalmente il diritto all'addormentamento fra braccia amorevoli e più soporifere; desian, infine... beh, fu in quelle lunghe mezze ore in poltrona, l'uno fra le braccia dell'altro, che nacque una passione senza limiti e senza reticenze.
E fu così, in quei momenti di una dolcezza tutta nuova, da uomo a uomo, che si disintegrarono molte barriere, culturali ed affettive, e che desian capì che poteva finalmente diventare padre.
Così, gesti che ricordava di aver vissuto nella sua storia di figlio tornarono vivi e presenti, cambiava solo l'elaborazione che era stata forte lunga e nodosa. Stavolta c'erano anche i significati e le parole avevano una loro fondamentale utilità.
Dall'anima non saliva più soltanto una felicità sgomenta fatta di lacrime tempestose sul bordo delle palpebre (l'eredità di mio padre) ma finalmente un senso, una storia nuova che aveva un centro, una periferia e confini precisi. Precisi ma mai stretti, precisi e capienti insieme. Pieni.
Per lungo tempo il mio buio notturno era stato quello della scrittura, del cinema (le maratone di “Fuori Orario”), della musica ascoltata nelle cuffie del walkman, del domani che non aveva ancora un volto. All'improvviso, il buio delle sere invernali aveva sciolto ogni nodo. Passato, presente e futuro.
Tutto.
Assieme.
Solo a me è capitato di vedere la luce rigorosamente al buio?
Se fossimo oche si potrebbe parlare di imprinting. Invece siamo babbi quindi esseri umani e per di più adulti: sul fronte apprendimento, quel che è fatto è fatto.
Eppure, quando nacque l'uomo piccolo, la happy family faticosamente costruita in due anni di alchimie genitoriali si spezzò e tutti manifestarono grandi sofferenze: la donna grande, che dall'alto dei suoi 2 anni grande non era affatto, si vide spodestata dal ruolo di piccola di casa per passare a quello molto più scomodo di sorella maggiore. Molto più scomodo ed anche meno esclusivo visto che il tempo della profe era dedicato soprattutto all'uomo piccolo e alle sue esigenze.
La ragazza non la prese tanto bene e ne aveva tutto il diritto anche perché la frequenza del nido acuiva il sentimento della separazione. Anche desian non la prese bene, ché tutte quelle interminabili poppate lo mettevano sempre all'angolo. (Ricordiamo a malincuore che 6 anni fa desian non era ancora il babbo perfetto che tutti conosciamo oggi...). I due avrebbero potuto consolarsi a vicenda ma purtroppo le geometrie dei sentimenti non sono così semplici: la donna grande voleva solo la mamma (e non ha mai smesso); desian voleva, nell'ordine, la sua compagna e i suoi bambini; che peraltro, con l'uomo piccolo, era tutto da cominciare.
Risolto dall'uomo piccolo medesimo che, con brillante intuizione, non ne voleva sapere di prendere sonno tra le braccia amorevoli della profe. La poppa sì, le coccole anche, ma rigorosamente sveglio. Piuttosto che addormentarsi cullato dalla profe, meglio tutto solo nel lettino.
Ci voleva molto a capire come quadrare il cerchio?
Per fortuna, a fine giornata calava la sera e quello che sembra essere un'ovvietà si rivelò come la soluzione: come d'incanto il buio della sera e, con esso, un vero e proprio ribaltamento di posizioni e compiti. Nel buio ciascuno ritrovò un suo ruolo e l'integrità delle proprie emozioni. La donna grande riconquistò la mamma come guida nell'inquietante passaggio tra la veglia e il sonno; l'uomo piccolo ottenne finalmente il diritto all'addormentamento fra braccia amorevoli e più soporifere; desian, infine... beh, fu in quelle lunghe mezze ore in poltrona, l'uno fra le braccia dell'altro, che nacque una passione senza limiti e senza reticenze.
E fu così, in quei momenti di una dolcezza tutta nuova, da uomo a uomo, che si disintegrarono molte barriere, culturali ed affettive, e che desian capì che poteva finalmente diventare padre.
Così, gesti che ricordava di aver vissuto nella sua storia di figlio tornarono vivi e presenti, cambiava solo l'elaborazione che era stata forte lunga e nodosa. Stavolta c'erano anche i significati e le parole avevano una loro fondamentale utilità.
Dall'anima non saliva più soltanto una felicità sgomenta fatta di lacrime tempestose sul bordo delle palpebre (l'eredità di mio padre) ma finalmente un senso, una storia nuova che aveva un centro, una periferia e confini precisi. Precisi ma mai stretti, precisi e capienti insieme. Pieni.
Per lungo tempo il mio buio notturno era stato quello della scrittura, del cinema (le maratone di “Fuori Orario”), della musica ascoltata nelle cuffie del walkman, del domani che non aveva ancora un volto. All'improvviso, il buio delle sere invernali aveva sciolto ogni nodo. Passato, presente e futuro.
Tutto.
Assieme.
Solo a me è capitato di vedere la luce rigorosamente al buio?
giovedì 20 maggio 2010
Ricomincio da tre
Gli accessori del babbo hanno fatto tris: oggi un altra puntata su Genitori Crescono.
Quale eredità possiamo lasciare ai nostri pargoli, per il loro futuro?
Una villa in Sardegna? Una rendita vitalizia da migliaia di euro il mese? Una fabbrichètta in Brianza?
Macché! Volate alto.
Gli lascerete il vostro dentista, dall'apparecchio ortodontico in poi...
Un po' di ironia, visto l'argomento.
Il dentista nasce con te: il giorno che vieni al mondo, una qualche divinità beffarda te ne assegna uno. Come compagno eterno di vita. Quello e non un altro. Il dentista nasce con te ma quando ti visita la prima volta, verso gli otto o dieci anni...
Qui c'è il resto.
Quale eredità possiamo lasciare ai nostri pargoli, per il loro futuro?
Una villa in Sardegna? Una rendita vitalizia da migliaia di euro il mese? Una fabbrichètta in Brianza?
Macché! Volate alto.
Gli lascerete il vostro dentista, dall'apparecchio ortodontico in poi...
Un po' di ironia, visto l'argomento.
Il dentista nasce con te: il giorno che vieni al mondo, una qualche divinità beffarda te ne assegna uno. Come compagno eterno di vita. Quello e non un altro. Il dentista nasce con te ma quando ti visita la prima volta, verso gli otto o dieci anni...
Qui c'è il resto.
giovedì 13 maggio 2010
Prendere tempo
Oggi secondo appuntamento con gli accessori del babbo di Genitori Crescono.
Ho preso tempo, cominciando così:
Da quando la profe è diventata profe (poco meno di due anni), esce di casa molto presto e desian è diventato il signore assoluto del tempo mattutino, gestore unico del risveglio e della colazione, del prepararsi e, infine!, dell'andare a scuola.
Se da un lato tutto ciò può causare un'abbuffata di sordido potere, dall'altro...
Continuate voi.
Ho preso tempo, cominciando così:
Da quando la profe è diventata profe (poco meno di due anni), esce di casa molto presto e desian è diventato il signore assoluto del tempo mattutino, gestore unico del risveglio e della colazione, del prepararsi e, infine!, dell'andare a scuola.
Se da un lato tutto ciò può causare un'abbuffata di sordido potere, dall'altro...
Continuate voi.
giovedì 6 maggio 2010
Genitori crescono
Maggio, il mese delle mamme.
Su Genitori crescono, Serena e Silvia amano andare controcorrente e hanno deciso di dedicare questo mese ad una riflessione... sui babbi.
Così mi hanno chiesto di partecipare alla riflessione, pubblicando sul loro sito quattro post dei miei "gli accessori del babbo".
Siccome i genitori crescono molto meglio se conversano, se si scambiano le esperienze, le paure, le incertezze, se si mettono a nudo nei loro limiti e, perché no?, nelle loro gioie e felicità, se tirano fuori l'ironia che, quando è giusta, aiuta davvero tanto, l'ho trovata un'idea formidabile: in fondo, è la stessa che spinge noi genitori a scrivere i nostri blog.
E poi, senza giri di parole, il loro sito mi piace, il lavoro che fanno per tenerlo sempre aggiornatissimo e così tanto interessante è davvero invidiabile quindi ho aderito con entusiasmo al loro invito.
Si comincia oggi (e l'appuntamento è per i quattro giovedì di maggio) con "gli accessori del babbo (16): la sala parto" che comincia così:
Impresa decisamente disperata, per un uomo, quella di trovare un posto in questi casi.
Se la corsia dei reparti maternità ha una sua fisionomia ben precisa coi pianti dei pargoli, i sorrisi soddisfatti dei genitori, i parenti festanti (a frotte! a frotte!) in visita, la zona dedicata al parto è un ambiente, per così dire, piuttosto ostile al genere “maschio”. Tutto è a misura di donna (...)
Buon proseguimento qui!
E grazie ancora a Serena e Silvia per l'ospitalità!
Su Genitori crescono, Serena e Silvia amano andare controcorrente e hanno deciso di dedicare questo mese ad una riflessione... sui babbi.
Così mi hanno chiesto di partecipare alla riflessione, pubblicando sul loro sito quattro post dei miei "gli accessori del babbo".
Siccome i genitori crescono molto meglio se conversano, se si scambiano le esperienze, le paure, le incertezze, se si mettono a nudo nei loro limiti e, perché no?, nelle loro gioie e felicità, se tirano fuori l'ironia che, quando è giusta, aiuta davvero tanto, l'ho trovata un'idea formidabile: in fondo, è la stessa che spinge noi genitori a scrivere i nostri blog.
E poi, senza giri di parole, il loro sito mi piace, il lavoro che fanno per tenerlo sempre aggiornatissimo e così tanto interessante è davvero invidiabile quindi ho aderito con entusiasmo al loro invito.
Si comincia oggi (e l'appuntamento è per i quattro giovedì di maggio) con "gli accessori del babbo (16): la sala parto" che comincia così:
Impresa decisamente disperata, per un uomo, quella di trovare un posto in questi casi.
Se la corsia dei reparti maternità ha una sua fisionomia ben precisa coi pianti dei pargoli, i sorrisi soddisfatti dei genitori, i parenti festanti (a frotte! a frotte!) in visita, la zona dedicata al parto è un ambiente, per così dire, piuttosto ostile al genere “maschio”. Tutto è a misura di donna (...)
Buon proseguimento qui!
E grazie ancora a Serena e Silvia per l'ospitalità!
sabato 24 aprile 2010
Gli accessori del babbo (15): il gioco del calcio
Oggi l'aria era un po' grigia, un po' azzurra. Sembrava intessuta di fili caldi lanosi. Un tartan scozzese.
O una gabardina, come direbbero a Prato.
E tutta l'erba che c'era era verde ma verde ma verde, anche sotto le ombre, anche sotto un'arietta tesa che ti scompigliava lo stomaco, nel dopopranzo.
Un pranzo coi compagni di classe dell'uomo piccolo e rispettivi genitori. Una giornata passata a rincorrere bambini che rincorrono un pallone. Come non capitava da anni (e chissà che tante malinconie di questo periodo non siano il termometro di mie rimembranze), di sudare e ridere e capitombolare sopra una sfera di gomma, un po' sgonfia.
Una sintonia di sentimenti, un festival di sguardi, la fiera delle espressioni facciali, delle frustrazioni per aver mancato un tiro, dei bronci per un passaggio non ricevuto. Delle terribili lacrime se non ti fanno rimettere dal fondo, coi piedi, come vuoi tu mica come dettano le regole.
E le grida e le risate, e l'apprensione ogni volta che un paio di quei campioni collidevano, come stelle ad un incrocio senza semaforo, nell'universo.
"Come va"?
"Tutto bene", e si tirano sù, infrangibili. Oppure "mi fa male" e giù manfrine tanto fatali quanto fasulle. Un massaggino (altrettanto fasullo) e si rimettono in piedi.
Insomma, un giorno-bambino, un tempo d'altro tempo, quell'aria che mi sferzava il sudore sulla schiena, nel cuore. E il fiatone, quello sì per la corsa, la fatica, lo sforzo.
E abbiamo pure pareggiato.
Quanto ho riso.
O una gabardina, come direbbero a Prato.
E tutta l'erba che c'era era verde ma verde ma verde, anche sotto le ombre, anche sotto un'arietta tesa che ti scompigliava lo stomaco, nel dopopranzo.
Un pranzo coi compagni di classe dell'uomo piccolo e rispettivi genitori. Una giornata passata a rincorrere bambini che rincorrono un pallone. Come non capitava da anni (e chissà che tante malinconie di questo periodo non siano il termometro di mie rimembranze), di sudare e ridere e capitombolare sopra una sfera di gomma, un po' sgonfia.
Una sintonia di sentimenti, un festival di sguardi, la fiera delle espressioni facciali, delle frustrazioni per aver mancato un tiro, dei bronci per un passaggio non ricevuto. Delle terribili lacrime se non ti fanno rimettere dal fondo, coi piedi, come vuoi tu mica come dettano le regole.
E le grida e le risate, e l'apprensione ogni volta che un paio di quei campioni collidevano, come stelle ad un incrocio senza semaforo, nell'universo.
"Come va"?
"Tutto bene", e si tirano sù, infrangibili. Oppure "mi fa male" e giù manfrine tanto fatali quanto fasulle. Un massaggino (altrettanto fasullo) e si rimettono in piedi.
Insomma, un giorno-bambino, un tempo d'altro tempo, quell'aria che mi sferzava il sudore sulla schiena, nel cuore. E il fiatone, quello sì per la corsa, la fatica, lo sforzo.
E abbiamo pure pareggiato.
Quanto ho riso.
lunedì 22 febbraio 2010
Gli accessori del babbo (14): la playlist
"Crescendo la vita diventa più bella", disse una volta l'uomo piccolo.
E anche i gusti musicali evolvono, migliorano.
La compilazione della playlist (così si dice, no?) sembra essere la funzione primaria (l'unica?) di un padre oggi: persino un critico musicale di grido come Francesco Adinolfi si è esibito in un interessante articolo su "Alias", l'inserto culturale del "manifesto", al riguardo.
Io invece, non sono di quei babbi che hanno una playlist pronta per ogni occasione: la playlist per ogni settimana di gravidanza, la playlist per le doglie, quella per le spinte, quella prima, quella durante, quella dopo il parto. Quella nella culla (mi è capitato di leggerne con brani hard rock dentro: vabbè che la vita è dura ma non così), quella per il primo giorno di materna, e via e via.
Ai miei pargoli non ho propinato le mie canzoni, mi sembrava troppo passare i loro primi anni sotto l'egida dei martelli dei Pink Floyd e anche i Police fanno, a mio avviso, un discreto casino. Ci sarà tempo, mi son sempre detto.
Così, abbiamo optato per un'educazione musical-banale: abbiamo cominciato con le canzoncine da bambini, ninne nanne (una però di Pascal Comelade: esoterici, eh?!), al massimo un po' di Zecchino d'Oro. La solita mefitica zuppa, direte voi.
E dìtelo pure, perché poi invece abbiamo scoperto Sergio Endrigo e le canzoni su testo di Rodari e tutto un mondo di cd molto meno banali, con canzoni scritte appositamente, con un po' di gusto o con grandissimo talento (i fiorentini sanno tutto di "Gallo Cristallo" di Susy Bellucci) o il riarrangiamento in chiave-bambino di vecchi brani di Mina, Lauzi (no, non solo la Tartaruga...) e cose così. Naturalmente il tutto ascoltato decine e decine e decine di volte, compulsivamente. E abbiamo anche testimoni che possono confermare...
Dalle origini abbiamo fatto qualche passettino, nella formazione musicale pargolesca.
Recentemente, poi, il gran salto di qualità: abbiamo scoperto il jazz ed è successo, ancora una volta, senza clamore. E' arrivato questo cd in casa, una sera, e l'abbiamo messo su. E' solo un demo ma da allora i pargoli hanno una nuova cantante preferita, che riconoscono già quando prende fiato: "ma è la zia Veronica"!!!
Sì, è la Veronica (zia è titolo nobiliare acquisito...) che per vivere fa tutt'altro mestiere - ah quanto talento sacrificato per uno stipendio! - ma che quando canta si trasforma, così:
In bocca al lupo, Vero: tu sai per cosa.
E anche i gusti musicali evolvono, migliorano.
La compilazione della playlist (così si dice, no?) sembra essere la funzione primaria (l'unica?) di un padre oggi: persino un critico musicale di grido come Francesco Adinolfi si è esibito in un interessante articolo su "Alias", l'inserto culturale del "manifesto", al riguardo.
Io invece, non sono di quei babbi che hanno una playlist pronta per ogni occasione: la playlist per ogni settimana di gravidanza, la playlist per le doglie, quella per le spinte, quella prima, quella durante, quella dopo il parto. Quella nella culla (mi è capitato di leggerne con brani hard rock dentro: vabbè che la vita è dura ma non così), quella per il primo giorno di materna, e via e via.
Ai miei pargoli non ho propinato le mie canzoni, mi sembrava troppo passare i loro primi anni sotto l'egida dei martelli dei Pink Floyd e anche i Police fanno, a mio avviso, un discreto casino. Ci sarà tempo, mi son sempre detto.
Così, abbiamo optato per un'educazione musical-banale: abbiamo cominciato con le canzoncine da bambini, ninne nanne (una però di Pascal Comelade: esoterici, eh?!), al massimo un po' di Zecchino d'Oro. La solita mefitica zuppa, direte voi.
E dìtelo pure, perché poi invece abbiamo scoperto Sergio Endrigo e le canzoni su testo di Rodari e tutto un mondo di cd molto meno banali, con canzoni scritte appositamente, con un po' di gusto o con grandissimo talento (i fiorentini sanno tutto di "Gallo Cristallo" di Susy Bellucci) o il riarrangiamento in chiave-bambino di vecchi brani di Mina, Lauzi (no, non solo la Tartaruga...) e cose così. Naturalmente il tutto ascoltato decine e decine e decine di volte, compulsivamente. E abbiamo anche testimoni che possono confermare...
Dalle origini abbiamo fatto qualche passettino, nella formazione musicale pargolesca.
Recentemente, poi, il gran salto di qualità: abbiamo scoperto il jazz ed è successo, ancora una volta, senza clamore. E' arrivato questo cd in casa, una sera, e l'abbiamo messo su. E' solo un demo ma da allora i pargoli hanno una nuova cantante preferita, che riconoscono già quando prende fiato: "ma è la zia Veronica"!!!
Sì, è la Veronica (zia è titolo nobiliare acquisito...) che per vivere fa tutt'altro mestiere - ah quanto talento sacrificato per uno stipendio! - ma che quando canta si trasforma, così:
In bocca al lupo, Vero: tu sai per cosa.
lunedì 8 febbraio 2010
Gli accessori del babbo (13): la punizione
Napoli, stadio San Paolo. La folla è immobile e trattiene il respiro mentre il numero 10 mette giù la palla.
La rincorsa è corta, tonda, morbida.
La palla parte e va.
E l'urlo esplode!...
...zap...
Off.
Nero.
Non capisco molto di pallone e infatti la punizione che intendevo io non era quella.
La punizione che intendo io, anche se ha un modo simile all'altra di fendere l'aria, racconta un mondo diverso, emozioni e sentimenti che proprio non potevano combaciare. Una serata storta, un comportamento che non va, bizze solo per farne, senza motivo.
Qualcosa del genere.
Per la precisione: il momento esatto in cui l'arbitro fischia e interrompe il fluire della partita perché si è accorto che qualcosa non va.
E lo deve far notare. E' il suo mestiere.
Questo intendo: non solo il calcio di punizione che sanziona la scorrettezza e dal quale può scaturire una nuova azione. Il proseguimento del gioco, no.
A me interessa proprio l'attimo del fischio, quando cioè il padre finalmente prende corpo ed entra in gioco (ah, per quanti anni, in molte famiglie, tutta 'sta roba era di competenza femminile!...) e si rende conto di quanto sia importante fischiare.
Quanto sia importante spiegare quale fosse l'irregolarità.
Quanto sia fondamentale applicare alla lettera il regolamento e comminare la punizione.
Ultimamente la strategia è proprio questa: premi ed incentivi per i comportamenti virtuosi, fermezza assoluta nell'applicare la pena per i comportamenti sbagliati (niente tv oppure niente computer oppure tutti e due).
Insomma trovare una strada e percorrerla, senza isteria, soltanto con fermezza.
Beh, funziona.
Sta funzionando, soprattutto nell'uomo piccolo che ha trovato il giusto solido contenimento alla sua fortissima insofferenza per le regole. E una tranquillità emotiva che prima non aveva.
L'idea di una privazione (seppur minima e momentanea) gli ha chiarito il senso del perché bisogna rispondere delle proprie azioni: "se faccio qualcosa di sbagliato, la reazione opposta e contraria causa una precisa conseguenza".
Tangibile, misurabile, certa.
Il mondo si fa un pochino più preciso.
L'arbitro sta imparando a gestire la partita. Il numero 10 mette giù la palla.
Misura a brevi passi la distanza che lo separa dalla giusta rincorsa.
Poi... calcia.
E la traiettoria è morbida e serena.
Tonda.
Gol.
mercoledì 2 dicembre 2009
Gli accessori del babbo (12): l'anima e la corazza
Quando la sera torno a casa e butto a terra la corazza e le spade quello che sento è solo il clangore della giornata che ho appena trascorso. Il senso di spossatezza lasciato da quei paludamenti che non amo (come amare le armature che sono per la guerra?) mi fagocita: stare nel mondo come un Achille distruttore è lontano dalla mia intima essenza. Serve: a lavorare, a trovare il ruolo adatto nel campo da gioco della vita. Gioco pesante, quasi un wargame, ancora.
Poi, subito dopo, mi prende il timore di cosa mi chiederanno, di lì a poco, i miei figli. Come mi verrà incontro la donna grande, cosa avrà bisogno di dire? E l'uomo piccolo quale artificio vorrà vedere, la mano ferma sull'elsa o la carezza dolce che la medesima mano può scegliere di dare?
Altro che gesto di Ettore, la situazione si complica: perché oggigiorno i punti di riferimento sono mobili e cambiano e si spostano con velocità sempre crescente. Anche noi, che come generazione abbiamo conosciuto poche certezze e molte rincorse, siamo spiazzati di fronte alla velocità (il futurismo all'ennesima potenza distruttrice) e alla liquidità che respiriamo.
Così i nostri padri, o semplicemente genitori come noi soltanto un po' più grandi, consigliano ai figli di andarsene, di scappare finché sono in tempo.
Ché questo Paese ormai ha il destino segnato.
I miei figli oggi sono bambini, prigionieri di una condizione che li lega a noi per (soprav)vivere, non possono andare da nessuna parte. Non scapperanno, ancora per un po'.
E allora, con la corazza abbandonata vuota in un angolo, cerco qualcosa dentro di me, una scintilla di umanità (no, niente di divino, mi spiace), un gesto ricordato laggiù che mi coprì la guancia e mi insegnò a non gridare mai. Perché le grida impediscono di sentire. Oppure cerco i loro sentimenti di pargoli in piena attività, celati dietro domande ingenue ma dure, profonde, implacabili. Spolvererò le emozioni che faticano ad uscire fino a renderle scintillanti e luminose. Insegnerò rispetto se sarò capace di viverlo, amicizia sorridendo, spirito critico per abbattere il brutto e costruire meglio.
Se fossi capace. Ci proverò.
A noi padri riporre le armi, svuotare la corazza lasciandola alla ruggine e usare le mani per indicare la via e carezzargli le spalle che iniziano il cammino.
E allora, chi ha davvero il destino segnato? Un Paese che non si sveglia dal suo medioevo di ritorno o i nostri figli, condannati alla fuga?
Io non avrei dubbi, se non fossi il loro genitore.
Invece: che ne sarà stato del lavoro quando toccherà a loro entrare in quel mondo? Che diritti avranno domani, visto che non sono ricchi e potenti? Che spazi si apriranno di fronte alle loro legittime aspirazioni, ai loro desideri e aspettative? Che vita avranno? Che.
Però qualcosa penso di saperlo: e scappare non mi sembra la soluzione. Allora proverò a dar loro degli strumenti, quelli che troverò a disposizione e potrò lasciargli da maneggiare, proverò ad insegnargli cosa significa essere cittadini di un posto e lavorare perché quella condizione possa essere mantenuta e migliorata, e anzi portata con sé altrove, se uno mai dovesse spostarsi. Proverò ad insegnargli che dopo di loro arriverà qualcun altro e se tu scappi non lasci più spazio a nessuno.
Lasci il vuoto, il vuoto della tua mancata presenza.
Il vuoto del tuo lavoro non fatto.
Il silenzio di chi non ha saputo capire.
Alcuni ringraziamenti vanno a: Loredana Lipperini che ha appena finito di parlare di questo a Fahrenheit su RadioTre, a Benedetta Tobagi che ne ha scritto oggi su Repubblica, a Pierluigi Celli che ha inviato una lettera ad un figlio e l'hanno letta tutti.
Poi, subito dopo, mi prende il timore di cosa mi chiederanno, di lì a poco, i miei figli. Come mi verrà incontro la donna grande, cosa avrà bisogno di dire? E l'uomo piccolo quale artificio vorrà vedere, la mano ferma sull'elsa o la carezza dolce che la medesima mano può scegliere di dare?
Altro che gesto di Ettore, la situazione si complica: perché oggigiorno i punti di riferimento sono mobili e cambiano e si spostano con velocità sempre crescente. Anche noi, che come generazione abbiamo conosciuto poche certezze e molte rincorse, siamo spiazzati di fronte alla velocità (il futurismo all'ennesima potenza distruttrice) e alla liquidità che respiriamo.
Così i nostri padri, o semplicemente genitori come noi soltanto un po' più grandi, consigliano ai figli di andarsene, di scappare finché sono in tempo.
Ché questo Paese ormai ha il destino segnato.
I miei figli oggi sono bambini, prigionieri di una condizione che li lega a noi per (soprav)vivere, non possono andare da nessuna parte. Non scapperanno, ancora per un po'.
E allora, con la corazza abbandonata vuota in un angolo, cerco qualcosa dentro di me, una scintilla di umanità (no, niente di divino, mi spiace), un gesto ricordato laggiù che mi coprì la guancia e mi insegnò a non gridare mai. Perché le grida impediscono di sentire. Oppure cerco i loro sentimenti di pargoli in piena attività, celati dietro domande ingenue ma dure, profonde, implacabili. Spolvererò le emozioni che faticano ad uscire fino a renderle scintillanti e luminose. Insegnerò rispetto se sarò capace di viverlo, amicizia sorridendo, spirito critico per abbattere il brutto e costruire meglio.
Se fossi capace. Ci proverò.
A noi padri riporre le armi, svuotare la corazza lasciandola alla ruggine e usare le mani per indicare la via e carezzargli le spalle che iniziano il cammino.
E allora, chi ha davvero il destino segnato? Un Paese che non si sveglia dal suo medioevo di ritorno o i nostri figli, condannati alla fuga?
Io non avrei dubbi, se non fossi il loro genitore.
Invece: che ne sarà stato del lavoro quando toccherà a loro entrare in quel mondo? Che diritti avranno domani, visto che non sono ricchi e potenti? Che spazi si apriranno di fronte alle loro legittime aspirazioni, ai loro desideri e aspettative? Che vita avranno? Che.
Però qualcosa penso di saperlo: e scappare non mi sembra la soluzione. Allora proverò a dar loro degli strumenti, quelli che troverò a disposizione e potrò lasciargli da maneggiare, proverò ad insegnargli cosa significa essere cittadini di un posto e lavorare perché quella condizione possa essere mantenuta e migliorata, e anzi portata con sé altrove, se uno mai dovesse spostarsi. Proverò ad insegnargli che dopo di loro arriverà qualcun altro e se tu scappi non lasci più spazio a nessuno.
Lasci il vuoto, il vuoto della tua mancata presenza.
Il vuoto del tuo lavoro non fatto.
Il silenzio di chi non ha saputo capire.
Alcuni ringraziamenti vanno a: Loredana Lipperini che ha appena finito di parlare di questo a Fahrenheit su RadioTre, a Benedetta Tobagi che ne ha scritto oggi su Repubblica, a Pierluigi Celli che ha inviato una lettera ad un figlio e l'hanno letta tutti.
venerdì 6 novembre 2009
Gli accessori del babbo (11): il tempo
Più che del babbo, il tempo è come un accessorio di Gucci: tutti lo desiderano, pochi se lo possono permettere.
Per quanto mi riguarda, però, Gucci non fattura già da parecchio.
Sono ormai tre settimane che mi sento come un cowboy davanti a un'imboscata di pellerossa: vedo minuti, ore, giorni sfrecciarmi contro come punte di frecce sibilanti.
E io che mi sposto frenetico, cercando di schivarle. Invece, non ne ho mancata nemmeno una.
Le frecce del tempo...
Sono stanco: periodo dell'anno in cui ero abituato a correre. Quest'anno (ancora) più che mai. Perché la crisi non è soltanto lettere di licenziamento, posti di lavoro che vanno in fumo, cassa integrazione, redditi che si svuotano, aziende che chiudono.
La crisi è anche la compressione di tempo e spazio, la frenesia della corsa per recuperare con la fatica quello che la normalità ti toglierebbe.
Mobbing di te stesso, per la precisione.
Così, non capisco più niente. Oltre al resto, si susseguono riunioni di comitato a scuola (stanno realizzando i comprensivi: un delirio, anche se la nostra Regione ha una legge molto buona sull'argomento), incontri con assessori, presidenti di quartiere, serate anti-TAV, riunioni in ufficio, impegni canonici ma non per questo meno invasivi come il dentista o l'osteopata o il "passa in farmacia" o la spesa. E poi magagne che rotolano giù come pietre lungo un dirupo, e il tempo si ingarbuglia, scappa via.
Insomma, ci siamo presi tutti un po' troppi impegni.
Meno male che poi le serate passano tra lunghe partite di carte (no, non il poker ma i Pokemon), conversazioni buffe stesi sul tappeto, piccole soddisfazioni nel raccontarsi i sentimenti della giornata. E anche lì, a volte mi sento portato via dai miei pensieri, da incertezze lavorative che non passano (malgrado la fatica agonistica per non pensarci), quel tempo che cola via tra le dita e le frecce che vorrebbero infilzarmi.
Beh, almeno speriamo nel fine settimana: che piova tutto il tempo così almeno non si può mettere il naso fuori di casa e provo a dormire quarantotto ore.
Filate.
Per quanto mi riguarda, però, Gucci non fattura già da parecchio.
Sono ormai tre settimane che mi sento come un cowboy davanti a un'imboscata di pellerossa: vedo minuti, ore, giorni sfrecciarmi contro come punte di frecce sibilanti.
E io che mi sposto frenetico, cercando di schivarle. Invece, non ne ho mancata nemmeno una.
Le frecce del tempo...
Sono stanco: periodo dell'anno in cui ero abituato a correre. Quest'anno (ancora) più che mai. Perché la crisi non è soltanto lettere di licenziamento, posti di lavoro che vanno in fumo, cassa integrazione, redditi che si svuotano, aziende che chiudono.
La crisi è anche la compressione di tempo e spazio, la frenesia della corsa per recuperare con la fatica quello che la normalità ti toglierebbe.
Mobbing di te stesso, per la precisione.
Così, non capisco più niente. Oltre al resto, si susseguono riunioni di comitato a scuola (stanno realizzando i comprensivi: un delirio, anche se la nostra Regione ha una legge molto buona sull'argomento), incontri con assessori, presidenti di quartiere, serate anti-TAV, riunioni in ufficio, impegni canonici ma non per questo meno invasivi come il dentista o l'osteopata o il "passa in farmacia" o la spesa. E poi magagne che rotolano giù come pietre lungo un dirupo, e il tempo si ingarbuglia, scappa via.
Insomma, ci siamo presi tutti un po' troppi impegni.
Meno male che poi le serate passano tra lunghe partite di carte (no, non il poker ma i Pokemon), conversazioni buffe stesi sul tappeto, piccole soddisfazioni nel raccontarsi i sentimenti della giornata. E anche lì, a volte mi sento portato via dai miei pensieri, da incertezze lavorative che non passano (malgrado la fatica agonistica per non pensarci), quel tempo che cola via tra le dita e le frecce che vorrebbero infilzarmi.
Beh, almeno speriamo nel fine settimana: che piova tutto il tempo così almeno non si può mettere il naso fuori di casa e provo a dormire quarantotto ore.
Filate.
sabato 24 ottobre 2009
Gli accessori del babbo (10): le tasche (dei pargoli)
La memoria delle mie tasche di bambino non riguarda il loro contentuto.
Se ci penso, la prima cosa che mi torna alla mente è proprio la sensazione fisica delle briciole e dei granelli di terra che, quando ci infilavo le mani, mi si appiccicavano tra le dita e si incastravano sotto le unghie.
Oggi le tasche dei miei figli mi sono piuttosto misteriose, come forse lo erano le mie per i miei genitori allora, ma immagino che la sensazione possa essere la stessa. Forse un po' meno terra, ché nella nostra vita questa è stata sostituita dall'asfalto anche dove non servirebbe e ai giardini c'è la gomma anti-infortuni.
Però l'altro giorno la donna grande ha vuotato la tasca del suo grembiule.
C'era questo.

Beh, per prima cosa mi sono chiesto cosa ci facesse una spilla da balia nelle tasche di una ottenne. Ansie da babbo: la apre e ci colpisce qualcuno, se la infila per sbaglio in un occhio... Vabbé, gliel'ho lasciata.
Poi, il bottoncino: ha dichiarato che si era staccato da una qualche camicetta, qualche giorno prima. Niente di misterioso.
Sul fazzoletto accartocciato non vi lasciate impressionare: in realtà non si tratta di un fagottino pieno di moccio verde e virulento. E' solo l'involucro del panino con la nutella che non sapeva dove buttare e quindi se l'è infilato in saccoccia.
Invece, quello che mi aveva davvero incuriosito è quel pezzetto di legno.
"Scusa donna grande, ma a cosa ti serviva questo?".
"Eh, mi serve quando ci sono le formichine che siccome mi piacciono tanto però ho un po' paura di farmele salire su un dito per vederle meglio. Allora, le faccio salire sul rametto e poi le guardo".
Ecco.
Mi è tornato in mente un antico insegnamento.
A quelli che sono affamati è inutile regalare del pesce.
Bisogna dargli la canna da pesca.
E se non è educazione questa...
Se ci penso, la prima cosa che mi torna alla mente è proprio la sensazione fisica delle briciole e dei granelli di terra che, quando ci infilavo le mani, mi si appiccicavano tra le dita e si incastravano sotto le unghie.
Oggi le tasche dei miei figli mi sono piuttosto misteriose, come forse lo erano le mie per i miei genitori allora, ma immagino che la sensazione possa essere la stessa. Forse un po' meno terra, ché nella nostra vita questa è stata sostituita dall'asfalto anche dove non servirebbe e ai giardini c'è la gomma anti-infortuni.
Però l'altro giorno la donna grande ha vuotato la tasca del suo grembiule.
C'era questo.
Beh, per prima cosa mi sono chiesto cosa ci facesse una spilla da balia nelle tasche di una ottenne. Ansie da babbo: la apre e ci colpisce qualcuno, se la infila per sbaglio in un occhio... Vabbé, gliel'ho lasciata.
Poi, il bottoncino: ha dichiarato che si era staccato da una qualche camicetta, qualche giorno prima. Niente di misterioso.
Sul fazzoletto accartocciato non vi lasciate impressionare: in realtà non si tratta di un fagottino pieno di moccio verde e virulento. E' solo l'involucro del panino con la nutella che non sapeva dove buttare e quindi se l'è infilato in saccoccia.
Invece, quello che mi aveva davvero incuriosito è quel pezzetto di legno.
"Scusa donna grande, ma a cosa ti serviva questo?".
"Eh, mi serve quando ci sono le formichine che siccome mi piacciono tanto però ho un po' paura di farmele salire su un dito per vederle meglio. Allora, le faccio salire sul rametto e poi le guardo".
Ecco.
Mi è tornato in mente un antico insegnamento.
A quelli che sono affamati è inutile regalare del pesce.
Bisogna dargli la canna da pesca.
E se non è educazione questa...
domenica 4 ottobre 2009
Gli accessori del babbo (9): il settenano
Confesso che sarei potuto cascarci anch'io, se avessi letto un titolo simile, ma vi assicuro che non si tratta di quello che state pensando. Menti diaboliche.
E' una cosa seria, serissima.
Cominciamo.
Decisamente uno degli accessori più delicati, il settenano si situa in quell'età in cui i pargoli cominciano ormai a strutturare il linguaggio secondo i propri processi mentali. Di un tizio che ha, all'incirca, 3 o 4 anni.
In realtà, non si tratta di un accessorio vero e proprio: piuttosto un gadget, uno di quegli oggetti che potrebbero finire abbinati al portachiavi, l'adesivo che si appiccica sul lunotto dell'auto. Una cosa così.
Eppure, a causa della ristretta finestra temporale in cui si situa, il settenano subisce un uso intensivo: non appena il babbo ne percepisce per la prima volta l'esistenza, lo elegge subito a vocabolo principe del lessico famigliare. Non poteva accadere altri che in questa (strampalata) famiglia l'invenzione lessicale del secolo.
Immediatamente il settenano viene citato dal babbo compulsivamente decine di volte al giorno, diventa il protagonista di filastrocche surreali, viene all'improvviso utilizzato nel mezzo di qualsiasi discorso, soprattutto quando non c'entra nulla. Ooops... è come il singhiozzo. Ti scappa.
Pur essendo solo un gadget, diventa sicuramente il più amato.
Poi però, poco alla volta (le voci corrono), ti accorgi che l'invenzione del secolo è stata inventata, identica, anche in altre famiglie. Il settenano è sulla bocca di decine di pargoli come i tuoi.
"Ma certo, X lo chiama così da sempre. Da noi il settenano ormai è di casa".
"Ah, sapessi, Y ha perfino un pupazzo del settenano".
Glom... Non siamo gli Armani del lessico bambinesco che avevamo creduto.
Ce n'è altri, a giro.
Pazienza.
Ben presto, poi, il gadget passa di mano. A quell'età i pargoli crescono giorno dopo giorno: quello che vale oggi, domani può esser già dimenticato. Per cui, se volete, se non l'aveste già avuto in casa anche voi, ve lo passo volentieri.
Il settenano, gadget singolare.
Che al plurale fa: due settenani, tre settenani, quattro settenani, ecc.
Perché le invenzioni lessicali hanno tutto quel che devono avere!
E' una cosa seria, serissima.
Cominciamo.
Decisamente uno degli accessori più delicati, il settenano si situa in quell'età in cui i pargoli cominciano ormai a strutturare il linguaggio secondo i propri processi mentali. Di un tizio che ha, all'incirca, 3 o 4 anni.
In realtà, non si tratta di un accessorio vero e proprio: piuttosto un gadget, uno di quegli oggetti che potrebbero finire abbinati al portachiavi, l'adesivo che si appiccica sul lunotto dell'auto. Una cosa così.
Eppure, a causa della ristretta finestra temporale in cui si situa, il settenano subisce un uso intensivo: non appena il babbo ne percepisce per la prima volta l'esistenza, lo elegge subito a vocabolo principe del lessico famigliare. Non poteva accadere altri che in questa (strampalata) famiglia l'invenzione lessicale del secolo.
Immediatamente il settenano viene citato dal babbo compulsivamente decine di volte al giorno, diventa il protagonista di filastrocche surreali, viene all'improvviso utilizzato nel mezzo di qualsiasi discorso, soprattutto quando non c'entra nulla. Ooops... è come il singhiozzo. Ti scappa.
Pur essendo solo un gadget, diventa sicuramente il più amato.
Poi però, poco alla volta (le voci corrono), ti accorgi che l'invenzione del secolo è stata inventata, identica, anche in altre famiglie. Il settenano è sulla bocca di decine di pargoli come i tuoi.
"Ma certo, X lo chiama così da sempre. Da noi il settenano ormai è di casa".
"Ah, sapessi, Y ha perfino un pupazzo del settenano".
Glom... Non siamo gli Armani del lessico bambinesco che avevamo creduto.
Ce n'è altri, a giro.
Pazienza.
Ben presto, poi, il gadget passa di mano. A quell'età i pargoli crescono giorno dopo giorno: quello che vale oggi, domani può esser già dimenticato. Per cui, se volete, se non l'aveste già avuto in casa anche voi, ve lo passo volentieri.
Il settenano, gadget singolare.
Che al plurale fa: due settenani, tre settenani, quattro settenani, ecc.
Perché le invenzioni lessicali hanno tutto quel che devono avere!
martedì 15 settembre 2009
Gli accessori del babbo (8): la lavastoviglie
C'è dell'arte suprema in quel rozzo ammasso di lamina d'acciaio e plastica e qualche tubicino. La sua tecnologia silenziosa: il ronzio che culla le giornate d'ogni stagione.
Un'installazione, nella nostra cucina componibile. Non so da voi.
E' pura arte concettuale quella che mi permette di riempirla. Una regola ascetica che serve a dividere i piatti piani (nei rebbi bassi) da quelli fondi (rebbi alti), le tazze dai bicchieri.
Le posate equamente distribuite nel cestino, ché se le metti tutte da una parte non vengono un granché.
Le ciotole adagiate sul fondo del cestello superiore (se non troppo alte) oppure in basso. Dove c'è spazio.
E le pentole, pure. Perché sì, noi ci mettiamo anche le pentole.
Divide et impera. E' la regola, appunto.
L'arte delicatissima di "a chi tocca stasera" trasforma per magia la probabilità di uno scazzo mostruoso in una leggiadra danza verbale.
In punta di fioretto: "profe, tocca a te", "col cavolo, l'ho già riempita ieri".
"Però, io, l'avevo vuotata".
Diplomazia allo stato puro.
Se invece del portello avesse uno schermo (basterebbe anche un piccolo oblò), potremmo passare le serate seduti lì di fronte a guardare la raggiunta pace familiare sciaguattata da getti a pressione di acqua bollente. E detersivo: in polvere o pastiglie, che comunque cambiamo spesso fornitore.
Perché la pace non ha prezzo. A maggior ragione in famiglia.
Per questo la adoro.
Come un Van Gogh sul muro del soggiorno.
Un'installazione, nella nostra cucina componibile. Non so da voi.
E' pura arte concettuale quella che mi permette di riempirla. Una regola ascetica che serve a dividere i piatti piani (nei rebbi bassi) da quelli fondi (rebbi alti), le tazze dai bicchieri.
Le posate equamente distribuite nel cestino, ché se le metti tutte da una parte non vengono un granché.
Le ciotole adagiate sul fondo del cestello superiore (se non troppo alte) oppure in basso. Dove c'è spazio.
E le pentole, pure. Perché sì, noi ci mettiamo anche le pentole.
Divide et impera. E' la regola, appunto.
L'arte delicatissima di "a chi tocca stasera" trasforma per magia la probabilità di uno scazzo mostruoso in una leggiadra danza verbale.
In punta di fioretto: "profe, tocca a te", "col cavolo, l'ho già riempita ieri".
"Però, io, l'avevo vuotata".
Diplomazia allo stato puro.
Se invece del portello avesse uno schermo (basterebbe anche un piccolo oblò), potremmo passare le serate seduti lì di fronte a guardare la raggiunta pace familiare sciaguattata da getti a pressione di acqua bollente. E detersivo: in polvere o pastiglie, che comunque cambiamo spesso fornitore.
Perché la pace non ha prezzo. A maggior ragione in famiglia.
Per questo la adoro.
Come un Van Gogh sul muro del soggiorno.
lunedì 31 agosto 2009
Gli accessori del babbo (7): il dentista
Il dentista nasce con te: il giorno che vieni al mondo, una qualche divinità beffarda te ne assegna uno. Come compagno eterno di vita, quello e non un altro.
Il dentista nasce con te ma quando ti visita la prima volta, verso gli otto o dieci anni, Egli ha già i capelli bianchi. Almeno brizzolati.
Se sei fortunato, comincerà col guardarti i denti da latte come se fossero una miniera d'oro. In effetti, nella norma, lo sono.
Se invece sei semplicemente normale, non appena ti guarderà in bocca, toh!, cosa trova? Ma una carie, naturalmente. Ricordo un gelatone (limone e cioccolato) che non finiva mai, il sangue sputato nell'aiola di un albero, il buco caldo e ferroso nella fila dei denti. Avevo una decina d'anni e, a quel tempo, di carie i denti potevano morire.
Il dentista poi fa carriera. Anzi la fate insieme.
Egli impara una nuova tecnica per l'apicectomia e la sperimenta su di te; il materiale ipertecnologico per le otturazioni? Il candidato ideale a provarlo sei proprio tu; il nuovo anestetico e la diga e il trapano laser. E.
Tutte le tue prime volte, sono anche le sue: bandierine nella carriera di entrambi. La tua, di paziente molto paziente.
Poi càpita che Egli e i suoi capelli bianchi siano ormai troppo bianchi. Andrà in pensione ma ti lascerà nelle amorevoli mani del suo successore.
Il suo delfino.
Il suo laureando.
Che capelli bianchi non ne ha e anzi, stavolta, è praticamente un tuo coetaneo. Finalmente crescerete insieme, su quella poltrona, perché anche Lui vorrà testare nuove tecniche, materiali rivoluzionari, terapie mai affrontate prima.
Lui ti farà vedere cose che voi umani.
Ma più di tutto, vedrai la sua rapida ascesa snocciolartisi davanti agli occhi attraverso le riviste della sala d'attesa.
Si era cominciato con banali riviste di viaggio (a dire il vero, ultimamente con mete sempre più esotiche ed esose) e, come-farne-a-meno-in-sala-d'attesa, l'immarcescibile "Quattroruote". Anche il quotidiano, all'inizio, era uno qualsiasi: "Il Resto del Carlino", mettiamo. Ma rigorosamente indietro di almeno un giorno. Noblesse.
Pian piano, il giornale di viaggi si è trasformato in rivista di yachting e a "Quattroruote" si è sostituito dapprima l'house organ della Mercedes Benz provinciale, poi quello nazionale e infine la rivista patinata del Club Mondiale dei Collezionisti di Auto Storiche. All'inizio qualche fascicolo sparuto, poi l'intero corpus filologico.
Il quotidiano ora è "Il Corriere della Sera". Quasi sempre del giorno.
All'ennesima attesa di depulpazione, come affettuosamente la chiama Lui, sarà l'ansia, saranno le allucinazioni visive ma ti rendi conto che tutte le riviste sono state sostituite da materiale iper-specialistico su investimenti mobiliari e immobiliari, finanza, transazioni di capitali. In un angolo è spuntata persino "Famiglia Cristiana" (una improvvisa conversione?!) e il quotidiano adesso è "Il Sole 24 Ore". Però l'edizione del giorno dopo.
Ormai la tua carriera di paziente è al culmine. Lui ti ha fatto di tutto, ti ha rigirato la bocca come un calzino (tipo: i denti fuori, le guance dentro). Ha curato quel che poteva curare, sezionato, incapsulato, otturato.
Eppure.
Eppure ti manca qualcosa. Eppure ti senti insoddisfatto. Ormai vi date quasi del tu (non sia mai!, la deontologia professionale lo vieta) e non potrà più stupirti con nulla.
Dolore, in tanti anni, non ne hai mai sentito. Mai.
Eppure.
Persino la tariffa è ormai, almeno così dice Lui, da trattamento familiare (quasi come una pensione al mare).
Eppure.
Poi, quando il 28 di agosto, sotto il sole canicolare delle 14.30 (mai ricevere un babbo quando è lucido), sudato come un cammelliere, gli porti la donna grande, capisci che finalmente quello che ti mancava è arrivato.
La soddisfazione più grande ti pervade l'animo.
L'ultima cosa che ti rimaneva da fare in questo campo: puoi felicemente passare il testimone. Anche tua figlia ha finalmente incontrato il suo dentista, quello coi capelli bianchi. Anzi appena brizzolati.
L'apparecchio ortodontico è pronto, sparluccicante, lì sul tavolo.
L'unico, ma proprio l'unico, che tu non abbia mai avuto.
"Per la tariffa, ci trasferiamo di là, in ufficio: staremo più comodi". Finalmente svenire dal dentista può diventare un piacere.
Il dentista nasce con te ma quando ti visita la prima volta, verso gli otto o dieci anni, Egli ha già i capelli bianchi. Almeno brizzolati.
Se sei fortunato, comincerà col guardarti i denti da latte come se fossero una miniera d'oro. In effetti, nella norma, lo sono.
Se invece sei semplicemente normale, non appena ti guarderà in bocca, toh!, cosa trova? Ma una carie, naturalmente. Ricordo un gelatone (limone e cioccolato) che non finiva mai, il sangue sputato nell'aiola di un albero, il buco caldo e ferroso nella fila dei denti. Avevo una decina d'anni e, a quel tempo, di carie i denti potevano morire.
Il dentista poi fa carriera. Anzi la fate insieme.
Egli impara una nuova tecnica per l'apicectomia e la sperimenta su di te; il materiale ipertecnologico per le otturazioni? Il candidato ideale a provarlo sei proprio tu; il nuovo anestetico e la diga e il trapano laser. E.
Tutte le tue prime volte, sono anche le sue: bandierine nella carriera di entrambi. La tua, di paziente molto paziente.
Poi càpita che Egli e i suoi capelli bianchi siano ormai troppo bianchi. Andrà in pensione ma ti lascerà nelle amorevoli mani del suo successore.
Il suo delfino.
Il suo laureando.
Che capelli bianchi non ne ha e anzi, stavolta, è praticamente un tuo coetaneo. Finalmente crescerete insieme, su quella poltrona, perché anche Lui vorrà testare nuove tecniche, materiali rivoluzionari, terapie mai affrontate prima.
Lui ti farà vedere cose che voi umani.
Ma più di tutto, vedrai la sua rapida ascesa snocciolartisi davanti agli occhi attraverso le riviste della sala d'attesa.
Si era cominciato con banali riviste di viaggio (a dire il vero, ultimamente con mete sempre più esotiche ed esose) e, come-farne-a-meno-in-sala-d'attesa, l'immarcescibile "Quattroruote". Anche il quotidiano, all'inizio, era uno qualsiasi: "Il Resto del Carlino", mettiamo. Ma rigorosamente indietro di almeno un giorno. Noblesse.
Pian piano, il giornale di viaggi si è trasformato in rivista di yachting e a "Quattroruote" si è sostituito dapprima l'house organ della Mercedes Benz provinciale, poi quello nazionale e infine la rivista patinata del Club Mondiale dei Collezionisti di Auto Storiche. All'inizio qualche fascicolo sparuto, poi l'intero corpus filologico.
Il quotidiano ora è "Il Corriere della Sera". Quasi sempre del giorno.
All'ennesima attesa di depulpazione, come affettuosamente la chiama Lui, sarà l'ansia, saranno le allucinazioni visive ma ti rendi conto che tutte le riviste sono state sostituite da materiale iper-specialistico su investimenti mobiliari e immobiliari, finanza, transazioni di capitali. In un angolo è spuntata persino "Famiglia Cristiana" (una improvvisa conversione?!) e il quotidiano adesso è "Il Sole 24 Ore". Però l'edizione del giorno dopo.
Ormai la tua carriera di paziente è al culmine. Lui ti ha fatto di tutto, ti ha rigirato la bocca come un calzino (tipo: i denti fuori, le guance dentro). Ha curato quel che poteva curare, sezionato, incapsulato, otturato.
Eppure.
Eppure ti manca qualcosa. Eppure ti senti insoddisfatto. Ormai vi date quasi del tu (non sia mai!, la deontologia professionale lo vieta) e non potrà più stupirti con nulla.
Dolore, in tanti anni, non ne hai mai sentito. Mai.
Eppure.
Persino la tariffa è ormai, almeno così dice Lui, da trattamento familiare (quasi come una pensione al mare).
Eppure.
Poi, quando il 28 di agosto, sotto il sole canicolare delle 14.30 (mai ricevere un babbo quando è lucido), sudato come un cammelliere, gli porti la donna grande, capisci che finalmente quello che ti mancava è arrivato.
La soddisfazione più grande ti pervade l'animo.
L'ultima cosa che ti rimaneva da fare in questo campo: puoi felicemente passare il testimone. Anche tua figlia ha finalmente incontrato il suo dentista, quello coi capelli bianchi. Anzi appena brizzolati.
L'apparecchio ortodontico è pronto, sparluccicante, lì sul tavolo.
L'unico, ma proprio l'unico, che tu non abbia mai avuto.
"Per la tariffa, ci trasferiamo di là, in ufficio: staremo più comodi". Finalmente svenire dal dentista può diventare un piacere.
martedì 11 agosto 2009
Gli accessori del babbo (6): l'area di parcheggio
No, nemmeno io l'avrei mai detto.
Poi però oggi, nel viaggio di ritorno dalla nostra parte di vacanza marina (un ritorno molto lento e confortevole, fatto di strade secondarie, pochissima insopportabile autostrada) è avvenuto il fattaccio. E anche il parcheggio è entrato di diritto nella lista degli accessori del babbo.
E' successo che ci siamo fermati in un minuscolo borgo della Valnerina (attraversatela, se vi capita, questa splendida appartata valle che in qualche tratto sembra un canyon fuori dal tempo...) e in quest'area di parcheggio un signore stava dicendo all'amico che lo accompagnava che un tale Luca era irreperibile.
La parola mi ha colpito e immediatamente ho pensato che anche a me piacerebbe molto rendermi irreperibile ogni tanto, per un po'. Una volta si sarebbe detto "scomparire dalla vista di qualcuno".
Così mi sono chiesto cosa volesse dire oggi, per noi abitanti di quest'epoca di connessione globale, la parola irreperibile.
Non più scomparire dalla vista di qualcuno, quello adesso lo facciamo molto più spesso di pochi anni fa: vacanze lontane, lavoro lontano da casa, abitando in città anche i contatti con gli amici e gli affetti sono più distanti e più sporadici. Essere irreperibili oggi vuol dire forse non far sapere dove siamo, scomparire dall'orizzonte mediatico: telefonino spento, niente internet, no mail. Puff, nessuno saprebbe più dove ci troviamo.
Sfuggire dal controllo.
Dopo un altro mezzo secondo si è attivato (strano con quel caldo, era circa l'una sotto il sole cocente, o forse proprio per colpa del caldo) un ulteriore stravagante neurone, una connessione (un'altra?!) imprevista: ma questa ossessione del controllo non ce l'abbiamo noi coi nostri figli?
No, eh?!
Sempre addosso sulle regole di comportamento (ossessione improvvisa di massa per il galateo?) come se volessimo normalizzarli, nessuna eccezione è concessa: tempo addietro i bambini (io per primo) si sporcavano mangiando dolci col cioccolato o rovesciando il bicchiere con l'aranciata. Oggi no, oggi non si può più. Con la scusa dell'autonomia (autonomia la chiamiamo, eh?!) bisogna imparare a comportarsi come in caserma. Forse abbiamo paura di sporcare il completino nuovo nuovo da 200 euro...
Sempre addosso sul "dove state andando?".
Oggi, vicino quel parcheggio, c'era un torrentello. Appena i pargoli si allontano di un metro col chiaro intento di scendere sul greto, noi due in coro saltiamo su, con mezzo panino ancora tra le fauci: "dove state andando?! Aspettate che uno di noi due venga con voi!!!".
Quando ero bambino, sono sceso sul greto di un torrentaccio sporco e maleodorante che scorreva vicino la mia casa di allora centinaia di volte tutto solo, al massimo coi miei coetanei. Eppure sono sopravvissuto. E anche le statistiche non parlano di "morte da scomparsa nei torrenti" dei pargoli, non almeno in maniera significativa. No.
Eppure noi lì, addosso. Controlliamo.
Controlliamo che in casa abbiano i calzini antiscivolo (potrebbero cadere e battere il naso nel parquet da 10.000 euro il metro quadro. Rovinandolo? O facendosi male loro, poverini?!); controlliamo che non piglino caldo/freddo, che non sudino troppo, che non sudino poco ("avrà qualche disfunzione chi suda poco?"); controlliamo che non cadano dalla bicicletta (col risultato che imparano ad andarci davvero solo a 22 anni, se hanno fortuna). Insomma controlliamo controlliamo controlliamo...
Ma.
Siamo onesti.
Diciamo(ci) la verità: ma stiamo controllando loro oppure controlliamo le nostre ansie e le nostre paure?!
Insomma, continuando così, i nostri figli potranno o dovranno bellamente cancellare dal loro vocabolario la parola irreperibile: li doteremo prestissimo di telefonino senza tasto off, possibilmente in diretta connessione con la loro corteccia cerebrale (ricordate "Strange Days" di Kathryn Bigelow?) col quale potremmo sapere non più solo dove sono e con chi ma addirittura controllarne il chilometraggio negli spostamenti e vedere il volto di chi è con loro e conoscere le loro sensazioni. Sapere come stanno. Quando stanno.
Poi però dovrebbero chiamarci in continuazione per farsi spiegare, passo dopo passo, come pedalare senza interruzioni o come cadere dalla bici facendosi meno male possibile. E per allacciarsi le scarpe (cosa che non gli insegniamo più, da quando ci sono le favolose scarpe col velcro) frequenteranno un esclusivissimo master. Naturalmente dopo la laurea.
In un'area di parcheggio succede anche questo.
Non crederete mica che ci si possa anche dare la risposta, vero?
Lì, su due piedi, sull'asfalto rovente?!
Pfui.
Poi però oggi, nel viaggio di ritorno dalla nostra parte di vacanza marina (un ritorno molto lento e confortevole, fatto di strade secondarie, pochissima insopportabile autostrada) è avvenuto il fattaccio. E anche il parcheggio è entrato di diritto nella lista degli accessori del babbo.
E' successo che ci siamo fermati in un minuscolo borgo della Valnerina (attraversatela, se vi capita, questa splendida appartata valle che in qualche tratto sembra un canyon fuori dal tempo...) e in quest'area di parcheggio un signore stava dicendo all'amico che lo accompagnava che un tale Luca era irreperibile.
La parola mi ha colpito e immediatamente ho pensato che anche a me piacerebbe molto rendermi irreperibile ogni tanto, per un po'. Una volta si sarebbe detto "scomparire dalla vista di qualcuno".
Così mi sono chiesto cosa volesse dire oggi, per noi abitanti di quest'epoca di connessione globale, la parola irreperibile.
Non più scomparire dalla vista di qualcuno, quello adesso lo facciamo molto più spesso di pochi anni fa: vacanze lontane, lavoro lontano da casa, abitando in città anche i contatti con gli amici e gli affetti sono più distanti e più sporadici. Essere irreperibili oggi vuol dire forse non far sapere dove siamo, scomparire dall'orizzonte mediatico: telefonino spento, niente internet, no mail. Puff, nessuno saprebbe più dove ci troviamo.
Sfuggire dal controllo.
Dopo un altro mezzo secondo si è attivato (strano con quel caldo, era circa l'una sotto il sole cocente, o forse proprio per colpa del caldo) un ulteriore stravagante neurone, una connessione (un'altra?!) imprevista: ma questa ossessione del controllo non ce l'abbiamo noi coi nostri figli?
No, eh?!
Sempre addosso sulle regole di comportamento (ossessione improvvisa di massa per il galateo?) come se volessimo normalizzarli, nessuna eccezione è concessa: tempo addietro i bambini (io per primo) si sporcavano mangiando dolci col cioccolato o rovesciando il bicchiere con l'aranciata. Oggi no, oggi non si può più. Con la scusa dell'autonomia (autonomia la chiamiamo, eh?!) bisogna imparare a comportarsi come in caserma. Forse abbiamo paura di sporcare il completino nuovo nuovo da 200 euro...
Sempre addosso sul "dove state andando?".
Oggi, vicino quel parcheggio, c'era un torrentello. Appena i pargoli si allontano di un metro col chiaro intento di scendere sul greto, noi due in coro saltiamo su, con mezzo panino ancora tra le fauci: "dove state andando?! Aspettate che uno di noi due venga con voi!!!".
Quando ero bambino, sono sceso sul greto di un torrentaccio sporco e maleodorante che scorreva vicino la mia casa di allora centinaia di volte tutto solo, al massimo coi miei coetanei. Eppure sono sopravvissuto. E anche le statistiche non parlano di "morte da scomparsa nei torrenti" dei pargoli, non almeno in maniera significativa. No.
Eppure noi lì, addosso. Controlliamo.
Controlliamo che in casa abbiano i calzini antiscivolo (potrebbero cadere e battere il naso nel parquet da 10.000 euro il metro quadro. Rovinandolo? O facendosi male loro, poverini?!); controlliamo che non piglino caldo/freddo, che non sudino troppo, che non sudino poco ("avrà qualche disfunzione chi suda poco?"); controlliamo che non cadano dalla bicicletta (col risultato che imparano ad andarci davvero solo a 22 anni, se hanno fortuna). Insomma controlliamo controlliamo controlliamo...
Ma.
Siamo onesti.
Diciamo(ci) la verità: ma stiamo controllando loro oppure controlliamo le nostre ansie e le nostre paure?!
Insomma, continuando così, i nostri figli potranno o dovranno bellamente cancellare dal loro vocabolario la parola irreperibile: li doteremo prestissimo di telefonino senza tasto off, possibilmente in diretta connessione con la loro corteccia cerebrale (ricordate "Strange Days" di Kathryn Bigelow?) col quale potremmo sapere non più solo dove sono e con chi ma addirittura controllarne il chilometraggio negli spostamenti e vedere il volto di chi è con loro e conoscere le loro sensazioni. Sapere come stanno. Quando stanno.
Poi però dovrebbero chiamarci in continuazione per farsi spiegare, passo dopo passo, come pedalare senza interruzioni o come cadere dalla bici facendosi meno male possibile. E per allacciarsi le scarpe (cosa che non gli insegniamo più, da quando ci sono le favolose scarpe col velcro) frequenteranno un esclusivissimo master. Naturalmente dopo la laurea.
In un'area di parcheggio succede anche questo.
Non crederete mica che ci si possa anche dare la risposta, vero?
Lì, su due piedi, sull'asfalto rovente?!
Pfui.
sabato 8 agosto 2009
Gli accessori del babbo (5): la crema all'ossido di zinco
Ultimamente mi capitava spesso di tornarci con la memoria, al tubetto di crema all'ossido di zinco. A quello che voleva dire, in termini di accudimento "babbesco".
In realtà, all'inizio, l'avevo presa con la solita (auto)ironia: essendo stato un consumatore folle della medesima (la usavo SEMPRE, anche quando i culetti della donna grande o dell'uomo piccolo non ne avevano nessun apparente bisogno), ne avevo intravisto il coté socio-economico, al momento dello spannolinamento.
Immaginavo i diagrammi con le curve della distribuzione del prodotto nella nostra regione: una débacle, il crollo totale dei fatturati per l'azienda produttrice. Chissà poi come saranno finiti i lavoratori della medesima...
Invece poi, pensandoci e ripensandoci, ho capito quanto per me fosse importante quel gesto. Quel momento dell'accudimento che era tutto mio: l'ho sempre considerato tale, anche se i cambi di pannolino ce li siamo tranquillamente divisi, tra me e la profe. Più di notte, la profe...
Era la responsabilità totale del benessere di quei culetti che mi imponeva di essere irreprensibile, una specie di invasato dell'applicazione coatta di quel miracoloso unguento.
In effetti, avevamo trovato una portentosa marca che aveva naturalmente effetti magici sulla rosea cute, ma soprattutto effetti fantastici sulla psiche di chi la applicava: se mai fosse capitato il giorno del culetto un po' più rosso o screpolato del solito, una sola applicazione della magica crema faceva ritornare la pelle un petalo di rosa.
L'ho adorata, era la mia coperta di linus, la certezza di esserci e di servire a qualcosa: addetto ai culetti, mica quisquilie! Insomma, così a distanza di anni, ho elaborato e capito l'importanza di quei gesti di accudimento. Il momento dell'applicazione, del massaggio, del richiudere il pannolino.
Dietro quel metodico, ossessivo utilizzo della crema all'ossido di zinco si è nascosta, evidentemente, la mia prima comunicazione con quelle creaturine che erano allora.
Oltre le difficoltà di capire qual era il mio spazio. Il mio ruolo, se ce n'era uno. Oltre la voglia di scappare, talvolta. Di non essere all'altezza, di non reggere quella fatica che sembrava immane. E che invece, oltretutto, era molto sul groppone della profe.
Si diventa grandi passando anche di lì.
Quando si impara anche quella comunicazione.
E tutto può succedere per grandi passaggi, per elaborazioni successive o, semplicemente, ripensando ad un centimetro di crema che vien fuori da un tubetto.
Perché appunto i grandi cambiamenti possono prendere il via, anche, da un tenue soffio.
"Ci sono".
"Sono qui, anche oggi".
"Sempre".
"Anche quando sembra (e sembrerà, talvolta) che non ce ne sia bisogno".
In realtà, all'inizio, l'avevo presa con la solita (auto)ironia: essendo stato un consumatore folle della medesima (la usavo SEMPRE, anche quando i culetti della donna grande o dell'uomo piccolo non ne avevano nessun apparente bisogno), ne avevo intravisto il coté socio-economico, al momento dello spannolinamento.
Immaginavo i diagrammi con le curve della distribuzione del prodotto nella nostra regione: una débacle, il crollo totale dei fatturati per l'azienda produttrice. Chissà poi come saranno finiti i lavoratori della medesima...
Invece poi, pensandoci e ripensandoci, ho capito quanto per me fosse importante quel gesto. Quel momento dell'accudimento che era tutto mio: l'ho sempre considerato tale, anche se i cambi di pannolino ce li siamo tranquillamente divisi, tra me e la profe. Più di notte, la profe...
Era la responsabilità totale del benessere di quei culetti che mi imponeva di essere irreprensibile, una specie di invasato dell'applicazione coatta di quel miracoloso unguento.
In effetti, avevamo trovato una portentosa marca che aveva naturalmente effetti magici sulla rosea cute, ma soprattutto effetti fantastici sulla psiche di chi la applicava: se mai fosse capitato il giorno del culetto un po' più rosso o screpolato del solito, una sola applicazione della magica crema faceva ritornare la pelle un petalo di rosa.
L'ho adorata, era la mia coperta di linus, la certezza di esserci e di servire a qualcosa: addetto ai culetti, mica quisquilie! Insomma, così a distanza di anni, ho elaborato e capito l'importanza di quei gesti di accudimento. Il momento dell'applicazione, del massaggio, del richiudere il pannolino.
Dietro quel metodico, ossessivo utilizzo della crema all'ossido di zinco si è nascosta, evidentemente, la mia prima comunicazione con quelle creaturine che erano allora.
Oltre le difficoltà di capire qual era il mio spazio. Il mio ruolo, se ce n'era uno. Oltre la voglia di scappare, talvolta. Di non essere all'altezza, di non reggere quella fatica che sembrava immane. E che invece, oltretutto, era molto sul groppone della profe.
Si diventa grandi passando anche di lì.
Quando si impara anche quella comunicazione.
E tutto può succedere per grandi passaggi, per elaborazioni successive o, semplicemente, ripensando ad un centimetro di crema che vien fuori da un tubetto.
Perché appunto i grandi cambiamenti possono prendere il via, anche, da un tenue soffio.
"Ci sono".
"Sono qui, anche oggi".
"Sempre".
"Anche quando sembra (e sembrerà, talvolta) che non ce ne sia bisogno".
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