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giovedì 29 agosto 2013

Conversazioni estive

Tra la profe, che tentava di cantare, e l'uomo piccolo.
- Mamma, te non sei stonata come una campana. Te le fai stonare, le campane.

Ah, rilassanti le vacanze.

venerdì 5 aprile 2013

La profe della profe

Stiamo andando a vedere Parma, stamattina. A dire il vero, partiamo per incontrare una persona, che io non ho mai visto, ma che per la profe è molto importante.
Eppure, giuro, sono stato io a pensare di andarci: qualche settimana fa ho preso una telefonata. Una voce molto dolce chiedeva della profe, che quella mattina non c'era.
La voce raccontò di sé, in pochi secondi, tutto quel che volevo sapere, compreso una velatissima amarezza per una "vecchia promessa" mai mantenuta, quella di andare a trovarla. Può, in pochi secondi, una promessa diventare una sorta di dovere morale?!
Può.
Così son qui che guido. Verso nord, nel grigio, con l'animo pieno di attese.
Abbiamo caricato il nostro solito armamentario, che da quando la donna grande e la profe sono state diagnosticate celiache è aumentato ancora (comprendendo pane, biscotti, cibo speciale), se mai poteste immaginare una grandezza già notevole crescere ancora.
Abbiamo i nostri giacconi, una valigia, due sporte di stoffa, uno zaino, la custodia con la reflex e tre ombrelli. Portiamo anche il primo disco di questa interprete di musica brasiliana. Veronica Fascione, si chiama, ed ha una voce chiara che passa una mano di freschezza sui brani che canta. Io e la donna grande proviamo a ricalcarne il portoghese: ci divertiamo.
La pioggia non la mettiamo noi, è abbondante di suo. Sull'appennino la nebbia ci sommerge.
Quando arriviamo a destinazione, Parma galleggia ormai come un canotto. Pozzanghere dappertutto, scrosci impietosi. Vedremo poco della città ma l'incontro con la promessa, finalmente mantenuta, è folgorante.
Ci accoglie una signora piena di vita, di energia, di spirito. Circondata da ogni ben di dio tecnologico sembra un'adolescente alle prese con il suo domani. L'uomo piccolo la guarda incantato, letteralmente a bocca aperta. Si ridesta soltanto quando lei lo tocca sbarazzina sul naso.
Ha organizzato il pranzo in un ristorante per celiaci. Parliamo e ridiamo, di tante cose. Ci confessiamo il reciproco malumore per il grillismo. Parliamo di libri, di romanzi, di vecchie edizioni con la carta un po' ingiallita. Ha persino, e mi sorprende non poco, un libro di Palahniuk lì in un angolo.
Pesco nella sua libreria un libro di Sandro Veronesi, uno dei pochi che non avevo letto, e mi si accendono nella testa alcune lampadine, saltando tra pagine e "liste di cose che vorrei dire", con la voce inconfondibile dello scrittore pratese.
Ancora un caffè e noi adulti ci perdiamo in mille rivoli di chiacchiere.
I pargoli sono impazziti dalla gioia: immersi tra tablet, iMac e smartphone, possono finalmente dar fondo ai loro appettiti tecnologici. E l'invenzione geniale arriva: dopo quasi due ore di ipnosi hitech, Maria Teresa li guarda, sorniona, che continuano a smanettare poi si avvicina e cinge loro le spalle. Passa lo sguardo dall'uno all'altra, con lentezza studiatissima: "bambini, dovete ringraziarmi: vi ho regalato un pomeriggio libero".
Un genio, un ribaltamento così non si era mai visto.
Maria Teresa è la profe di lettere delle medie della profe, un gioco di specchi perfettamente riuscito. E, sinceramente, memorabile.

sabato 9 marzo 2013

martedì 1 novembre 2011

Pensieri su strade bianche

Oggi la donna grande era su un altro pianeta. Ha camminato quasi tutto il giorno a testa bassa, capelli sugli occhi.
Pensava.
Trascinava i piedi ma senza noia, senza ritrosia. Era solo un'andatura, un modo di procedere.
La donna grande, come dice la parola stessa, sta diventando grande. Sempre di più. Pensa, comincia a impigrire, prova a fare qualche resistenza ai programmi imposti dall'alto. Una sorta di preadolescenza. Ormai, si vede lontano un miglio. Anche standole accanto. E coccolandola, dentro i suoi silenzi.
Oggi, però, la giornata è stata quasi magica. Sarà stato il tempo, tutto sommato clemente e caldino. Sarà stata la passeggiata, organizzata dagli amici del cuore (e per fortuna che nei cuori ci si sta tutti, in tanti...), la campagna colorata come in un Van Gogh.
Perché il Chianti, al di là delle cartoline o proprio per quelle, è davvero qualcosa di unico. Vigne e rossi e gialli e querce e cinte senesi brade al pascolo e tronchi tagliati che stillano resina profumata e borghetti che si vedono sui crinali come sull'onde. Insomma, paesaggio da sogno e passeggiata dolce, su strade bianche.
Qualcosa tipo questo:

venerdì 2 settembre 2011

Altri tempi

Giornata d'altri tempi, oggi. Mentre la profe professava la sua professione altrove, tra collegio dei docenti ed esami di riparazione, il sottoscritto si caricava sulle (metaforiche) spalle ben quattro pargoli (ai due d'ordinanza s'erano aggiunti un paio di amichetti), faceva uno zaino di mera sussistenza (acqua e qualche biscotto - quasi come Pollicino) e partiva lancia in resta, deciso a farli sganzare al fiume. Sì, eravamo in campagna e passeggiare lungo il fiume è una cosa della massima naturalezza, quasi come l'asfalto in città. Non c'è nemmeno stato bisogno di convincerli: è bastato pronunciare la parola 'fiume' ed è partita, immediata, l'ovazione. In due minuti erano tutti pronti a partire: lavati, vestiti, calzati come si deve. La passeggiata è iniziata come la spedizione dei Mille: nel tripudio generale. Urrà, evviva, cappelli per aria. Davvero, mancava solo lo sventolio del tricolore. Inoltre, nella mia infinita magnanimità, avevo promesso una giornata "rules-free": nessun massacramento di maroni, libertà assoluta, niente impedimenti ad un sano divertimento, alcuna censura. Soltanto due semplici raccomandazioni: rispetto del pericolo (traduzione: non voglio cazz.... ehm, cavolate) e immediato ritorno a casa (per cambiarsi con qualcosa di asciutto, of course) in caso di caduta in acqua. Insomma, mi sono sentito un vero pioniere della babbitudine, un genitore di un'epoca scomparsa (la mia e quella dei miei fratelli, visto che siamo, appunto, quattro) con una siffatta carovana di ultraminorenni al seguito. Ci siamo divertiti, abbiamo costruito ponti coi sassi tra le sponde, abbiamo corso e saltellato tra una pietra e l'altra, affrontato lastroni scivolosi, piccole cascate, tele di ragno tra rami bassissimi. E ci siamo bagnati, dio se ci siamo bagnati. Come pesci, come trote; chi i piedi, chi le gambe intere, chi è caduto in acqua di sedere, chi di fianco. Chi è caduto dal ramo di un albero, chi scivolando ha portato con sé il vicino, chi persino fotografava (ah!, la gioventù moderna e ipertecnologicamente digitale...). Neanche un urlo genitoriale, manco la minima raccomandazione. Soltanto: non fatevi male ed andate. Andate dove volete. Alla fine, quando ho deciso che oramai erano ben zuppi, non ho avuto esitazioni. Come un colonnello sadico li ho richiamati tutti, senza possibilità di replica: "via! È l'ora: adesso si torna indietro". Vedeste come si sono incazz.... ehm, incavolati. Erano furenti. Eppure. Eppure sapevano che il nostro patto era stato rispettato ed aveva funzionato alla perfezione. Piano piano la furia si è trasformata in consapevolezza e, poi, in condiscendenza. Dall'alveo del fiume siam risaliti fino al sentiero CAI. Abbiamo ripreso la strada di casa. Li ho sentiti per buona parte del tragitto discutere tra loro se la mia decisione fosse stata giusta o meno. Ma ormai si stava tornando verso casa. La decisione doveva esser stata giudicata equa. Oh come mi sono divertito: il potere (di colonnello che li richiama), davvero, da' alla testa!

mercoledì 24 agosto 2011

Il prete e l'esattore

Arrivare a Pietralba, come quasi ogni scorcio da queste parti, crea un effetto vertiginoso. Te lo trovi lì, un po' all'improvviso, questo austero santuario seicentesco. Talmente austero che sembrerebbe piuttosto un collegio, una scuola decisamente d'altri tempi, al massimo un ospedale. Talmente austero che, se non fosse per campanile e cupola a cipolla, resterebbe assolutamente anonimo. Vuoto.
Sembra di volare, su questa strada d'altopiano che ti guida leggera fino ad parcheggio sterrato che pare inginocchiato davanti al prospetto immacolato della facciata. E il santuario ti guarda, in cima a un vialetto d'accesso che pende quasi come una pianura, al confronto con ben altri sentieri d'attorno. Arrivare alla scalinata è un attimo.

Pietralba è il più importante santuario e polo religioso del Sudtirolo: visto dalla cima del Corno Bianco sembra una fortezza senza fossato, una "vigna del Signore" già espugnata ad una fede che, in questi luoghi, si scorge a qualsiasi angolo di strada o di sentiero: un tabernacolo, un crocifisso non mancano mai. Eppure, quando ti avvicini, c'è qualcosa che non ti torna. Sarà il silenzio di un sonnacchioso pomeriggio d'agosto, sarà che in fondo non sei proprio abituato a questa architettura religiosa così in tono minore ma alla fine la sensazione è piuttosto straniante. Ti chiedi cosa davvero possa nascondersi dietro quei muri che già solo dall'imbotte delle finestre si capiscono spessi e massicci. E freschi.
La prima porticina che ti si para davanti è già una scoperta: alla fine di un breve corridoio, che il sole abbagliante da cui arrivi rende ancor più nero di quanto non sia, quella che sembra una cripta eremitica si rivela invece, quando finalmente le pupille tornano a vedere qualcosa, un cimitero, lo scrigno geloso e umido di cadaveri vecchi di tre secoli. Al turbamento che ti sospinge via opponi ancora un poco di fatica, e di attesa, per salire gli ultimi scalini e raggiungere il piano della chiesa e chissà quanta bellezza ci troverai. Tanta devozione artistica, va detto, non viene ricompensata: l'interno è il solito mediocre tripudio di ori e stucchi, di barocco zuccheroso e ridondante. L'epoca era quella, si sa, ma al gusto di chi la vede oggi - almeno al mio, s'intende! - non lascia alcuna traccia. Il romanico o, meglio ancora, il gotico sono proprio un'altra cosa, un altro sentimento.
Eppure, ecco sì davvero il sorprendente: la chiesa è decisamente piccola, quasi uno spazio ritagliato in un angolo. Un sottoscala, un incidente di percorso nella storia sontuosa di santuari simili. E non parlo di grandi strutture dall'appeal internazionale come Loreto, Assisi, Pietrelcina. Basterebbe semplicemente andare in un qualsiasi angolo remoto di Umbria o Marche, giusto per fare un paio di casi, ed ecco comparire chiese di ben altre dimensioni: a Fonte Avellana, misconosciuto monastero sperso nei monti del nord delle Marche, la chiesa "è" il luogo, il resto contorno.
Pietralba no. Te ne accorgi aprendo la porta laterale (la chiesa è a navata unica), alla tua sinistra. Il vero mondo di questo santuario-azienda si apre qui, non appena superata la stanza degli ex-voto che è un autentico trattato di antropologia culturale (e non aggiungo altro). Basta riconquistare l'aria aperta, stavolta dietro la facciata austera, per scoprire la stanza delle macchine, il vero cuore pulsante di un certo modo di fare Chiesa in questo Paese.
Guardandomi attorno non ho potuto fare a meno di ricordare un film documentario di qualche anno fa sulle decine di chiese, sette e congregazioni che letteralmente infestano gli USA, molte delle quali sono - denunciava quel film - ciniche macchine da soldi basate sul tradimento della (buona) fede e della credulità popolare. Se volessimo dirlo in altri termini, per tornare al di qua dell'oceano, qualcosa che sta a metà tra la Napoli di Gigi D'Alessio e Sanremo, inteso come specchio e anima di quella cultura nazional-popolare che ha fatto l'Italia.
Già sulla soglia esterna della stanza degli ex-voto, con un solo sguardo circolare si scorgono le insegne di (e li enumero in elenco perché li si colga meglio):

- bar
- ristorante
- self service
- hotel
- ufficio informazioni
- museo diocesano
- biblioteca
- centro congressi.

In questo giro d'orizzonte ci sono anche un paio di cabine telefoniche, una specie di grotta artificiale devozionale, un altare posticcio esterno con decine di posti a sedere tutt'attorno ben protetti da un paio di enormi gazebo e, soprattutto, una inquietante enorme riproduzione lignea di un Giovanni Paolo II nell'atto di impartire una benedizione con davanti una specie di terrazzino pieno di gerani rossi.
Ebbene, un oggetto di così malvagio cattivo gusto, confesso, non mi era mai capitato di vederlo. In nessun contesto, mai.

Gli spazi interni del bar potrebbero tranquillamente ospitare una partita di calcio, il self service è una struttura perfettamente attrezzata per servire centinaia di pasti a turno. Non ho visto l'albergo ma non ho motivi per ritenere che potesse essere meno grandioso.
Non mi dilungo sulle macchinette mangiasoldi presenti nel sacro bar (aggiungo solo che le toilette di quest'ultimo occupano la superficie equivalente di un signorile appartamento) mentre il vero parcheggio, quello tenuto ben nascosto sul retro, ha centinaia di posti auto tanto che il parcheggio sterrato sul davanti, di cui dicevo all'inizio, sparisce miseramente o, forse, si rivela un falso segno di umiltà atto ad ingannare il viaggiatore frettoloso.
Insomma, una bella aziendina.
Un'impresa economica a tutti gli effetti che produce lavoro, reddito, profitto.
E tanto, così ad occhio e Croce.
Chissà quanto farebbe di ICI (e di tutte le altre tasse non versate) tutto 'sto ben di Dio?!

mercoledì 10 agosto 2011

Scoperte!

L'uomo piccolo ha scoperto la voluttà delle automobili. Ripete come un mantra marche, modelli, allestimenti, potenze. Di ogni auto che incontra nella sua visuale chiede informazioni. Tanto che la donna grande, sinceramente, non ne può più!
All'ennesima richiesta ossessiva lo ha squadrato in tralice: "senti uomo piccolo, ma che programmi hai per l'anno prossimo"?!
Secondo me sta pensando di mandarlo in vacanza su Marte...
E poi mi piacerebbe tanto chiedere ad un neuroscienziato perché il cervello dei ragazzini riconosce meglio (e preferibilmente) le Porsche da, che so, una normalissima Pandina. Al massimo una Clio.
Invece no: siamo lì immersi tra listini prezzi (eh sì, perché l'uomo piccolo è uno che ha sempre badato al sodo) della Porsche e della BMW, indecisi tra una classe 5 tourer (è così che si dice, vero?) e una di quelle "babbo, com'è che si chiama? Che ha quel nome strano, che la fanno vicino casa della zia R"? - oddio, sta parlando della Lamborghini...
Insomma, non abbiamo pace. Che poi sono io, in realtà, quello che subisce l'onda del suo innamoramento motoristico. Io che distinguo a malapena un parabrezza da un lunotto e che confondo regolarmente il cilindro col pistone (e viceversa).

Ieri pomeriggio, dopo aver smanettato lungamente su internet, è arrivato raggiante:
- babbo, babbo ho trovato una Porsche. Costa 87.000 euro, la compriamo?
- ma, uomo piccolo, è quasi quattro volte quel che costa la macchina che abbiamo.
Ha fatto un po' di calcoli mentali, poi giulivo:
- e vabbene, ma almeno una volta nella vita.

Ecco, ho deciso che passerò le ferie a spiegargli alcune cosette...

domenica 7 agosto 2011

Il bagno all'alba

Chi vive nelle città di mare, e ha meno di sessant'anni, non è mai arrivato in spiaggia in vita sua prima delle undici (mezzogiorno, avendo dei pargoli - tanto per prendere in pieno quello che si potrebbe definire "orario pediatrico"): difficile spiegarne il perché; forse una sorta di tronfio senso del possesso: la spiaggia è lì, sempre lì, tutta l'estate, tutto l'anno, sempre. Non c'è fretta.
Non credo di esagerare, almeno non troppo, è languidamente così. Anche per me, che non abito al mare da ormai più di dieci anni, vale lo stesso modus: quando ci torno, nella mia città di mare, non ho più fretta, non devo correre mai. Non devo scavalcare nessuno.
Eppure esiste un'eccezione, uno di quei riti che nascono quando ci sono forti emozioni da tenere accese: quella di "andare a vedere l'alba sul mare". Per cui, sveglia di buio, colazione velocissima e poi via, di buon passo (e macchina fotografica in spalla - altra cosa che un indigeno farebbe solo con un po' di vergogna...) verso l'arenile. Da lì aspettiamo il sole al varco, l'orizzonte è tutto nostro, non si fa che guardare.
Così, per farla breve, stamattina abbiamo fatto il bagno in mare alle sette.
In un'acqua immota e limpida come una piscina. Una piscina immensa di chilometri, senza un'anima viva se non noi fin dove lo sguardo poteva arrivare. Una piscina privatissima e potenzialmente infinita. Solo gabbiani intorno, persino meno timorosi del solito: il silenzio dell'intimità è cosa che ci rende più simili e vicini, tra tutti.
Abbiamo sguazzato senza freni, nuotato, tuffato, scavato, rotolato.
Persino l'incontro ravvicinatissimo tra la donna grande e una medusa ha causato sì gran dolori e pianti disperati ma è durato poco, solo il tempo di trovare l'ultrasessantenne di cui dicevo all'inizio, sbucato chissà da dove, che senza scomporsi ci ha proposto il rimedio unico e definitivo in questi casi: l'abluzione della parte urticata in abbondante acqua calda. Dopo pochi secondi la donna grande è tornata pimpante quasi (quasi ho detto) come prima. Sì certo, è rimasta il resto del tempo prudentemente a mollo sulla riva ma ha capito che dopo il dolore, per quanto insopportabile possa essere sul momento, si rimane interi.
E chissà che un rito di vacanza come questo non possa insegnare qualcosa. Addirittura senza pedanteria, senza bisogno di lunghe e razionali spiegazioni. È accaduto, si resta interi. La donna grande sembrava convinta. Chissà.
Per ora ci siam goduti il nostro rito marino per il secondo anno consecutivo. E fino al prossimo o, magari, quello dopo ancora.
E ancora, fin quando saremo così divertiti.

giovedì 28 luglio 2011

Tempi (ultra)moderni

Ci sono momenti, passaggi e giorni da ricordare.
Ci sono compleanni speciali, primi giorni di scuola, prove da superare e battesimi del fuoco.
C'è da abbandonare il ciuccio, dire addio all'orsacchiotto (o al "bauetto": ognuno ha i suoi di oggetti transizionali e, soprattutto, li nomina come meglio crede...), mettere l'apparecchio ai denti (e poi portarlo, ogni santo giorno. E ogni notte, pure).
Imparare ad andare in bici, cascare la prima volta coi pattini, arrivare decentemente a nuotare.
Ci sono tempi che non tornano e ci saranno occasioni non ancora colte.
Ma soprattutto.
Soprattutto può capitarvi una sera d'estate, trovare l'uomo piccolo disteso sul letto con le gambe mollemente accavallate. L'auricolare del lettore mp3 in un orecchio, ad ascoltare Litfiba, e un giochino sul cellulare. Con un'espressione serissima stampata in volto.
"Uomo piccolo, ti piace questa musica?".
"Sì, babbo, mi piace tantissimo!".
Tutto ciò contemporaneamente.

Ecco.
Questo vuol dire che abbiamo proprio cambiato epoca.
Ad otto anni non ancora compiuti.

giovedì 7 luglio 2011

Rifugio

Sono nudi i sentimenti, visti su un treno. Si vedono i muscoli, intossicati dall'acido lattico del silenzio. I tendini induriti dalla distanza.
È una famiglia che sale a Bologna e mi si siede attorno: un lui, una lei, una pargola deliziosa.
Lui ha gesti sgarbati nei confronti di lei, le aveva intimato di controllare i posti sui biglietti. Poi, quasi, glieli aveva strappati di mano.
Ora sono seduti ma non si parlano. Lui si attacca al suo iPad e ci scompare dentro. Fino al mio arrivo a Trento, non lo sentirò quasi più parlare (se non al telefono).
Lei compulsa il suo McEwan in lingua originale ma non rinuncia a biasimare "quel maledetto aggeggio" a voce alta, davanti a tutti. Quello che gli sottrae il marito. E lo allontana.
La pargola è il collante: lo sguardo chiarissimo ma triste di un bambino che vede i suoi genitori spesso silenziosi o che comunicano per improperi reciproci.
Forse è solo una giornata di passaggio, forse un viaggio verso le Dolomiti nato storto, forse l'inizio di una cruenta dolorosissima separazione, chissà?
Quel che è certo è che, nelle coppie con figli, momenti così possono capitare: sembra quasi che un pargolo sia un confine, una fatica nel mezzo. E loro che invece fanno di tutto per fare la spola tra mamma e babbo, ricucire la distanza. Provare ad annullare la loro paura più grande. Che una storia d'amore e, con essa, una famiglia, finisca.
Da fuori, guardare dentro uno specchio così profondo devo dire, egoisticamente, che fa bene. Ti fa riflettere, ti fa capire quali sono le priorità, quali le energie da mettere in campo, quali sentimenti coltivare. All'amore, alla vita.
Forse l'iPad può finire in fondo allo zaino, se pesa così tanto.
Forse guardare fuori dal finestrino della vita (o della tua famiglia o di qualunque altra cosa ti stia capitando) è più forte che guardare se stessi spiaccicati su un display ultrabright o come diavolo si chiamano 'sti cosi. Uno di quelli, tra l'altro, sul quale sto scrivendo anch'io questo post.
Accanto a me scorrono le prime cime delle Dolomiti, l'Adige è qui sotto che quasi lo tocco con le dita.
La mia famiglia mi aspetta a pochi chilometri, domani si va in quota. Arriveremo al rifugio Brentei.
Con l'iPad spento, sia chiaro. E sguardi e parole tutti per noi. Guarderemo fuori dal finestrino, senza averci nemmeno il cristallo antisfondamento davanti.
Il cielo ora si è fatto plumbeo. Nuvole pesanti e nere. La situazione, qui davanti, resta la stessa.
E, alla fine, la pargola disegna il muso di un gatto. "Mamma, ti piace?".
Un mezzo sorriso nel buio.
Per fortuna, i bambini esistono.

giovedì 23 giugno 2011

Venti marini

Quali sono gli alisei che attraversano un bambino? I turbini che lo spingono a colpire in aria un mostro immaginario?
Nel ritmico cullare della risacca, l'uomo piccolo è in balia delle correnti: il suo carattere risente di come attorno si muove il "mondo".
Sembra chiuso in gesti suggeriti dagli strumenti di contenzione video-elettronici a cui spesso li abbandoniamo, pargoli dell'ipermodernità, e invece fiuta un qualche profumo che ha sentito solo lui.
Una sensibilità difficile da capire, per noi adulti fuori da quei refoli. Un alito leggero tra mare e anima.

giovedì 2 giugno 2011

Sponde

L'acqua era azzurra per davvero, immobile come una tavola. E scintillava, al sole.
La nostra battuta era sempre la stessa: "sembra che un gigante ci abbia versato l'olio".
Poi s'arrivava in spiaggia, si lasciavano borsone e vestiti all'ombrellone e ci s'incamminava verso la riva.
Lì, sul bagnasciuga, un paio di manate nell'acqua giusto per saggiarne la temperatura. Allora mio padre si voltava e diceva "torno subito", che in dialetto ha un suono un po' più arrotolato e antico. Un tuffo.
Cominciava a nuotare, verso il largo, fino a che non spariva alla vista.
Stava fuori almeno un'ora, qualche volta anche di più. Mia madre si preoccupava, dalla spiaggia, quando passava troppo tempo.
Poi, però, tornava sempre. Perché tutti i padri sono degli Ulisse in minore e tornano a riva. O dovrebbero.

Oggi, di festa, ho ripreso con la piscina. Erano mesi che non ci andavo, la schiena si stava incriccando. Così son ripartito, per disincagliarmi un poco. Acqua e cloro come uno spruzzo di svitol.
E mentre riprendevo con le mie bracciate da principiante assoluto, faticose e pesanti, mi è tornato in mente mio padre che se ne andava al largo, nuotando d'estate, veloce e leggero come un motoscafo.
Per un momento mi sono guardato, da terra, che lo guardavo sparire nello scintillio e ho capito che cercavo la memoria (e quel ruolo di Ulisse in minore ereditario) tra le sponde di una vasca.
Lo scintillio non era lo stesso ma il gesto antico sì.

giovedì 2 settembre 2010

Appendice (post)vacanziera

La luce era radente sull'acqua, a quell'ora. La separazione tra dentro e fuori era nettissima.
La donna grande, dall'alto delle sue prime certezze, e l'uomo piccolo (regolarmente equipaggiato di braccioli - due stagioni di corso di nuoto non sono riuscite a dissipare tutte le difficoltà...) guardavano giù dentro il lago domandandosi se mai ce l'avrebbero fatta.
L'acqua era buia.
Avevano sulle labbra il sorriso stirato dall'incertezza: tutti lo conosciamo, tutti l'abbiamo avuto uguale, almeno una volta a quell'età. Magari un pomeriggio.
Loro guardavano noi, che li guardavamo ancora più incerti, con l'incredulità di quello che stavano per fare. Che dovevano fare. Saltare dentro l'acqua, "tuffarsi", dalla piattaforma dei tuffi, quella vera, alta abbastanza lassù sopra una prima volta.
Era uno scambio di sguardi fortissimo, direbbe il poeta; a ripensarci, soltanto a pochi giorni di distanza, è stato un momento sospeso tra il desiderio di saltare, la paura di farlo, l'incertezza assoluta negli occhi di coloro che dovrebbero rassicurarti.
Non so se quel momento, quell'infinitesimale lunghissimo attimo, sia stato sufficiente a far di loro persone migliori. Non so se se lo ricorderanno per il resto dei loro giorni (magari no, magari se lo sono già dimenticato...) ma il passaggio del dubbio, del senso del limite, della paura in quei loro occhi fiduciosi è un effetto che lascia qualche scia di riflessione. Per giorni.
Non so loro. Io, in quel momento, ho sentito che avevo paura con loro, vivevo il loro dubbio, assaporavo lo stesso senso del limite.
Il lago era immobile, fermo come una pozzanghera. Ho smesso di respirare per un attimo.
Poi, si sono tuffati.

giovedì 19 agosto 2010

Notte al rifugio Vajolet

Dopo l'alba sul mare, quest'estate ci concediamo tutto: una notte in rifugio sulle Dolomiti. Sotto le torri del Vajolet.
Uno spettacolo...

domenica 15 agosto 2010

Nova Levante

E’ una sensazione che provi soltanto una volta l’anno, quella di sovrastare qualcosa pur sentendoti piccolissimo. Non è come stare in un condominio di città dal quale vedi sotto di te la strada asfaltata e, se sei più su di un quarto o quinto piano, hai persino una vaga sensazione di vertigine. Del tutto artificiale.
Sei su un balcone che aggetta parecchio e sotto di te, ma laggiù piuttosto lontana (e sei soltanto ad un secondo piano), a digradare ulteriormente metro dopo metro, si distende la valle di un verde talmente intenso da sembrare sciroppo di menta in un bicchiere: un taglio profondo e stretto tra due file di colli neanche troppo elevati, che corrono di fronte e dietro di te. La sua forma è quella di una “V” (ma con le pareti molto più alte…) e piega così tanto mentre sale verso te che se anche ti sporgi parecchio dalla balaustra in legno del balcone non riesci a vederne l’inizio, laggiù dalla strada di fondovalle. Ti sporgi e la valle piega, e tu ti sporgi ancora così devi accontentarti di vederla scomparire dietro l’angolo dell’enorme cornicione di abete massiccio chiarissimo.
Ma tutto ciò accade semplicemente a Ponente, in una forma che, come abbiamo detto, resta un mistero giacché non si può guardare direttamente la valle ma soltanto intuirla laggiù, oltre il cornicione di massiccio chiarissimo abete.
Volgendo invece lo sguardo, ecco là Levante che ti si schiude (ma è già aperta) davanti agli occhi. Perché tu sei quassù, su questo poggio comodo e sovrastante, e le casine tutte bianche e marroni (metà muratura e metà legno e tetto) sono in fila perfetta, come militari che aspettano l’ispezione. Le vie, lo spazio tra esse, ormai le hai già perfettamente nella memoria: scendendo in una semi-tortuosa strada provinciale ecco che le sparse case cominciano un po’ alla volta ad aggrumarsi e il paese, d’incanto, appare. La prima piazzetta (dopo la sequela di gast-haus, pension e hof), a sinistra, ha un mini-supermercato e la chiesa ma, quello che più conta, un fantastico piccolo negozio di fornaio con i bretzel più buoni che tu abbia mai mangiato in vita tua. Così buoni che, mentre continui a percorrere mentalmente la strada, la tua memoria è occupata quasi per intero dal ricordo sublime di quella bontà e così rischi di perderti qualcosa.
Invece: subito dopo la piazzetta del fornaio, sulla destra c’è una banca. Anche se stavi quasi dimenticando di citare che poco prima, sempre sulla destra, c’erano il municipio e, ancora un po’ più a monte, una scuola e la sua splendida biblioteca (anche pubblica), tutta in assi di legno e vetro.
Continuando a scendere è un po’ come un vortice perché stai dirigendoti verso il centro e lì la corrente comincia a farsi più forte. Nell’ordine: a sinistra un’affittacamere, un’altra banca, il rinomato (ma deludente) ristorante Pardeller, una infilata di finestre di vari uffici e il marciapiede pedonale che ti permette di bypassare un insidioso incrocio col suo “stop”; a destra un negozio di scarpe, un outlet di articoli sportivi aperto non più di due ore al giorno, un salone di bellezza (forse con annessa parrucchieria?) e il bar “Panorama” che da’ direttamente sulla parete della casa di fronte e sul medesimo incrocio insidioso (e peraltro unico del paese) per cui non si capisce proprio a quale panorama voglia far riferimento quel nome. Improbabile.
Se avanzi ancora con la memoria (perché tu sei su questo poggio sovrastante) ecco che ti viene incontro il downtown: una pizzeria-ristorante non affatto rinomata e quindi molto meno deludente di Pardeller, una macelleria che esiste (dice la scritta sul muro) dal ‘700, un emporione travestito da negozio di artigianato locale che vende qualunque cosa (cartoline, maglioni, cucchiaini di peltro, carte dei sentieri, aberranti oggetti in legno da appendersi in casa, calzettoni, apribottiglie, candele) e nulla che sia neanche lontanamente stato fatto da mani artigiane, l’ufficio dell’APT, un altro negozio di fornaio (i bretzel non sono così buoni come quelli del fornaio più sopra), un supermarket con prezzi da gioielleria. In fondo in fondo, semi-nascosta dietro alcuni posti macchina perennemente occupati, c’è persino una lavanderia: qui finisce il paese. Oltre, esiste solo una strada che porta ai passi (Costalunga, Nigra) e al lago di Carezza.
Infine, volendo, puoi alzare lo sguardo sopra i tetti e dietro i colli neanche troppo elevati (quelli coperti per intero da abeti e larici di un verde impossibile) ed ecco qui di fronte il Latemar calcareo e laggiù in fondo, a chiudere la vista verso est, il Catinaccio color delle rose al tramonto. Pezzi di roccia che non puoi comprare, che resterebbero lì al loro posto anche se non ci fosse nessuno a guardarli a bocca aperta, che fanno di te il minuscolo spettatore di una bellezza senza motivo. Perché così sono questi monti: straordinariamente belli e affascinanti, pieni di scorci e leggende nascoste in ogni angolo, anfiteatro naturale per il tuo piacere, il pieno dei tuoi occhi. E l’anima del turista, come per l'ennesima magia, scompare.

venerdì 13 agosto 2010

Acchiappanuvole


In un giorno così sofisticato, pieno di riverberi biancastri appallottolati insieme all'umido che vien su da valle, c'è un'unica soluzione possibile: imbattersi in un acchiappanuvole professionista, uno che abbia l'arnese giusto per catturare la tua attenzione, svaporata assieme al meteo.
Così mi immagino una Bolzano di inizio-ma-non-troppo Novecento (diciamo subito dopo la Grande Guerra), anni di Déco, Bauhaus, primo razionalismo, nella quale qualche carrozza percorre le vie porticate o approda in Piazza Walther per la funzione serale.
In questo via-vai, un loden scuro si aggira silenzioso ai lati del selciato, un cappotto di lana impermeabile che contiene il nostro acchiappanuvole: Karl Felix Wolff. Quarantenne un po' sghimbescio e tanto miope, Wolff è colui che, con lavoro da instancabile passeggiatore, ricostruisce le antiche leggende dolomitiche estraendole, come metallo da miniera, dai ricordi appannati di pastori, preti, vecchiette, contadini. Questo tizio, abbastanza cerimonioso ed intelligente da vincere le ritrosie di così tanti montanari di ogni valle, succhia parole e personaggi anche a brandelli, una strofa qua, un frammento là, e li ricuce uno ad uno con grande precisione e rispetto: butterà via infatti tutto quello che non trova congruente. Le parti che non si legano a nessun'altra finiranno nella spazzatura della memoria. Così facendo, il suo lavoro si rivela prezioso ed esattissimo; egli salva solo ciò che i riscontri di tante voci gli danno per certo: il re Laurino, la principessa della Luna in onore della quale viene tessuta un'immensa coltre argentea per coprire i monti e renderli "pallidi", la sirenetta Ondina, le rose che tingono del loro colore il Catinaccio (Rosengarten, appunto, in tedesco) al tramonto, sono tutti parte dell'antico retaggio orale di questi luoghi.
Splendide storie, magiche presenze che aleggiano nell'aria in giorni in cui persino le nuvole sembrano divertirsi a danzare davanti agli occhi del turista rapito. La magia dei monti pallidi passa anche dai suoi racconti...

giovedì 12 agosto 2010

Artigiani della convivenza

Te le vedi venire incontro da lontano, su quei terrazzamenti che quasi ti si offrono, nel sole o nella pioggia poco cambia perché sono nettissimi comunque, i colori. Sembrano proprio una nebbia che sale diretta dalla terra, una foschia fatata che sfrangia la luce e ti colpiscono sempre, te turista distratto da altri punti focali, perché in realtà sono dappertutto e non volerle guardare sarebbe uno sforzo.
E’ delle reti di protezione dei meleti che sto parlando, di quelle sottili ali che coprono gli alberi per salvaguardare le preziose golden dai danni (estetici, perlopiù) delle copiose grandinate estive. Se le prime volte che mi è capitato di vederle mi hanno lasciato senza parole, oggi che ormai le conosco ho capito lo spirito che le sottende.
Questo mi piace, oltre tutto il resto, di questa terra e della sua gente: la capacità tutta artigianale e di un profondo ingegno (mi vien da riassumere in una sola parola, operosità) di far fronte alla natura quando è avversa. La grandine potrebbe rovinare le nostre splendide mele? Ebbene, non è inevitabile la grandine, non è un’imprevedibile fenomeno atmosferico, no. Noi riusciremo a venirne a capo, troveremo il modo di domarla e renderla inoffensiva. Questo pensano gli imprenditori agricoli di queste parti e questo fanno. La distanza tra idea e realizzazione si abbrevia molto, quassù, fino a toccarsi e sconfinare una dentro l’altra: qui il fenomeno atmosferico non è una punizione divina da scongiurare ma ci si organizza per limitarne la portata, i danni. La secolare abitudine di convivere con gli elementi: la montagna e la sua potenza immane, la campagna da far fruttare al meglio. Organizzarsi per rendere possibile la convivenza stessa.
E se è cosa normale trovare un impianto di depurazione sul ciglio di una importante e trafficatissima strada, quindi sotto gli occhi di tutti (“non abbiamo niente da nascondere” è chiaramente il sottotesto), è altrettanto banale che si sia affrontato un argomento così impervio come la neutralizzazione della grandine e lo si sia risolto. Perdonatemi l’ingenuità letteraria, ma io li vedo quegli uomini seduti attorno a un tavolo discutere sul “cosa fare” per salvaguardare le mele e “su come farlo”. Li vedo, con un foglio di carta di fronte e una matita in mano, tirare giù schizzi di progetti possibili. Una sorta di leonardismo del quotidiano: non sarà il proto-elicottero del genio di Vinci ma pensare di coprire ettari ed ettari di frutteto con altrettanti ettari di protezioni retate a maglie strettissime ha un che di titanico e di casalingo allo stesso tempo. Profuma di impresa e di strudel, di ingegno.
Conosco la gente di qui come persone di un’onestà, umana ed intellettuale, fuori dal comune, con un senso di civismo e di comunità che fa davvero impressione. Il senso della condivisione è fortissimo e sembra che non ci sia nulla di più importante dell’efficienza della loro vita quotidiana: se tutti fanno il loro dovere al meglio (esempio banale: se tutti pagano le tasse che devono), avremo un’esistenza più agevole di quella che potremmo garantirci individualmente.
Certo, molte sono le contraddizioni, le spinte contrapposte, i rovesci della medaglia. Ad un forte senso di comunità corrisponde una certa chiusura, una difficoltà ad aprirsi; il conservatorismo totale (e politico) è spesso il risultato finale della grande attenzione e gelosia verso le proprie tradizioni, gli usi e costumi, fin quasi a rasentare la paura per ciò che è diverso e non puro: negli anni ’30 e ’40 era facile vedere per queste valli, durante i cortei che salivano agli alpeggi, comparire tra le mani dei malgari stendardi con l’infame croce uncinata dei nazisti oppure, ancora oggi, se interrogati su un fantascientifico conflitto armato tra Sudtirolo e resto d’Italia, ti rispondono senza alcuna esitazione che saprebbero “da che parte voltare il fucile”.
Contraddizioni profonde che hanno radici contorte e storicamente fondate (da ultimo, lo Stato italiano visto come usurpatore dell’appartenenza tedesca o, quantomeno, austriaca) che fanno ancora di queste terre non soltanto il luna park del turismo consapevole e di (altissima) qualità ma anche il curioso e affascinante ritratto di una società civilissima e, sinceramente, per moltissimi aspetti, invidiabile.

martedì 10 agosto 2010

Al rifugio

La salita è un accumulo di passi, un leva-e-metti continuo delle tue suole in vibram. Metro dopo metro ti avvicini a quella meta decisa a colazione tra fette biscottate con marmellata di more e il latte giallo di grasso perché appena munto. E la meta, vista l’ora (il calcolo, quando anche del tutto casuale, torna sempre sul tempo del pranzo), non può essere che un rifugio: uno di quei tavoloni dove la tua passeggiata, lo sforzo immane per cui ti sei trascinato fin qui, si acquieta dentro un piatto di canederli in brodo, di polenta coi finferli, di yogurt bianco coi frutti di bosco. Questo ti basta: che tutto ci sia. La tua sicurezza è quello scambio certo: cibo e magari anche un caffè, alla fine.
La meta agognata ha però un dietro le quinte: basta entrarci, dentro un rifugio, mentre la torma prende d’assalto ogni tavolo, ogni centimetro delle panche di legno per capire cosa ci sia dietro la tua presenza in quel luogo. Vederla, la cucina di un rifugio alpino, è a mio avviso quanto di più vicino ad un alveare in piena attività: li vedi schizzare in ogni dove gli addetti al tuo cibo anzi, piuttosto, li senti perché è tutto un rincorrersi di “attenzione – achtung – permesso” mentre li vedi che ti evitano slalomando come d’inverno tra i paletti. Persino quel minimo di organizzazione rappresentata da una cassa computerizzata (che qualche addetto guarda ancora con malcelata diffidenza…) o dal modo cronologico di disporre le ordinazioni per rispettare il turno di ogni avventore vanno presto in crisi, basta chiedere un caffè al banco e tutto crolla.
Non sono pensati per migliaia di visitatori al giorno, questi luoghi. Non per nulla chi se lo inventò il rapporto uomo-montagna lo vedeva come una lotta (la lotta con l’alpe), un corpo a corpo che è, per antonomasia, individuale. Troppo rumore, persino gli elicotteri si intromettono su un sentiero che appare deserto.
Per questo, secondo me, è così difficile strappare un sorriso sincero, da queste parti. Spesso una certa qual gentilezza di modi fa parte del contratto turistico ma capisci quanta diffidenza (e quanta fatica) ci sia dietro. E non è, badate bene, soltanto una questione di denaro, di gentilezza in cambio di turismo. No, è qualcosa di più profondo, di più significativo.
Intanto, e lo so personalmente, è davvero pesante lavorare e far fatica dove gli altri si divertono. Al sorriso disteso del turista spensierato è difficile contrapporre altrettanto quando sudi e sbuffi per accontentarlo, per fargli godere quella spensieratezza. A volte, invece, quella spensieratezza si accompagna a cafonaggine e pretenziosità e allora è ancora più difficile.
Questa terra è troppo forte per poter essere trasparente nella vita di chi ci è nato. O se ne vanno oppure, se restano, stringono un rapporto intensissimo, e anche un po’ esclusivo, coi loro luoghi. Contemporaneamente sanno che il loro benessere deriva da queste frotte di cittadini culo-pesanti che, col fiato grosso alla prima curva, non potranno mai essere dei veri montanari. Restiamo estranei.

lunedì 9 agosto 2010

Condanne dolomitiche

Cambia continuamente il cielo di questa giornata.
Certo che c’è il sole ma il contorno bianco di nuvole e nuvole si sposta e si sfilaccia a seconda di come il vento le sospinga.
Siamo sotto la Roda di Vael (o più precisamente sotto la Torre Finestra, ché la Roda di Vael è un po’ più dietro, più bassa; da qui non si vede) ma sembra di essere in pieno centro, a Firenze: un ragazzo veneziano, appena approdato sul pianoro del rifugio omonimo, butta un’occhiata attorno e poi sconsolatamente gli cadono le braccia, “xè come piazza San Marco”. Ecco, appunto. Con la differenza che almeno non c’è la basilica...
In effetti è abbastanza un bordello: persone di tutte le età che si muovono in ogni direzione, chi sale, chi scende, chi sta a naso all’insù. Decine e centinaia di persone, perché se il mattino comincia con una seggiovia sotto il sedere (che ti fa saltare 500 metri di dislivello), va da sé quanto popolo possa esserci su per quei sentieri.
E, tra una nuvola e l'altra, ecco che spunta allo sguardo persino la Sforcella.
E’ un po’ questa la condanna perenne di questi luoghi, tra Catinaccio e Latemar, tra le cose migliori che le Dolomiti offrano: l’equilibrio impossibile tra bellezza, rispetto ed economia. Se così tanti turisti riempiono queste valli in ogni poro (pronti a riversarsi su decine di sentieri come un battaglione di solerti impiegati) forse potrebbe anche essere il segno di una consapevolezza maggiore, di un’esigenza di svago differente, di uno stile alternativo al turismo plastificato.
Ma è davvero così? O magari lo era un tempo ed oggi non più? O forse il meccanismo è identico anche dove appare differente?
Farsi una foto in un angolo caratteristico è come stare in coda al supermarket, qualcuno che grida frasi inutili dentro un cellulare c’è sempre.
E poi il benessere. C’è tanta gente agghindata con vestiti, materiali ed attrezzature a basso costo ma ce ne sono anche tanti che sfoggiano quanto di meglio la manifattura tessile asiatica sia oggi in grado di produrre per i mercati ricchi del mondo. Tessuti in fibre che dieci anni fa (ma che dico dieci? Forse anche solo cinque) non erano state ancora pensate e, mentre segui il passo di coloro che ti camminano davanti, noti le rifiniture perfette di quel cappuccio o la fantasia chiaramente ricercatissima di quella stoffa che serve solo per foderare un capo che puzza di firma anche da qui.
Insomma mi chiedo cosa c’entri il benessere con la fatica di arrampicarsi su per quei pendii, già che la fatica cerchiamo di rifuggirla in ogni modo nella nostra vita quotidiana, quella fatta di benessere, fitness, relax, health club.
Cosa ci viene in mente di gettare al vento il nostro ben bilanciato ritmo di vita bianco-occidentale-europeo, per gettarci a capofitto su (o giù) per quei viottoli dove la polvere ti mangia, dove il sudore cola giù senza chiederti permesso, dove inciampi ad ogni radice (ah già, la riconosci solo ora che è una radice… eh, non sei proprio abituato a vederne, in città)?!
In queste giornate così convulse, dove anche in quota si sta fitti come su un autobus dell’ora di punta, dov’è finita la misticheggiante retorica dei veri appassionati, quella iscritta, come su pietra, sulle riviste del settore che maledicono queste torme di maleducati e rumorosi invasori?
Anche questa passione, un tempo asperrima e selvatica (chissà perché mi torna in mente sempre e soltanto un nome, Tita Piaz…), si è oggi stemperata nel denaro che i turisti scambiano per un po’ di illusioni. Certo la bellezza dei luoghi resta, è immutabile, nessuna torma te la può portare via: basta alzare gli occhi e riempirseli coi rossi del tramonto (se le nuvole non sono troppo basse…). Ma pace e tranquillità non ci sono più, scomparse. Tradite dai negozietti che ormai vendono di tutto, dal gadget falso-etnico (e magari made in Cina esso stesso) alla carta dei sentieri, dal vino al kitsch purissimo. Tradite da quello stesso via vai che per molte famiglie vuol dire una parte importante (molto importante) di reddito annuo.
Una cosa sola, forse, può spiegare tanto accanirsi di così tante persone che, imperterrite, anno dopo anno, continuano a tornare in questi luoghi: il miraggio di un sentiero che scende verso valle nel pomeriggio. Un sentiero deserto dove nessun altro passo riecheggia. Allora ecco che torna il silenzio, solo il tuo passo batte sulla terra e la mente è libera, finalmente, di fare le proprie evoluzioni. Il vuoto, il silenzio: quello che cercavi.
Poi, mentre scendi verso valle immerso nei tuoi pensieri, sono i rumori di automobili costruite in Germania, caricate nel porto di Rotterdam e sdoganate in quello di Livorno che ti riportano alla realtà.

sabato 24 luglio 2010

Una cosa delirante che faremo ancora (6)

Stamattina abbiamo fatto una cosa ignobile, quasi turpe. Una di quelle che il turista intruppato non dovrebbe nemmeno permettersi di immaginare.
Stamattina ci siamo alzati alle 5.00 e siamo andati a vedere l'alba sul mare. Poche nuvole basse sulla linea dell'orizzonte non ci hanno impedito di godere lo spettacolo della natura che si risveglia: la bassissima marea (due dita d'acqua su un isolotto di sabbia), la sabbia fresca e pettinata dalla brezza notturna, i gabbiani signori assoluti del bagnasciuga e del cielo. Tutto ciò senza pagare alcun biglietto, senza tavole sinottiche, senza gabbie o teche dentro le quali sbirciare.
Il sole che sorge.
I pargoli erano fuori di sé dall'eccitazione e raggianti di poter correre, sguazzare o saltellare in tutta libertà. Questo sentimento a loro piace tanto, ma piacerebbe da morire anche a noi adulti poterlo vivere identico ogni tanto.
Così, approfittando di una spiaggia quasi deserta, ci siamo avviati per una lunga passeggiata sulla riva. Vista da lì, la città balneare offre di sé una prospettiva inedita e decisamente interessante. Erano davvero tanti anni che non la guardavo da lì.
La pletora di alberghi, uno dietro l'altro come un esercito impettito, dispiega tutta la forza, simbolica e non, dell'industria lumpen-turistica locale. Gli imprenditori della prima fila sul mare, quelli che in anni senza vincoli hanno saputo immaginare un futuro di economia e sviluppo in un territorio fatto solo di sabbia e zanzare. Veri e propri pionieri, persino vagamente visionari: sono stati i primi ad arrivare e, come in un famoso brano del Mistero Buffo di Dario Fo (ciò a cui mi riferisco è l'ultimo minuto circa di questo video), hanno transennano, chiuso, segnato confini, "questo è mio, la sabbia è mia, il mare è mio". Ho il contratto firmato da Dio.
Lì sopra hanno costruito le loro fortune personali confondendole con quelle di un'intera comunità che all'epoca era ancora davvero un villaggio di pescatori e poco altro.
Il primo albergo costruito in zona "marina" è ancora lì, ben visibile dalla riva, e tutto sommato sempre consono nel suo stile sobrio, con quelle linee regolari. Il resto è un'infilata di fabbricati geometrili. Mattoni e alluminio, cemento e verde: più che un esercito, un'armata brancaleone della ricchezza rincorsa (e raggiunta, in alcuni casi). Se si volesse rendere visibile la parola deregulation basterebbe imbracciare una videocamera e fare una carrellata sui casermoni tutti uguali eppur completamente diversi uno dall'altro, in un'accozzaglia di stili (si fa per dire...) che rendono unico l'obbrobrio visuale della città balneare cresciuta senza senso e senza criterio che non fosse quello di una imprenditoria selvatica. L'unica linea seguita è stata quella dritta e sabbiosa della costa.
Così, lo splendido lungomare pieno di palme citato in qualsiasi guida o depliant o articolo di giornale, in Italia e all'estero, fa da contraltare alla tristezza dell'edilizia del boom. E anche di quella contemporanea che ha saputo realizzare quanto di più brutto: in lontananza si staglia un terribile fabbricato (non sono riuscito a capire cosa fosse) che ha lo stile di un laido espositore di patatine da autogrill. Solo, in formato palazzone: nel caso si trovasse a passare di qui King Kong.
Per altri versi, quello sviluppo ha avuto un suo senso di democraticità: tutti hanno avuto un pezzetto di reddito, basta guardare la spiaggia. Democristianamente, l'arenile è stato diviso in centinaia di spicchi e fettine, per accontentare quante più famiglie possibili e dare loro un accesso alla nuova industria che nasceva. Adesso, basta guardare il colore degli ombrelloni (a ogni colore, un diverso gestore) per capire che in un solo chalet, gestito da Tizio, è possibile che la spiaggia sia invece gestita da Caio o Sempronio, in un delirio di divisioni e confini. Fino a qui, è roba mia e pagate a me; di là c'è un altro a cui chiedere.
La città balneare, si sarà capito?, è quella dove sono nato e che adesso rivedo una o due volte l'anno. Certi cambiamenti quindi me li trovo davanti un po' all'improvviso e mi colpiscono. Non come chi ci abita e la vive giorno dopo giorno e a quei cambiamenti si assuefa lentamente e magari li digerisce pure. E li capisce, se anche non dovesse amarli.
A noi, ormai un po' turisti un po' cittadini per affetto, restano comunque cartoline personali. Un'alba sul mare, per esempio. O una nuotata nell'acqua limpida. Basta non guardare troppo. E non farsi tante domande...
(fine)

Ah, dimenticavo: l'albergo pionieristico fu chiamato, profeticamente (e si chiama ancora), Hotel Progresso.

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