Era un po' teso, l'omino dalla zazzera blu.
La prof di matematica il suo timore.
Cuffie alle orecchie e cappuccio sugli occhi, da abbassare con calcolato coup de théâtre al momento opportuno.
L'ho rassicurato. Sarebbe stato un successone.
E adesso chissà, ormai è in classe. Sentiremo l'accaduto oggi, a pranzo.
Perché ieri pomeriggio, con un entusiasmo che aveva riepito casa di quella elettricità gioiosa che solo gli adolescenti felici, l'uomo piccolo si è fatto tingere i capelli da sua sorella.
Blu.
(I capelli, non la sorella).
E' stato un crescendo (e ROSSIniano stavolta NON è la parola migliore...): giornali per terra, preparazione boccette, decolorazione, attesa, sacchetti di plastica e fogli d'alluminio, attesa, spennellate da impressionisti, colorazione, attesa. Soprattutto attese, attese ed occhiate all'orologio: "i tempi, babbo, i tempi sono fondamentali".
E anche le differenze lo sono. Compiere un gesto che può lasciar interdetto qualcuno. Poter scegliere, e non soltanto di fronte alle perplessità di un'insegnante sicuramente "tradizionalista" ma anche a quel certo conformismo di un genitore (indovinate chi?...) che scelte del genere non ha avuto mai il coraggio nemmeno di pensarle.
E allora si impara, tutti insieme: a temere la reazione degli altri, a sostenere la scelta fatta, a rassicurare/rsi che così va benissimo.
Perché essere è essere e anche, tanto o poco, diventare. Cambiando persino il colore dei capelli.
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martedì 28 marzo 2017
Zazzera blu
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mercoledì 25 settembre 2013
Radio Mamma?!
La mattina davanti alla scuola. Momento rilassante, prima di cominciare la giornata. Si conversa, andiamo a prenderci un caffè insieme ai genitori coi quali, nel corso degli anni, siamo diventati amici.
Si conversa, soprattutto.
E c'è sempre una curiosità da svelare, un consiglio da chiedere, qualche dubbio da condividere, magari sul futuro scolastico: le medie. Le voci più autorevoli da raccogliere sono naturalmente quelle di chi, alle suddette medie, ci insegna.
- No, qui non ci andate, gli insegnanti non sono più quelli di una volta.
- Mah, quella scuola è molto buona, ha delle ottime sezioni musicali.
- Per carità! Mai lì, li ammazzano di compiti.
- No, non quella, è una scuola per lavativi.
- Non so cosa dirvi, perché non chiedete a chi ha già figli alle medie? Radio-mamma funziona sempre.
Ecco, sono anni che vivo (e vivrò ancora per lungo tempo) l'ambiente scolastico dei miei figli e c'è questa costante immutabile che ho sentito ripetere tante, troppe volte: radio-mamma. Le insegnanti soprattutto, donne fra le donne?, hanno spesso in bocca questa espressione: radio-mamma funziona sempre...
Come se le donne, e solo loro?, siano depositarie del verbo scolastico dei figli.
Come se fosse una sorta di chiacchiericcio da tribù, il tam tam del pettegolezzo (perché, niente da fare, questa espressione si porta dietro un vago senso dispregiativo: il volgo da marciapiede, al massimo da tavolino del bar; comunque un amplificare la vox populi come "il" verbo).
Come se quello che è andato bene per decenni (secoli?) fosse sempre e comunque valido, al di là dei tempi, dei metodi, dei modelli, delle persone che cambiano.
Come se i padri "cosa vuoi che ne capiscano loro"?
Come se non ci fosse speranza che, appunto, anche i padri, po'rini, comincino a guardarsi un po' attorno ed occuparsi del mondo che li riguarda, insieme ai loro figli. E qualcuno avrà pure cominciato a farlo, no?
Come se, in quella espressione, ci fosse il limite stesso, il confine, la gabbia di qualcosa che non deve cambiare mai.
Radio-mamma forever?
Abbasso radio-mamma!
Si conversa, soprattutto.
E c'è sempre una curiosità da svelare, un consiglio da chiedere, qualche dubbio da condividere, magari sul futuro scolastico: le medie. Le voci più autorevoli da raccogliere sono naturalmente quelle di chi, alle suddette medie, ci insegna.
- No, qui non ci andate, gli insegnanti non sono più quelli di una volta.
- Mah, quella scuola è molto buona, ha delle ottime sezioni musicali.
- Per carità! Mai lì, li ammazzano di compiti.
- No, non quella, è una scuola per lavativi.
- Non so cosa dirvi, perché non chiedete a chi ha già figli alle medie? Radio-mamma funziona sempre.
Ecco, sono anni che vivo (e vivrò ancora per lungo tempo) l'ambiente scolastico dei miei figli e c'è questa costante immutabile che ho sentito ripetere tante, troppe volte: radio-mamma. Le insegnanti soprattutto, donne fra le donne?, hanno spesso in bocca questa espressione: radio-mamma funziona sempre...
Come se le donne, e solo loro?, siano depositarie del verbo scolastico dei figli.
Come se fosse una sorta di chiacchiericcio da tribù, il tam tam del pettegolezzo (perché, niente da fare, questa espressione si porta dietro un vago senso dispregiativo: il volgo da marciapiede, al massimo da tavolino del bar; comunque un amplificare la vox populi come "il" verbo).
Come se quello che è andato bene per decenni (secoli?) fosse sempre e comunque valido, al di là dei tempi, dei metodi, dei modelli, delle persone che cambiano.
Come se i padri "cosa vuoi che ne capiscano loro"?
Come se non ci fosse speranza che, appunto, anche i padri, po'rini, comincino a guardarsi un po' attorno ed occuparsi del mondo che li riguarda, insieme ai loro figli. E qualcuno avrà pure cominciato a farlo, no?
Come se, in quella espressione, ci fosse il limite stesso, il confine, la gabbia di qualcosa che non deve cambiare mai.
Radio-mamma forever?
Abbasso radio-mamma!
lunedì 22 aprile 2013
Un negozio di giocattoli
- Eh, domani è festa. Mentre tutti dormono sai noi che facciamo? Ce ne andiamo a giocare, nei boschi.
- Ma babboooh. Non mi porterai mica ancora a cercare funghi?! All'alba, in quella nebbia?
- Macché funghi. Fidati. Ho già chiamato pinco e pallino e tizio e caio. Portano anche i loro.... scusa ma come si dice? Loro o suoi?
- Loro, babbo, si dice loro.
- Ecco, appunto, lo sapevo. I loro figli, così non sei da solo. Ti diverti. Anche tu.
- E che facciamo babbo? Nel bosco. E non ci alzeremo mica all'alba?
- Eh, un po' bisogna alzarsi. Presto, voglio dire. Però ci divertiamo, fidati.
- E come?
- Dai, giochiamo ai uorgheimz!
- Che cosa? Ma non puoi dirlo in italiano che io a scuola faccio francese?!
- Uffa, quanto sei pissero. Giochiamo alla guerra, dai, la simulazione. Hai capito, con le tute, le mimetiche, i fucili i mitra le pistole. Bombe a mano no, che ci sporchiamo troppo. Poi la mamma rompe.
- La guerra!!! La guerra, babbo?! Ganzo. E cosa ci portiamo, quelle quattro pistolette dell'altra volta?
- Macché pistolette. Vedrai che sorpresa, vedrai che cosa ho comprato stavolta.
- Dai dai dai, voglio vedere. Fammi vedere cos'hai comprato.
- Guarda qua. Questo sì che spara.
- E che cos'è?!
- Aaah, è un gioiello. Un mitragliatore leggero, si chiama MG36. Lo fanno i tedeschi, lo fanno. Roba buona.
- Sei sicuro, ba'?!
- Oh ciccio, questo è una signora replica, funziona ad aria compressa. Pensa ci vanno dentro le stesse bombolette di gas che usavo per gonfiare i copertoncini forati, quando andavo in bici. E poi lo fanno i tedeschi, Heckler & Koch si chiama la ditta. Mitragliatore leggero, canna rinforzata per sostenere volumi di fuoco elevati ed un caricatore, pensa, un caricatore C-Drum da 100 colpi. Quello vero, naturalmente. Noi qui abbiamo dei gommini colorati ma pensa quanti alberi possiamo impallinare mentre aspettiamo di colpire un nemico. Una figata, credimi.
- E si può sparare a ripetizione, come una mitraglia?
- Giuro, mitragliatrice leggera ma valida, anche cento colpi in sequenza.
- Sei sicuro sicuro?
- Mah, insomma. Boh. Però, dai, lo proviamo. Vedrai che ci divertiamo. Hai tirato fuori la mimetica che la riguardiamo se c'è qualche guasto e lo facciamo sistemare alla mamma? Dai. E l'elmetto? Non te lo dimenticare l'elmetto, eh.
- Ok, vai che mi preparo per domani. .... Senti, scusa. Ma dove l'hai comprato, il mitragliatore?!
- Ah, facile. In quel negozio di giocattoli. Dove comprammo le mimetiche. E il resto.
- Ah, ecco, per fortuna.
- Ma babboooh. Non mi porterai mica ancora a cercare funghi?! All'alba, in quella nebbia?
- Macché funghi. Fidati. Ho già chiamato pinco e pallino e tizio e caio. Portano anche i loro.... scusa ma come si dice? Loro o suoi?
- Loro, babbo, si dice loro.
- Ecco, appunto, lo sapevo. I loro figli, così non sei da solo. Ti diverti. Anche tu.
- E che facciamo babbo? Nel bosco. E non ci alzeremo mica all'alba?
- Eh, un po' bisogna alzarsi. Presto, voglio dire. Però ci divertiamo, fidati.
- E come?
- Dai, giochiamo ai uorgheimz!
- Che cosa? Ma non puoi dirlo in italiano che io a scuola faccio francese?!
- Uffa, quanto sei pissero. Giochiamo alla guerra, dai, la simulazione. Hai capito, con le tute, le mimetiche, i fucili i mitra le pistole. Bombe a mano no, che ci sporchiamo troppo. Poi la mamma rompe.
- La guerra!!! La guerra, babbo?! Ganzo. E cosa ci portiamo, quelle quattro pistolette dell'altra volta?
- Macché pistolette. Vedrai che sorpresa, vedrai che cosa ho comprato stavolta.
- Dai dai dai, voglio vedere. Fammi vedere cos'hai comprato.
- Guarda qua. Questo sì che spara.
- E che cos'è?!
- Aaah, è un gioiello. Un mitragliatore leggero, si chiama MG36. Lo fanno i tedeschi, lo fanno. Roba buona.
- Sei sicuro, ba'?!
- Oh ciccio, questo è una signora replica, funziona ad aria compressa. Pensa ci vanno dentro le stesse bombolette di gas che usavo per gonfiare i copertoncini forati, quando andavo in bici. E poi lo fanno i tedeschi, Heckler & Koch si chiama la ditta. Mitragliatore leggero, canna rinforzata per sostenere volumi di fuoco elevati ed un caricatore, pensa, un caricatore C-Drum da 100 colpi. Quello vero, naturalmente. Noi qui abbiamo dei gommini colorati ma pensa quanti alberi possiamo impallinare mentre aspettiamo di colpire un nemico. Una figata, credimi.
- E si può sparare a ripetizione, come una mitraglia?
- Giuro, mitragliatrice leggera ma valida, anche cento colpi in sequenza.
- Sei sicuro sicuro?
- Mah, insomma. Boh. Però, dai, lo proviamo. Vedrai che ci divertiamo. Hai tirato fuori la mimetica che la riguardiamo se c'è qualche guasto e lo facciamo sistemare alla mamma? Dai. E l'elmetto? Non te lo dimenticare l'elmetto, eh.
- Ok, vai che mi preparo per domani. .... Senti, scusa. Ma dove l'hai comprato, il mitragliatore?!
- Ah, facile. In quel negozio di giocattoli. Dove comprammo le mimetiche. E il resto.
- Ah, ecco, per fortuna.
lunedì 15 aprile 2013
Genitori digitali (3)
Questa settimana, su "Internazionale", è la festa dei genitori.
sabato 13 aprile 2013
Graaande!
Ai giardini, tra mamme, a proposito della bambina di una delle due.
- Nooo, hai sentito?! Ha fatto un rutto!!!
- Che graaande!!!
Ah, che sabato.
- Nooo, hai sentito?! Ha fatto un rutto!!!
- Che graaande!!!
Ah, che sabato.
giovedì 24 gennaio 2013
Rapporti
Un rapporto (disciplinare) è un rapporto è un rapporto.
Eppure arriva sempre un momento in cui una mamma (curiosamente sono quasi sempre le mamme che si occupano di questi aspetti) si indigna.
E contesta.
Ché l'insegnante è alle prime armi ed inesperta.
Ché è ingiusto punire tutta la classe se a far confusione sono solo tre o quattro (mediamente sempre qualcun 'altro').
Ché bisogna dirlo (fare delazione) agli altri insegnanti e vedere cosa ne pensano loro.
Ché altrimenti i ragazzini non capiscono più come si devono comportare e se vale davvero la pena comportarsi bene se poi puniscono tutti indiscriminatamente con un rapporto disciplinare.
C'è sempre un perché anche quando forse un perché non ci sarebbe.
Ma ci sarebbe la scuola con le sue regole. I suoi errori, se di errori si tratta. I tentativi di crescere, insieme ai ragazzini. Di essere un corpo vivo.
E noi genitori, talvolta, sprechiamo occasioni per tacere.
Un rapporto (disciplinare) è un rapporto è un rapporto.
Eppure arriva sempre un momento in cui una mamma (curiosamente sono quasi sempre le mamme che si occupano di questi aspetti) si indigna.
E contesta.
Ché l'insegnante è alle prime armi ed inesperta.
Ché è ingiusto punire tutta la classe se a far confusione sono solo tre o quattro (mediamente sempre qualcun 'altro').
Ché bisogna dirlo (fare delazione) agli altri insegnanti e vedere cosa ne pensano loro.
Ché altrimenti i ragazzini non capiscono più come si devono comportare e se vale davvero la pena comportarsi bene se poi puniscono tutti indiscriminatamente con un rapporto disciplinare.
C'è sempre un perché anche quando forse un perché non ci sarebbe.
Ma ci sarebbe la scuola con le sue regole. I suoi errori, se di errori si tratta. I tentativi di crescere, insieme ai ragazzini. Di essere un corpo vivo.
E noi genitori, talvolta, sprechiamo occasioni per tacere.
Un rapporto (disciplinare) è un rapporto è un rapporto.
venerdì 15 giugno 2012
Volevo la mela
Ieri sera, vedendo questo oggetto (peraltro amorevolmente fatto dalle manine della donna grande, con gran uso di strumenti pericolosi come lame e trincetto), sono rimasto abbastanza colpito.
Non so dire in che termini.
Diciamo che la cosa mi ha fatto pensare.
Naturalmente, il messaggio per me è molto chiaro: noi siamo una famiglia che pone moooolte (troppe?...) limitazioni all'uso di oggetti tecnologici.
I nostri pargoli non posseggono nessun oggetto tecnologico personale, se si esclude un piccolo, ormai obsoleto, videogame tascabile.
Molti altri ragazzini dell'età dei nostri dispongono invece di strumenti evolutissimi, all'ultima moda: console, pc, lettori laser di onde extragalattiche, iPod, iPad, iPid, iPud and so on. Gestiscono, nelle loro "tenere" manine, oggetti che tra l'altro hanno prezzi di mercato non indifferenti, che marcano un ulteriore territorio. Un confine e, di conseguenza, un gap.
Che, naturalmente, non è soltanto tecnologico.
Inoltre, una parte di questo armamentario è ludico ma, per altri versi, si tratta anche di strumenti di lavoro, come pc e tablet.
Così, torno ad esprimere la mia consapevolezza, i pargoli ci stanno dicendo che anche loro vorrebbero gli stessi oggetti. Lo stesso status.
Non siamo d'accordo, per una lunga serie di motivi, ma sono problemi nostri, li risolveremo come potremo.
Quel che invece mi sembra utile condividere è la riflessione che continua a rimbalzarmi dentro il cervello da ieri sera in maniera ossessiva ma semplice, quasi banale. E ho fatto delle similitudini.
E' come se, dati i tempi del nostro esser stati bambini, i nostri genitori ci avessero fatto giocare con una calcolatrice elettronica o, per tornare appena un po' più indietro, con un seghetto, una vanga. Un alambicco.
Se c'è una conquista rivoluzionaria delle scienze sociali è stata la scoperta dell'infanzia come uno stato indipendente dello sviluppo umano. Non un mondo di piccoli adulti ma proprio un'altra cosa.
Così dall'infanzia dickensiana siamo passati all'infanzia compresa e protetta dei nostri tempi. I bambini sono all'improvviso e fortunatamente passati dallo status di lavoratori piccoli e malleabili e sfruttabili a quello di persone da educare, con un loro mondo fatto di scuola, giochi, educazione. Sviluppo.
Probabilmente noi quarantenni d'oggi siamo stati la prima (e, direi ormai, l'unica) generazine allevata interamente dentro questa consapevolezza: non ci hanno allevato per lavorare ma ci hanno fatto studiare, giocare, crescere serenamente.
Tutto ciò pare non ci sia bastato. Così stiamo tornando a vedere i nostri figli come macchine competitive da avviare ad un competitivo mondo della produzione. Non mi sembra di poter spiegare altrimenti la nostra folle bulimia di metterli in grado di usare strumenti che, non abbiate paura, li renderanno schiavi per il resto dei loro giorni non appena saranno abbastanza grandi da, appunto, iniziare davvero a produrre.
La motivazione è sempre la stessa, pompata da ogni mezzo di comunicazione: l'alfabetizzazione digitale, annullare il divario digitale. Damogli subito gli strumenti ultranuovi, ultramoderni, ultrafighi. Sennò saranno degli analfabeti.
Qualcuno di noi, se lo ricorda (lo sa) davvero cos'è l'analfabetismo? Io no, non l'ho conosciuto e non ho le idee chiare su cosa realmente voglia dire.
Sono però certo di una cosa: che non si combatte l'analfabetismo iniziando a leggere e scrivere a due anni. Quella è competizione, dei grandi, di noi genitori. Che passiamo ai nostri figli.
"Se mio figlio sarà in grado di spippolare su quegli attrezzi prima degli altri, sarà avvantaggiato". Per non dire "più ganzo", ma questa è ancora un'altra storia.
Allora penso che la generazione che abbiamo tra le mani, i nostri piccoli undicenni o novenni, la stiamo rimettendo in rampa di lancio. Li vediamo come macchine, come oggetti del mondo che ci siamo costruiti, tornando indietro.
E di molto, a mio modo di vedere.
Avanziamo a grandi passi verso il passato.
mercoledì 2 maggio 2012
Scheletrici
Tutti, o quasi, hanno il loro scheletro nell'armadio.
Noi il nostro lo teniamo sepolto in cantina, tra ruote e camere d'aria, vestiti dismessi e vecchie riviste, nel mezzo di una pletora di ripiani di Ivar. Ben carteggiati e ottimamente dipinti, come sa chi mi conosce da tempo.
Giuro, non stavo divagando.
Il nostro scheletro nell'armadio è l'umidificatore per piccoli ambienti.
Sì, lo so: vi starete dicendo "ha sbagliato, intendeva DEumidificatore". In questi anni ci hanno martellato tutti che in ogni casa middle class che si rispetti doveva esserci un DEumidificatore. Per assorbire un intero canale, appunto.
D'altronde, come sappiamo, le persone che hanno figli sono una miniera d'oro e comprerebbero qualsiasi cosa. Se sai come vendergliela.
Così capita che persino il pediatra, basta tu gli prospetti che "la bambina di notte respira con un po' di fatica" oppure che "le viene spesso la tosse", diventi l'ignaro complice di questo scempio.
"Beh, in effetti nelle case d'oggi teniamo tutti il riscaldamento a palla. L'aria è costantemente troppo secca... Insomma, si potrebbe provare con un umidificatore che regoli un po' meglio il tasso di umidità nell'aria. Lo vendono in un qualsiasi negozio di elettrodomestici. Vedrete, la bimba se ne gioverà".
Egli ti apre davanti praterie di sensi di colpa: "vorrai mica far star male la tua bambina, genitore degenere perché poco consumista?".
Il tuo desiderio di serenità domestica, la forte volontà di salute per la tua unica bimba (all'epoca l'uomo piccolo non era ancora nato) trasforma ogni consiglio in un ordine, qualsiasi oggetto (anche il più inutile come poi si rivelò quello in questione - usato tre, dico 3 volte) in irrinunciabile.
E qualsiasi negozio farebbe carte false per comprarti, genitore pronto a spendere qualsiasi cifra, o quasi, per qualsiasi oggetto. O quasi.
Insomma, ancora una volta, siamo consumatori. I nostri figli sono la semplice variabile di una transazione economica, noi stessi siamo merci perché se non avessimo figli ci venderebbero comunque tanto tantissimo altro.
Mai come in questi anni i migliori cervelli fanno ricerca sui nostri comportamenti, sulle nostre abitudini. Darebbero un rene per sapere dal primo giorno quando una donna è incinta: la preda più appetibile catturata immediatamente. Quel che compriamo già, ad esempio, lo sanno dai nostri scontrini ma vorrebbero poter sapere cosa compreremo domani, tra nove mesi.
Genitori attenti, siete appetibili ma non per la gioia che verrà dai vostri fantastici neonati-bambini-ragazzi. No.
Siete una preda prelibata, senza remore, senza spirito critico. Il consumatore ideale. Quello che dice sempre e solo "sì".
A proposito, se qualcuno avesse bisogno di un umidificatore si faccia avanti. E' inutile ma almeno noi ve lo regaliamo!
Noi il nostro lo teniamo sepolto in cantina, tra ruote e camere d'aria, vestiti dismessi e vecchie riviste, nel mezzo di una pletora di ripiani di Ivar. Ben carteggiati e ottimamente dipinti, come sa chi mi conosce da tempo.
Giuro, non stavo divagando.
Il nostro scheletro nell'armadio è l'umidificatore per piccoli ambienti.
Sì, lo so: vi starete dicendo "ha sbagliato, intendeva DEumidificatore". In questi anni ci hanno martellato tutti che in ogni casa middle class che si rispetti doveva esserci un DEumidificatore. Per assorbire un intero canale, appunto.
D'altronde, come sappiamo, le persone che hanno figli sono una miniera d'oro e comprerebbero qualsiasi cosa. Se sai come vendergliela.
Così capita che persino il pediatra, basta tu gli prospetti che "la bambina di notte respira con un po' di fatica" oppure che "le viene spesso la tosse", diventi l'ignaro complice di questo scempio.
"Beh, in effetti nelle case d'oggi teniamo tutti il riscaldamento a palla. L'aria è costantemente troppo secca... Insomma, si potrebbe provare con un umidificatore che regoli un po' meglio il tasso di umidità nell'aria. Lo vendono in un qualsiasi negozio di elettrodomestici. Vedrete, la bimba se ne gioverà".
Egli ti apre davanti praterie di sensi di colpa: "vorrai mica far star male la tua bambina, genitore degenere perché poco consumista?".
Il tuo desiderio di serenità domestica, la forte volontà di salute per la tua unica bimba (all'epoca l'uomo piccolo non era ancora nato) trasforma ogni consiglio in un ordine, qualsiasi oggetto (anche il più inutile come poi si rivelò quello in questione - usato tre, dico 3 volte) in irrinunciabile.
E qualsiasi negozio farebbe carte false per comprarti, genitore pronto a spendere qualsiasi cifra, o quasi, per qualsiasi oggetto. O quasi.
Insomma, ancora una volta, siamo consumatori. I nostri figli sono la semplice variabile di una transazione economica, noi stessi siamo merci perché se non avessimo figli ci venderebbero comunque tanto tantissimo altro.
Mai come in questi anni i migliori cervelli fanno ricerca sui nostri comportamenti, sulle nostre abitudini. Darebbero un rene per sapere dal primo giorno quando una donna è incinta: la preda più appetibile catturata immediatamente. Quel che compriamo già, ad esempio, lo sanno dai nostri scontrini ma vorrebbero poter sapere cosa compreremo domani, tra nove mesi.
Genitori attenti, siete appetibili ma non per la gioia che verrà dai vostri fantastici neonati-bambini-ragazzi. No.
Siete una preda prelibata, senza remore, senza spirito critico. Il consumatore ideale. Quello che dice sempre e solo "sì".
A proposito, se qualcuno avesse bisogno di un umidificatore si faccia avanti. E' inutile ma almeno noi ve lo regaliamo!
venerdì 17 febbraio 2012
Perle (di saggezza)
Sul blog di Loredana Lipperini si è aperta ieri una bella discussione su un tema che mi appassiona e mi agita parecchio. Trovate tutto qui.
Mentre leggevo il post e spunti e commenti davvero interessanti si faceva spazio dentro di me un'entità che considero superiore e incontrollabile: il "pippone".
Per una volta sono riuscito a domarlo e trasformarlo in una sorta di monologo interiore. Siete stati fortunati, ve lo assicuro.
Però un paio di perle di saggezza non sono riuscito proprio a reprimerle:
1) certe volte ho l'impressione che, a differenza delle bestie, noi umani facciamo figli per avere in casa un nuovo gadget;
2) non hanno ancora finito di metterti in braccio quel fagotto piangente che il marketing si sta già occupando di te.
lunedì 7 marzo 2011
Il mostro del giardino (di scuola)
Ci sono mostri terribili, spaventose creature, orchi orripilanti che infestano i nostri tempi. Sembra un bestiario medievale, eppure alcuni sono assolutamente moderni, ipermoderni addirittura. Altri sono talmente inafferrabili che sembrano non esistere neppure.
Poi.
Poi ci sono le foglie che cadono dagli alberi, d'autunno.
No, non sto scherzando perché l'altra sera, durante la riunione d'interclasse, alla scuola dei pargoli, è finalmente apparsa questa nuova creatura. Che sinceramente non avevo calcolato.
Le foglie morte.
Pare che qualche insegnante abbia segnalato il pericolo derivante da questo vero e proprio tappeto rosso e giallo che infesta, in autunno, il cortile di scuola mettendo a repentaglio l'incolumità dei pargoli. Ci scivolano sopra, così cadono, possono farsi male. Ohmmadonna.
Allora qualcuno ha ben pensato a una final solution: dotare il medesimo giardino di una bella tensostruttura che sorregga delle... beh non so come dirlo. Cioè mi vien da ridere. Ok, ce la faccio: mettiamoci delle vele.
(Ho fatto di tutto per non ridere, quando ho sentito la proposta. Non sono certo di esserci riuscito, secondo me un ghigno sotto i baffi deve essermi partito).
Ecco, mettiamoci un bel telone che stronchi le foglie morte sul nascere (!), che impedisca loro di raggiungere il suolo. Basta, ma come si permettono.
Allora ho pensato ad una controproposta ancora più radicale e definitiva. Ma certo!: basta incollare le foglie ai rami.
Si prende un volontario, lo si fa arrampicare sull'albero e, un momento esatto prima che la foglia (fedifraga...) si stacchi, un bel baffo di colla et voilà. Il gioco è fatto, la foglia resta attaccata (anche se contro la sua stessa volontà di natura) e il cortile resta intonso. Nessuno scivola, non si romperanno l'osso del collo inciampando su quella poltiglia.
Ah, naturalmente non abbiamo supplenti, le pulizie sono fatte come si può, c'è un solo custode (uno solo per tutta la scuola. Cinque piani) per ogni turno orario, il materiale didattico e di consumo è fornito grazie al buon cuore dei genitori.
Ma noi mettiamo le vele.
Noi.
Ma quanto siamo fighi? Eh?
Poi.
Poi ci sono le foglie che cadono dagli alberi, d'autunno.
No, non sto scherzando perché l'altra sera, durante la riunione d'interclasse, alla scuola dei pargoli, è finalmente apparsa questa nuova creatura. Che sinceramente non avevo calcolato.
Le foglie morte.
Pare che qualche insegnante abbia segnalato il pericolo derivante da questo vero e proprio tappeto rosso e giallo che infesta, in autunno, il cortile di scuola mettendo a repentaglio l'incolumità dei pargoli. Ci scivolano sopra, così cadono, possono farsi male. Ohmmadonna.
Allora qualcuno ha ben pensato a una final solution: dotare il medesimo giardino di una bella tensostruttura che sorregga delle... beh non so come dirlo. Cioè mi vien da ridere. Ok, ce la faccio: mettiamoci delle vele.
(Ho fatto di tutto per non ridere, quando ho sentito la proposta. Non sono certo di esserci riuscito, secondo me un ghigno sotto i baffi deve essermi partito).
Ecco, mettiamoci un bel telone che stronchi le foglie morte sul nascere (!), che impedisca loro di raggiungere il suolo. Basta, ma come si permettono.
Allora ho pensato ad una controproposta ancora più radicale e definitiva. Ma certo!: basta incollare le foglie ai rami.
Si prende un volontario, lo si fa arrampicare sull'albero e, un momento esatto prima che la foglia (fedifraga...) si stacchi, un bel baffo di colla et voilà. Il gioco è fatto, la foglia resta attaccata (anche se contro la sua stessa volontà di natura) e il cortile resta intonso. Nessuno scivola, non si romperanno l'osso del collo inciampando su quella poltiglia.
Ah, naturalmente non abbiamo supplenti, le pulizie sono fatte come si può, c'è un solo custode (uno solo per tutta la scuola. Cinque piani) per ogni turno orario, il materiale didattico e di consumo è fornito grazie al buon cuore dei genitori.
Ma noi mettiamo le vele.
Noi.
Ma quanto siamo fighi? Eh?
giovedì 21 maggio 2009
Oasi del libero ascolto
Ma voi lo sapevate che i bisogni dei bambini sono:
- amore incondizionato
- rispetto della propria personalità
- tempo degli adulti
- stabilità emotiva
- tempi e ritmi adeguati a loro
- adulti responsabili
- sostegno alla crescita
- gioco e movimento?
I babbi si documentano, se possono.
L'altra sera, organizzato dall'Assessorato alla Pubblica Istruzione del Comune, si è tenuto un incontro dal titolo "Si fa o non si fa? Quando e come far conoscere le regole".
Il titolo era di quelli da incuriosirsi immediatamente e poi a scuola le insegnanti (a cui l'incontro si rivolgeva in prima istanza) mi avevano parlato benissimo della relatrice, la dott.ssa Patrizia De Padova, docente all'università di Padova.
Io, curioso sempre come una scimmia, non me lo sono fatto ripetere due volte. Mi son precipitato.
Ok l'incontro, ok la relazione, puntuali le slide, buone le spiegazioni e gli approfondimenti.
Il vero coniglio dal cilindro, la rutilante trovata che può (e ci riesce) cambiarvi la vita, spunta come si deve verso la fine della conferenza:
"L'OASI DEL LIBERO ASCOLTO" ta-dah!
In realtà De Padova l'ha definita oasi dell'ascolto pulito ma noi ce la siamo personalizzata così. Ci piaceva di più.
Funziona che tutta la famiglia, meglio se i piccoli già in pigiama (nda), si ritrova accoccolata sul tappeto, sul letto a castello, per terra. Divano? Dove volete voi.
Poco prima di andare a letto. Diciamo cinque minuti.
E ognuno racconta a tutti gli altri due cose, la più bella e la più brutta, della giornata appena trascorsa.
Quando tutti hanno raccontato, bacio della buonanotte e tutta vita per i genitori!
In realtà questo rito quotidiano serve in primo luogo a focalizzare le cose principali della giornata, sia in positivo che in negativo (esorcizziamo parlandone), e soprattutto a creare quella continuità tra la veglia il sonno e il risveglio del mattino dopo che spesso invece non ha luogo se i pargoli vanno a letto in "solitaria", spezzando cioè in maniera troppo brusca il vissuto quotidiano.
Vi sembra roba troppo macchinosa? Oh che palle ogni sera mettersi lì tutti insieme, quello non vuole quell'altro ha da fare?!
Ebbene sappiatelo, si sono creati dei mostri: i pargoli sono letteralmente drogati di oasi del libero ascolto. E' la prima cosa che chiedono, per la sera, non appena mettono piede a casa dopo la scuola. Nemmeno la merenda, vogliono. Per ora non abbiamo perso nemmeno un colpo.
- amore incondizionato
- rispetto della propria personalità
- tempo degli adulti
- stabilità emotiva
- tempi e ritmi adeguati a loro
- adulti responsabili
- sostegno alla crescita
- gioco e movimento?
I babbi si documentano, se possono.
L'altra sera, organizzato dall'Assessorato alla Pubblica Istruzione del Comune, si è tenuto un incontro dal titolo "Si fa o non si fa? Quando e come far conoscere le regole".
Il titolo era di quelli da incuriosirsi immediatamente e poi a scuola le insegnanti (a cui l'incontro si rivolgeva in prima istanza) mi avevano parlato benissimo della relatrice, la dott.ssa Patrizia De Padova, docente all'università di Padova.
Io, curioso sempre come una scimmia, non me lo sono fatto ripetere due volte. Mi son precipitato.
Ok l'incontro, ok la relazione, puntuali le slide, buone le spiegazioni e gli approfondimenti.
Il vero coniglio dal cilindro, la rutilante trovata che può (e ci riesce) cambiarvi la vita, spunta come si deve verso la fine della conferenza:
"L'OASI DEL LIBERO ASCOLTO" ta-dah!
In realtà De Padova l'ha definita oasi dell'ascolto pulito ma noi ce la siamo personalizzata così. Ci piaceva di più.
Funziona che tutta la famiglia, meglio se i piccoli già in pigiama (nda), si ritrova accoccolata sul tappeto, sul letto a castello, per terra. Divano? Dove volete voi.
Poco prima di andare a letto. Diciamo cinque minuti.
E ognuno racconta a tutti gli altri due cose, la più bella e la più brutta, della giornata appena trascorsa.
Quando tutti hanno raccontato, bacio della buonanotte e tutta vita per i genitori!
In realtà questo rito quotidiano serve in primo luogo a focalizzare le cose principali della giornata, sia in positivo che in negativo (esorcizziamo parlandone), e soprattutto a creare quella continuità tra la veglia il sonno e il risveglio del mattino dopo che spesso invece non ha luogo se i pargoli vanno a letto in "solitaria", spezzando cioè in maniera troppo brusca il vissuto quotidiano.
Vi sembra roba troppo macchinosa? Oh che palle ogni sera mettersi lì tutti insieme, quello non vuole quell'altro ha da fare?!
Ebbene sappiatelo, si sono creati dei mostri: i pargoli sono letteralmente drogati di oasi del libero ascolto. E' la prima cosa che chiedono, per la sera, non appena mettono piede a casa dopo la scuola. Nemmeno la merenda, vogliono. Per ora non abbiamo perso nemmeno un colpo.
martedì 12 maggio 2009
MamChe?!
Beh? Che c'è di strano?!
Sì, lo so.
Ce l'ho messo io il logo del Mam, "io parlo", qui accanto. E allora?!
E sono loro che sono autoreferenziali, il loro universo è monocellulare: "le mamme" e nient'altro, parlano solo al femminile: l'ho già raccontato altrove.
E' che non me la sentivo di lasciarle sole, poi chissà cosa si dicono, senza nessuno di noi che le ascolta. Son capaci di cose terribili, 'ste qua.
Certo, ho dovuto camuffarmi proprio per bene, farò persino un intervento. Forse.
Vado là, dò una controllatina, tanto per tenerle d'occhio. Che la situazione non ci scappi di mano.
(...)
Però, non vorrete mica faccia tutto io!: forza babbi (blogger e non solo), venite a darmi una mano. Daiii!
(Ci vediamo a Milano, CARI. Sabato 23).
Torno serio: ringrazio Jolanda che, commentando il post di cui dicevo poche righe fa, mi ha invitato a partecipare. Ho fatto un po' di scena, ho risposto solo dopo un paio di giorni. Ma non potevo (e non volevo) proprio rifiutare. Dire che mi fa piacere partecipare è appena un eufemismo.
Sì, lo so.
Ce l'ho messo io il logo del Mam, "io parlo", qui accanto. E allora?!
E sono loro che sono autoreferenziali, il loro universo è monocellulare: "le mamme" e nient'altro, parlano solo al femminile: l'ho già raccontato altrove.
E' che non me la sentivo di lasciarle sole, poi chissà cosa si dicono, senza nessuno di noi che le ascolta. Son capaci di cose terribili, 'ste qua.
Certo, ho dovuto camuffarmi proprio per bene, farò persino un intervento. Forse.
Vado là, dò una controllatina, tanto per tenerle d'occhio. Che la situazione non ci scappi di mano.
(...)
Però, non vorrete mica faccia tutto io!: forza babbi (blogger e non solo), venite a darmi una mano. Daiii!
(Ci vediamo a Milano, CARI. Sabato 23).
Torno serio: ringrazio Jolanda che, commentando il post di cui dicevo poche righe fa, mi ha invitato a partecipare. Ho fatto un po' di scena, ho risposto solo dopo un paio di giorni. Ma non potevo (e non volevo) proprio rifiutare. Dire che mi fa piacere partecipare è appena un eufemismo.
domenica 3 maggio 2009
Metodi
Oggi pomeriggio ci siamo trovati al parco. Gli stessi della foto di ieri.
Abbiamo tenuto una convention dal titolo Metodi di avvicinamento al sonno notturno per pargoli tra otto e cinque anni e mezzo.
Sono venute fuori delle relazioni interessanti. Riassumo alcuni punti salienti.
Le due tecniche principali, per accompagnarli verso la notte, sono risultate essere la lettura (diretta oppure con lettore/rice dedicato/a) oppure il cinema, meglio specificato in una visione di cartoni a tema libero.
Essendo la fase più difficoltosa il prepararsi (abluzioni con lavaggio denti, mettersi in pigiama, decidere che ci si deve abbandonare al sonno, ecc), tecnica sopraffina è risultata essere il... ricatto. Tipo: interrompere a mezzo la visione del cartone e dichiarare, giulivi "il secondo tempo lo si guarda in pigiama e coi denti lavatiii!!!".
Dalla comparazione dei dati che ognuno ha conferito, sono risultati vari record mondiali (persino in categorie diverse) nei tempi: spogliarsi, filare in bagno, lavarsi mani e denti, rientrare in camera, infilarsi il pigiama, tornare a spalmarsi sul divano con gli occhi a palla verso lo schermo, il tutto è stato cronometrato intorno ai sei secondi (qualcuno diceva anche otto, ma la media è risultata essere poco sopra i sei). Giuro!
Un'ulteriore tecnica, sempre legata alla visione dei cartoni, è risultata essere quella della visione integrale (lungometraggio) con inizio prima di cena e secondo tempo after-dinner (il negroni NON è compreso nell'offerta). La finezza di questa particolare tecnica, detta anche "del pigiama integrato", è quella di porre il ricatto in chiaro già da subito: "guarda il cartone solo chi si mette il pigiama, ADESSO!". Di solito funziona, anche il ricatto può avere delle defaillances, e offre il vantaggio che a proiezione finita resta soltanto da lavarsi i denti. Facile.
Se nel frattempo, qualcuno non si sia addormentato davanti allo schermo...
Per la tecnica lettura la questione è abbastanza semplice: chi sa leggere da sè (ed è dotato di abatjour personale alla testata del lettino con interruttore per lo spegnimento in loco), non crea alcun intralcio alla catena di montaggio e, dopo aver ingoiato l'ultimo boccone, col bolo ancora tutto appena sotto la bocca dello stomacuccio, viene dirottato in bagno per le rituali abluzioni e poi inserito entro le coperte con librino d'ordinanza. Luce grande spenta, autonomia con abatjour garantita: minimo cinque minuti, massimo dieci. Chi sgarra non riceve il secondo bacio della buonanotte (sempre che il primo se lo fosse meritato, nel frattempo).
Chi non legge ancora di suo (ne sono rimasti pochi, pochissimi, praticamente uno. A caso), usufruisce di un lettore o lettrice che si presta ad un breve brevissimo servizio di lettura a voce alta. Qui l'abilità sta tutta nell'utilizzare un tono di voce calante sul finir della frase. Il pargolo non-lettore comincia a spazientirsi e, dopo aver chiesto ripetutamente una lettura più consona alla sacralità del libro (la decimillesima lettura del volume sulle categorie scientifiche dei dinosauri), si scoccia e crolla esausto sul cuscino. Ronfava già da sveglio.
Tutto ciò ha una sua cornice di riferimento che non è normativa. Si tratta semplicemente dell'orario a cui i suddetti pargoli devono essere sotto le coperte. Il riferimento principale sono le 21.00: ogni famiglia, o meglio ogni coppia genitoriale, ha come suo anelato punto d'arrivo vitale quell'orario lì. La fine della giornata dei propri figli coincide, mediamente, con la rinascita dello spirito personale di ognuno: chi si fionda al pc a fare gli ultimi rilevamenti dell'esperimento di fisica subatomica lanciato dal laboratorio il giorno precedente (controllo dei parametri, monitoraggio dell'andamento delle misurazioni, ricalibratura al micron di quel malefico strumento che si era nel frattempo starato) e chi invece si limita a leggere il quotidiano che, a quell'ora della sera, è praticamente scaduto e comincia a disfarsi; chi si flippa con la rivista sulla tecnica evoluta dei telai in fibra di carbonio per biciclette da strada e chi si distrae giocando enne partite online di othello; chi si infila tra i libri per ripassare qualcosa in vista del concorso che ci sarà il mese prossimo, chi passa il suo tempo a curare il suo blog, come se fosse uno dei suoi pargoli, forse anzi meglio.
Eppure.
Eppure, chissà perché, pur cominciando le manovre di avvicinamento a tempo debito, le rilevazioni effettuate hanno tutte dato risultati ben oltre le aspettative orarie. O il film era troppo lungo, o il capitolo del libro lungi dal finire, o l'eccitazione per la giornata appena passata non accennava a placarsi, fatto sta che prima delle 21.30 nessuno è mai nel suo lettuccio. Mentre l'adulto, dentro di sé, nel profondo, impreca.
A proposito poi della fase "allEttamento", un babbo tenerone (non dico chi...) ha confessato persino di adagiarsi egli stesso sopra le coperte, accanto all'uomo piccolo che, essendo appunto piccolo e piuttosto timoroso del buio (dorme con due angeli custodi, detti i "bauetti" dal verso onomatopeico del cane), ama essere circondato dalle possenti e rassicuranti braccia paterne. Ops, mi sa che la descrizione di questa fase tradisca in qualche modo il protagonista babbesco... Chissà.
Infine, se e dove la pratica è seguita, esiste la problematica che va sotto il nome di "bacio della buonanotte" altrimenti detto, il sarcasmo è gratis, "commiato notturno". Fatte salve le responsabilità di quegli insulsi pusillanimi che si infilano nel letto (o accanto) coi propri pargoli, quello che va per la maggiore è sembrato essere un sano spirito da caserma. A una certa ora, giù il generale (intendendosi l'interruttore) e la camerata piomba nel buio più assoluto. Mitigato, in qualche caso ma non sempre, da un fievole riverbero di lampione che sale su dalla strada. Anche quelle futili tenerezze di cui sopra vengono declinate a seconda dei casi. Dal sondaggio, risulta vincente un sobrio militaresco bacio della buonanotte senza manfrine che lascia i pargoli soddisfatti (eh eh eh) ma non abbastanza, pronti cioè per crollare nel sonno mentre aspettavano un anelato secondo salutino. In occasioni speciali, tipo feste comandate o particolari comportamenti virtuosi o cedimento strutturale dello stile educativo genitoriale, un secondo bacio può essere elargito. Ma sobrio, ci raccomandiamo.
Insomma, il briefing è stato utile, il confronto è sempre occasione per mettere a punto le proprie strategie oltre a capire come regolarsi, facendo tesoro delle esperienze altrui.
Ci siamo però immediatamente resi conto che un solo pomeriggio di studi non è stato affatto sufficiente a esaurire l'argomento, per cui abbiamo deciso di indire una seconda giornata di approfondimento che, vista la stagione a cui andiamo incontro, si è clamorosamente trasformata in due settimane (una soltanto per la famiglia desian: motivi di lavoro la scusa ufficiale; in verità, solo paura di non essere all'altezza, giacché mi presenterò senza profe che resta in città, beata lei!, per gli scrutini) di vacanze al mare, nel prossimo giugno.
Non c'è stato il minimo dubbio sulle date né sulla zona prescelta (la bassa costa campana, confine calabro), nessun tentennamento sul tipo di sistemazione: a questo punto non ci resta che prenotare il camping.
Pubblicheremo il report anche dell'approfondimento. Naturalmente!
Abbiamo tenuto una convention dal titolo Metodi di avvicinamento al sonno notturno per pargoli tra otto e cinque anni e mezzo.
Sono venute fuori delle relazioni interessanti. Riassumo alcuni punti salienti.
Le due tecniche principali, per accompagnarli verso la notte, sono risultate essere la lettura (diretta oppure con lettore/rice dedicato/a) oppure il cinema, meglio specificato in una visione di cartoni a tema libero.
Essendo la fase più difficoltosa il prepararsi (abluzioni con lavaggio denti, mettersi in pigiama, decidere che ci si deve abbandonare al sonno, ecc), tecnica sopraffina è risultata essere il... ricatto. Tipo: interrompere a mezzo la visione del cartone e dichiarare, giulivi "il secondo tempo lo si guarda in pigiama e coi denti lavatiii!!!".
Dalla comparazione dei dati che ognuno ha conferito, sono risultati vari record mondiali (persino in categorie diverse) nei tempi: spogliarsi, filare in bagno, lavarsi mani e denti, rientrare in camera, infilarsi il pigiama, tornare a spalmarsi sul divano con gli occhi a palla verso lo schermo, il tutto è stato cronometrato intorno ai sei secondi (qualcuno diceva anche otto, ma la media è risultata essere poco sopra i sei). Giuro!
Un'ulteriore tecnica, sempre legata alla visione dei cartoni, è risultata essere quella della visione integrale (lungometraggio) con inizio prima di cena e secondo tempo after-dinner (il negroni NON è compreso nell'offerta). La finezza di questa particolare tecnica, detta anche "del pigiama integrato", è quella di porre il ricatto in chiaro già da subito: "guarda il cartone solo chi si mette il pigiama, ADESSO!". Di solito funziona, anche il ricatto può avere delle defaillances, e offre il vantaggio che a proiezione finita resta soltanto da lavarsi i denti. Facile.
Se nel frattempo, qualcuno non si sia addormentato davanti allo schermo...
Per la tecnica lettura la questione è abbastanza semplice: chi sa leggere da sè (ed è dotato di abatjour personale alla testata del lettino con interruttore per lo spegnimento in loco), non crea alcun intralcio alla catena di montaggio e, dopo aver ingoiato l'ultimo boccone, col bolo ancora tutto appena sotto la bocca dello stomacuccio, viene dirottato in bagno per le rituali abluzioni e poi inserito entro le coperte con librino d'ordinanza. Luce grande spenta, autonomia con abatjour garantita: minimo cinque minuti, massimo dieci. Chi sgarra non riceve il secondo bacio della buonanotte (sempre che il primo se lo fosse meritato, nel frattempo).
Chi non legge ancora di suo (ne sono rimasti pochi, pochissimi, praticamente uno. A caso), usufruisce di un lettore o lettrice che si presta ad un breve brevissimo servizio di lettura a voce alta. Qui l'abilità sta tutta nell'utilizzare un tono di voce calante sul finir della frase. Il pargolo non-lettore comincia a spazientirsi e, dopo aver chiesto ripetutamente una lettura più consona alla sacralità del libro (la decimillesima lettura del volume sulle categorie scientifiche dei dinosauri), si scoccia e crolla esausto sul cuscino. Ronfava già da sveglio.
Tutto ciò ha una sua cornice di riferimento che non è normativa. Si tratta semplicemente dell'orario a cui i suddetti pargoli devono essere sotto le coperte. Il riferimento principale sono le 21.00: ogni famiglia, o meglio ogni coppia genitoriale, ha come suo anelato punto d'arrivo vitale quell'orario lì. La fine della giornata dei propri figli coincide, mediamente, con la rinascita dello spirito personale di ognuno: chi si fionda al pc a fare gli ultimi rilevamenti dell'esperimento di fisica subatomica lanciato dal laboratorio il giorno precedente (controllo dei parametri, monitoraggio dell'andamento delle misurazioni, ricalibratura al micron di quel malefico strumento che si era nel frattempo starato) e chi invece si limita a leggere il quotidiano che, a quell'ora della sera, è praticamente scaduto e comincia a disfarsi; chi si flippa con la rivista sulla tecnica evoluta dei telai in fibra di carbonio per biciclette da strada e chi si distrae giocando enne partite online di othello; chi si infila tra i libri per ripassare qualcosa in vista del concorso che ci sarà il mese prossimo, chi passa il suo tempo a curare il suo blog, come se fosse uno dei suoi pargoli, forse anzi meglio.
Eppure.
Eppure, chissà perché, pur cominciando le manovre di avvicinamento a tempo debito, le rilevazioni effettuate hanno tutte dato risultati ben oltre le aspettative orarie. O il film era troppo lungo, o il capitolo del libro lungi dal finire, o l'eccitazione per la giornata appena passata non accennava a placarsi, fatto sta che prima delle 21.30 nessuno è mai nel suo lettuccio. Mentre l'adulto, dentro di sé, nel profondo, impreca.
A proposito poi della fase "allEttamento", un babbo tenerone (non dico chi...) ha confessato persino di adagiarsi egli stesso sopra le coperte, accanto all'uomo piccolo che, essendo appunto piccolo e piuttosto timoroso del buio (dorme con due angeli custodi, detti i "bauetti" dal verso onomatopeico del cane), ama essere circondato dalle possenti e rassicuranti braccia paterne. Ops, mi sa che la descrizione di questa fase tradisca in qualche modo il protagonista babbesco... Chissà.
Infine, se e dove la pratica è seguita, esiste la problematica che va sotto il nome di "bacio della buonanotte" altrimenti detto, il sarcasmo è gratis, "commiato notturno". Fatte salve le responsabilità di quegli insulsi pusillanimi che si infilano nel letto (o accanto) coi propri pargoli, quello che va per la maggiore è sembrato essere un sano spirito da caserma. A una certa ora, giù il generale (intendendosi l'interruttore) e la camerata piomba nel buio più assoluto. Mitigato, in qualche caso ma non sempre, da un fievole riverbero di lampione che sale su dalla strada. Anche quelle futili tenerezze di cui sopra vengono declinate a seconda dei casi. Dal sondaggio, risulta vincente un sobrio militaresco bacio della buonanotte senza manfrine che lascia i pargoli soddisfatti (eh eh eh) ma non abbastanza, pronti cioè per crollare nel sonno mentre aspettavano un anelato secondo salutino. In occasioni speciali, tipo feste comandate o particolari comportamenti virtuosi o cedimento strutturale dello stile educativo genitoriale, un secondo bacio può essere elargito. Ma sobrio, ci raccomandiamo.
Insomma, il briefing è stato utile, il confronto è sempre occasione per mettere a punto le proprie strategie oltre a capire come regolarsi, facendo tesoro delle esperienze altrui.
Ci siamo però immediatamente resi conto che un solo pomeriggio di studi non è stato affatto sufficiente a esaurire l'argomento, per cui abbiamo deciso di indire una seconda giornata di approfondimento che, vista la stagione a cui andiamo incontro, si è clamorosamente trasformata in due settimane (una soltanto per la famiglia desian: motivi di lavoro la scusa ufficiale; in verità, solo paura di non essere all'altezza, giacché mi presenterò senza profe che resta in città, beata lei!, per gli scrutini) di vacanze al mare, nel prossimo giugno.
Non c'è stato il minimo dubbio sulle date né sulla zona prescelta (la bassa costa campana, confine calabro), nessun tentennamento sul tipo di sistemazione: a questo punto non ci resta che prenotare il camping.
Pubblicheremo il report anche dell'approfondimento. Naturalmente!
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