Sia chiaro: reputo il grillismo una grave (e contagiosa) malattia sociale. Di Salvini non voglio nemmeno parlare.
Ma quando sento il liberista Renzi che fa il tronfio sul 41% preso al referendum (per inciso, badate bene, ha perso malamente ma sta già ripartendo col mantra del "più forte partito del Paese") mi viene il voltastomaco. Perché non c'è politico peggiore di quello che vuol comandare ad ogni costo, contro qualsiasi volontà ed evidenza.
Se fossi in lui, non metterei alla prova quel 41%. Potrebbe svegliarsi malamente.
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lunedì 19 dicembre 2016
Sogni male
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venerdì 2 dicembre 2016
Populismi e caldarroste
Quando ci lamentiamo dei populismi degli altri dovremmo sempre ricordarci di qual è il Paese del mondo dove un capo di governo fa il tipo di propaganda che è stata fatta nelle ultime settimane qui da noi. (Senza che nessuno ne chieda l'interdizione).
E quando dico "propaganda" intendo in senso letterale, con tutti gli argomenti, le minacce, le bugie, le false notizie e il paternalismo ributtante che ci è stato profuso.
Quando ci lamentiamo dei populismi degli altri dovremmo riflettere sul tipo di società che siamo diventati e sul perché ci lasciamo trattare così da un uomo politico, e non è nemmeno la prima volta.
Mi piacerebbe riflettere sul tipo di masochismo sociale che ci anima. Forse non sappiamo (cosa) pensare.
E stasera, per chiudere in bellezza, verrà a Firenze a comprarsi il Paese con vin brulè e caldarroste. E' talmente nuovo lui (gli altri sono casta, dice) che usa metodi strapaesani da anni Cinquanta. E' un vecchio imbonitore da fiere che pensa ancora di trovarsi davanti una platea di analfabeti, di fessacchiotti.
Io non mi sento soltanto profondamente indignato (e accidenti se lo sono!) che mi cambino la Costituzione sotto gli occhi, senza uno straccio di visione politica ma solo come lo slogan per il massacro politico di domani.
Io mi sento oltraggiato.
Votiamo con la dignità, se ce n'è ancora un po'. Buon referendum.
E quando dico "propaganda" intendo in senso letterale, con tutti gli argomenti, le minacce, le bugie, le false notizie e il paternalismo ributtante che ci è stato profuso.
Quando ci lamentiamo dei populismi degli altri dovremmo riflettere sul tipo di società che siamo diventati e sul perché ci lasciamo trattare così da un uomo politico, e non è nemmeno la prima volta.
Mi piacerebbe riflettere sul tipo di masochismo sociale che ci anima. Forse non sappiamo (cosa) pensare.
E stasera, per chiudere in bellezza, verrà a Firenze a comprarsi il Paese con vin brulè e caldarroste. E' talmente nuovo lui (gli altri sono casta, dice) che usa metodi strapaesani da anni Cinquanta. E' un vecchio imbonitore da fiere che pensa ancora di trovarsi davanti una platea di analfabeti, di fessacchiotti.
Io non mi sento soltanto profondamente indignato (e accidenti se lo sono!) che mi cambino la Costituzione sotto gli occhi, senza uno straccio di visione politica ma solo come lo slogan per il massacro politico di domani.
Io mi sento oltraggiato.
Votiamo con la dignità, se ce n'è ancora un po'. Buon referendum.
venerdì 21 marzo 2014
Il crollo dei libri (e di chi ci vive)
Ho appena finito di leggere l’ottimo articolo di Christian
Raimo su pagina99 e trovo che abbia ragione quando accusa le grandi aziende editoriali (e
ricordiamoci dove lavorava fino a ieri Gian Arturo Ferrari…) di avere buona parte della
responsabilità del disastro.
Da parte mia vorrei aggiungere qualche pensiero e qualche
elemento. Anch’io lavoro nel settore, sono un “oscuro” agente commerciale di
uno di quei grandi gruppi, e mi considero altrettanto importante di un autore,
di un tipografo, di un editor, di un recensore, di un giornalista culturale
(che peraltro, almeno per hobby, sarei anche…), di un addetto marketing. Anzi,
di questi ultimi, mi sento molto molto molto più “necessario”.
A differenza degli editori (tutti, non solo i grandi), io
non credo che la “lettura” sia una merce vendibile. Puoi vendere un libro, un
quotidiano, una rivista, un sito ma non puoi vendere la “lettura”. Leggere è un
processo completamente differente. Ha a che fare col desiderio, con una visione
del mondo, con un comportamento. Leggere è come fare sesso, puoi solo volerlo.
Sennò è violenza. Leggere è molto più vicino alla psicologia, al
comportamentismo, che al marketing.
E infatti, io credo che grande colpa di questo disastro sia proprio
dell’oscuro, arido marketing. Ricordo quando, agli inizi degli anni Duemila, ci
fu la prima iniezione massiccia di marketing dentro l’editoria che era rimasta,
fino ad allora, un settore artigianale che mal si piegava all’economia di
scala, alla ristrutturazione necessaria.
Vado a memoria, gli esperti di fact checking journalism mi
correggeranno, ma mi pare fu proprio la Feltrinelli, librerie ed editore, ad
accogliere a braccia aperte manager di formazione esterna, provenienti per lo più
dalla grande distribuzione (Esselunga, mi par di ricordare). Oggi le grandi
aziende editoriali del paese sono tutte in mano a gente che viene appunto dalla
grande distribuzione, da una casa automibilistica piuttosto che da una multinazionale del
formaggino. Gente che, ci scommetto quel che non ho, se si esclude economia e
commercio e il supermaster, non ha mai letto un libro in vita sua. Per il
piacere di leggerlo, intendo. Per sé.
Gente che non ha mai
più letto un libro.
Ossia: non sanno mica di cosa si stanno occupando.
Il tronfio manager del tronfio gruppo dominante (di cui si
parla nell’articolo di Raimo) ci ricorda, ed ha ragione lui sia chiaro, che un
editore non educa. Un editore vende.
Mercato.
Quindi fine del discorso.
Oppure.
Oppure si potrebbe pensare che per vendere un prodotto
editoriale (libro? ebook? sito? connessione neurocerebrale ad alta densità di
contenuti?) ci vuole qualcuno che lo legga. Che ne desideri non soltanto il
possesso (ah ah ah, risate grasse) ma che abbia bisogno di volerlo, di fruirlo,
di “farlo proprio”. Di leggerlo, appunto. Che abbia bisogno di quella fascinazione,
almeno.
Se la situazione italiana è così disastrosa in confronto ad
altri Paesi c’è anche un motivo strettamente legato al mercato e a come esso è strutturato qui da noi. L’Italia è, tra
i principali Paesi occidentali, uno dei pochi dove i negozi nei quali il
prodotto si vende sono tutti (o quasi) in mano ai produttori. Altro che
monopolio.
Questo è diopolio. Il mercato del libro in Italia E’ degli editori. Non dei consumatori,
non dei lavoratori del settore, non di una pluralità di concorrenti. Le grandi
aziende editoriali hanno tutte (o quasi) la loro catena di proprietà dove fanno quel che
vogliono, dove vendono quel che decidono loro “produttori”, dove impongono vita
o morte ai piccoli editori, ancelle spesso semi-consenzienti o perlomeno costrette
alla promiscuità perdente. Tra catene, inoltre, non esiste concorrenza ma
cartello perenne, spartizione di spazi, una mano lava l’altra e tutte e due tengono
il lettore con la testa sotto il pelo dell’acqua.
Così non c’è bisogno alcuno di fare qualità, di scegliere
libri buoni, autori validi che abbiano qualcosa da dire. Oggi c’è bisogno di un
mediocre prodotto che sia presto (spesso anche prima che il libro stesso esista)
opzionato per il cinema, di una stupida ragazzina che obnubila il cervello
degli adolescenti di mezzo mondo per radere al suolo ogni immaginario, di
qualche grande firma (e sì, mettiamoci anche questi/e! Ché se lo meritano) che
ormai asservita si presta ad intossicare ulteriormente l’aria che… leggiamo.
Basta
un cugino (anzi, preferibilmente un parente o un amico di un amico) che sappia
buttar giù qualcosa. Poi una forma gliela troviamo.
E non credete alla contro-balla che “non è vero che i libri
di qualità, i capolavori (ammesso se ne scrivano ancora e io ci credo che se ne
scrivono) mai rimangono chiusi nei cassetti ma escono sempre”. I capolavori
(certo sono troppo pochi, non saturerebbero il mercato che invece deve
traboccare) in realtà sono una iattura. Troppo difficili, non si vendono. Non
li vuole più nessuno. Gli editori li fuggono, come la peste. Vade retro.
Molto meglio quel bel “prodotto medio che può essere letto
nel tempo medio di una cagata media” (cit.).
Prodotti seriali che più seriali non si può. Evanescenti
romanzucci sull’ombelico dell’ombelico del Qualunque. Saggi che di saggistico
non hanno più nemmeno il sentore. Spesso porcherie piene di opinabili opinioni
fatte passare per dati incontrovertibili. La scienza del chissacome, l’oggettività
del forse/si dice/mi pare di aver capito. Tutto in nome di un fatturato che va
tenuto in piedi così, come si tiene in piedi una mummia. Imbalsamando.
Perché poi tutti, in ogni settore merceologico, non solo in
editoria, si riempiono la bocca col fatto che il “consumatore non è cretino, sa
scegliere”. (Salvo poi offrirgli libri orripilanti, aggiungo io).
Io credo invece che noi consumatori, per definizione, siamo
proprio cretini. Altrimenti non “consumeremmo”. Ma, data ormai per assunta la
definizione e lo status di cretini, evidentemente ci stiamo anche stufando di quelli che ce
lo ricordano ogni minuto di ogni giorno. Così leggiamo meno, magari rileggiamo
qualcosa di quello che abbiamo già in casa e ci era piaciuto tempo addietro.
Personalmente (purtroppo non leggo quanto vorrei, mi fermo intorno ai 40/50
libri l’anno) faccio sempre più difficoltà a ricordare un libro memorabile tra
le novità editoriali. Ricorro ai classici, quando ho tempo disteso da
dedicargli (perché l'ho appena detto, i capolavori sono difficili: “Moby Dick”, che due
palle!). Ricorro agli autori del mio pantheon, oppure all’intrattenimento di qualità.
Spulcio, rileggo. Alla peggio, se proprio devo, scrivo.
Naturalmente ormai è troppo tardi. Un libro in ogni casa è
utopia irrealizzabile. Che peraltro abbiamo gioiosamente sostituito con device
di qualsiasi ordine e grado. E almeno un paio a testa. Ché poi leggiamo anche
lì sopra, sui device: facebook, twitter, i social. Se non è lettura quella! Ma
basta parlare di libri, basta insistere, per carità.
Gli autori, poi! Che barba. Caro Christain Raimo sei
obsoleto, mi dispiace.
Basterà un bel software per raccontarci il mondo, una
storia, un’emozione o un dolore. Studiate mi raccomando. Diventate
programmatori.
mercoledì 5 marzo 2014
C'era una volta. Ovvero: festa di carnevale, a lieto fine
C'era una volta il/la rappresentante di classe.
Idee come rappresentanza, democrazia scolastica, organi collegiali. Significati desueti, scomparsi. Parole arcane. Anzi, oramai, ar vento, proprio.
Perché oggi, nel tempo limpido e splendente del porno-marketing (nel senso, abbiate pietà, che utilizza più o meno le stesse metodiche e lo stesso background, diciamo, culturale - senza che nessuno se ne scandalizzi più, vivaddio!, anzi), dicevo al tempo d'oggi il/la rappresentante di classe si è trasformato in un dinamicissimo organizzatore di eventi.
Per anni nessuno mai si sarebbe sognato di offrirsi candidato (sai le rotture, per carità!) per farlo. Negli ultimi tempi, un fiume in piena. Gente che offre mazzette, per un posticino lassù, accanto alle divinità delle pàbblicrelesciòn.
Che te organizzo a carnevale?
Eeeh!
La festa di carnevale. E il suo strumento è la posta elettronica. Perfida.
Così, parte la catena.
"Ciao, avrei pensato bla bla bla, per i nostri pargoletti, bla bla bla, il carnevale bla bla bla, non si divertono forse abbastanza durante il resto dell'anno?! (ndr), che ne pensate?".
Che ve credete voi?! Piuttosto.
Il mail è lo strumento del demonio.
Comincia il/la prim*: "Che bella idea! Facciamolo qui, il giorno tal de' tali e bla bla bla".
Ok, facile.
Tutti si accodano, no?
Per praticità e sveltezza dei processi decisionali, penso io pragmatico.
Corca.
Il mail è la libertà del cervello senza connessioni neuronali. Dobbiamo aver introiettato, da qualche parte nella nostra materia grigia, che siccome è il mail che ci connette, il cervello si può tenere spento. Sarà la libertà, a guidarci. Libera.
Arriva il/la second*: "Sarebbe meglio di sabato, in tal altro luogo, a quest'ora qui e bla bla bla".
Terz*: "Eh no, noi non possiamo proprio. A quell'ora abbiamo un altro impegno, quel giorno pioverà, famola al chiuso e bla bla bla".
Quart*: "Ah bene, d'accordo. Però. Però sarebbe meglio all'aperto. E di sera, e chi porta da mangiare? e bla bla bla".
Quint*: "No, niente mangiare, meglio organizzare giochi per tenerli impegnati, sennò si annoiano, a una festa?! Mischini, ndr, e quindi si fa al chiuso".
Il/la terz*, ribadisce: "Eh nooh, noi non possiamo proprio. Però. Però non importa dai, ci organizziamo, arriviamo dopo, veniamo via prima e di solito non puliamo il water".
Sest* (il sottoscritto): "Che?! C'è una festa? Quando?".
Settim*: "Le previsioni sono cambiate, la sala non è più disponibile. Facciamola al chiuso, no scusate all'aperto. Cambiamo sala. Chi raccoglie i soldi?".
Vado avanti?
"Ho trovato un'alternativa bellissima. Io porto i bicchieri, di plastica. La sala è meglio all'aperto. E in parrocchia no? Ma chi prenota? Non c'è più la sala, facciamola alla casa del popolo. In centro, no in periferia così ci si arriva con la macchina. Uffa dai, allora noi non veniamo. Io ho un altro impegno, la sera il pargolo fa meditazione trascendentale, si potrebbe fare di mattino? Ma no, di mattino c'è scuola. E chissene?! Io faccio una torta salata, anche una dolce; patatine? Non posso, qualcuno mi sostituisce. E la lezione di chitarra che faccio, gliela faccio saltare? Allora, s'è detto giovedì, vero? No, sabato. Ah okkei, vada per il martedì".
Che bello!
Io le feste (di carnevale, poi, più di tutte) le ho sempre adorate. Da ragazzino andavo, stavo zitto un monte, chiuso nel mio angoletto (qualche volta sbirciavo copertine di ellepì, per darmi un tono "mi si nota di meno") e la sera tornavo a casa più annoiato e sfavato (scusate il francesismo d'alta scuola) di prima. Non pomiciavo mai con nessuna (sì vabbé lo ammetto, ero un po' più grandicello, non come questi naccheri di quinta) ma in compenso sapevo tutto del grafico-illustratore-artista-geniale delle copertine dei Pink Floyd, Storm Thorgerson, me lo ricordo ancora. Qualche volta, capitava pure una copertina di Umberto Tozzi, giuro!, e lì non c'è mai stato verso: era devastante.
Alla fine, e non so nemmeno come tutti siano riusciti ad arrivare nello stesso posto e alla stessa ora e persino ognuno coi propri pargoli, la festa c'è stata. E' stata bellissima. Si sono divertiti un monte, dice chi c'è andato.
Io no.
Io sono rimasto a casa. Ma non per snobismo, giuro (un paio di copertine dei Pink Floyd me le sarei portate da casa volentieri).
E' che sono ancora qui a leggere i mail di convocazione e non capisco cosa dovrebbe accadere.
Ma dove?
Eee..... Quando?
E chi le porta le sfrappole?!
Le cheee?!
Idee come rappresentanza, democrazia scolastica, organi collegiali. Significati desueti, scomparsi. Parole arcane. Anzi, oramai, ar vento, proprio.
Perché oggi, nel tempo limpido e splendente del porno-marketing (nel senso, abbiate pietà, che utilizza più o meno le stesse metodiche e lo stesso background, diciamo, culturale - senza che nessuno se ne scandalizzi più, vivaddio!, anzi), dicevo al tempo d'oggi il/la rappresentante di classe si è trasformato in un dinamicissimo organizzatore di eventi.
Per anni nessuno mai si sarebbe sognato di offrirsi candidato (sai le rotture, per carità!) per farlo. Negli ultimi tempi, un fiume in piena. Gente che offre mazzette, per un posticino lassù, accanto alle divinità delle pàbblicrelesciòn.
Che te organizzo a carnevale?
Eeeh!
La festa di carnevale. E il suo strumento è la posta elettronica. Perfida.
Così, parte la catena.
"Ciao, avrei pensato bla bla bla, per i nostri pargoletti, bla bla bla, il carnevale bla bla bla, non si divertono forse abbastanza durante il resto dell'anno?! (ndr), che ne pensate?".
Che ve credete voi?! Piuttosto.
Il mail è lo strumento del demonio.
Comincia il/la prim*: "Che bella idea! Facciamolo qui, il giorno tal de' tali e bla bla bla".
Ok, facile.
Tutti si accodano, no?
Per praticità e sveltezza dei processi decisionali, penso io pragmatico.
Corca.
Il mail è la libertà del cervello senza connessioni neuronali. Dobbiamo aver introiettato, da qualche parte nella nostra materia grigia, che siccome è il mail che ci connette, il cervello si può tenere spento. Sarà la libertà, a guidarci. Libera.
Arriva il/la second*: "Sarebbe meglio di sabato, in tal altro luogo, a quest'ora qui e bla bla bla".
Terz*: "Eh no, noi non possiamo proprio. A quell'ora abbiamo un altro impegno, quel giorno pioverà, famola al chiuso e bla bla bla".
Quart*: "Ah bene, d'accordo. Però. Però sarebbe meglio all'aperto. E di sera, e chi porta da mangiare? e bla bla bla".
Quint*: "No, niente mangiare, meglio organizzare giochi per tenerli impegnati, sennò si annoiano, a una festa?! Mischini, ndr, e quindi si fa al chiuso".
Il/la terz*, ribadisce: "Eh nooh, noi non possiamo proprio. Però. Però non importa dai, ci organizziamo, arriviamo dopo, veniamo via prima e di solito non puliamo il water".
Sest* (il sottoscritto): "Che?! C'è una festa? Quando?".
Settim*: "Le previsioni sono cambiate, la sala non è più disponibile. Facciamola al chiuso, no scusate all'aperto. Cambiamo sala. Chi raccoglie i soldi?".
Vado avanti?
"Ho trovato un'alternativa bellissima. Io porto i bicchieri, di plastica. La sala è meglio all'aperto. E in parrocchia no? Ma chi prenota? Non c'è più la sala, facciamola alla casa del popolo. In centro, no in periferia così ci si arriva con la macchina. Uffa dai, allora noi non veniamo. Io ho un altro impegno, la sera il pargolo fa meditazione trascendentale, si potrebbe fare di mattino? Ma no, di mattino c'è scuola. E chissene?! Io faccio una torta salata, anche una dolce; patatine? Non posso, qualcuno mi sostituisce. E la lezione di chitarra che faccio, gliela faccio saltare? Allora, s'è detto giovedì, vero? No, sabato. Ah okkei, vada per il martedì".
Che bello!
Io le feste (di carnevale, poi, più di tutte) le ho sempre adorate. Da ragazzino andavo, stavo zitto un monte, chiuso nel mio angoletto (qualche volta sbirciavo copertine di ellepì, per darmi un tono "mi si nota di meno") e la sera tornavo a casa più annoiato e sfavato (scusate il francesismo d'alta scuola) di prima. Non pomiciavo mai con nessuna (sì vabbé lo ammetto, ero un po' più grandicello, non come questi naccheri di quinta) ma in compenso sapevo tutto del grafico-illustratore-artista-geniale delle copertine dei Pink Floyd, Storm Thorgerson, me lo ricordo ancora. Qualche volta, capitava pure una copertina di Umberto Tozzi, giuro!, e lì non c'è mai stato verso: era devastante.
Alla fine, e non so nemmeno come tutti siano riusciti ad arrivare nello stesso posto e alla stessa ora e persino ognuno coi propri pargoli, la festa c'è stata. E' stata bellissima. Si sono divertiti un monte, dice chi c'è andato.
Io no.
Io sono rimasto a casa. Ma non per snobismo, giuro (un paio di copertine dei Pink Floyd me le sarei portate da casa volentieri).
E' che sono ancora qui a leggere i mail di convocazione e non capisco cosa dovrebbe accadere.
Ma dove?
Eee..... Quando?
E chi le porta le sfrappole?!
Le cheee?!
sabato 9 novembre 2013
Parole sante
Popolo di viaggiatori, dice.
E infatti, come se non bastassero uscite scout, vacanze di branco, impegni scolastici, campi invernali, compiti e via giaculando, l'uomo piccolo è appena partito per il suo fine settimana judo, a sudare in una palestra su al nord.
Ogni volta l'organizzazione di questi eventi stra-ordinari sembra insormontabile. Eppure c'è saggezza nell'universo. E praticità.
Guardate cosa c'è scritto nel mail che convocava l'uscita:
"(...) Il cambio di vestiti non dovrebbe essere necessario (...). Meglio una borsa piccola e facilmente trasportabile che bambini puliti".
Ecco, talvolta le regole di vita sacrosante stanno anche dentro una comunicazione di servizio.
Parole sante. E sagge. Senza se e senza ma.
E buona domenica, judoisti.
E infatti, come se non bastassero uscite scout, vacanze di branco, impegni scolastici, campi invernali, compiti e via giaculando, l'uomo piccolo è appena partito per il suo fine settimana judo, a sudare in una palestra su al nord.
Ogni volta l'organizzazione di questi eventi stra-ordinari sembra insormontabile. Eppure c'è saggezza nell'universo. E praticità.
Guardate cosa c'è scritto nel mail che convocava l'uscita:
"(...) Il cambio di vestiti non dovrebbe essere necessario (...). Meglio una borsa piccola e facilmente trasportabile che bambini puliti".
Ecco, talvolta le regole di vita sacrosante stanno anche dentro una comunicazione di servizio.
Parole sante. E sagge. Senza se e senza ma.
E buona domenica, judoisti.
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giovedì 9 maggio 2013
Fahrenheit e i padri
Una delle trasmissioni più interessanti di Radio Tre. Dove non si conversa solo di libri ed autori e letteratura ma dove si ragiona molto anche intorno ai temi sociali, civili, culturali in senso allargato.
Una trasmissione a dir poco benemerita. Un'oasi di intelligenza, un paradiso di spunti di riflessione e di contributi sempre vivi al nostro pensare il mondo.
Fedele a questa tradizione, ieri c'è stata una conversazione assolutamente imperdibile tra la conduttrice Loredana Lipperini (qui c'è il suo blog personale, altro luogo di ottimi spunti) e due sociologhe dell'Università di Trento, Annalisa Murgia e Barbara Poggio.
La conversazione, che partiva dal libro delle docenti (qui i riferimenti), verteva intorno alla figura del padre e ai nuovi confini che essa sta acquistando, soprattutto per merito dei padri più giovani (ma non solo, aggiungo io), in questi ultimi anni.
Una conversazione per molti versi illuminante, soprattutto nell'illustrare le caratteristiche di questi nuovi modelli di paternità oppure quando si raccontava di come il congedo parentale maschile sia ancora visto un po' come fumo negli occhi da aziende e organizzazioni che già mal sopportano quello femminile. E questo spiega molto del Paese nel quale viviamo e di come i diritti delle persone siano concepiti.
Non voglio fare il riassunto perché la conversazione è reperibile in podcast e può essere ascoltata nella sua interezza. Lo merita davvero.
Qui il link, una sola avvertenza: il link reindirizza alla pagina generale dei podcast di Fahrenheit. Al momento in cui pubblico questo post la conversazione di cui parlo è in cima alla pagina e immediatamente individuabile. Se doveste capitare qui a distanza di tempo, abbiate la pazienza di scorrere l'elenco, la troverete più in basso, tra le altre. La data da cercare è quella di ieri, 08/05/2013.
Una trasmissione a dir poco benemerita. Un'oasi di intelligenza, un paradiso di spunti di riflessione e di contributi sempre vivi al nostro pensare il mondo.
Fedele a questa tradizione, ieri c'è stata una conversazione assolutamente imperdibile tra la conduttrice Loredana Lipperini (qui c'è il suo blog personale, altro luogo di ottimi spunti) e due sociologhe dell'Università di Trento, Annalisa Murgia e Barbara Poggio.
La conversazione, che partiva dal libro delle docenti (qui i riferimenti), verteva intorno alla figura del padre e ai nuovi confini che essa sta acquistando, soprattutto per merito dei padri più giovani (ma non solo, aggiungo io), in questi ultimi anni.
Una conversazione per molti versi illuminante, soprattutto nell'illustrare le caratteristiche di questi nuovi modelli di paternità oppure quando si raccontava di come il congedo parentale maschile sia ancora visto un po' come fumo negli occhi da aziende e organizzazioni che già mal sopportano quello femminile. E questo spiega molto del Paese nel quale viviamo e di come i diritti delle persone siano concepiti.
Non voglio fare il riassunto perché la conversazione è reperibile in podcast e può essere ascoltata nella sua interezza. Lo merita davvero.
Qui il link, una sola avvertenza: il link reindirizza alla pagina generale dei podcast di Fahrenheit. Al momento in cui pubblico questo post la conversazione di cui parlo è in cima alla pagina e immediatamente individuabile. Se doveste capitare qui a distanza di tempo, abbiate la pazienza di scorrere l'elenco, la troverete più in basso, tra le altre. La data da cercare è quella di ieri, 08/05/2013.
venerdì 12 aprile 2013
Genitori digitali
"Internazionale" ha questo di bello, che ogni volta ci apre gli occhi, illumina con taglio diverso la realtà dei fatti, riporta notizie ed opinioni che stavano per sfuggirci. E ci sorprende.
Anche noi qui, in questa famiglia. Ché sull'argomento coltiviamo le nostre contraddizioni con splendida leggerezza, quasi un pollice verde delle contraddizioni.
Sull'argomento, infatti, la profe ed io, siamo scissi e schizofrenici più di quanto oseremmo ammettere. Da un lato siamo drogati tecnologici, spesso connessi, sempre a far riferimento alla rete. Molta parte del nostro tempo libero si gioca, e si spende, lì.
Dall'altro lato siamo talebani sublimi, vorremmo impedire ai nostri figli qualsiasi contatto con gli oggetti hi-tech (di cui pure siamo riccamentissimamente dotati, compreso lo smartphone touch a cui la profe ha finalmente abdicato...), siamo pronti a negare l'accesso alla rete, il giochino su tablet, l'app per quanto educational. Per noi due, Wii non è sinonimo di console ma di senso di colpa (per avergliela comprata). Immagino si possa facilmente capire che florilegio di rimbrotti, litigi, contrattrazioni di bassa lega, punizioni tutto questo comporti e anche, a dirla tutta, cosa voglia dire in termini di gap sociale, soprattutto per la donna grande, se è vero come è vero che alle medie è già tutto un trionfo di iQualsiasicosa, smart e mini, ultra, app e boing e crash e gulp.
Leggetevi un bel libro, giocate con i playmobil, invitate a casa un amico/a.
(Il bello di tutto ciò è che coi playmos - abbreviazione familiare - ci passano spesso delle ore; che amici ne vedono abbastanza; che ormai anche l'uomo piccolo, prima piuttosto refrattario, ha cominciato - evviva! evviva! - a leggerne, di libri).
Leggetevi un bel libro.
Guardatevi un film?...
Poi, appunto, arriva "Internazionale".
(Non che non sia facile ricordarsi come le lobby e le aziende del settore siano potentissime, vero governo della globalità molto più dei Governi nazionali, e ricchissime da potersi permettere di creare statistiche ad hoc, commissionare studi prestigiosissimi. Persino - ovvove! - di pagare giornalisti).
Insomma, godiamoci il problema.
Il ragionamento, questa settimana, è questo (attendiamo fioriture copiose di contraddizioni ancor più belle):
./.. segue qui
Anche noi qui, in questa famiglia. Ché sull'argomento coltiviamo le nostre contraddizioni con splendida leggerezza, quasi un pollice verde delle contraddizioni.
Sull'argomento, infatti, la profe ed io, siamo scissi e schizofrenici più di quanto oseremmo ammettere. Da un lato siamo drogati tecnologici, spesso connessi, sempre a far riferimento alla rete. Molta parte del nostro tempo libero si gioca, e si spende, lì.
Dall'altro lato siamo talebani sublimi, vorremmo impedire ai nostri figli qualsiasi contatto con gli oggetti hi-tech (di cui pure siamo riccamentissimamente dotati, compreso lo smartphone touch a cui la profe ha finalmente abdicato...), siamo pronti a negare l'accesso alla rete, il giochino su tablet, l'app per quanto educational. Per noi due, Wii non è sinonimo di console ma di senso di colpa (per avergliela comprata). Immagino si possa facilmente capire che florilegio di rimbrotti, litigi, contrattrazioni di bassa lega, punizioni tutto questo comporti e anche, a dirla tutta, cosa voglia dire in termini di gap sociale, soprattutto per la donna grande, se è vero come è vero che alle medie è già tutto un trionfo di iQualsiasicosa, smart e mini, ultra, app e boing e crash e gulp.
Leggetevi un bel libro, giocate con i playmobil, invitate a casa un amico/a.
(Il bello di tutto ciò è che coi playmos - abbreviazione familiare - ci passano spesso delle ore; che amici ne vedono abbastanza; che ormai anche l'uomo piccolo, prima piuttosto refrattario, ha cominciato - evviva! evviva! - a leggerne, di libri).
Leggetevi un bel libro.
Guardatevi un film?...
Poi, appunto, arriva "Internazionale".
(Non che non sia facile ricordarsi come le lobby e le aziende del settore siano potentissime, vero governo della globalità molto più dei Governi nazionali, e ricchissime da potersi permettere di creare statistiche ad hoc, commissionare studi prestigiosissimi. Persino - ovvove! - di pagare giornalisti).
Insomma, godiamoci il problema.
Il ragionamento, questa settimana, è questo (attendiamo fioriture copiose di contraddizioni ancor più belle):
./.. segue qui
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lunedì 18 marzo 2013
La scienza
Qualche volta la profe inciampa.
Anche se è ora di uscire per accompagnare a scuola l'uomo piccolo. E sono in ritardo.
- Uomo piccolo, ti sembra il momento di stare lì a cincischiare?!?!
(Il tono di voce è impercettibilmente stridulo, nota altina).
- Mamma. Ma, secondo te, osservare il DNA di una banana immerso nell'alcool è cincischiare?! Non hai proprio pietà per la scienza.
E vai.
Buon lunedì, eh.
Anche se è ora di uscire per accompagnare a scuola l'uomo piccolo. E sono in ritardo.
- Uomo piccolo, ti sembra il momento di stare lì a cincischiare?!?!
(Il tono di voce è impercettibilmente stridulo, nota altina).
- Mamma. Ma, secondo te, osservare il DNA di una banana immerso nell'alcool è cincischiare?! Non hai proprio pietà per la scienza.
E vai.
Buon lunedì, eh.
giovedì 24 gennaio 2013
Rapporti
Un rapporto (disciplinare) è un rapporto è un rapporto.
Eppure arriva sempre un momento in cui una mamma (curiosamente sono quasi sempre le mamme che si occupano di questi aspetti) si indigna.
E contesta.
Ché l'insegnante è alle prime armi ed inesperta.
Ché è ingiusto punire tutta la classe se a far confusione sono solo tre o quattro (mediamente sempre qualcun 'altro').
Ché bisogna dirlo (fare delazione) agli altri insegnanti e vedere cosa ne pensano loro.
Ché altrimenti i ragazzini non capiscono più come si devono comportare e se vale davvero la pena comportarsi bene se poi puniscono tutti indiscriminatamente con un rapporto disciplinare.
C'è sempre un perché anche quando forse un perché non ci sarebbe.
Ma ci sarebbe la scuola con le sue regole. I suoi errori, se di errori si tratta. I tentativi di crescere, insieme ai ragazzini. Di essere un corpo vivo.
E noi genitori, talvolta, sprechiamo occasioni per tacere.
Un rapporto (disciplinare) è un rapporto è un rapporto.
Eppure arriva sempre un momento in cui una mamma (curiosamente sono quasi sempre le mamme che si occupano di questi aspetti) si indigna.
E contesta.
Ché l'insegnante è alle prime armi ed inesperta.
Ché è ingiusto punire tutta la classe se a far confusione sono solo tre o quattro (mediamente sempre qualcun 'altro').
Ché bisogna dirlo (fare delazione) agli altri insegnanti e vedere cosa ne pensano loro.
Ché altrimenti i ragazzini non capiscono più come si devono comportare e se vale davvero la pena comportarsi bene se poi puniscono tutti indiscriminatamente con un rapporto disciplinare.
C'è sempre un perché anche quando forse un perché non ci sarebbe.
Ma ci sarebbe la scuola con le sue regole. I suoi errori, se di errori si tratta. I tentativi di crescere, insieme ai ragazzini. Di essere un corpo vivo.
E noi genitori, talvolta, sprechiamo occasioni per tacere.
Un rapporto (disciplinare) è un rapporto è un rapporto.
lunedì 17 settembre 2012
Calcio vs judo: lo scontro finale
Beh, siamo stati fortunati.
Dopo lunghe ed articolate conversazioni - la profe ed io - con l'uomo piccolo, abbiamo capito come stavano davvero le cose.
- Veramente, a me del calcio non importa tanto. Io volevo farlo solo per stare insieme ai miei amici.
Insomma, i suoi compagni di classe adorati.
Quelli che gli riempiono le parole ed i pensieri.
È una bella fortuna sentirsi così a casa, nel proprio ambiente scolastico. La donna grande, ad esempio, ha sofferto parecchio prima di entrare in sintonia col resto della classe. L'uomo piccolo, invece, anche aiutato dalla presenza del suo compagno del cuore, è subito entrato in risonanza con tutti gli altri. Senza timidezze, senza complessi, senza fatica.
Sono spesso i sentimenti, non la ragione, a guidare le nostre scelte. Quelli del marketing lo sanno fin troppo bene e ciurlano nel manico alla grande. Ci manovrano.
L'educazione sentimentale è uno dei fondamenti della crescita di ognuno di noi, grandi e piccini, ma credo anche che uno dei compiti più importanti e delicati del mestiere di genitore sia quello di saperli guidare nelle loro scelte, almeno finché non sono in grado di farle in totale autonomia. Magari facendogli capire che esse possono essere il risultato di una buona analisi. Di un buon pensiero. Qualcosa di questo genere, insomma:
- Scusa, uomo piccolo, ma io credevo che tu volessi fare uno sport che ti piacesse.
- Ma infatti judo mi piace.
- E non sarebbe noioso star sempre con gli stessi amici? State già insieme tutto il giorno a scuola.
- In effetti...
- E invece, facendo judo, troveresti altri amici, avresti un altro gruppetto di persone a cui far riferimento.
Non c'è stato bisogno di insistere nemmeno un po'. L'uomo piccolo ha tirato le sue conclusioni che, malgrado le apparenze, aveva già in testa. La sua parte razionale era già d'accordo da un pezzo. La sua esperienza estiva alle vacanze di branco degli scout gli aveva dato proprio questa risposta: amici diversi in contesti diversi. E tutti sono importanti.
Ognuno è un legame.
E poi, perché no, spesso fermarsi al primo impulso può nascondere solo quella voglia di conformismo che tutti conosciamo. Aderire alle scelte della maggioranza, andar dietro a quel che fanno tutti, a quel che è più di moda.
Non siamo pecore.
E i sentimenti li coltiviamo in libertà. O, almeno, ci proviamo.
Ah, dimenticavo...: l'uomo piccolo ha ripreso col judo. :-)
Dopo lunghe ed articolate conversazioni - la profe ed io - con l'uomo piccolo, abbiamo capito come stavano davvero le cose.
- Veramente, a me del calcio non importa tanto. Io volevo farlo solo per stare insieme ai miei amici.
Insomma, i suoi compagni di classe adorati.
Quelli che gli riempiono le parole ed i pensieri.
È una bella fortuna sentirsi così a casa, nel proprio ambiente scolastico. La donna grande, ad esempio, ha sofferto parecchio prima di entrare in sintonia col resto della classe. L'uomo piccolo, invece, anche aiutato dalla presenza del suo compagno del cuore, è subito entrato in risonanza con tutti gli altri. Senza timidezze, senza complessi, senza fatica.
Sono spesso i sentimenti, non la ragione, a guidare le nostre scelte. Quelli del marketing lo sanno fin troppo bene e ciurlano nel manico alla grande. Ci manovrano.
L'educazione sentimentale è uno dei fondamenti della crescita di ognuno di noi, grandi e piccini, ma credo anche che uno dei compiti più importanti e delicati del mestiere di genitore sia quello di saperli guidare nelle loro scelte, almeno finché non sono in grado di farle in totale autonomia. Magari facendogli capire che esse possono essere il risultato di una buona analisi. Di un buon pensiero. Qualcosa di questo genere, insomma:
- Scusa, uomo piccolo, ma io credevo che tu volessi fare uno sport che ti piacesse.
- Ma infatti judo mi piace.
- E non sarebbe noioso star sempre con gli stessi amici? State già insieme tutto il giorno a scuola.
- In effetti...
- E invece, facendo judo, troveresti altri amici, avresti un altro gruppetto di persone a cui far riferimento.
Non c'è stato bisogno di insistere nemmeno un po'. L'uomo piccolo ha tirato le sue conclusioni che, malgrado le apparenze, aveva già in testa. La sua parte razionale era già d'accordo da un pezzo. La sua esperienza estiva alle vacanze di branco degli scout gli aveva dato proprio questa risposta: amici diversi in contesti diversi. E tutti sono importanti.
Ognuno è un legame.
E poi, perché no, spesso fermarsi al primo impulso può nascondere solo quella voglia di conformismo che tutti conosciamo. Aderire alle scelte della maggioranza, andar dietro a quel che fanno tutti, a quel che è più di moda.
Non siamo pecore.
E i sentimenti li coltiviamo in libertà. O, almeno, ci proviamo.
Ah, dimenticavo...: l'uomo piccolo ha ripreso col judo. :-)
mercoledì 29 febbraio 2012
Rossella libera. Free Rossella
Oggi è il giorno in cui molte voci si uniscono per parlare di Rossella Urru.
Per dire che vogliamo vederla tornare libera.
Lei che, come tant* altr*, ogni giorno opera perché un pezzettino di mondo sia migliore. Perché donne e bambini, proprio come nel caso specifico di Rossella, possano sopravvivere alla povertà. Alla fame.
Rossella, ti aspettiamo.
Per dire che vogliamo vederla tornare libera.
Lei che, come tant* altr*, ogni giorno opera perché un pezzettino di mondo sia migliore. Perché donne e bambini, proprio come nel caso specifico di Rossella, possano sopravvivere alla povertà. Alla fame.
Rossella, ti aspettiamo.
lunedì 28 novembre 2011
A volte, ci sono padri
A volte negli occhi dei padri si vede come un velo, quando parlano dei figli.
Forse una distanza ("se ne occupa mia moglie, in fondo, e va bene così"). Oppure "non li capisco, non sembrano quasi essere figli miei" che è esattamente la stessa cosa.
Forse un rimpianto, come di qualcosa andato "storto" ma che ora è difficile, molto difficile, raddrizzare.
Altre volte c'è una complicità (soprattutto quando i figli sono adolescenti) giovanilistica, un'amicizia paritaria che facilmente può essere fraintesa. E sfuggire alle regole, ai ruoli, ai compiti.
Ci sono padri presenti che vivono la responsabilità come un peso schiacciante. Come una fuga da tutto il resto. Come un cercare se stessi in quel nuovo "lavoro".
Alcune volte silenzi ottusi che interrogano senza fine, domande che si rincorrono e che sembrano senza risposta ma anche, scusandomi per l'involontario bisticcio di parole, anche senza domande.
Padri che c'erano e oggi non ci sono più. Padri che non ci sono mai stati. Padri-ragazzini che chiedono comprensione come se si trovassero di fronte a un genitore altro da sé.
Padri che fanno a gara nel conquistare vette che non avevano bisogno di essere scalate. Padri che nemmeno ci hanno mai provato, sconfitti dalla fatica del solo pensarci.
Padri che scompaiono, nascosti dietro se stessi o dietro qualcun altro che li sostituisce.
Padri che hanno i figli all'altro capo del cellulare, ogni tanto, ogni qual volta. Spesso o poco, chissà.
A volte guardo me stesso e mi dico chissà quante altre volte inciamperò e ogni volta che fatica ma anche che grande conquista rialzarsi. E ricominciare.
Forse una distanza ("se ne occupa mia moglie, in fondo, e va bene così"). Oppure "non li capisco, non sembrano quasi essere figli miei" che è esattamente la stessa cosa.
Forse un rimpianto, come di qualcosa andato "storto" ma che ora è difficile, molto difficile, raddrizzare.
Altre volte c'è una complicità (soprattutto quando i figli sono adolescenti) giovanilistica, un'amicizia paritaria che facilmente può essere fraintesa. E sfuggire alle regole, ai ruoli, ai compiti.
Ci sono padri presenti che vivono la responsabilità come un peso schiacciante. Come una fuga da tutto il resto. Come un cercare se stessi in quel nuovo "lavoro".
Alcune volte silenzi ottusi che interrogano senza fine, domande che si rincorrono e che sembrano senza risposta ma anche, scusandomi per l'involontario bisticcio di parole, anche senza domande.
Padri che c'erano e oggi non ci sono più. Padri che non ci sono mai stati. Padri-ragazzini che chiedono comprensione come se si trovassero di fronte a un genitore altro da sé.
Padri che fanno a gara nel conquistare vette che non avevano bisogno di essere scalate. Padri che nemmeno ci hanno mai provato, sconfitti dalla fatica del solo pensarci.
Padri che scompaiono, nascosti dietro se stessi o dietro qualcun altro che li sostituisce.
Padri che hanno i figli all'altro capo del cellulare, ogni tanto, ogni qual volta. Spesso o poco, chissà.
A volte guardo me stesso e mi dico chissà quante altre volte inciamperò e ogni volta che fatica ma anche che grande conquista rialzarsi. E ricominciare.
domenica 14 febbraio 2010
Spinoza a colazione
Stabilendo come nostro principio etico la verità, Margherita Hack è la donna più bella ed elegante d'Italia.
(Oltre ad avere un cervello da lasciarci tutti in panchina...).
(Oltre ad avere un cervello da lasciarci tutti in panchina...).
lunedì 18 gennaio 2010
L'intervista a Zoja
Ne avevo anticipato qualcosa qui.
Ora finalmente sono riuscito ad avere il testo dell'intervista. Devo ringraziare di questo il giornalista che l'ha realizzata, Daniele Balicco, che è stato così gentile da inviarmi il file e darmi la possibilità di postarlo qui sopra.
Quali sono le figure mitiche che meglio rappresentano, secondo lei, i pericoli e i poteri del maschile non paterno?
Anzitutto il ciclo di Troia. In Omero quello che viene rappresentato è proprio il conflitto fra la storia di questo recente incivilimento e la possibilità di un suo fallimento. Da una parte, infatti, abbiamo la rappresentazione della guerra fra maschi per il possesso di un’unica donna. La prima grande guerra “mondiale” dell’Occidente si svolge tutta per il possesso di Elena. Si interrompe la vita quotidiana di un intero popolo, tutto è sospeso, per una guerra assurda e lunghissima. Per questa ragione, il duello centrale, quello fra Achille ed Ettore, è emblematico: Ettore, infatti, a differenza degli altri guerrieri viene rappresentato anche come padre e come marito. E’ già una figura complessa, mentre Achille, e tutti gli altri Greci, sono solo guerrieri maschi. Se si fa attenzione a come sono rappresentate le armature dei guerrieri greci è interessante notare che sono pensate più per intimorire lo sguardo dell’avversario, che per l’utilità pratica nel combattimento. Certe vestizioni, come insegnano molti etologi della zoologia umana, come Irenäus Eibl-Eibesfeldt, sono semplici prolungamenti del comportamento animale. In tutto il ciclo troiano, dunque, viene messa in scena questa lotta fra l’istinto maschile e la scelta paterna; e anche l’Odissea ruota intorno a questo problema. Per esempio, lo scontro fra Ulisse e il Ciclope, tutta forza fisica esterna il secondo, tutta intelligenza il primo; ma soprattutto la vittoria di Ulisse contro i Proci. Del resto, la figura di Odisseo è molto complessa, è un padre che pensa sempre al suo ritorno, eppure si lascia tentare da altre figure femminili e dalla sua curiosità esplorativa dello spazio.
Spostando lo sguardo velocemente sulle figure femminili, forse si può notare che anche Penelope è l’esito di questa rivoluzione monogamica, assediata dalla regressione zoologica. È molto diverso, infatti, il suo femminile, da quello di Calipso, di Circe o delle sirene, tutte figure che vengono rappresentate come tentatrici e pericolose proprio perché foriere di regressione verso un maschile pre-paterno.
Mi sembra un’osservazione intelligente. Penelope è una figura di femminile materno, fedele al marito e alle generazioni. L’atto di tessere la tela è simbolico, si lega alla continuità delle generazioni perché quello che fa e disfa è il mantello in cui verrà avvolto il corpo di Laerte, una volta defunto. Ed è un atto bellissimo e anche impressionante, se uno ci pensa: testimonia come la presenza della morte e del negativo sia vissuta come elemento costitutivo della vita quotidiana. Se pensiamo, viceversa, a come la società moderna censura e cancella la morte, che viene, infatti, sbrigata come disgrazia affidandola ad un meccanismo commerciale predisposto, la differenza è quella di un vero e proprio capovolgimento. La rimozione è totale.
Uno dei miti su cui lei sta lavorando, e che mostra molto bene l’ambivalenza dell’identità maschile, è il mito dei Centauri.
Un anno fa, mi è capitato di vedere al Louvre delle metope e dei bassorilievi greci raffiguranti un gruppo di Centauri che rapiva donne Lapite. Non mi ero mai interessato alla figura del Centauro, ma, come è subito evidente, il suo significato fa proprio al caso nostro. La mitologia dei Centauri non è estesa, le fonti sono soprattutto romane: Le Metamorfosi di Ovidio, anzitutto. Poche le testimonianze greche. Quello che emerge è che sono un popolo intero maschile – solo in pochissime fonti viene rappresentata anche una “centauressa” – che conosce il rapimento come unica relazione con il sesso femminile. Del resto, la loro rappresentazione scissa, metà umana nella parte alta del corpo e metà animale in quella bassa, significa per immagini quello che poi dice il mito: il maschile non riesce a staccarsi dalla sua natura animale, non riesce a completare la propria umanizzazione. E non a caso è la parte inferiore che è animale, quella legata alla parte riproduttiva. Per altro, mi sento di poter sostenere che c’è una strana anticipazione nel mito di alcuni fenomeni attuali degenerativi. Penso alla gang rape, la violenza di gruppo. I Centauri conoscono solo questo tipo di sessualità di gruppo e sono, ed è molto interessante, sempre ubriachi, privi di coscienza.
I Centauri testimoniano dunque, attraverso il mito, della continua possibilità per la nostra specie di una regressione verso un maschile animale, non paterno?
Credo che la questione sia più complicata. Sarebbe, infatti, una semplificazione sostenere che i Centauri rappresentano una pura regressione animale, perché, in realtà, non esiste in nessuna specie animale questa pratica sessuale di gruppo violenta. A questo proposito, va riutilizzato un concetto famoso di Erik Erikson: il concetto di pseudo-speciazione. L’essere umano è l’unico animale che commette l’assassinio interspecifico in modo regolare. Solo alcuni tipi di scimmie e di felini lo fanno, ma in casi estremamente eccezionali. L’essere umano, invece, tranquillamente uccide suoi simili perché l’altro non viene più percepito, come negli animali, appartenente alla stessa specie. L’uomo riconosce i propri simili attraverso lingua, cultura, vestiti e non, per esempio, attraverso l’olfatto, come fanno in genere gli animali. Quando si parlano lingue troppo diverse, ci si veste in modo troppo diverso, si può percepire l’altro come non appartenente alla specie. E questo fa cadere l’inibizione ad uccidere. Questa è la pseudo speciazione, un fenomeno culturale che rompe l’istinto e che quindi ci fa molto più distruttivi. Quando si decostruisce l’aspetto maschile civile, quello del padre, si costruisce una pseudo-speciazione che separa maschile da femminile. Nella gang-rape l’uso indifferente di violenza estrema accompagnato da atti di sadismo e talora perfino dalla morte della vittima descrive una modalità di relazione dove il femminile viene percepito come qualcosa di talmente diverso da permettere la caduta dell’inibizione ad uccidere. Allo stesso modo di come cade l’inibizione ad uccidere un popolo diverso.
Esistono, secondo lei, episodi storici che possono essere interpretati come prime anticipazioni di questa riattivazione inquietante del mito dei Centauri?
Il più grosso episodio storico di stupri di massa è quello dell’Armata Rossa, in Germania, nel 1945. Alla fine della Seconda Guerra Mondiale, fu dato il via libera ai militari sovietici di violentare le donne tedesche. Purtroppo, ha ragione Jung quando sostiene che combattere troppo un nemico può far diventare simili al nemico stesso, perché la brutalità con cui i militari sovietici hanno terrorizzato e stuprato le donne tedesche non ha nulla da invidiare alla pratiche naziste. Se si pensa inoltre che l’Armata Rossa non dava licenze di alcun tipo, questo significa che la stragrande maggioranza dei militari era costituita da ragazzi che combattevano ininterrottamente da quattro anni di fila, visto che la guerra era cominciata nel giugno ’41. Non è difficile capire come questi giovani fossero ormai abituati ad una tale distanza dal femminile da percepire le donne come qualcosa di assolutamente altro, anche perché appartenenti ad un popolo diverso e nemico. Di nuovo, un caso di pseudo speciazione. Ed è qualcosa che si è rivisto, per esempio, negli stupri etnici in Ex-Jugoslavia ed è ora diffusissimo soprattutto in Africa, nelle zone uscite da devastanti guerre civili, come la Liberia, la Sierra Leone o le zone ad est del Congo. Battaglioni costituiti da ragazzi giovanissimi, a cui viene dato un kalashnikov in mano e che si abituano a combattere ed uccidere fin da piccoli, una volta cresciuti, e magari ormai disarmati, danno vita a bande di maschi atte allo stupro di massa. Sono ragazzi che hanno conosciuto la violenza come unica modalità di relazione con l’altro; in questo caso, il femminile. Eppure tutto questo accade anche nel nostro ricco Occidente, dalle periferie alle scuole ricche del centro. Si pensi ad un caso di qualche mese fa: una banda di adolescenti ricchi ha isolato una ragazza che è stata poi stuprata a turno da tutti, per ore. La cosa impressionante è che, una volta interrogati, questi giovani non provano alcun senso di colpa per quanto commesso. E questo è davvero sconcertante, vista la facilità con cui oggi, in un Occidente laico e consumista, è possibile avere relazioni e rapporti sessuali con chiunque e di qualunque tipo. Il problema è dunque culturale: e può essere visto come la riattivazione, nell’inconscio sociale, del mito dei Centauri. Chiamiamolo, per comodità, centaurismo. Si tratta dunque di un maschile violento che mette in atto possessioni di gruppo simili a quelle che i trattati di psichiatria – penso per esempio a quello scritto da Jasper - chiamano “epidemie psichiche”.
Esiste, secondo lei, un rapporto fra crisi della funzione paterna e ritorno dei Centauri?
Credo proprio di sì. Quello che impressiona è la fragilità individuale nascosta sotto queste pratiche di gruppo violente. Fragilità che negli ultimi anni è aumentata soprattutto a causa della disattivazione della funzione paterna. Non intendo, naturalmente, la funzione paterna in senso letterale, la presenza fisica di un maschio adulto. Ma di quello che chiamerei qualità paterna nell’educazione, qualunque sia la forma di famiglia vissuta. Penso alla capacità di dire no, di porre dei limiti, di creare un’economia mentale volta al risparmio delle energie psichiche nell’immediato in virtù di un progetto, di una preparazione di futuro, di una gratificazione differita, ma più intensa e proficua. La qualità psicologica del paterno non coincide soltanto con una visione derivante da una diffusa banalizzazione del freudismo, per cui il padre è l’elemento castrante, il famoso complesso di Edipo. Ricordiamoci che non è l’unico modo possibile di interpretare il paterno. È un mito sicuramente interessante quello di Edipo, insieme però a moltissimi altri miti che descrivono altre qualità e altre prerogative della funzione del padre: in particolare la figura di Ettore. Se i Greci ne hanno usati tanti, lo possiamo fare anche noi. Non pretendiamo dunque da quel racconto l’unico modo possibile dell’essere paterno. Si può, per esempio, essere padri spiegando le ragioni del no, motivando la necessità della rinuncia in vista di un progetto e di una gratificazione maggiore. Non per forza l’interdizione deve essere implicita, sadica, castrante. Può essere spiegata e diventare ragionevole.
Luigi Zoja, già presidente della IAAP, l’associazione che raggruppa gli analisti junghiani nel mondo, ha lavorato a Zurigo, New York e Milano. I suoi lavori, scritti con un stile elegante di rara limpidezza, descrivono ed interpretano, attraverso lo studio del mito, i pericoli regressivi, le aberrazioni culturali e le patologie sociali del nostro tempo. I suoi libri sono tradotti in quattordici lingue. Fra le sue ultime pubblicazioni ricordiamo: Nascere non basta. Iniziazione e tossicodipendenza (Cortina, Milano 1985 e 2003); Il gesto di Ettore. Preistoria, storia, attualità e scomparsa del padre (Bollati Boringhieri, Torino 2000); Giustizia e Bellezza (Bollati Boringhieri, Torino 2007); Contro Ismene. Considerazioni sulla violenza (Bollati Boringhieri, Torino 2008); La scomparsa del prossimo (Einaudi, Torino 2008).
Ora finalmente sono riuscito ad avere il testo dell'intervista. Devo ringraziare di questo il giornalista che l'ha realizzata, Daniele Balicco, che è stato così gentile da inviarmi il file e darmi la possibilità di postarlo qui sopra.
E' un'intervista un po' lunga (e tra l'altro, come vedrete, è solo una parte) ma vale senz'altro la pena leggerla, leggerla attentamente e rifletterci su.
A mio parere ci sono tanti, tantissimi spunti. Buona lettura!
Luigi Zoja
L’eclissi dei padri
Intervista a cura di Daniele Balicco
[La versione integrale di questa conversazione sarà pubblicata nel numero 61 della rivista «Allegoria»]
Per iniziare questa nostra conversazione sulle forme ambivalenti dell’identità maschile, le chiederei di descrivere anzitutto la qualità peculiare che la differenzia dalla sua identità opposta, quella femminile.
Premetto che la tesi che sosterrò deriva da letture di grandi scienziate, su tutte l’antropologa americana Margaret Mead e poi Helen Fischer. In poche parole la tesi è questa: per cercare di ricostruire a tutti i livelli zoologici dell’evoluzione cosa possa essere definito ereditato, istintivo, zoologico, vale a dire appartenente a noi in quanto corporeità animale, e cosa invece elaborato dalla cultura, si vede facilmente che esiste una continuità del naturale nel femminile. Anche solo per la simbiosi tra la madre e il piccolo. Per questa ragione si può sostenere abbastanza facilmente che l’elemento materno è istintuale prima che culturale. Ed è un elemento molto profondo soprattutto a partire dai mammiferi che compaiono sulla Terra circa 250 milioni di anni fa. Questa generalizzazione non vale, per esempio, se osserviamo i volatili, dove è molto frequente un nucleo monogamo familiare che per molti aspetti anticipa il nostro. Ma tornando a noi, nel corso dell’evoluzione è possibile riscontrare che i mammiferi specializzano il rapporto madre/figlio e non invece il rapporto paterno. Qui possiamo iniziare ad introdurre l’ambivalenza fondamentale dell’identità maschile: quella di padre e quella di maschio fecondatore. La natura ha predisposto nel maschio solo la capacità di fecondare la femmina, non veramente quella di accudire e proteggere la prole. I mammiferi generalmente conoscono il maschio genitore, ma non il padre, parola che va usata intendendo l’elemento culturale, perché deriva da una radice indoeuropea /pa/ che indica nutrizione, quindi prendersi cura in modo continuativo, che nei mammiferi è un attributo solo delle madri. Anche avvicinandoci alla specie umana, nei mammiferi più sviluppati, continua questa funzione del maschio genitore senza un rapporto diretto con la sua prole. Poi c’è un salto. Perché se uno inizia a studiare le società umane più semplici, tanto quelle antiche quanto i cosiddetti fossili antropologici, troviamo subito la comparsa del ruolo paterno, vale a dire del maschio che riconosce la propria discendenza e la protegge. Questa è l’invenzione del padre, dunque non un semplice genitore biologico, quanto una figura impegnata nella protezione e nella crescita dei piccoli. Per questa ragione, come sostengo nel Il gesto di Ettore, sono convinto che la paternità è fondamentalmente un’adozione. Sono necessarie intenzione e consapevolezza. Il diritto romano le codifica in un rituale: il padre deve innalzare il figlio verso l’alto e così lo adotta. Quello che è dunque sorprendente, se uno segue l’evoluzione dei mammiferi, è che è proprio questo il salto che differenzia la specie umana, l’invenzione di un nucleo monogamico stabile che assegna al maschio una funzione paterna.
A mio parere ci sono tanti, tantissimi spunti. Buona lettura!
Luigi Zoja
L’eclissi dei padri
Intervista a cura di Daniele Balicco
[La versione integrale di questa conversazione sarà pubblicata nel numero 61 della rivista «Allegoria»]
Per iniziare questa nostra conversazione sulle forme ambivalenti dell’identità maschile, le chiederei di descrivere anzitutto la qualità peculiare che la differenzia dalla sua identità opposta, quella femminile.
Premetto che la tesi che sosterrò deriva da letture di grandi scienziate, su tutte l’antropologa americana Margaret Mead e poi Helen Fischer. In poche parole la tesi è questa: per cercare di ricostruire a tutti i livelli zoologici dell’evoluzione cosa possa essere definito ereditato, istintivo, zoologico, vale a dire appartenente a noi in quanto corporeità animale, e cosa invece elaborato dalla cultura, si vede facilmente che esiste una continuità del naturale nel femminile. Anche solo per la simbiosi tra la madre e il piccolo. Per questa ragione si può sostenere abbastanza facilmente che l’elemento materno è istintuale prima che culturale. Ed è un elemento molto profondo soprattutto a partire dai mammiferi che compaiono sulla Terra circa 250 milioni di anni fa. Questa generalizzazione non vale, per esempio, se osserviamo i volatili, dove è molto frequente un nucleo monogamo familiare che per molti aspetti anticipa il nostro. Ma tornando a noi, nel corso dell’evoluzione è possibile riscontrare che i mammiferi specializzano il rapporto madre/figlio e non invece il rapporto paterno. Qui possiamo iniziare ad introdurre l’ambivalenza fondamentale dell’identità maschile: quella di padre e quella di maschio fecondatore. La natura ha predisposto nel maschio solo la capacità di fecondare la femmina, non veramente quella di accudire e proteggere la prole. I mammiferi generalmente conoscono il maschio genitore, ma non il padre, parola che va usata intendendo l’elemento culturale, perché deriva da una radice indoeuropea /pa/ che indica nutrizione, quindi prendersi cura in modo continuativo, che nei mammiferi è un attributo solo delle madri. Anche avvicinandoci alla specie umana, nei mammiferi più sviluppati, continua questa funzione del maschio genitore senza un rapporto diretto con la sua prole. Poi c’è un salto. Perché se uno inizia a studiare le società umane più semplici, tanto quelle antiche quanto i cosiddetti fossili antropologici, troviamo subito la comparsa del ruolo paterno, vale a dire del maschio che riconosce la propria discendenza e la protegge. Questa è l’invenzione del padre, dunque non un semplice genitore biologico, quanto una figura impegnata nella protezione e nella crescita dei piccoli. Per questa ragione, come sostengo nel Il gesto di Ettore, sono convinto che la paternità è fondamentalmente un’adozione. Sono necessarie intenzione e consapevolezza. Il diritto romano le codifica in un rituale: il padre deve innalzare il figlio verso l’alto e così lo adotta. Quello che è dunque sorprendente, se uno segue l’evoluzione dei mammiferi, è che è proprio questo il salto che differenzia la specie umana, l’invenzione di un nucleo monogamico stabile che assegna al maschio una funzione paterna.
Quali sono le figure mitiche che meglio rappresentano, secondo lei, i pericoli e i poteri del maschile non paterno?
Anzitutto il ciclo di Troia. In Omero quello che viene rappresentato è proprio il conflitto fra la storia di questo recente incivilimento e la possibilità di un suo fallimento. Da una parte, infatti, abbiamo la rappresentazione della guerra fra maschi per il possesso di un’unica donna. La prima grande guerra “mondiale” dell’Occidente si svolge tutta per il possesso di Elena. Si interrompe la vita quotidiana di un intero popolo, tutto è sospeso, per una guerra assurda e lunghissima. Per questa ragione, il duello centrale, quello fra Achille ed Ettore, è emblematico: Ettore, infatti, a differenza degli altri guerrieri viene rappresentato anche come padre e come marito. E’ già una figura complessa, mentre Achille, e tutti gli altri Greci, sono solo guerrieri maschi. Se si fa attenzione a come sono rappresentate le armature dei guerrieri greci è interessante notare che sono pensate più per intimorire lo sguardo dell’avversario, che per l’utilità pratica nel combattimento. Certe vestizioni, come insegnano molti etologi della zoologia umana, come Irenäus Eibl-Eibesfeldt, sono semplici prolungamenti del comportamento animale. In tutto il ciclo troiano, dunque, viene messa in scena questa lotta fra l’istinto maschile e la scelta paterna; e anche l’Odissea ruota intorno a questo problema. Per esempio, lo scontro fra Ulisse e il Ciclope, tutta forza fisica esterna il secondo, tutta intelligenza il primo; ma soprattutto la vittoria di Ulisse contro i Proci. Del resto, la figura di Odisseo è molto complessa, è un padre che pensa sempre al suo ritorno, eppure si lascia tentare da altre figure femminili e dalla sua curiosità esplorativa dello spazio.
Spostando lo sguardo velocemente sulle figure femminili, forse si può notare che anche Penelope è l’esito di questa rivoluzione monogamica, assediata dalla regressione zoologica. È molto diverso, infatti, il suo femminile, da quello di Calipso, di Circe o delle sirene, tutte figure che vengono rappresentate come tentatrici e pericolose proprio perché foriere di regressione verso un maschile pre-paterno.
Mi sembra un’osservazione intelligente. Penelope è una figura di femminile materno, fedele al marito e alle generazioni. L’atto di tessere la tela è simbolico, si lega alla continuità delle generazioni perché quello che fa e disfa è il mantello in cui verrà avvolto il corpo di Laerte, una volta defunto. Ed è un atto bellissimo e anche impressionante, se uno ci pensa: testimonia come la presenza della morte e del negativo sia vissuta come elemento costitutivo della vita quotidiana. Se pensiamo, viceversa, a come la società moderna censura e cancella la morte, che viene, infatti, sbrigata come disgrazia affidandola ad un meccanismo commerciale predisposto, la differenza è quella di un vero e proprio capovolgimento. La rimozione è totale.
Uno dei miti su cui lei sta lavorando, e che mostra molto bene l’ambivalenza dell’identità maschile, è il mito dei Centauri.
Un anno fa, mi è capitato di vedere al Louvre delle metope e dei bassorilievi greci raffiguranti un gruppo di Centauri che rapiva donne Lapite. Non mi ero mai interessato alla figura del Centauro, ma, come è subito evidente, il suo significato fa proprio al caso nostro. La mitologia dei Centauri non è estesa, le fonti sono soprattutto romane: Le Metamorfosi di Ovidio, anzitutto. Poche le testimonianze greche. Quello che emerge è che sono un popolo intero maschile – solo in pochissime fonti viene rappresentata anche una “centauressa” – che conosce il rapimento come unica relazione con il sesso femminile. Del resto, la loro rappresentazione scissa, metà umana nella parte alta del corpo e metà animale in quella bassa, significa per immagini quello che poi dice il mito: il maschile non riesce a staccarsi dalla sua natura animale, non riesce a completare la propria umanizzazione. E non a caso è la parte inferiore che è animale, quella legata alla parte riproduttiva. Per altro, mi sento di poter sostenere che c’è una strana anticipazione nel mito di alcuni fenomeni attuali degenerativi. Penso alla gang rape, la violenza di gruppo. I Centauri conoscono solo questo tipo di sessualità di gruppo e sono, ed è molto interessante, sempre ubriachi, privi di coscienza.
I Centauri testimoniano dunque, attraverso il mito, della continua possibilità per la nostra specie di una regressione verso un maschile animale, non paterno?
Credo che la questione sia più complicata. Sarebbe, infatti, una semplificazione sostenere che i Centauri rappresentano una pura regressione animale, perché, in realtà, non esiste in nessuna specie animale questa pratica sessuale di gruppo violenta. A questo proposito, va riutilizzato un concetto famoso di Erik Erikson: il concetto di pseudo-speciazione. L’essere umano è l’unico animale che commette l’assassinio interspecifico in modo regolare. Solo alcuni tipi di scimmie e di felini lo fanno, ma in casi estremamente eccezionali. L’essere umano, invece, tranquillamente uccide suoi simili perché l’altro non viene più percepito, come negli animali, appartenente alla stessa specie. L’uomo riconosce i propri simili attraverso lingua, cultura, vestiti e non, per esempio, attraverso l’olfatto, come fanno in genere gli animali. Quando si parlano lingue troppo diverse, ci si veste in modo troppo diverso, si può percepire l’altro come non appartenente alla specie. E questo fa cadere l’inibizione ad uccidere. Questa è la pseudo speciazione, un fenomeno culturale che rompe l’istinto e che quindi ci fa molto più distruttivi. Quando si decostruisce l’aspetto maschile civile, quello del padre, si costruisce una pseudo-speciazione che separa maschile da femminile. Nella gang-rape l’uso indifferente di violenza estrema accompagnato da atti di sadismo e talora perfino dalla morte della vittima descrive una modalità di relazione dove il femminile viene percepito come qualcosa di talmente diverso da permettere la caduta dell’inibizione ad uccidere. Allo stesso modo di come cade l’inibizione ad uccidere un popolo diverso.
Esistono, secondo lei, episodi storici che possono essere interpretati come prime anticipazioni di questa riattivazione inquietante del mito dei Centauri?
Il più grosso episodio storico di stupri di massa è quello dell’Armata Rossa, in Germania, nel 1945. Alla fine della Seconda Guerra Mondiale, fu dato il via libera ai militari sovietici di violentare le donne tedesche. Purtroppo, ha ragione Jung quando sostiene che combattere troppo un nemico può far diventare simili al nemico stesso, perché la brutalità con cui i militari sovietici hanno terrorizzato e stuprato le donne tedesche non ha nulla da invidiare alla pratiche naziste. Se si pensa inoltre che l’Armata Rossa non dava licenze di alcun tipo, questo significa che la stragrande maggioranza dei militari era costituita da ragazzi che combattevano ininterrottamente da quattro anni di fila, visto che la guerra era cominciata nel giugno ’41. Non è difficile capire come questi giovani fossero ormai abituati ad una tale distanza dal femminile da percepire le donne come qualcosa di assolutamente altro, anche perché appartenenti ad un popolo diverso e nemico. Di nuovo, un caso di pseudo speciazione. Ed è qualcosa che si è rivisto, per esempio, negli stupri etnici in Ex-Jugoslavia ed è ora diffusissimo soprattutto in Africa, nelle zone uscite da devastanti guerre civili, come la Liberia, la Sierra Leone o le zone ad est del Congo. Battaglioni costituiti da ragazzi giovanissimi, a cui viene dato un kalashnikov in mano e che si abituano a combattere ed uccidere fin da piccoli, una volta cresciuti, e magari ormai disarmati, danno vita a bande di maschi atte allo stupro di massa. Sono ragazzi che hanno conosciuto la violenza come unica modalità di relazione con l’altro; in questo caso, il femminile. Eppure tutto questo accade anche nel nostro ricco Occidente, dalle periferie alle scuole ricche del centro. Si pensi ad un caso di qualche mese fa: una banda di adolescenti ricchi ha isolato una ragazza che è stata poi stuprata a turno da tutti, per ore. La cosa impressionante è che, una volta interrogati, questi giovani non provano alcun senso di colpa per quanto commesso. E questo è davvero sconcertante, vista la facilità con cui oggi, in un Occidente laico e consumista, è possibile avere relazioni e rapporti sessuali con chiunque e di qualunque tipo. Il problema è dunque culturale: e può essere visto come la riattivazione, nell’inconscio sociale, del mito dei Centauri. Chiamiamolo, per comodità, centaurismo. Si tratta dunque di un maschile violento che mette in atto possessioni di gruppo simili a quelle che i trattati di psichiatria – penso per esempio a quello scritto da Jasper - chiamano “epidemie psichiche”.
Esiste, secondo lei, un rapporto fra crisi della funzione paterna e ritorno dei Centauri?
Credo proprio di sì. Quello che impressiona è la fragilità individuale nascosta sotto queste pratiche di gruppo violente. Fragilità che negli ultimi anni è aumentata soprattutto a causa della disattivazione della funzione paterna. Non intendo, naturalmente, la funzione paterna in senso letterale, la presenza fisica di un maschio adulto. Ma di quello che chiamerei qualità paterna nell’educazione, qualunque sia la forma di famiglia vissuta. Penso alla capacità di dire no, di porre dei limiti, di creare un’economia mentale volta al risparmio delle energie psichiche nell’immediato in virtù di un progetto, di una preparazione di futuro, di una gratificazione differita, ma più intensa e proficua. La qualità psicologica del paterno non coincide soltanto con una visione derivante da una diffusa banalizzazione del freudismo, per cui il padre è l’elemento castrante, il famoso complesso di Edipo. Ricordiamoci che non è l’unico modo possibile di interpretare il paterno. È un mito sicuramente interessante quello di Edipo, insieme però a moltissimi altri miti che descrivono altre qualità e altre prerogative della funzione del padre: in particolare la figura di Ettore. Se i Greci ne hanno usati tanti, lo possiamo fare anche noi. Non pretendiamo dunque da quel racconto l’unico modo possibile dell’essere paterno. Si può, per esempio, essere padri spiegando le ragioni del no, motivando la necessità della rinuncia in vista di un progetto e di una gratificazione maggiore. Non per forza l’interdizione deve essere implicita, sadica, castrante. Può essere spiegata e diventare ragionevole.
Luigi Zoja, già presidente della IAAP, l’associazione che raggruppa gli analisti junghiani nel mondo, ha lavorato a Zurigo, New York e Milano. I suoi lavori, scritti con un stile elegante di rara limpidezza, descrivono ed interpretano, attraverso lo studio del mito, i pericoli regressivi, le aberrazioni culturali e le patologie sociali del nostro tempo. I suoi libri sono tradotti in quattordici lingue. Fra le sue ultime pubblicazioni ricordiamo: Nascere non basta. Iniziazione e tossicodipendenza (Cortina, Milano 1985 e 2003); Il gesto di Ettore. Preistoria, storia, attualità e scomparsa del padre (Bollati Boringhieri, Torino 2000); Giustizia e Bellezza (Bollati Boringhieri, Torino 2007); Contro Ismene. Considerazioni sulla violenza (Bollati Boringhieri, Torino 2008); La scomparsa del prossimo (Einaudi, Torino 2008).
sabato 19 settembre 2009
Massimi sistemi
Grazie a Martina Braganti di PianetaMamma mi è capitato di fare alcune riflessioni, di mettere in fila una serie di pensieri che, a rivederli spalmati sul monitor, eccoli, fanno tanto "massimi sistemi".
Poi però mi dico che non si può sempre e solo badare alle questioni concrete rincorrendo il quotidiano: i comportamenti spiccioli con le regole che si portano dietro, il "corri di quà, corri di là", rappacifica le liti, stimola sù, correggi laggiù.
Ogni tanto ho bisogno di prendermi una distanza di osservazione, sufficiente a che il mio occhio riesca a percorrere lo spazio necessario della messa a fuoco. Insomma, sono fatto così: rifare ogni tanto l'inventario dei pensieri e delle cose che mi frullano in testa mi serve.
D'altro canto, però, e maggiormente, serve il confronto con altri inventari, altri pensieri, altre idee sulle cose: chi ha voglia di rispondermi? Di dirmi: dove sbaglio, dove esagero, dove son "palloso".
Come sempre, mi farebbe un immenso piacere!
Poi però mi dico che non si può sempre e solo badare alle questioni concrete rincorrendo il quotidiano: i comportamenti spiccioli con le regole che si portano dietro, il "corri di quà, corri di là", rappacifica le liti, stimola sù, correggi laggiù.
Ogni tanto ho bisogno di prendermi una distanza di osservazione, sufficiente a che il mio occhio riesca a percorrere lo spazio necessario della messa a fuoco. Insomma, sono fatto così: rifare ogni tanto l'inventario dei pensieri e delle cose che mi frullano in testa mi serve.
D'altro canto, però, e maggiormente, serve il confronto con altri inventari, altri pensieri, altre idee sulle cose: chi ha voglia di rispondermi? Di dirmi: dove sbaglio, dove esagero, dove son "palloso".
Come sempre, mi farebbe un immenso piacere!
lunedì 8 giugno 2009
Quaderno e libertà
La notizia non è certo di prima mano: basta fare una ricerchina su google con le parole chiave e si trovano decine di articoli e commenti.
Se invece andate qui, trovate la pietra dello scandalo: il portoghese non lo conosco ma il senso del post è chiarissimo, non ci vuole nemmeno l'interprete. E Saramago se la prende anche con noi, popolo bovinamente sottomesso. Popolo complice, verrebbe da pensare, viste le parole che il grande intellettuale indirizza al nostro Primo Ministro.
E gran parte degli elettori non si scandalizza, visto come è andata ieri. Mentre in altri Paesi i politici scompaiono dalla scena per una corruzione perpetrata a mezzo, udite! udite!, di cinque abiti da uomo oppure per aver chiesto il rimborso del noleggio di una videocassetta (per quanto x-rated), qui nessuno esercita più la propria dignità di cittadino-elettore.
Pochezza popolare.
Finisce allora che Einaudi ha deciso che il nuovo libro di Saramago, O caderno appunto, non "può" pubblicarlo: contiene giudizi talmente forti sul suo padrone che sarebbe dichiaratamente un autogol. Finisce che uno degli intellettuali viventi più importanti del mondo viene rifiutato dal suo editore storico: la censura si maschera di tante piume. Finisce come se la Ferrari decidesse che il suo prossimo gioiello fosse costruito, che so, dalla Opel...
Tanto per scherzare.
Non scherza affatto quello che un tempo è stato il (o uno dei) grande editore di formazione della società italiana: la sua autocensura è seria, reale, senza vergogna.
Questa è la libertà che respiriamo in questo Paese.
Questo è il coraggio dei suoi intellettuali mascherati forse da impiegati di redazione.
Questa è la storia e la tradizione di un grande marchio editoriale gettato al vento del piccolo fascismo dei nostri tempi.
Ah, dimenticavo: il nuovo libro di Saramago, se voleste leggerlo, uscirà verso fine anno per Bollati Boringhieri.
Se invece andate qui, trovate la pietra dello scandalo: il portoghese non lo conosco ma il senso del post è chiarissimo, non ci vuole nemmeno l'interprete. E Saramago se la prende anche con noi, popolo bovinamente sottomesso. Popolo complice, verrebbe da pensare, viste le parole che il grande intellettuale indirizza al nostro Primo Ministro.
E gran parte degli elettori non si scandalizza, visto come è andata ieri. Mentre in altri Paesi i politici scompaiono dalla scena per una corruzione perpetrata a mezzo, udite! udite!, di cinque abiti da uomo oppure per aver chiesto il rimborso del noleggio di una videocassetta (per quanto x-rated), qui nessuno esercita più la propria dignità di cittadino-elettore.
Pochezza popolare.
Finisce allora che Einaudi ha deciso che il nuovo libro di Saramago, O caderno appunto, non "può" pubblicarlo: contiene giudizi talmente forti sul suo padrone che sarebbe dichiaratamente un autogol. Finisce che uno degli intellettuali viventi più importanti del mondo viene rifiutato dal suo editore storico: la censura si maschera di tante piume. Finisce come se la Ferrari decidesse che il suo prossimo gioiello fosse costruito, che so, dalla Opel...
Tanto per scherzare.
Non scherza affatto quello che un tempo è stato il (o uno dei) grande editore di formazione della società italiana: la sua autocensura è seria, reale, senza vergogna.
Questa è la libertà che respiriamo in questo Paese.
Questo è il coraggio dei suoi intellettuali mascherati forse da impiegati di redazione.
Questa è la storia e la tradizione di un grande marchio editoriale gettato al vento del piccolo fascismo dei nostri tempi.
Ah, dimenticavo: il nuovo libro di Saramago, se voleste leggerlo, uscirà verso fine anno per Bollati Boringhieri.
venerdì 29 maggio 2009
Delle palle
No, non parlerò di giochi olimpici, di sport di squadra.
Non di divertimenti da bambini al parco.
No.
Vorrei dire la mia su questa stramaledetta storia: “AVERE LE PALLE”.
Lo spunto arriva da un post di wondermamma (per altro del tutto condivisibile) ma anche da una bella serata passata a cena ieri sera con alcuni amici. Dove, guarda caso, a un certo punto si parlava di ruoli femminili/maschili sul lavoro e, più in generale, in casa.
La mia amica F., donna realizzata sul lavoro, buon ruolo e buona mansione, mamma di due bambini, in famiglia si dichiara decisamente paritaria col marito. Lei asseriva “ma perché devo essere giudicata partendo dal fatto se abbia le palle o no?! Non è dalle palle che si devono giudicare le persone”.
Ecco, io sarei proprio ma proprio d’accordo, con F.
Perché se poi avete letto il post di wondermamma avrete visto come lei si lamenti del fatto che spesso gli uomini parlano alle donne senza guardarle in faccia ma con gli occhi dentro la scollatura. Lo trovo sconfortante per noi maschietti. Offensivo per le donne.
Insomma, la faccio breve ma cerco di essere quanto più preciso possibile.
Io non ambisco andare in giro con le palle al vento. Preferisco tenerle nelle mutande. Credo sia quello il loro posto.
Se qualcuno deve avere un’idea sul mio conto, se la può fare su altri elementi. Sennò pazienza.
Credo che ormai la volgarità sessista dominante sia stata sdoganata e faccia “normalità”. Invece dovremmo starci più attenti: le parole sono importanti, perché mostrano le idee che ci stanno dietro. E chi parla male, pensa male. Fino al giorno in cui poi ci sveglieremo (o ci siamo già svegliati?) corrotti. E analfabeti, di ritorno ma anche di andata.
Credo sia la stessa cosa: le tette lasciamole dentro i reggiseni. Non si giudicano le donne per la misura delle coppe. Più rispetto.
E pure le palle, teniamole dove devono stare. Che non sono nemmeno un grande spettacolo, a guardarle!
E, se proprio dobbiamo, riempiamoci la bocca di altri termini. Diamo ai nostri cervelli altri orizzonti, un po’ più vasti.
Mi sarei proprio rotto.
Le.
Non di divertimenti da bambini al parco.
No.
Vorrei dire la mia su questa stramaledetta storia: “AVERE LE PALLE”.
Lo spunto arriva da un post di wondermamma (per altro del tutto condivisibile) ma anche da una bella serata passata a cena ieri sera con alcuni amici. Dove, guarda caso, a un certo punto si parlava di ruoli femminili/maschili sul lavoro e, più in generale, in casa.
La mia amica F., donna realizzata sul lavoro, buon ruolo e buona mansione, mamma di due bambini, in famiglia si dichiara decisamente paritaria col marito. Lei asseriva “ma perché devo essere giudicata partendo dal fatto se abbia le palle o no?! Non è dalle palle che si devono giudicare le persone”.
Ecco, io sarei proprio ma proprio d’accordo, con F.
Perché se poi avete letto il post di wondermamma avrete visto come lei si lamenti del fatto che spesso gli uomini parlano alle donne senza guardarle in faccia ma con gli occhi dentro la scollatura. Lo trovo sconfortante per noi maschietti. Offensivo per le donne.
Insomma, la faccio breve ma cerco di essere quanto più preciso possibile.
Io non ambisco andare in giro con le palle al vento. Preferisco tenerle nelle mutande. Credo sia quello il loro posto.
Se qualcuno deve avere un’idea sul mio conto, se la può fare su altri elementi. Sennò pazienza.
Credo che ormai la volgarità sessista dominante sia stata sdoganata e faccia “normalità”. Invece dovremmo starci più attenti: le parole sono importanti, perché mostrano le idee che ci stanno dietro. E chi parla male, pensa male. Fino al giorno in cui poi ci sveglieremo (o ci siamo già svegliati?) corrotti. E analfabeti, di ritorno ma anche di andata.
Credo sia la stessa cosa: le tette lasciamole dentro i reggiseni. Non si giudicano le donne per la misura delle coppe. Più rispetto.
E pure le palle, teniamole dove devono stare. Che non sono nemmeno un grande spettacolo, a guardarle!
E, se proprio dobbiamo, riempiamoci la bocca di altri termini. Diamo ai nostri cervelli altri orizzonti, un po’ più vasti.
Mi sarei proprio rotto.
Le.
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mercoledì 6 maggio 2009
Scoperte
Lo scopri così, per caso, che anche un uomo piccolo, a cinque anni e mezzo, ha le sue fonti d'informazione. E che te, quarantadue e mezzi, di anni, non te n'eri ancora reso conto. Non perfettamente.
Sarà perché in questa casa la televisione ha decisamente più polvere che tasti e che la tua dose di informazione passa altrove.
Stamattina mi chiama la profe e mi racconta che l'educatrice della materna ha vuotato il sacco. L'uomo piccolo, appunto, ha passato tutto il pomeriggio di ieri a indottrinare il suo complice... ooopppps il suo amico del cuore sul fatto che c'era stato un terremoto, in un posto chiamato L'Aquila, che c'erano stati un sacco di morti e che loro due avrebbero dovuto partire con la loro cassetta degli attrezzi per rimettere tutto a posto.
Prima di finire, pare abbia aggiunto che anche Firenze, essendo vicinissima a questa L'Aquila, aveva avuto il suo enorme numero di morti. E lui ha paura.
Stasera abbiamo fatto due chiacchiere, io e lui, da uomo a uomo, perché volevo capire. Avevo intepretato la sua come paura che potesse capitare anche a lui la stessa sventura. Invece, sorpresa: l'uomo piccolo aveva "paura" per il fatto che quegli uomini erano morti, che le persone possano morire. Dietro questo timore, specifico e cronachistico, nasconde la sua paura grande, quella della perdita, dell'abbandono forse (questo naturalmente non ha saputo dirlo), di un distacco che ineluttabilmente arriverà un giorno dalle persone care.
Senza entrare in un discorso molto più vasto di quel che voglio dire stasera, siamo stati molto colpiti, più io che la profe, di quanto sia importante affrontare argomenti che magari nel nostro quotidiano noi adulti seguiamo nei nostri percorsi, lasciando loro scoperti. Di quanto cioè sia fondamentale parlare anche di quelle cose che, per abitudini casalinghe, non abbiamo modo di vedere insieme.
Ho fatto mente locale su tanti coni d'ombra informativi, spesso anche banali e del nostro quotidiano familiare, che dati per scontati da noi adulti, lasciano a loro solo dubbi e paure: il non sapere, il non avere spiegazioni plausibili e razionali (per quanto possibili) a notizie e fenomeni che vedono, ascoltano e imparano altrove crea insicurezze, ansie e fantasie niente affatto rassicuranti nelle loro testoline assetate di scoperte e voglia di capire.
Lo so, niente di speciale, capita spesso coi bambini di trovarsi di fronte a tali sorprese, sarà capitato a tutti o a molti. Quando però capita a te, ti serve, capisci che quell'aspetto non l'avevi valutato giustamente. Che magari hai perso tempo e occasioni.
Ma capisci anche che il tempo, in queste cose, torna e le occasioni si moltiplicano.
Mi preparo per la prima occasione utile, senza strafare.
Aspetto.
Sarà perché in questa casa la televisione ha decisamente più polvere che tasti e che la tua dose di informazione passa altrove.
Stamattina mi chiama la profe e mi racconta che l'educatrice della materna ha vuotato il sacco. L'uomo piccolo, appunto, ha passato tutto il pomeriggio di ieri a indottrinare il suo complice... ooopppps il suo amico del cuore sul fatto che c'era stato un terremoto, in un posto chiamato L'Aquila, che c'erano stati un sacco di morti e che loro due avrebbero dovuto partire con la loro cassetta degli attrezzi per rimettere tutto a posto.
Prima di finire, pare abbia aggiunto che anche Firenze, essendo vicinissima a questa L'Aquila, aveva avuto il suo enorme numero di morti. E lui ha paura.
Stasera abbiamo fatto due chiacchiere, io e lui, da uomo a uomo, perché volevo capire. Avevo intepretato la sua come paura che potesse capitare anche a lui la stessa sventura. Invece, sorpresa: l'uomo piccolo aveva "paura" per il fatto che quegli uomini erano morti, che le persone possano morire. Dietro questo timore, specifico e cronachistico, nasconde la sua paura grande, quella della perdita, dell'abbandono forse (questo naturalmente non ha saputo dirlo), di un distacco che ineluttabilmente arriverà un giorno dalle persone care.
Senza entrare in un discorso molto più vasto di quel che voglio dire stasera, siamo stati molto colpiti, più io che la profe, di quanto sia importante affrontare argomenti che magari nel nostro quotidiano noi adulti seguiamo nei nostri percorsi, lasciando loro scoperti. Di quanto cioè sia fondamentale parlare anche di quelle cose che, per abitudini casalinghe, non abbiamo modo di vedere insieme.
Ho fatto mente locale su tanti coni d'ombra informativi, spesso anche banali e del nostro quotidiano familiare, che dati per scontati da noi adulti, lasciano a loro solo dubbi e paure: il non sapere, il non avere spiegazioni plausibili e razionali (per quanto possibili) a notizie e fenomeni che vedono, ascoltano e imparano altrove crea insicurezze, ansie e fantasie niente affatto rassicuranti nelle loro testoline assetate di scoperte e voglia di capire.
Lo so, niente di speciale, capita spesso coi bambini di trovarsi di fronte a tali sorprese, sarà capitato a tutti o a molti. Quando però capita a te, ti serve, capisci che quell'aspetto non l'avevi valutato giustamente. Che magari hai perso tempo e occasioni.
Ma capisci anche che il tempo, in queste cose, torna e le occasioni si moltiplicano.
Mi preparo per la prima occasione utile, senza strafare.
Aspetto.
domenica 1 febbraio 2009
Passi storici?
Non sono in ritardo sul mio calendario biologico né su quello gregoriano. E' accaduto ieri mattina ma ne sono uscito appena adesso, da quel sentimento di aver fatto un passo storico:
"Donna grande che ne diresti se io e l'uomo piccolo usciamo per andare a comprare il pane?"
perché lei non batte ciglio
"E?..."
allora neanch'io, perché dovrei?
"e tu che fai? Vieni con noi o resti in casa a fare i compiti?"
sì che qui da noi lo sappiamo del suo carattere-iceberg ma ogni volta la sorpresa non diminuisce
"resto a casa, finisco i compiti", con una voce pacata e piana come se avesse appena detto la normalità più normale del mondo.
Bene, però stavolta le lascio il portoncino chiuso solo con lo scrocco, non a chiave, ché la volta scorsa (eh sì perché il passo storico ha già un antefatto...) l'eccesso di prudenza mi aveva guadagnato un rimbrotto: non si lasciano soli in casa chiusi dall'esterno! Eh.
Le lascio il mio numero di cellulare scritto su un pizzino, nemmeno il fornaio sia ad anni luce di distanza, la saluto, prendo l'uomo piccolo. Usciamo.
"Oh facciamo in fretta, la donna grande è da sola in casa non possiamo farla aspettare troppo"...
...bizza, nemmeno girato l'angolo!
Una geniale, quanto casuale, intuizione scioglie il blocco e ci fa ripartire. Raggiungiamo la nostra meta farinosa, facciamo il pieno di prodotti da forno (vuotando le tasche, ma questo è un altro discorso...), riprendiamo la via di casa.
Lungo la strada l'uomo piccolo riceve un paio di "consigli esistenziali" che commenta guardandomi interrogativo e, finalmente, arriviamo.
Apro il portone, ci precipitiamo su per le scale, apro il portoncino:
"Donna grande, dove sei?"
e, oopps, salta fuori dal soggiorno, giulivissima, cantilenando:
"E' tornata prima la mamma!".
Ah, però. La profe si palesa, fumina, "se la lasci da sola, glielo devi spiegare che non deve rispondere al citofono né aprire, che se c'è qualche malintenzionato... Con solo lo scrocco!!! E' pericolosissimo".
Avevo lasciato solo lo scrocco, memore della volta precedente...
"Donna grande che ne diresti se io e l'uomo piccolo usciamo per andare a comprare il pane?"
perché lei non batte ciglio
"E?..."
allora neanch'io, perché dovrei?
"e tu che fai? Vieni con noi o resti in casa a fare i compiti?"
sì che qui da noi lo sappiamo del suo carattere-iceberg ma ogni volta la sorpresa non diminuisce
"resto a casa, finisco i compiti", con una voce pacata e piana come se avesse appena detto la normalità più normale del mondo.
Bene, però stavolta le lascio il portoncino chiuso solo con lo scrocco, non a chiave, ché la volta scorsa (eh sì perché il passo storico ha già un antefatto...) l'eccesso di prudenza mi aveva guadagnato un rimbrotto: non si lasciano soli in casa chiusi dall'esterno! Eh.
Le lascio il mio numero di cellulare scritto su un pizzino, nemmeno il fornaio sia ad anni luce di distanza, la saluto, prendo l'uomo piccolo. Usciamo.
"Oh facciamo in fretta, la donna grande è da sola in casa non possiamo farla aspettare troppo"...
...bizza, nemmeno girato l'angolo!
Una geniale, quanto casuale, intuizione scioglie il blocco e ci fa ripartire. Raggiungiamo la nostra meta farinosa, facciamo il pieno di prodotti da forno (vuotando le tasche, ma questo è un altro discorso...), riprendiamo la via di casa.
Lungo la strada l'uomo piccolo riceve un paio di "consigli esistenziali" che commenta guardandomi interrogativo e, finalmente, arriviamo.
Apro il portone, ci precipitiamo su per le scale, apro il portoncino:
"Donna grande, dove sei?"
e, oopps, salta fuori dal soggiorno, giulivissima, cantilenando:
"E' tornata prima la mamma!".
Ah, però. La profe si palesa, fumina, "se la lasci da sola, glielo devi spiegare che non deve rispondere al citofono né aprire, che se c'è qualche malintenzionato... Con solo lo scrocco!!! E' pericolosissimo".
Avevo lasciato solo lo scrocco, memore della volta precedente...
sabato 25 ottobre 2008
Conversazione mattutina davanti alla tazza del latte
- Babbo, lo sai qual è il cuore della testa?
- Come, scusa?!
- Qual è il cuore della testaaa!
- Credo di non aver capito...
- Ma come, babbo, non sai cos'è il cervello?!
- ... (farfugliando) ah, il cer...vello, sì... e... e tu come lo sapevi, scusa?
- Ci ho pensato!
Appunto.
L'uomo piccolo, 5 anni.
- Come, scusa?!
- Qual è il cuore della testaaa!
- Credo di non aver capito...
- Ma come, babbo, non sai cos'è il cervello?!
- ... (farfugliando) ah, il cer...vello, sì... e... e tu come lo sapevi, scusa?
- Ci ho pensato!
Appunto.
L'uomo piccolo, 5 anni.
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