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martedì 28 marzo 2017

Zazzera blu

Era un po' teso, l'omino dalla zazzera blu.
La prof di matematica il suo timore.
Cuffie alle orecchie e cappuccio sugli occhi, da abbassare con calcolato coup de théâtre al momento opportuno.
L'ho rassicurato. Sarebbe stato un successone.
E adesso chissà, ormai è in classe. Sentiremo l'accaduto oggi, a pranzo.

Perché ieri pomeriggio, con un entusiasmo che aveva riepito casa di quella elettricità gioiosa che solo gli adolescenti felici, l'uomo piccolo si è fatto tingere i capelli da sua sorella.
Blu.
(I capelli, non la sorella).
E' stato un crescendo (e ROSSIniano stavolta NON è la parola migliore...): giornali per terra, preparazione boccette, decolorazione, attesa, sacchetti di plastica e fogli d'alluminio, attesa, spennellate da impressionisti, colorazione, attesa. Soprattutto attese, attese ed occhiate all'orologio: "i tempi, babbo, i tempi sono fondamentali".
E anche le differenze lo sono. Compiere un gesto che può lasciar interdetto qualcuno. Poter scegliere, e non soltanto di fronte alle perplessità di un'insegnante sicuramente "tradizionalista" ma anche a quel certo conformismo di un genitore (indovinate chi?...) che scelte del genere non ha avuto mai il coraggio nemmeno di pensarle.
E allora si impara, tutti insieme: a temere la reazione degli altri, a sostenere la scelta fatta, a rassicurare/rsi che così va benissimo.
Perché essere è essere e anche, tanto o poco, diventare. Cambiando persino il colore dei capelli.

sabato 26 novembre 2016

Fidel

Le grandi visioni della Storia, come tutte le cose umane, finiscono.
E come tutte le cose grandi, le grandi visioni della Storia portano con sé, una accanto all'altra, esaltazioni ed errori, dolori e utopie bellissime, risultati straordinari e fallimenti.
Siamo umani.

Da molto tempo, grandi visioni la Storia non ne fa più. Per qualche decennio abbiamo nuotato nella grigia mediocrità. Oggi, guardiamoci attorno con sincerità, possiamo vedere miserabili che si ergono a condottieri. Mezze calzette, fango.

Alain Badiou dice (più o meno, cito a memoria) che "le crisi globali vanno affrontate agendo localmente" e allora ci tocca, ogni giorno, far qualcosa di concreto perché nuove grandi visioni della Storia nascano e prendano campo.
Siamo umani, non ci facciamo sorprendere.

giovedì 24 novembre 2016

Gli anfibi e il rosa

Avvertenza: questo post è stato scritto, se i dati di Blogspot sono giusti, in un giorno di dicembre del 2013 e mai, credo..., pubblicato. L'ho ritrovato quasi per caso, l'ho riletto. L'ho trovato carino. Anche quello che c'è scritto risale, come è ovvio, al 2013 e quegli anfibi ormai non ci sono più. E magari la donna grande, a rileggersi, si troverà molto diversa. E magari non troppo contenta di essere finita di nuovo qui. Io però lo pubblico lo stesso. Sono o non sono il suo genitore?!

La donna grande ha comprato il suo primo paio di anfibi.
Che, nel passaggio esistenziale da ragazzina/bambinetta a squinzia, promette proprio bene.
Prima di tutto perché potevano capitare scarpine rosa e tulle rosa e volants e perline sempre rosa e luccichini ancora una volta rosa (insomma quelle figliole pissere da morire di cui è pieno certo immaginario femminile - e anche maschile rispetto alla donna, troppo spesso), e poi perché la scelta è nata tutta nel suo mondo, nel confronto tra lei e le sue amiche, senza che l'adulto, nessun adulto, la influenzasse nella scelta.
Insomma, fino a qui tutto bene, come diceva il tale che stava precipitando senza paracadute. I piani del grattacielo si susseguono a velocità vertiginosa nella caduta verso l'adolescenza ma per ora non ci siamo fatti niente. L'ottimismo della volontà.
Unico vezzo, per tornare al piano dell'identità di genere, è che gli anfibi sono di vernice, invece che opachi, e nero-dark-squinziesco invece che verde militare. Ah, dimenticavo: hanno anche la cerniera laterale, oltre ai lacci d'ordinanza. Insomma, una molto libera interpretazione dell'essere se stessi: uguali tra gli uguali e differenti tra i differenti.
Salvato anche il relativismo che guida tempestosamente, visti i tempi di assolutismo di ritorno, il nostro quotidiano non si può che godersi la scelta sperando che certo rosa assomigli sempre meno al burqa nostrum (per citare una geniale formula che qualcuno ha pensato bene di ricamare con amarissimo sarcasmo sui grembiuli da cucina) che è oggi.

lunedì 12 gennaio 2015

Fasi cruciali

Siamo in una fase cruciale, con la donna grande.
L'adolescenza, direte voi, le prime tempeste ormonali, le crisi di identità, i pomeriggi passati al pattinaggio sbirciando da lontano se esista un ragazzetto accalappiabile.
Macché.
Acqua fresca, quella. Segno antico di tempi che non torneranno mai più.
La fase cruciale è la scelta della scuola superiore. Questo sì segno che ti segna per la vita, come se fosse un viaggio senza ritorno. La scommessa che non si può sbagliare, nella società della performance.
E allo stesso modo si comporta il contesto. Scegliere la scuola è come compulsare selvaggiamente l'amazon dell'istruzione. Tutti consultano tutti gli istituti cittadini: quello vicino casa, quello lontano ma prestigioso, quello che tutti sanno essere ottimo, quello di cui si hanno referenze spettacolari oppure così-così, quello faticosissimo che stroncherebbe la resistenza di un genio e quello dove hanno studiato i migliori...
Premesso che alla fine la scelta è in realtà quella fatta a priori da ogni studente e famiglia, senza aver consultato un bel niente (scientifico o classico, nel nostro caso, con preferenza per lo scientifico. E guarda caso scientifico sarà, anche se le consultazioni sono ancora in corso...), questo nuovo mercato delle vacche produce effetti davvero interessanti. Curiosi.
Perché la visione ormai privatistica dell'istruzione produce, almeno qui da noi, fiere generali, open day, lezioni aperte e lezioni a domicilio, incontri coi docenti e docenti che smistano orari, date e appuntamenti. Tutti noi spendiamo una quantità invereconda di tempo per capire quello che sappiamo già: una scuola non la scegliamo sulla base di un'offerta mercantile (ci sono scuole che, durante quelle fiere, regalano segnalibri, matite, calendarietti, persino fazzoletti di carta griffati per imbonirsi i clienti. E si tratta spesso di scuole private, guarda caso, che non hanno evidentemente da offrire un grande curriculum educativo e lo sostituiscono coi gadget da gonzi!) ma sulla base del percorso che lo studente in questione ha fatto per arrivare lì dov'è, a scegliere. E' sul viatico delle elementari, dopo cinque anni di prime volte educative, che già traccia un primo percorso e un primo giudizio: "Stia tranquillo, signor desian, la donna grande potrà scegliere qualsiasi scuola, non avrà problemi".
Eh facile, per te, maestra S. farti oracolo positivo e darci l'illusione che, di qui in avanti, imparato a "leggere e far di conto", la strada sarà tutta in discesa. O tutta rosa e fiori.
E' anche sul viatico di tre anni di medie, dove finalmente le prime volte educative si trasformano in una ben diversa consapevolezza, stavolta oltre al leggere e al far di conto abbiamo anche capito il perché tutto ciò (ci) accada.
Da parte nostra invece una scuola superiore aiutiamo a sceglierla anche e soprattutto (per quanto possa essere utile, sincero ed ascoltato il nostro consiglio) sulla base delle persone che siamo diventate, degli educatori che cerchiamo di essere nei confronti dei nostri figli. Tutto questo come prodotto delle nostre esperienze, dei nostri valori e dell'idea (giusta o sbagliata che sia) di futuro che condividiamo.
Insomma, li aiutiamo a scegliere la scuola sulla base del percorso che ci siamo trovati a fare noi, percorso scolastico e di vita. Li aiutiamo, o cerchiamo di farlo, in base al passato dal quale veniamo e al come siamo diventati oggi.
Ed è quello che, plausibilmente, facciamo con il loro, di percorso.
In definitiva lo facciamo come persone, non come clienti.
Lo facciamo in base alle idee, nostre spesso. Non del mercato o non ancora.
Possiamo stare sereni, come direbbe qualche imbonitore modernissimo, che la scuola sarà prima o poi privatizzata (e nessuno alzerà un dito per difenderla, la scuola di tutti) e nel frattempo seguiamo questo flusso nel quale, persino, qualche insegnante può sembrare un lenone impegnato a magnificare la sua merce.
Molti sono persone splendide e capaci e appassionate che fanno discorsi bellissimi, commoventi e condivisibili sul buon insegnamento. Ma siamo tutti, insegnanti e genitori, incamminati ormai serenamente sulla strada che ci porta ai vari banchini, alle varie mercanzie. Alla scuola selettiva e performante, che sia quella sotto casa o la più prestigiosa del lotto.
Buona scelta, a noi, con tutta l'ironia, la pazienza e la leggerezza necessarie.
Buona fase cruciale numero uno. Ché le altre arriveranno serene, col tempo.

venerdì 28 marzo 2014

La donna grande è sempre più grande

Ok, aggiorniamo la situazione.
Come detto nel titolo, la donna grande è sempre più grande.
Oggi usciva da scuola un paio d'ore prima. Così hanno organizzato, lei, l'amica del cuore e il vecchio compagno di classe delle elementari, di andarsene a mangiare in pizzeria. Loro tre, da soli.
Si sono smessaggiati in lungo e in largo ieri pomeriggio poi, a sera, la donna grande, sempre più grande, è arrivata a portarci la buona novella:
- Domani io, lei e lui andiamo in pizzeria.
- Ah, e chi vi porta?
- Come "chi vi porta" (pronunciato con un che di schifeggiante sulle labbra, ndr)?! Andiamo noi. Da soli.
- Da soli? Mah... e sapete dove andare?
- Ma certo babbo, alla solita pizzeria dove andiamo sempre.
- E chi paga?
- Come "chi paga" (pronunciato con un che di definitivo sulle labbra, ndr)?! Pagate voi, chi sennò.

Ecco, insomma. La donna grande è sempre più grande e incide in maniera proporzionale sulle finanze (si fa per dire, eh) domestiche.
Poi però, dopo la pizza, tutti e tre sono arrivati a casa, eccitati e casineggianti come mai. Hanno raccattato dei trucchi da un qualche cassetto in bagno e si sono chiusi in camera della donna grande. Da dietro la porta, rigorosamente chiusa, si sentivano ridere, sghignazzare, cantare. A un certo punto, ho intuito che si stavano fotografando a vicenda.
Quando sono usciti un momento, per correre non so dove, per poi rinserrarsi in camera di nuovo, li ho intravisti chi con le gote viola, chi col lucidalabbra, chi con gli occhi marcati.
Una grande autonomia, mi sembra. I primi tentativi di segnare i loro confini di (pre)adolescenti. Soprattutto una grande e sana voglia di fare casino. In senso positivo, gioioso.
Solo una tragedia: un sacco di pessima musica, per ora.

sabato 16 novembre 2013

Instamondo

Stamattina la donna grande è venuta da me, piuttosto perentoria.
- Babbo, oggi con la mamma dovete discutere del mio account Instagram!!!

Ok, discussione aperta.
- NO!
Chiusa la discussione.

(O no?...).

sabato 9 novembre 2013

Parole sante

Popolo di viaggiatori, dice.
E infatti, come se non bastassero uscite scout, vacanze di branco, impegni scolastici, campi invernali, compiti e via giaculando, l'uomo piccolo è appena partito per il suo fine settimana judo, a sudare in una palestra su al nord.
Ogni volta l'organizzazione di questi eventi stra-ordinari sembra insormontabile. Eppure c'è saggezza nell'universo. E praticità.
Guardate cosa c'è scritto nel mail che convocava l'uscita:

"(...) Il cambio di vestiti non dovrebbe essere necessario (...). Meglio una borsa piccola e facilmente trasportabile che bambini puliti".

Ecco, talvolta le regole di vita sacrosante stanno anche dentro una comunicazione di servizio.
Parole sante. E sagge. Senza se e senza ma.

E buona domenica, judoisti.

mercoledì 10 aprile 2013

Domani è un'altra gara

- Babbo, questa gara non mi è piaciuta per niente.
- Ma no, uomo piccolo, sei stato bravissimo. Hai fatto del tuo meglio.

Secondo me, la prima gara sportiva non è un avvenimento del mondo reale ma somiglia più ad un sentimento provato nel calduccio del proprio essere. Sei lì, in quel palasport pieno ma vuoto (perché sul tatami sei solo, per quanto tu possa allungare uno sguardo sulle gradinate, verso tuo padre), sei accaldato ma tremi, la tensione ti riempie come un orcio. E questo stato d'animo, tuo padre, lo vede anche da lontano, persino da quei gradoni di cemento. Sei uno dei pochi che non sta fermo un attimo, nemmeno un secondo. Mentre aspetti il tuo turno, arrivi persino alle mani, a metà tra lo scherzo e la rissa nuda e cruda, coi tuoi vicini/avversari.

La prima gara buca l'anima.
- Babbo, ma avevano le braccia rigide, non si facevano prendere. Non ho potuto fare nemmeno una tecnica.
- Stai tranquillo, uomo piccolo. E poi devi essere contento, era la prima volta e non potevi sapere come si fa. Vedrai che la prossima volta andrà un pochino meglio, poi meglio ancora la volta dopo, e via e via.
- Dici, babbo?

Sì, provo a dirlo, perché sei tu che ci hai insegnato che "crescendo la vita diventa più bella". E forse non sapevi nemmeno cosa stavi dicendo ma sicuramente avevi ragione. Si viene via mortificati, quando si perde. Ma forse si guadagna un insegnamento, un'affettuosa arruffatina di capelli da parte dell'allenatore, un discorso come tra adulti con tuo padre, di quelli che non è mai facile trovare il momento e l'occasione per fare. E anche, il che mi sembra la cosa più bella, la capacità di scacciare quell'ombra buia dal viso, di tornare a raccontare il tuo mondo, non appena centrifugata la delusione.
Persino la medaglia che tutti avete avuto, identica una all'altra, senza graduatorie rigide (anche se i vincitori - bravissimi! - ci sono stati), diventa un oggetto poco importante.
- Hai visto, babbo, sembra una cosa da bambini piccoli.
Allora non c'è proprio nessuna consolazione? Ma certo che sì: la merenda, biscotti al cioccolato e succo di frutta per tutti. Ché domani, casomai, è un'altra gara.

lunedì 8 aprile 2013

Barry Tamerlane

Chi si ricorda di Barry Tamerlane, il Prepotente de "L'inventore di sogni" di Ian McEwan?
C'è un Barry Tamerlane in ogni scuola, qualcuno ce l'ha in classe. In ogni cortile se ne aggirano almeno un paio.
E, proprio come Barry Tamerlane, il Prepotente può non avere l'aria da prepotente ma possedere uno splendido paio di profondi occhi azzurri, lunghi e finissimi capelli biondi al vento e i vestiti alla moda di una ragazzina che ha ottimi risultati scolastici e che tutti ammirano. Così, invece di strappare di mano oggetti agli altri ragazzini e di "disfargli la faccia" con un pugno, usa un'altra tecnica: individua la sua vittima e la offende, in continuazione, con una perseveranza degna di miglior causa, per qualsiasi stupidaggine o goffaggine o banalità che la vittima possa fare. Se lascia cadere una penna (onta!) o le sfiora inavvertitamente il braccio sul banco, la vittima diventa immediatamente un'inetta da mortificare. Perché, si sa, quanto sia vincente la prepotenza!
E il successo di una Barry Tamerlane del genere non si misura in contusioni e labbra spaccate ma nelle adepte adoranti che riesce a conquistarsi e portarsi dietro, come la propria accolita. Quella pronta a sghignazzare per ogni offesa profusa.

Poi c'è Peter Fortune che è il protagonista della storia, dotato di intelligenza creativa e della capacità di modificare la normalità dell'esistenza sognando, appunto, le alternative ad occhi aperti. La letteratura e i suoi autori migliori hanno proprio questa forza: darci dei personaggi che, pur somigliando a noi tutti, abbiano la risposta che non troviamo mai oppure il bandolo della matassa che non riusciamo a sgomitolare. Insomma, ci insegnano che si può fare. Che un'altra modalità è possibile.

Perché infine c'è chi, in carne ed ossa, deve provare a convivere ogni giorno con la sua di Barry Tamerlane e non è affatto facile trovare le risorse che trova Peter oppure i trucchi e l'esperienza che hanno gli adulti. Si torna a casa scocciate, insolentite, mortificate perché la Tamerlane ha avuto da ridire su ogni cosa, persino la più banale, facendolo davanti a tutte. Qualche volta, quando la ferita è particolarmente profonda, viene da urlare persino che non si vuole più andare a scuola.
Roba grossa.
Noi adulti la vediamo in un modo, che è il nostro e che offre risposte buone per una certa stagione della vita. Se invece ci mettiamo, come fa proprio McEwan, all'altezza della stagione della loro, di vita, e dei loro sentimenti di undicenni, si capisce come la piccola Prepotenza e l'offesa che ne deriva diventino intollerabili perché minano la cosa più preziosa di questa età: la personalità in costruzione, la stima di sé e del proprio posto nel mondo, l'autorevolezza (perché si chiama così anche questa) nel contesto del loro piccolo luogo sociale, che sia una classe di scuola, un gruppo scout, una compagine sportiva.
E una Barry Tamerlane diventa giustamente insopportabile e farne la sociologia quotidiana (si comporterà così perché è viziata oppure perché non viene considerata da nessuno oppure perché conosce solo questa modalità oppure oppure oppure) non serve a nulla, a volte ti viene voglia di allungarglielo tu un pugno sul naso.
O forse, alla fine, ha davvero ragione la letteratura: tu non esisti, Barry Tamerlane, e non mi fai paura. Guai a te se ci provi ancora, questo è il mio spazio e, se vuoi, possiamo condividerlo altrimenti non ci provare nemmeno Barry, stammi alla larga.
Fatti i fatti tuoi.
Smettila, sei ridicola.

martedì 2 aprile 2013

Animali(sta)

L'uomo piccolo si è scoperto un animo da animalista.
Dice che è colpa nostra se ancora non è iscritto al WWF.
Spesso la sera (santo il maestro Manolo) lo trovi a letto che spulcia un suo libro sugli animali.
Chiede informazioni su questa o quella specie, sugli habitat (senza sapere che si chiamano così...), su certe prestazioni in velocità, dimensioni, peso.
Ci aspettiamo, da un momento all'altro, che dichiari di voler fare il veterinario, da grande.
Un cane, lo avrebbe sempre voluto (e noi rigorosamente sordi - un cane non ce la faremmo, già la gatta ci impegna).
Nemmeno i pesci rossi, nello splendido acquario che avevamo approntato, hanno resistito. Eh no, il pollice maculato (è quello degli allevatori di animali da compagnia, oh!) noi non ce lo abbiamo.
Ecco.
Al massimo un canarino.
O una meno impegnativa tessera del WWF, appunto.

venerdì 29 marzo 2013

Fuscello nel vento

"Mi sento come un fuscello nel vento".
La donna grande non fa che ripetere il suo mantra, in questo periodo. Lo trovi scritto nei bigliettini, in un suo tema, lo dice quando sconfortata cerca riparo tra le nostre braccia di genitori.
Arrivata sulla soglia della sua adolescenza, si sporge per vedere oltre e vede i dubbi, le incertezze, la fatica di crescere. Dover crescere.
Io me la ricordo bene, la mia adolescenza. Le differenze che non erano un valore ma una ferita. La timidezza che era un macigno trascinato con le catene. La paura di diventare grande l'incognita più profonda.

Però la vedo tanto più allegra, anche sotto il carico degli impegni di prima media: studiare, studiare, studiare. E doversi portare dietro uno zaino che, quotidianamente, pesa 10 chili (regolarmente pesato sulla bilancia). Una serenità, degli slanci che fino a poco tempo fa non aveva.
Dei traguardi raggiunti, qualche paura gettata via.

Io non me lo ricordo proprio bene se mai mi sia capitato, allora, di sentirmi un fuscello nel vento. Forse è questa la sensazione che si prova a crescere: abbandonare le sicurezze dell'essere bambini per affrontare il mare aperto, la vela dell'adolescenza.

Che soffi, il vento.

lunedì 4 giugno 2012

Il vecchio e il nuovo

Oggi è cominciata l'ultima settimana.
No, tranquilli: non c'entrano le sfighe maya, le previsioni dell'oroscopo o i fondi di caffè.
Oggi è l'ultima settimana di scuola elementare per la donna grande. Fra tre mesi circa, minuto più minuto meno, inizierà la scuola media.
Aiutoooooo!!!

Non voglio fare retorica sul tempo che vola, era ieri e cose così. Ci siamo goduti tutto il tempo, i passaggi di rito, il cambio di passo nei compiti, le difficoltà di integrarsi in un mondo - quello dei ragazzini di questa età - dove ogni più piccola differenza è una leva per il rifiuto.
Ora che la donna grande sta sbocciando come un fiore di personalità nuova, ora che le insicurezze stanno lasciando il posto alle prime certezze, ora che faticosamente ha saputo scalare la rupe di quel rifiuto per entrare a testa alta nel gruppetto degli "integrati", lasciamo tutto e ricominciamo daccapo.
Una metafora.
Le fatiche che la vita, anche quella di un'undicenne, ci mette davanti. La paura di abbandonare la via ormai conosciuta per una nuova, che compare laggiù con le incognite del buio.
Ogni tanto un piantino, più o meno disperato, per ribadire quanto adesso non voglia lasciare i suoi compagni, finalmente conquistati.
Il mio cuore, ora che batte davvero in sincrono col suo, è strizzato come una spugna: secco, con tutto il liquido scivolato via.
Sto pensando le parole giuste per consolarla.
Per accompagnare queste nuove paure che arrivano, per spiegarle, se mai sarò capace.
Stasera, forse, ho trovato una chiave e la devo ad Akela, Baloo e Chil: presenze nuove che da un po' di mesi ci accompagnano. (Lo avevo detto qui).
Una loro "carezza" verbale è diventata un'intera interpretazione: il nostro posto è quello dove stiamo. Di volta in volta. E c'è un motivo se quel posto cambia, non sarà mai lo stesso, nel corso del tempo.
Il nostro posto sono le relazioni che stabiliamo e le storie che sappiamo intrecciare insieme agli altri. E sapere che gli altri non sarebbero affatto gli stessi se non avessero incontrato noi, se non ci fossimo trovati ad incrociare certe strade.
Non so quanto sia chiaro questo ragionamento, a chi legge queste righe e alla donna grande, quando glielo farò. Però qui dentro è chiarissimo. Una rivelazione.
Una luce.
Per il nuovo che ci aspetta e ci spaventa e ci commuove, insieme.

giovedì 31 maggio 2012

Bambini, nel tempo.

Le zuffe di bambini che mi ricordo io, per avervi partecipato direttamente o nel racconto di qualche coetaneo, erano piene di imprecazioni sguaiate; di grandi polveroni alzati, chissà perché, quasi sempre contro sole; di occhiali rotti e pallonate in faccia.
Urla, strepiti, spintoni.
Qualche volta avevano persino il sapore metallico di un po' di sangue per un labbro spaccato.
Eravamo bradi abitanti di una strada non ancora violentata dalle auto ma mai abbiamo visto un qualche adulto pararcisi incontro con aria minacciosa durante uno di quei match.
Non dico che fosse giusto o sbagliato, meglio o peggio di oggi.
Soltanto che ce la cavavamo da soli, che trovavamo vie di soluzione. Che in quelle ammucchiate nascevano o si rompevano grandi amicizie, si capivano concetti astrusi come solidarietà e tangibili bisogni come leccarsi le ferite (in senso figurato, il più delle volte) e tornare indietro un po' acciaccati ma tutti assieme. Insomma, mimavamo gli adulti senza sapere bene cosa andasse fatto. Ci sembrava, il mostrare i muscoli, emulazione di un'esistenza adulta che, ancora, ci sfuggiva.
Non capivamo bene in cosa consistesse quella volontà di potenza che stava nel diventare grandi. Crescevamo tirandoci i capelli.

Adesso che, finalmente, adulti siamo diventati. Che abbiamo sperimentato la nostra, individuale, volontà di potenza. Che ci siamo presi responsabilità che nessuno ci aveva così distesamente spiegato. Inventandoci un ruolo, cambiandone le regole peggiori o quelle che semplicemente non ci piacevano, adesso dicevo è come se ci fossimo dimenticati ogni cosa.

Proteggiamo i nostri figli da qualsiasi graffio. Qualche volta sembra persino che vogliamo difenderli dai loro stessi sentimenti, da certe emozioni. Ogni volta che cercano di scaricare quella immensa energia (che noi potevamo disperdere scapicollandoci per il mondo) li redarguiamo, li mettiamo a freno (come se non bastassero i muri altissimi che gli abbiamo costruito attorno): questo non si fa, così non ci si comporta. Non appena accennano, appunto, una zuffa di bambini, si scatena il finimondo.
Il nostro finimondo di adulti.
Di cosa abbiamo paura? Che cadano da un albero rotolando (e magari imparino a rialzarsi)? Che si spacchino un labbro?
Che si sbuccino un ginocchio.
E' un frusciare di gonne, e valgono per madri e per padri oramai, che si fanno minacciose, un "ricordati che devi morire" recitato come un mantra, una difesa piccolissimo-borghese di chissà quale rispettabilità. Di bambini?
E allora, spero un giorno, sinceramente, di veder tornare uno dei miei figli con un occhio pesto. Perché sarebbe molto più difficile spiegarglielo con le "chiacchiere" come ci si sente.

Forse sì, forse ci siamo dimenticati quel che siamo stati.
Anche noi, secoli fa siamo stati bambini.
Nel tempo e senza remore. Se non di crescere.

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