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venerdì 21 marzo 2014

Il crollo dei libri (e di chi ci vive)





Ho appena finito di leggere l’ottimo articolo di Christian Raimo su pagina99 e trovo che abbia ragione quando accusa le grandi aziende editoriali (e ricordiamoci dove lavorava fino a ieri Gian Arturo Ferrari…) di avere buona parte della responsabilità del disastro.
Da parte mia vorrei aggiungere qualche pensiero e qualche elemento. Anch’io lavoro nel settore, sono un “oscuro” agente commerciale di uno di quei grandi gruppi, e mi considero altrettanto importante di un autore, di un tipografo, di un editor, di un recensore, di un giornalista culturale (che peraltro, almeno per hobby, sarei anche…), di un addetto marketing. Anzi, di questi ultimi, mi sento molto molto molto più “necessario”.
A differenza degli editori (tutti, non solo i grandi), io non credo che la “lettura” sia una merce vendibile. Puoi vendere un libro, un quotidiano, una rivista, un sito ma non puoi vendere la “lettura”. Leggere è un processo completamente differente. Ha a che fare col desiderio, con una visione del mondo, con un comportamento. Leggere è come fare sesso, puoi solo volerlo. Sennò è violenza. Leggere è molto più vicino alla psicologia, al comportamentismo, che al marketing.
E infatti, io credo che grande colpa di questo disastro sia proprio dell’oscuro, arido marketing. Ricordo quando, agli inizi degli anni Duemila, ci fu la prima iniezione massiccia di marketing dentro l’editoria che era rimasta, fino ad allora, un settore artigianale che mal si piegava all’economia di scala, alla ristrutturazione necessaria.
Vado a memoria, gli esperti di fact checking journalism mi correggeranno, ma mi pare fu proprio la Feltrinelli, librerie ed editore, ad accogliere a braccia aperte manager di formazione esterna, provenienti per lo più dalla grande distribuzione (Esselunga, mi par di ricordare). Oggi le grandi aziende editoriali del paese sono tutte in mano a gente che viene appunto dalla grande distribuzione, da una casa automibilistica piuttosto che da una multinazionale del formaggino. Gente che, ci scommetto quel che non ho, se si esclude economia e commercio e il supermaster, non ha mai letto un libro in vita sua. Per il piacere di leggerlo, intendo. Per sé.
Gente che non ha mai più letto un libro.
Ossia: non sanno mica di cosa si stanno occupando.
Il tronfio manager del tronfio gruppo dominante (di cui si parla nell’articolo di Raimo) ci ricorda, ed ha ragione lui sia chiaro, che un editore non educa. Un editore vende.
Mercato.
Quindi fine del discorso.
Oppure.
Oppure si potrebbe pensare che per vendere un prodotto editoriale (libro? ebook? sito? connessione neurocerebrale ad alta densità di contenuti?) ci vuole qualcuno che lo legga. Che ne desideri non soltanto il possesso (ah ah ah, risate grasse) ma che abbia bisogno di volerlo, di fruirlo, di “farlo proprio”. Di leggerlo, appunto. Che abbia bisogno di quella fascinazione, almeno.

Se la situazione italiana è così disastrosa in confronto ad altri Paesi c’è anche un motivo strettamente legato al mercato e a come esso è strutturato qui da noi. L’Italia è, tra i principali Paesi occidentali, uno dei pochi dove i negozi nei quali il prodotto si vende sono tutti (o quasi) in mano ai produttori. Altro che monopolio.
Questo è diopolio. Il mercato del libro in Italia E’ degli editori. Non dei consumatori, non dei lavoratori del settore, non di una pluralità di concorrenti. Le grandi aziende editoriali hanno tutte (o quasi) la loro catena di proprietà dove fanno quel che vogliono, dove vendono quel che decidono loro “produttori”, dove impongono vita o morte ai piccoli editori, ancelle spesso semi-consenzienti o perlomeno costrette alla promiscuità perdente. Tra catene, inoltre, non esiste concorrenza ma cartello perenne, spartizione di spazi, una mano lava l’altra e tutte e due tengono il lettore con la testa sotto il pelo dell’acqua.
Così non c’è bisogno alcuno di fare qualità, di scegliere libri buoni, autori validi che abbiano qualcosa da dire. Oggi c’è bisogno di un mediocre prodotto che sia presto (spesso anche prima che il libro stesso esista) opzionato per il cinema, di una stupida ragazzina che obnubila il cervello degli adolescenti di mezzo mondo per radere al suolo ogni immaginario, di qualche grande firma (e sì, mettiamoci anche questi/e! Ché se lo meritano) che ormai asservita si presta ad intossicare ulteriormente l’aria che… leggiamo.
Basta un cugino (anzi, preferibilmente un parente o un amico di un amico) che sappia buttar giù qualcosa. Poi una forma gliela troviamo.
E non credete alla contro-balla che “non è vero che i libri di qualità, i capolavori (ammesso se ne scrivano ancora e io ci credo che se ne scrivono) mai rimangono chiusi nei cassetti ma escono sempre”. I capolavori (certo sono troppo pochi, non saturerebbero il mercato che invece deve traboccare) in realtà sono una iattura. Troppo difficili, non si vendono. Non li vuole più nessuno. Gli editori li fuggono, come la peste. Vade retro.
Molto meglio quel bel “prodotto medio che può essere letto nel tempo medio di una cagata media” (cit.).
Prodotti seriali che più seriali non si può. Evanescenti romanzucci sull’ombelico dell’ombelico del Qualunque. Saggi che di saggistico non hanno più nemmeno il sentore. Spesso porcherie piene di opinabili opinioni fatte passare per dati incontrovertibili. La scienza del chissacome, l’oggettività del forse/si dice/mi pare di aver capito. Tutto in nome di un fatturato che va tenuto in piedi così, come si tiene in piedi una mummia. Imbalsamando.

Perché poi tutti, in ogni settore merceologico, non solo in editoria, si riempiono la bocca col fatto che il “consumatore non è cretino, sa scegliere”. (Salvo poi offrirgli libri orripilanti, aggiungo io).
Io credo invece che noi consumatori, per definizione, siamo proprio cretini. Altrimenti non “consumeremmo”. Ma, data ormai per assunta la definizione e lo status di cretini, evidentemente ci stiamo anche stufando di quelli che ce lo ricordano ogni minuto di ogni giorno. Così leggiamo meno, magari rileggiamo qualcosa di quello che abbiamo già in casa e ci era piaciuto tempo addietro. Personalmente (purtroppo non leggo quanto vorrei, mi fermo intorno ai 40/50 libri l’anno) faccio sempre più difficoltà a ricordare un libro memorabile tra le novità editoriali. Ricorro ai classici, quando ho tempo disteso da dedicargli (perché l'ho appena detto, i capolavori sono difficili: “Moby Dick”, che due palle!). Ricorro agli autori del mio pantheon, oppure all’intrattenimento di qualità. Spulcio, rileggo. Alla peggio, se proprio devo, scrivo.

Naturalmente ormai è troppo tardi. Un libro in ogni casa è utopia irrealizzabile. Che peraltro abbiamo gioiosamente sostituito con device di qualsiasi ordine e grado. E almeno un paio a testa. Ché poi leggiamo anche lì sopra, sui device: facebook, twitter, i social. Se non è lettura quella! Ma basta parlare di libri, basta insistere, per carità.
Gli autori, poi! Che barba. Caro Christain Raimo sei obsoleto, mi dispiace.
Basterà un bel software per raccontarci il mondo, una storia, un’emozione o un dolore. Studiate mi raccomando. Diventate programmatori.

sabato 16 novembre 2013

Instamondo

Stamattina la donna grande è venuta da me, piuttosto perentoria.
- Babbo, oggi con la mamma dovete discutere del mio account Instagram!!!

Ok, discussione aperta.
- NO!
Chiusa la discussione.

(O no?...).

lunedì 15 aprile 2013

Genitori digitali (2)

Uno dei temi dell'articolo di "Internazionale" sui bambini digitali è che un quattrenne non può sapere come fosse il mondo prima che lui nascesse e che per lui è assolutamente normale fare tante cose con un solo dito e trovare centinaia di giochi in un piccolo dispositivo come uno smartphone.
Se i miei calcoli sono esatti, nessun bambino ha mai saputo come fosse il mondo prima di lui. Spesso gli avi (genitori, nonni ma anche insegnanti, adulti in genere) si affannavano a crescerli ed educarli, i bambini, a tramandare le conoscenze, alcune almeno, insegnandole loro. Oppure tramandavano memorie, oggetti: ad un certo punto della mia adolescenza, mio nonno mi regalò la sua vecchia bici, tutta scrostata. Una leggenda familiare diceva che con quella fosse tornato dalla guerra, attraversando chissà quali terre sconosciute (magari due province più in là), percorrendo chissà quanti chilometri (magari la usava soltanto per andare a lavorare...). All'epoca il racconto mi rapì, oggi so che era, appunto, solo una leggenda.
Mi spiegò come fare per rimetterla a nuovo, togliere la ruggine, renderla presentabile, mi chiese di che colore mi sarebbe piaciuto dipingerla e poi mi portò in una ferramenta ad acquistare il relativo barattolo di vernice. E un pennello.
La mia prima bici da adulto completamente rossa da cima a fondo, se si escludono i copertoni, me la rimisi a nuovo da solo, grazie ad un'app (allora non sapevo si chiamasse app, oggi finalmente lo so): mio nonno. Mi sarei potuto tagliare un dito aprendo la latta della vernice se mi fosse sfuggito il cacciavite con cui facevo leva, ho sicuramente respirato i fumi tossici di quella sostanza tutta chimica, eppure avevo goduto di un passaggio di conoscenze che semplicemente era antico, ovviamente aggiornato nel tempo, di secoli: rinnovare un oggetto vecchio avuto in eredità.
Adesso la situazione di partenza (un bambino di quattro anni che non sa come fosse il mondo prima che lui nascesse) è assolutamente identica ma invece di passare ai nostri figli un insegnamento che venga dal passato, dall'esperienza, in qualche modo dalla storia, gli tramandiamo il presente assoluto. L'adesso inveterato.
Succede qui, adesso, a noi. In casa nostra come in tante altre.
A volte mi dico che forse non abbiamo nulla da tramandare che non sia consumismo integrato (ovvero l'adesso inveterato declinato al superlativo assoluto).
Che gli insegnamenti ricevuti (ammesso che) non ci piacciano più e/o non li riteniamo utili al domani dei nostri figli (per non dire del nostro).
Che, molto semplicemente, non riconosciamo più in queste modalità ancestrali (che pure hanno saputo preservare piuttosto rigogliosamente la specie) il sistema più adatto o quello che più ci piace.
Da un altro lato, invece, è come se volessimo togliere, dall'orizzonte esistenziale dei nostri pargoli, il contatto con qualsiasi polvere, materia, lattina di vernice, cacciavite, bicicletta rugginosa.

Mio padre era falegname, mi portava con lui, il sabato e la domenica, nella sua bottega e mi lasciava strafugnare tra riccioli di segatura, legni, scalpelli e bulini (lame affilatissime, vi assicuro), chiodi, colle viniliche. Qualche volta, se giuravo di fare moltissima attenzione, anche la sega.
Anche se io non me ne sono mai accorto, sono sicuro che mi tenesse d'occhio. Non mi sono mai fatto male (magari qualche dito pesto, col martello), non mi sono mai staccato di netto una mano, giuro: sono entrambe qui, in fondo ai miei polsi. Davo l'impressione che quello strafugnare mi piacesse. Eppure, il mio futuro mio padre lo vedeva lontano da quella condanna di homo faber, di artigiano coi calli. Ogni volta che incontravamo qualche suo amico che, come era stato per lui che lo aveva ereditato da suo padre e da suo nonno, gli chiedeva se mi stesse insegnando il mestiere, lui quasi si scandalizzava. Me lo ricordo, giuro, come fosse adesso: "no, no, deve studiare. Non deve fare il mio mestiere, nemmeno per scherzo".
Mi chiedo ancora oggi, e in questo istante: se mi avesse insegnato a fare il falegname e facessi quello per vivere, avrei le stesse ansie postmoderne nel fare la mia postmoderna professione con le mani pulite e senza calli ma ormai sull'orlo di scomparire? E di un falegname, ci sarà sempre bisogno?

Secondo Maria Montessori, "le mani sono gli strumenti dell'intelligenza", come viene ricordato anche in quello stesso articolo di "Internazionale", ma pare che siamo ormai alla fase delle mani ben al sicuro. Dietro, o sopra, un vetro. Touch.

(La prima parte si trova qui).

venerdì 12 aprile 2013

Genitori digitali

"Internazionale" ha questo di bello, che ogni volta ci apre gli occhi, illumina con taglio diverso la realtà dei fatti, riporta notizie ed opinioni che stavano per sfuggirci. E ci sorprende.
Anche noi qui, in questa famiglia. Ché sull'argomento coltiviamo le nostre contraddizioni con splendida leggerezza, quasi un pollice verde delle contraddizioni.
Sull'argomento, infatti, la profe ed io, siamo scissi e schizofrenici più di quanto oseremmo ammettere. Da un lato siamo drogati tecnologici, spesso connessi, sempre a far riferimento alla rete. Molta parte del nostro tempo libero si gioca, e si spende, lì.
Dall'altro lato siamo talebani sublimi, vorremmo impedire ai nostri figli qualsiasi contatto con gli oggetti hi-tech (di cui pure siamo riccamentissimamente dotati, compreso lo smartphone touch a cui la profe ha finalmente abdicato...), siamo pronti a negare l'accesso alla rete, il giochino su tablet, l'app per quanto educational. Per noi due, Wii non è sinonimo di console ma di senso di colpa (per avergliela comprata). Immagino si possa facilmente capire che florilegio di rimbrotti, litigi, contrattrazioni di bassa lega, punizioni tutto questo comporti e anche, a dirla tutta, cosa voglia dire in termini di gap sociale, soprattutto per la donna grande, se è vero come è vero che alle medie è già tutto un trionfo di iQualsiasicosa, smart e mini, ultra, app e boing e crash e gulp.
Leggetevi un bel libro, giocate con i playmobil, invitate a casa un amico/a.

(Il bello di tutto ciò è che coi playmos - abbreviazione familiare - ci passano spesso delle ore; che amici ne vedono abbastanza; che ormai anche l'uomo piccolo, prima piuttosto refrattario, ha cominciato - evviva! evviva! - a leggerne, di libri).

Leggetevi un bel libro.
Guardatevi un film?...
Poi, appunto, arriva "Internazionale".

(Non che non sia facile ricordarsi come le lobby e le aziende del settore siano potentissime, vero governo della globalità molto più dei Governi nazionali, e ricchissime da potersi permettere di creare statistiche ad hoc, commissionare studi prestigiosissimi. Persino - ovvove! - di pagare giornalisti).

Insomma, godiamoci il problema.
Il ragionamento, questa settimana, è questo (attendiamo fioriture copiose di contraddizioni ancor più belle):

./.. segue qui

giovedì 17 gennaio 2013

giovedì 9 febbraio 2012

Avanguardie tecnologiche

La tecnologia non ci appartiene proprio se, quando parla al telefono con sua zia, l'uomo piccolo le promette: "ti mando un fax".
Antiquato.

lunedì 13 giugno 2011

Off topic: la rete e il referendum

Ogni tanto anche i babbi scavallano e fanno cose che non dovrebbero fare.
Un intero post off topic, addirittura. Perché oggi parlo d'altro.

Qualche commentatore faceva notare che, a guardarlo su Fb, nei giorni scorsi, il referendum era ormai ad un quorum del 110%.
Sarcastico, il commentatore, ma neanche poi tanto. Perché aveva visto giusto, aveva visto una cosa che, in altri Paesi del mondo, era già successa e che qui da noi invece tardava ad accadere. Insomma, un'altra classifica nella quale solennemente accomodarci agli ultimi posti.
Ad esempio, era già accaduto in Spagna quando, all'indomani dell'attentato di Madrid, un passaparola fatto tutto di sms (almeno così racconta la "leggenda" ma, forse, anche la cronaca) ribaltò ogni sondaggio: Aznar, che aveva mentito di fronte al Paese, fu sconfitto. Al Governo andò Zapatero.
Non sto a ridire del Maghreb, dell'Egitto e degli altri Paesi dell'area: sappiamo tutti quando sia stato determinante il web.

Il risultato clamoroso del referendum è doppiamente, scusate il raddoppio, clamoroso. Perché avvenuto in un contesto occidentale avanzato, democratico, eppure in assenza di comunicazione e informazione. Ancora una volta, una fazione di oligarchi aveva deciso di mettere a tacere i Comitati Promotori, di nascondere sotto al tappeto la questione.
Il diktat era: "boicottare".
La vera grande campagna informativa è partita da un luogo completamente diverso dal solito. Non le televisioni, non i giornali, pochissimi partiti politici e, alcuni, anche solo all'ultimo minuto (riparliamo di questo, domani).
Ancora una volta, come accaduto in parte per la campagna elettorale delle amministrative, si è mobilitata la cittadinanza, la società civile, quella famosa "base" (comitati, associazioni, cittadini) che ha saputo portare la campagna referendaria dapprima nel tam-tam di internet poi a volare radente sui territori per tornare infine alla rete. Anche alla forma stessa della rete. Maglie, legami sempre più saldi e stretti.
A ben guardare, tra gli altri elementi, sulla rete internet ha funzionato il meccanismo del marketing virale. Ricordo la primissima comparsa dei vari loghi dei Comitati, il "vota sì", le faccine, le scritte, i widget. Nacque una etichetta immediatamente riconoscibile che ha saputo veicolare, all'inizio, l'attenzione e l'interesse verso quella campagna e, di seguito, una forma di immedesimazione: "il problema mi riguarda".
Non so dire quanta parte di chi ha votato lo abbia fatto essendo davvero e concretamente coinvolto, per consapevolezza reale, perché abbia seguito il pochissimo dibattito o si sia informato a fondo sui contenuti (quanti avranno letto davvero i quesiti?).
Quel che so è che la viralizzazione ha funzionato, ha raggiunto persone che non avrebbero ascoltato un dibattito tv, che non avrebbero letto decine di pagine di articoli o di libri (che invece, accanto al web, sono comparsi numerosi nelle librerie). Che grazie a quel contatto così "leggero e facile" ha preso coscienza di un problema e ha dato il suo parere, la sua opinione, Il suo segnale precisissimo.
Per correttezza confesso che sono stato (e forse un pochino lo sono ancora...) molto scettico sull'effettiva valenza di spazio propulsivo del cambiamento del web. Per tutta una serie di motivi che è inutile ripetere qui. L'ho sempre visto come un luogo di invasivo marketing, fatto per venderci qualcosa (e così mi pare sia andata, appunto, anche stavolta) e non come spazio critico.
Stavolta forse qualcosa, nella mia percezione e nella mia testa, cambierà.
Dopotutto, questo clamoroso risultato ha posto non la prima pietra ma il primo macigno.

domenica 11 aprile 2010

Primavera pixelata (all'ossido di carbonio)

Tanti anni fa, a Rupetraversa, faceva primavera in modo molto simile ad oggi: l'aria diventava tiepida, la luce era d'improvviso abbagliante e carica di profumi, sugli alberi spuntavano prima gemme e poi fiori. Colorati.
Più d'ogni altra cosa, però, quel che cambiava davvero la stagione era la possibilità, per un gruppetto di ragazzini che avevano appena finito di svernare il loro inverno chiusi in casa (al massimo parlandosi da un balcone all'altro, tanto minuscola era la distanza), di poter finalmente riprendere possesso di un piccolo terreno incolto, lì dietro l'angolo delle case, e ricominciare a rotolarsi sopra (o dentro...) un cumulo di sabbia.
Quel cumulo è stato lì per anni, me lo ricordo e lo vedo, ora, come se ce l'avessi davanti agli occhi.

Stamattina, nel teporino, siamo usciti per andare a comprare il pane. A Firenze, non a Rupetraversa.
Un percorso che facciamo quasi tutti i sabati, poche centinaia di metri nel nostro quartiere. Non attraversiamo una highway americana ma neppure troviamo, dietro l'angolo, un cumulo di sabbia. Oltre un alto muro giallo, però, a pochi passi dal portone di casa, abbiamo un giardino verdissimo, aperto (e bontà del volontario che lo tiene aperto!) solo in certi orari: un orizzonte d'avventura a tempo, un negozio del relax al fresco dei platani. Insomma, per capirsi, un po' di schizofrenia dello spazio urbano aggiornato al nuovo millennio. Quasi un ultraspazio.
Facendo il nostro solito percorso, dicevo, avremmo dovuto trovare appunto il teporino, quell'aria limpida piena di profumi, fiori colorati sui rami.
All'improvviso invece, come lo strappo che c'è tra il film che stiamo guardando in tv e l'irrompere becero della pubblicità, la nostra passeggiata ha preso il terribile puzzo del traffico sui viali, l'aria limpida è subito diventata pesante e laida, l'ossido nero di carbonio lo abbiamo respirato a fondo. Una bella spalmata sui polmoni, come una crema malefica su un pane fattosi crosta secca.

Rupetraversa ha cominciato a balenare laggiù in fondo alla memoria, col suo cumulo di sabbia, con la non-sicurezza di ragazzini che giocavano da soli in strada, uscendo, casa per casa, e trovandosi in un punto prestabilito, senza auto e anche senza adulti. Ragazzini e basta.
I miei figli quella cosa lì non potranno averla mai, una Rupetraversa, un cumulo di sabbia ghiaiosa nel quale rotolarsi, una partita di pallone in strada, stretti tra una 127 rossa restaurata con lo stucco murale e una Ritmo verderamarro che funge da palo della porta.
E segnare di sponda, senza che il proprietario della Ritmo dietro la finestra se ne accorgesse, diventava prodezza sublime.

Non voglio far finta di nulla, non mi passa nemmeno per la testa di rivangare i bei tempi andati come un eden perduto. Oggi è oggi, se c'è qualcosa che è ormai perso, tanto altro abbiamo guadagnato.
Il progresso scientifico, la tecnologia, la scienza medica che ha fatto passi da gigante. E anche il quotidiano: abbiamo suv enormi dentro i quali ci sentiamo così sicuri (tanto che investendo il malcapitato pedone non ne sentiremmo nemmeno lo schianto), centinaia di canali televisivi pieni di programmi bellissimi (che riempiono a meraviglia lo spazio tra gli spot pubblicitari), città invase di posti dove poter comprare merci, merci qualsiasi, merci di cui, spesso, non abbiamo mica bisogno.
Tutto questo progresso fantastico, tutte queste città (ormai anche Rupetraversa, là in fondo, è una città per quanto di provincia...) che sembrano errori umani ripetuti all'infinito, accumulo di fallaci illusioni sdoganate al primo condono possibile, non saranno mai così raggiungibili come quel cumulo di sabbia.
A meno di non voler inserire nell'apposito campo vuoto le parole chiave "Rupetraversa" e "cumulo di sabbia": Google Earth potrebbe fare il miracolo di ritrovarli. O no?

mercoledì 3 febbraio 2010

ZanTip

Tra le innovazioni possibili che, in forma di applet, sono disponibili per i nostri blog mi è capitato di leggere questo.
Mi è molto piaciuta l'idea: è molto utile, è molto divertente.
Da qualche giorno l'ho inserita, funziona.
Basta cliccare due volte su una parola e una magica finestra si aprirà rivelando la definizione della parola stessa, tratta dal dizionario Zingarelli 2010.
Sulla pagina dedicata al servizio, nel sito dell'editore, qualche spiegazione in più e l'elenco (in continuo aggiornamento) dei blog e dei siti che offrono ZanTip. Se volete inserirlo nel vostro blog, sulla medesima pagina il link per farne richiesta.

domenica 1 novembre 2009

Partecipazione

Non mi sono particolarmente infervorato per le primarie del Partito Democratico.
Tanto che ho votato il candidato meno peggio.
E questo, come era ovvio, è arrivato ultimo.

Però bisogna riconoscere che l'invenzione in sé è interessante: rispecchia i tempi in cui viviamo e permette ai consumatori della politica di scegliere con consapevolezza il prodotto più confacente.
Insomma, un fantastico esercizio di consumo critico.

Soltanto una cosa ha offuscato il gran successo della consultazione: le lunghe code che hanno funestato i seggi aperti sul territorio.
Il neo-segretario, uomo che conosce molto bene il mondo delle cooperative, ha già pensato a come risolvere il problema. Per la prossima volta.


(fonte per la foto: http://www.gdoweek.it/articoli/0,1254,44_ART_165,00.html?lw=44%3BCHL)

sabato 23 maggio 2009

10.000 dollari

Oh, sono qui, sono al MaM.
Davvero. In diretta.
Ho già conosciuto piattini cinesi, veremamme, bstevens. Ho anche intravisto panzallaria...

In questo momento stanno parlando di un tizio che, ossessionato da Microsoft, aveva aperto il suo blog per parlare unicamente dei prodotti dell'azienda di Redmond.
Questo tizio operava così: ogni volta che usciva un prodotto Microsoft lo prendeva, lo smontava completamente, lo analizzava, lo rimontava.
Poi, con linguaggio assolutamente competente e professionale recensiva il prodotto. Pare per stroncarlo immancabilmente.

Il tizio è in breve diventato il punto di riferimento di tutti quelli che utilizzano prodotti Microsoft. Col suo blog è arrivato a guadagnare, qualche anno fa, la sommettina di 10.000 dollari il giorno.

...

Stasera, quando torno a casa, smonto l'uomo piccolo e poi ve lo racconto tutto.

martedì 12 maggio 2009

MamChe?!

Beh? Che c'è di strano?!

Sì, lo so.
Ce l'ho messo io il logo del Mam, "io parlo", qui accanto. E allora?!

E sono loro che sono autoreferenziali, il loro universo è monocellulare: "le mamme" e nient'altro, parlano solo al femminile: l'ho già raccontato altrove.
E' che non me la sentivo di lasciarle sole, poi chissà cosa si dicono, senza nessuno di noi che le ascolta. Son capaci di cose terribili, 'ste qua.
Certo, ho dovuto camuffarmi proprio per bene, farò persino un intervento. Forse.

Vado là, dò una controllatina, tanto per tenerle d'occhio. Che la situazione non ci scappi di mano.

(...)

Però, non vorrete mica faccia tutto io!: forza babbi (blogger e non solo), venite a darmi una mano. Daiii!
(Ci vediamo a Milano, CARI. Sabato 23).



Torno serio: ringrazio Jolanda che, commentando il post di cui dicevo poche righe fa, mi ha invitato a partecipare. Ho fatto un po' di scena, ho risposto solo dopo un paio di giorni. Ma non potevo (e non volevo) proprio rifiutare. Dire che mi fa piacere partecipare è appena un eufemismo.

martedì 5 maggio 2009

Differenze. Di genere

Loro sono le mamme-blogger.
Come i migliori surfisti, cavalcano l'onda del loro oceano internettico. E sono pure parecchie: decine, centinaia (migliaia?!); fanno lobby, chattano, si mandano msg in pvt, fanno rete e coaching, si ritrovano nei loro luoghi virtuali (hanno persino un blog-cafè) e in quelli reali (no geek, no party), aggregano idee e consumi, stili di vita.
Le aziende se le contendono a suon di raduni, convention, briefing; sono loro le protagoniste del marketing del futuro. Lo fanno.

Tu, babbo, ti senti solo come una particella di sodio in una bottiglia d'acqua minerale. Fossi stato nel loro oceano, prima o poi qualcun altro come te avresti rischiato d'incontrarlo. Invece dentro una minerale si fa presto: che sei solo lo vedi subito.
Ecco, la rete sarà pure piena di blog tenuti da uometti e qualcuno di questi sarà anche padre, avrà dei figli, ma sul blog parlano di calcio (ma mai di figli o di paternità), di cellulari (ma mai di figli o di paternità), di html, css, ubuntu o template (ma mai...), di vespe piaggio (ma mai...), di poker pesca caccia mountain bike. Ma mai di figli o di paternità. Sembra quasi che l'argomento non li interessi.
O non li tocchi.

Certo, qualche blogomamma gentile e premurosa ogni tanto passa, s'affaccia, dà un'occhiatina al tuo blog. Magari ti lascia anche due righe ma è un po' come confortare Manny, il mammuth di L'era glaciale: “coraggio, non sei in via d'estinzione”. Mah, veramente io ero appena arrivato...
Perché loro, le blogomamme, sono corteggiatissime dai mass media: i grandi giornali le intervistano, le riviste le citano come guru, a teatro fanno il tutto esaurito (pure alle repliche), fioccano i libri. Da qualche giorno (vedi i loghi spuntare come funghi nei loro blog) hanno persino il loro MamCamp con un widget fantasmagorico e fiammeggiante. Si vede che c'è dietro un graphic designer. E davanti, sconfinati campi di celebrità virtuale. E materiale, come diceva il vecchio.

Tu, babbo, nemmeno un adesivo per ringiovanire la lamiera del tuo scooter. Di fare rete, non se ne parla nemmeno. Gli altri babbi sono quattro: al massimo ci viene un tavolo in pizzeria. E sarebbe già un risultato.
I grandi giornali non ci hanno mai guardato; quelli piccoli... non sanno nemmeno che esiste, qualcosa chiamato blogosfera. Se ti fermi a riflettere sulla tua condizione, a chiederti cosa sia un blogobabbo, lo senti già dalla parola che non si tratta di una cosa seria. Ti senti un cartone animato, una specie di individuo mutante.

Ah, perché poi: loro fotografano (tu bruceresti anche le dia), loro arrivano in finale ai premi letterari (tu al massimo grado di impegno narratologico tieni un blog, ma proprio al massimo, eh), sono sommelier e attrici (tu ti dai tante arie con le tue quattro bottiglie in cantina e l'ultima attrice che ti ricordi è la Fanny Ardant di La signora della porta accanto), cucinano e mangiano, conversano e viaggiano. Sono piene di risorse. Che non si capisce dove le tengano...
Ma più di tutte le risorse, e più di ogni spigliatezza mediatica, e più di ogni altra cosa che in fondo in fondo gli perdoneresti pure, c'è qualcosa che urla vendetta: loro hanno scoperto il Friend Connect di Google ben dopo di te.
Eppuuure...
Eppure, loro ci hanno decine e decine di affezionati lettori.
Tu li coccolavi da mesi, hai messo il widget il giorno dopo aver aperto il blog, li hai pregati in ginocchio di aggiungerti tra i preferiti. Ma patisci lo smacco: non ti si fila proprio nessuno... Vuoi mettere che gusto c'è, ad essere una élite?!

Certo, infine, qualcosa ancora non è chiaro. O son loro che sono superiori. O siamo noi ad essere inferiori.
Ma spanne, proprio.
Che invidia.
Sanissima.

mercoledì 7 gennaio 2009

Blog vs Facebook?

Stimolato da questo post, provo a far chiarezza nelle mie idee al riguardo. E dopo appena una manciata di post, dopo pochissima frequenza da, si dice così?, blogger. Vediamo.
Zauberei comincia da Italo Calvino (le "Lezioni americane") e mette a confronto, semplifico, la leggerezza del mezzo con la pesantezza dei vissuti.
Fatto salvo che il bit è leggero, leggerissimo sempre, anche sul blog (ci sono blog talmente leggeri che son già volati via), io credo che la dicotomia non sia tanto tra, perdonatemi l'inglese ma rende meglio, "heaviness" e "lightness" quanto piuttosto tra "heavy" e "easy".
Mi traduco così: il blog è heavy perché sottende e prende le mosse dalla persona che c'è dietro e, cito una mia amica non bloggettara, rappresenta "il sollucchero al narciso che ci cresce in cor". Ed ecco le idiosincrasie del giovane blogger e le paranoie così ben descritte da "personalità confusa": come mai nessuno mi legge? La sindrome del deserto attanaglia il blogger, soprattutto il neofita che nessun si fila.
Poi certo che nel blog c'è il vissuto semantico, c'è la nostra intelligenza; ci sono le nostre idee, la nostra visione del mondo (anche piccolino) con la sua scrittura, spesso anche le nostre tenerezze (vedi quelli familiari), soprattutto le nostre ironie.
Però c'è anche il però: il blog potrebbe in fondo essere un quotidiano cartaceo (uno scrive, tutti gli altri leggono) con la sua bella rubrichetta delle lettere, i commenti. Sì, d'accordo, si crea una qual certa comunità di lettori ma quella ce l'ha simile anche Repubblica o il Corriere, no?.
Fermi tutti!, lo so: i blog hanno altre qualità e altri elementi che tutti (ri-)conosciamo. Era solo per schematizzare.
Facebook invece è easy, ma non solo perché lì si cazzeggia mediocremente più che qui. Facebook è easy perché è il trionfo del disimpegno globale totale. Cioè: perché chiamarlo al telefono (come NON ho fatto io), l'amico che non sentivo da dieci anni, quando gli posso scrivere due righine simpatichine su Facebook? E perché mai telefonare al nipote triste, per magari scoprire che "oggi la mamma è morta o forse era ieri chissà"? Gli mandiamo una bella foto che lui, fosse mai preso da rabbia, non potrà neppure strappare. Ma deletare, sì.
Il tipo di relazione che stabilisce Facebook è del tutto gratuita, senza investimento alcuno, e tende semplicemente alla presenza, al mantenere contatto senza scambio: tutti vedono tutto di chiunque, niente ritorno, semplice questione di click, ci si tocca senza tatto.
Men che meno confonderei Facebook con l'amicizia: serve aggiungere qualcosa a chi pensa di avere tra i suoi amici la velina di turno o il politico di (sic!) grido o il mafioso up-to-date?
D'altro canto, il blog tende a fare cluster (come ci insegnano quelli che ne sanno davvero qualcosa, Maistrello o Granieri ad esempio) in un territorio potenzialmente aperto ed infinito; Facebook invece fa rete e/o al massimo legame (contatto) dentro un recinto di alcune tipiche e ben precise relazioni. Un recinto magari ampliabile, ma sempre recinto resta.
Mentre sul senso delle direzioni in cui si spostano i messaggi (da chi a chi, dall'alto verso il basso o viceversa, ecc) sarei più cauto per quello che dicevo poco sopra sul blog come tribuna di uno che scrive per tanti che leggono. Insomma, sarà innocua in quanto a potere o denari, ma esiste anche la propaganda di sé, o la condivisione che dir si voglia, che il blog profonde a manine stracolme.
Aggiungo, arrivati in fondo, che il subbuglio degli animi a proposito di Facebook è per me la soluzione del versus del titolo, soluzione che assegna la vittoria: vittoria della nostra epoca ultramoderna e vittoria di un altro ambiente reale come può essere reale ciò che ci comprende e ci contiene. Un parteggiare invece che esserci, il tifare dagli spalti invece che giocare in campo. E in più, perbacco, si accettano scommesse.

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