Ho di fronte a me quest'uomo. E' un venditore di auto usate. Potrebbe sembrare una licenza poetica, una scena di film americano anni '70, ma vi giuro che è vero. Ce l'ho qui davanti.
Un venditore di auto usate che non sta facendo altro che telefonare, di continuo, da quando sono salito su questo treno.
"Io ho il maschio. Poi ho anche la femmina. I maschi sono semplici, li accontenti facilmente, li porti a vedere le macchine, nel piazzale, gli compri la psp e sono felici. Le femmine sono complicate, non le accontenti mai. Sono come quelle grandi, sono stupide".
giovedì 3 gennaio 2013
martedì 1 gennaio 2013
Anno
Mentre l'uomo piccolo si diverte a scorazzare con la sua nuova bici nella piazza deserta.
Provando e riprovando, coi freni contro la velocità, i limiti fisici che lo separerebbero da un brutta caduta sotto lo sguardo severo della statua di Girolamo Savonarola.
Tra le pause di una pioggerellina sottile sottile ma fitta, nella luce bianca di lampioni fine Ottocento.
La piazza ha le sue presenze. Passaggi.
Un gruppo familiare ricco di ragazzini vocianti che la attraversa di sbieco. Si possono immaginare le mani ancora calde di dadi e Monopoli o Risiko. O una tombolata, coi nonni.
Una coppia di anziani signori che si tengono stretti, sottobraccio, mentre camminano incerti e lenti. Vanno in chiesa, è chiaro. Ci dev'essere una funzione, a breve.
Mentre l'uomo piccolo inanella i suoi giri di pista.
Si avvicina, a piccoli passi, un fardello tutto nero. A testa china, non ho mai visto nessuno camminare col collo piegato a tal punto, una suora avanza. Non guarda nessuno, nemmeno quella donna che, contromano, le rivolge un timido saluto. Chissà quanto freddo devono lasciar passare i suoi sandali, leggeri ed aperti alla pioggia.
E ora quelle mamme, spuntate dal nulla (non le ho sentite comparire), col loro fardello di figli che corrono qua e là impazziti di gioia e curiosità per i resti esplosi dei botti di ieri notte. Rincorrono cartoni divelti e macchie nere di polvere da sparo. Dopo pochi secondi, le mamme gridano i loro richiami e quelli rispondono, senza indugi capricciosi, e si avviano sul ritorno.
Due vecchi, che chiacchierano tranquilli ed arzilli mentre i rispettivi cani si godono il quarto d'ora d'aria e di merda nelle aiuole dove poi giocheranno altri ragazzini, da domani. Mani e guinzaglio dietro la schiena, composti e un po' piegati in avanti, come due polene sull'orlo di salpare.
Nel silenzio acquoso delle auto che ci passano alle spalle, rintoccano le campane all'improvviso. La funzione dev'essere iniziata. I canti saranno caldi, l'aria ricolma di respiri.
Mentre l'uomo piccolo continua i suoi giri, il buio si fa più maturo, l'aria gelida come deve essere.
Anno nuovo.
Buono?
Provando e riprovando, coi freni contro la velocità, i limiti fisici che lo separerebbero da un brutta caduta sotto lo sguardo severo della statua di Girolamo Savonarola.
Tra le pause di una pioggerellina sottile sottile ma fitta, nella luce bianca di lampioni fine Ottocento.
La piazza ha le sue presenze. Passaggi.
Un gruppo familiare ricco di ragazzini vocianti che la attraversa di sbieco. Si possono immaginare le mani ancora calde di dadi e Monopoli o Risiko. O una tombolata, coi nonni.
Una coppia di anziani signori che si tengono stretti, sottobraccio, mentre camminano incerti e lenti. Vanno in chiesa, è chiaro. Ci dev'essere una funzione, a breve.
Mentre l'uomo piccolo inanella i suoi giri di pista.
Si avvicina, a piccoli passi, un fardello tutto nero. A testa china, non ho mai visto nessuno camminare col collo piegato a tal punto, una suora avanza. Non guarda nessuno, nemmeno quella donna che, contromano, le rivolge un timido saluto. Chissà quanto freddo devono lasciar passare i suoi sandali, leggeri ed aperti alla pioggia.
E ora quelle mamme, spuntate dal nulla (non le ho sentite comparire), col loro fardello di figli che corrono qua e là impazziti di gioia e curiosità per i resti esplosi dei botti di ieri notte. Rincorrono cartoni divelti e macchie nere di polvere da sparo. Dopo pochi secondi, le mamme gridano i loro richiami e quelli rispondono, senza indugi capricciosi, e si avviano sul ritorno.
Due vecchi, che chiacchierano tranquilli ed arzilli mentre i rispettivi cani si godono il quarto d'ora d'aria e di merda nelle aiuole dove poi giocheranno altri ragazzini, da domani. Mani e guinzaglio dietro la schiena, composti e un po' piegati in avanti, come due polene sull'orlo di salpare.
Nel silenzio acquoso delle auto che ci passano alle spalle, rintoccano le campane all'improvviso. La funzione dev'essere iniziata. I canti saranno caldi, l'aria ricolma di respiri.
Mentre l'uomo piccolo continua i suoi giri, il buio si fa più maturo, l'aria gelida come deve essere.
Anno nuovo.
Buono?
martedì 6 novembre 2012
Le donne, la violenza, gli uomini
Per una volta non parlerò con parole mie.
Parlerò con le parole di un'amica con la quale ieri sera ci siamo messi a ragionare attorno ad alcuni temi. Una ragione precisa c'era, per la nostra chiacchierata via chat, ed è rintracciabile qui.
Perché le parole di Annalisa sono fondamentali, soprattutto quando immaginiamo, da genitori ma anche, più semplicemente, da uomini e donne, cosa significhi una "educazione" ai modelli di genere. Cosa significhi riprodurre invece, qualche volta persino inconsapevolmente, vecchi stereotipi. Quanta violenza si nasconda dentro le nostre parole, dentro i gesti. Dentro innocenti battute.
Le "parole per dirlo" potrebbero essere le mie (e lo sono, anche) ma ringrazio lei per averle trovate e tirate fuori. Le lascio qui. Queste:
Credo che sia necessario trovare le parole per descrivere come ci si sente prima di tirare un pugno in faccia alla donna che si ama. Come ci si sente quando la donna che abbiamo davanti non rispetta il nostro essere “maschi” e pensiamo che i suoi genitori avrebbero dovuto insegnarle meglio l'educazione. Non c’è bisogno di arrivare al femminicidio, lo stress nel confronto di genere parte da molto meno.
Queste altre:
Le donne hanno passato decenni a chiedersi cosa voglia dire essere donna, se davvero vuol dire qualcosa, alternando momenti di assoluta negazione (siamo tutti uguali, non ci sono differenze) a momenti di esaltazione estatica del femminile materno ed avvolgente fino all’asfissia. E gli uomini, quando e quanto si sono chiesti cosa vuol dire essere maschi? Quando e quanto hanno preso di petto gli stereotipi per, finalmente, negarli ed essere liberi di prendere un’altra strada, pur dolorosa ma libera ed autonoma? Il tema della violenza costringe ad interrogarsi sulla definizione del maschile per trovare le motivazioni e anche la compassione, nel senso etimologico del termine del ‘soffrire insieme’, che merita ogni essere umano. E la compassione è quella che tiene indissolubilmente legate molte donne che subiscono violenza ai loro carnefici, la radice della sofferenza è la stessa per entrambi. Ed è strano perché quando vedi la tua amica con l’occhio nero vorresti renderglielo a quello stronzo ma quando passano le settimane e i mesi e ascolti davvero con il cuore la tua amica, ti accorgi della verità di quel dolore e che, al momento, non ci sono vie d'uscita.
E, soprattutto, queste:
Intendo che se sei consapevole che ogni tuo gesto, ogni tua parola ha un valore nella costruzione dell'immagine che loro si portano dietro, di maschio e di femmina; se ti lasci gli spazi per raccontare come si sentono nel loro corpo, se gli piace, se sono contente di essere femmine, se vorrebbero essere maschi, ti diverti un sacco e costruisci insieme a loro femmine e maschi nuovi perché anche i loro amici costruiscono il loro essere maschi dallo sguardo delle femmine.
Parlerò con le parole di un'amica con la quale ieri sera ci siamo messi a ragionare attorno ad alcuni temi. Una ragione precisa c'era, per la nostra chiacchierata via chat, ed è rintracciabile qui.
Perché le parole di Annalisa sono fondamentali, soprattutto quando immaginiamo, da genitori ma anche, più semplicemente, da uomini e donne, cosa significhi una "educazione" ai modelli di genere. Cosa significhi riprodurre invece, qualche volta persino inconsapevolmente, vecchi stereotipi. Quanta violenza si nasconda dentro le nostre parole, dentro i gesti. Dentro innocenti battute.
Le "parole per dirlo" potrebbero essere le mie (e lo sono, anche) ma ringrazio lei per averle trovate e tirate fuori. Le lascio qui. Queste:
Credo che sia necessario trovare le parole per descrivere come ci si sente prima di tirare un pugno in faccia alla donna che si ama. Come ci si sente quando la donna che abbiamo davanti non rispetta il nostro essere “maschi” e pensiamo che i suoi genitori avrebbero dovuto insegnarle meglio l'educazione. Non c’è bisogno di arrivare al femminicidio, lo stress nel confronto di genere parte da molto meno.
Queste altre:
Le donne hanno passato decenni a chiedersi cosa voglia dire essere donna, se davvero vuol dire qualcosa, alternando momenti di assoluta negazione (siamo tutti uguali, non ci sono differenze) a momenti di esaltazione estatica del femminile materno ed avvolgente fino all’asfissia. E gli uomini, quando e quanto si sono chiesti cosa vuol dire essere maschi? Quando e quanto hanno preso di petto gli stereotipi per, finalmente, negarli ed essere liberi di prendere un’altra strada, pur dolorosa ma libera ed autonoma? Il tema della violenza costringe ad interrogarsi sulla definizione del maschile per trovare le motivazioni e anche la compassione, nel senso etimologico del termine del ‘soffrire insieme’, che merita ogni essere umano. E la compassione è quella che tiene indissolubilmente legate molte donne che subiscono violenza ai loro carnefici, la radice della sofferenza è la stessa per entrambi. Ed è strano perché quando vedi la tua amica con l’occhio nero vorresti renderglielo a quello stronzo ma quando passano le settimane e i mesi e ascolti davvero con il cuore la tua amica, ti accorgi della verità di quel dolore e che, al momento, non ci sono vie d'uscita.
E, soprattutto, queste:
Intendo che se sei consapevole che ogni tuo gesto, ogni tua parola ha un valore nella costruzione dell'immagine che loro si portano dietro, di maschio e di femmina; se ti lasci gli spazi per raccontare come si sentono nel loro corpo, se gli piace, se sono contente di essere femmine, se vorrebbero essere maschi, ti diverti un sacco e costruisci insieme a loro femmine e maschi nuovi perché anche i loro amici costruiscono il loro essere maschi dallo sguardo delle femmine.
venerdì 5 ottobre 2012
Il balzo evolutivo
Signore e signori, giramento di p...... no, no, no.
Scusate.
Volevo dire: rullo di tamburi (ma vi assicuro che il rumore è lo stesso di cui sopra) per annunciare che, dopo il tutorio vittorio, l'uomo piccolo ha voluto fare il suo balzo evolutivo provando la vetro resina.
Che non è quella della carena degli yacht (come ha tenuto a sottolineare l'infermiera che, ieri sera, ci ha amorevolmente assistito al pronto soccorso fin quasi alle due - del mattino...), ma quella delle ossa rotte.
Ebbene sì, l'uomo piccolo ha finalmente avuto soddisfazione: l'altra volta ci siamo degnati di portarlo al pronto soccorso dopo ben 19 giorni dalla sua frattura a legno verde del polso.
Stavolta siamo riusciti a migliorare la prestazione. Non ci siamo andati subito, ci sembrava troppo, ma almeno il giorno dopo ce l'abbiamo portato (stavolta la mano si è gonfiata, l'altra volta il polso no) e il risultato è stato questo: "rima fratturativa composta in corrispondenza della metafisi distale del V metacarpo che sembra estendersi distalmente alla linea fisaria (tipo SH II)". Ovvero, più intuitivamente, questo:
L'evento si è consumato in palestra, in maniera del tutto casuale, ma ci vedo una certa malevolenza maya visto questo.
Tutto ciò vuol dire anche perdersi l'apertura dell'anno scout (che inizia domani...) e, soprattutto, niente compiti scritti per le prossime settimane.
Sì, perché ha scelto di rompersi la destra, l'uomo piccolo...
Poteva fare attenzione e scegliere la sinistra.
Almeno.
Scusate.
Volevo dire: rullo di tamburi (ma vi assicuro che il rumore è lo stesso di cui sopra) per annunciare che, dopo il tutorio vittorio, l'uomo piccolo ha voluto fare il suo balzo evolutivo provando la vetro resina.
Che non è quella della carena degli yacht (come ha tenuto a sottolineare l'infermiera che, ieri sera, ci ha amorevolmente assistito al pronto soccorso fin quasi alle due - del mattino...), ma quella delle ossa rotte.
Ebbene sì, l'uomo piccolo ha finalmente avuto soddisfazione: l'altra volta ci siamo degnati di portarlo al pronto soccorso dopo ben 19 giorni dalla sua frattura a legno verde del polso.
Stavolta siamo riusciti a migliorare la prestazione. Non ci siamo andati subito, ci sembrava troppo, ma almeno il giorno dopo ce l'abbiamo portato (stavolta la mano si è gonfiata, l'altra volta il polso no) e il risultato è stato questo: "rima fratturativa composta in corrispondenza della metafisi distale del V metacarpo che sembra estendersi distalmente alla linea fisaria (tipo SH II)". Ovvero, più intuitivamente, questo:
L'evento si è consumato in palestra, in maniera del tutto casuale, ma ci vedo una certa malevolenza maya visto questo.
Tutto ciò vuol dire anche perdersi l'apertura dell'anno scout (che inizia domani...) e, soprattutto, niente compiti scritti per le prossime settimane.
Sì, perché ha scelto di rompersi la destra, l'uomo piccolo...
Poteva fare attenzione e scegliere la sinistra.
Almeno.
mercoledì 26 settembre 2012
Idee chiare
La donna grande, stamattina, a colazione.
- Appena diventerò Presidente della Repubblica, la prima legge che farò sarà che il bicchiere si mette a sinistra.
- Come, scusa?!
- Perché è più comodo: mentre uno con la destra mangia, se deve bere, prende il bicchiere con la sinistra.
Ecco, abbiamo le idee chiare su come sarà il futuro: destrorsi, prepariamoci a soffrire...
- Appena diventerò Presidente della Repubblica, la prima legge che farò sarà che il bicchiere si mette a sinistra.
- Come, scusa?!
- Perché è più comodo: mentre uno con la destra mangia, se deve bere, prende il bicchiere con la sinistra.
Ecco, abbiamo le idee chiare su come sarà il futuro: destrorsi, prepariamoci a soffrire...
lunedì 17 settembre 2012
Calcio vs judo: lo scontro finale
Beh, siamo stati fortunati.
Dopo lunghe ed articolate conversazioni - la profe ed io - con l'uomo piccolo, abbiamo capito come stavano davvero le cose.
- Veramente, a me del calcio non importa tanto. Io volevo farlo solo per stare insieme ai miei amici.
Insomma, i suoi compagni di classe adorati.
Quelli che gli riempiono le parole ed i pensieri.
È una bella fortuna sentirsi così a casa, nel proprio ambiente scolastico. La donna grande, ad esempio, ha sofferto parecchio prima di entrare in sintonia col resto della classe. L'uomo piccolo, invece, anche aiutato dalla presenza del suo compagno del cuore, è subito entrato in risonanza con tutti gli altri. Senza timidezze, senza complessi, senza fatica.
Sono spesso i sentimenti, non la ragione, a guidare le nostre scelte. Quelli del marketing lo sanno fin troppo bene e ciurlano nel manico alla grande. Ci manovrano.
L'educazione sentimentale è uno dei fondamenti della crescita di ognuno di noi, grandi e piccini, ma credo anche che uno dei compiti più importanti e delicati del mestiere di genitore sia quello di saperli guidare nelle loro scelte, almeno finché non sono in grado di farle in totale autonomia. Magari facendogli capire che esse possono essere il risultato di una buona analisi. Di un buon pensiero. Qualcosa di questo genere, insomma:
- Scusa, uomo piccolo, ma io credevo che tu volessi fare uno sport che ti piacesse.
- Ma infatti judo mi piace.
- E non sarebbe noioso star sempre con gli stessi amici? State già insieme tutto il giorno a scuola.
- In effetti...
- E invece, facendo judo, troveresti altri amici, avresti un altro gruppetto di persone a cui far riferimento.
Non c'è stato bisogno di insistere nemmeno un po'. L'uomo piccolo ha tirato le sue conclusioni che, malgrado le apparenze, aveva già in testa. La sua parte razionale era già d'accordo da un pezzo. La sua esperienza estiva alle vacanze di branco degli scout gli aveva dato proprio questa risposta: amici diversi in contesti diversi. E tutti sono importanti.
Ognuno è un legame.
E poi, perché no, spesso fermarsi al primo impulso può nascondere solo quella voglia di conformismo che tutti conosciamo. Aderire alle scelte della maggioranza, andar dietro a quel che fanno tutti, a quel che è più di moda.
Non siamo pecore.
E i sentimenti li coltiviamo in libertà. O, almeno, ci proviamo.
Ah, dimenticavo...: l'uomo piccolo ha ripreso col judo. :-)
Dopo lunghe ed articolate conversazioni - la profe ed io - con l'uomo piccolo, abbiamo capito come stavano davvero le cose.
- Veramente, a me del calcio non importa tanto. Io volevo farlo solo per stare insieme ai miei amici.
Insomma, i suoi compagni di classe adorati.
Quelli che gli riempiono le parole ed i pensieri.
È una bella fortuna sentirsi così a casa, nel proprio ambiente scolastico. La donna grande, ad esempio, ha sofferto parecchio prima di entrare in sintonia col resto della classe. L'uomo piccolo, invece, anche aiutato dalla presenza del suo compagno del cuore, è subito entrato in risonanza con tutti gli altri. Senza timidezze, senza complessi, senza fatica.
Sono spesso i sentimenti, non la ragione, a guidare le nostre scelte. Quelli del marketing lo sanno fin troppo bene e ciurlano nel manico alla grande. Ci manovrano.
L'educazione sentimentale è uno dei fondamenti della crescita di ognuno di noi, grandi e piccini, ma credo anche che uno dei compiti più importanti e delicati del mestiere di genitore sia quello di saperli guidare nelle loro scelte, almeno finché non sono in grado di farle in totale autonomia. Magari facendogli capire che esse possono essere il risultato di una buona analisi. Di un buon pensiero. Qualcosa di questo genere, insomma:
- Scusa, uomo piccolo, ma io credevo che tu volessi fare uno sport che ti piacesse.
- Ma infatti judo mi piace.
- E non sarebbe noioso star sempre con gli stessi amici? State già insieme tutto il giorno a scuola.
- In effetti...
- E invece, facendo judo, troveresti altri amici, avresti un altro gruppetto di persone a cui far riferimento.
Non c'è stato bisogno di insistere nemmeno un po'. L'uomo piccolo ha tirato le sue conclusioni che, malgrado le apparenze, aveva già in testa. La sua parte razionale era già d'accordo da un pezzo. La sua esperienza estiva alle vacanze di branco degli scout gli aveva dato proprio questa risposta: amici diversi in contesti diversi. E tutti sono importanti.
Ognuno è un legame.
E poi, perché no, spesso fermarsi al primo impulso può nascondere solo quella voglia di conformismo che tutti conosciamo. Aderire alle scelte della maggioranza, andar dietro a quel che fanno tutti, a quel che è più di moda.
Non siamo pecore.
E i sentimenti li coltiviamo in libertà. O, almeno, ci proviamo.
Ah, dimenticavo...: l'uomo piccolo ha ripreso col judo. :-)
mercoledì 12 settembre 2012
L'ennesima prima volta
Oggi è una prima volta. Come se tutte le altre non fossero state abbastanza "eccitanti": la prima volta al nido, il primo giorno di materna, le elementari, le vacanze scout, la prima volta a casa di un'amica.
Le medie.
La donna grande, oggi, comincia le medie.
È stato un lungo percorso di avvicinamento, cominciato l'ultimo giorno di quinta elementare.
Disperazione per amici e insegnanti che si stavano lasciando.
Tensione per ciò che stava arrivando. Poi la sezione, i nuovi libri di testo. Il pianto scacciafantasmi, i riti propiziatori.
La lunga marcia di avvicinamento somiglia all'approccio di uno scalatore.
Adesso siamo pronti.
La donna grande ha dato la sua definizione: "oggi devo scalare il mio monte Bianco".
Usciamo.
Le medie.
La donna grande, oggi, comincia le medie.
È stato un lungo percorso di avvicinamento, cominciato l'ultimo giorno di quinta elementare.
Disperazione per amici e insegnanti che si stavano lasciando.
Tensione per ciò che stava arrivando. Poi la sezione, i nuovi libri di testo. Il pianto scacciafantasmi, i riti propiziatori.
La lunga marcia di avvicinamento somiglia all'approccio di uno scalatore.
Adesso siamo pronti.
La donna grande ha dato la sua definizione: "oggi devo scalare il mio monte Bianco".
Usciamo.
mercoledì 5 settembre 2012
Forse (non?) farà calcio
Il calcio a nov'anni può essere una discreta iattura. Soprattutto se c'hai due genitori che cercano di tenertene lontano in ogni modo. Persino ottenere una maglietta di Messi (rigorosamente ai banchini dei falsi, undic'euro appena...) diventa un'impresa: e insisti e urli e sbraiti.
- Tutti i miei amici fanno calcio.
- Ma perché non lo mandate a calcio?!
- Voglio fare calcio.
Calcio. Per il maschio italiano il calcio non è uno sport, è un'ideologia di quelle non ancora morte, uno status, una rincorsa. Un intero orizzonte culturale.
E non si sfugge.
A nove anni un ragazzino è già prigioniero: le regole, le partite alla tv (europei, campionato, amichevole d'agosto), la squadra del cuore. Ecco serviti, già precotti, i miti a cui tendere: ragazzi, relativamente poco più grandi di loro, ricchi famosi che parlano in tv. Che sono sui giornali, che insegnano come vivere dalle pagine dei rotocalchi, sono trend, sono fighi. Qualcuno sfascia anche una Ferrari: "poverino, chissà che spavento". Che guadagnano fortune senza mai aver lavorato un solo giorno. Perché giustamente a quella età non si lavora, bisognerebbe andare a scuola.
Che p...izza, mi tampina già appena sveglio: "ehi, uomo piccolo, settimana prossima ricominciano le lezioni di judo. Ti iscriviamo, vero?".
No, io voglio fare calcio, calcio ho detto. Non so cosa ci sia di male: ci sarà chi ha chiesto di fare nuoto, chi rugby e chi ping pong. A me piace il calcio e tutte le volte che vado in piazza ci sono i miei amici che ci giocano. Io non so nemmeno come si mette il piede, per calciare.
E poi è uno sport che ti fa sfogare: guarda i genitori, ai bordi del campino, durante la partita. Urlano, imprecano, sputacchiano nell'aria gridando a squarciagola, incitano i loro ragazzi "spezzagli le gambineeee... Arbitro cornuto".
La dirigenza non ci tiene all'agonismo, ce l'hanno detto chiaramente, quando siamo andati con la mamma ad informarci, l'altro giorno. A loro gli interessa che ci divertiamo.
Non c'è judo che tenga, lo capisci?
Capisco che sia così. Io il lunedì mattina, quando rientro in ufficio, sono svogliato. Non ho una squadra del cuore, sono arido, non commento i risultati. Non gioisco, se vinciamo. Ma "vinciamo", chi?! Noi, loro, qualcun altro? Io il calcio lo giocavo per strada, litigavo coi compagni per un gol non concesso, per un fallo laterale millimetrico. Poi la domenica andavo allo stadio: non ci capivo granché, però mi divertivo un mondo... Avrei potuto studiare, invece. Leggere un bel libro.
Sarebbe bello appassionarsi, per i capricci di uno di questi onesti ragazzi, perché non segna più, "ha perso la via del gol" si dice, è deconcentrato. Rischia lo stop, lo metteranno in panchina.
"Se ce l'avessi io sotto mano, lo farei trottare".
Avrà problemi a casa. Povero ragazzo.
(Ma no, che vuol dire. Esageri, come sempre. Tiri in ballo il "maschio italiano". Addirittura un "orizzonte culturale". Ma non sarai un po' un invasato?! In fondo è solo uno sport, si fa così, per ridere. I ragazzi si divertono. Si sfogano, si sa i maschietti non sono come le femmine che sono più tranquille. Solo per questo, per fare due chiacchiere tra amici. Al bar).
Io, l'ho già detto, quest'anno voglio fare calcio.
Quest'anno chissà come finisce. Col judo è in crisi. Forse, forse, forse. Farà calcio.
- Tutti i miei amici fanno calcio.
- Ma perché non lo mandate a calcio?!
- Voglio fare calcio.
Calcio. Per il maschio italiano il calcio non è uno sport, è un'ideologia di quelle non ancora morte, uno status, una rincorsa. Un intero orizzonte culturale.
E non si sfugge.
A nove anni un ragazzino è già prigioniero: le regole, le partite alla tv (europei, campionato, amichevole d'agosto), la squadra del cuore. Ecco serviti, già precotti, i miti a cui tendere: ragazzi, relativamente poco più grandi di loro, ricchi famosi che parlano in tv. Che sono sui giornali, che insegnano come vivere dalle pagine dei rotocalchi, sono trend, sono fighi. Qualcuno sfascia anche una Ferrari: "poverino, chissà che spavento". Che guadagnano fortune senza mai aver lavorato un solo giorno. Perché giustamente a quella età non si lavora, bisognerebbe andare a scuola.
Che p...izza, mi tampina già appena sveglio: "ehi, uomo piccolo, settimana prossima ricominciano le lezioni di judo. Ti iscriviamo, vero?".
No, io voglio fare calcio, calcio ho detto. Non so cosa ci sia di male: ci sarà chi ha chiesto di fare nuoto, chi rugby e chi ping pong. A me piace il calcio e tutte le volte che vado in piazza ci sono i miei amici che ci giocano. Io non so nemmeno come si mette il piede, per calciare.
E poi è uno sport che ti fa sfogare: guarda i genitori, ai bordi del campino, durante la partita. Urlano, imprecano, sputacchiano nell'aria gridando a squarciagola, incitano i loro ragazzi "spezzagli le gambineeee... Arbitro cornuto".
La dirigenza non ci tiene all'agonismo, ce l'hanno detto chiaramente, quando siamo andati con la mamma ad informarci, l'altro giorno. A loro gli interessa che ci divertiamo.
Non c'è judo che tenga, lo capisci?
Capisco che sia così. Io il lunedì mattina, quando rientro in ufficio, sono svogliato. Non ho una squadra del cuore, sono arido, non commento i risultati. Non gioisco, se vinciamo. Ma "vinciamo", chi?! Noi, loro, qualcun altro? Io il calcio lo giocavo per strada, litigavo coi compagni per un gol non concesso, per un fallo laterale millimetrico. Poi la domenica andavo allo stadio: non ci capivo granché, però mi divertivo un mondo... Avrei potuto studiare, invece. Leggere un bel libro.
Sarebbe bello appassionarsi, per i capricci di uno di questi onesti ragazzi, perché non segna più, "ha perso la via del gol" si dice, è deconcentrato. Rischia lo stop, lo metteranno in panchina.
"Se ce l'avessi io sotto mano, lo farei trottare".
Avrà problemi a casa. Povero ragazzo.
(Ma no, che vuol dire. Esageri, come sempre. Tiri in ballo il "maschio italiano". Addirittura un "orizzonte culturale". Ma non sarai un po' un invasato?! In fondo è solo uno sport, si fa così, per ridere. I ragazzi si divertono. Si sfogano, si sa i maschietti non sono come le femmine che sono più tranquille. Solo per questo, per fare due chiacchiere tra amici. Al bar).
Io, l'ho già detto, quest'anno voglio fare calcio.
Quest'anno chissà come finisce. Col judo è in crisi. Forse, forse, forse. Farà calcio.
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