Uno dei temi dell'articolo di "Internazionale" sui bambini digitali è che un quattrenne non può sapere come fosse il mondo prima che lui nascesse e che per lui è assolutamente normale fare tante cose con un solo dito e trovare centinaia di giochi in un piccolo dispositivo come uno smartphone.
Se i miei calcoli sono esatti, nessun bambino ha mai saputo come fosse il mondo prima di lui. Spesso gli avi (genitori, nonni ma anche insegnanti, adulti in genere) si affannavano a crescerli ed educarli, i bambini, a tramandare le conoscenze, alcune almeno, insegnandole loro. Oppure tramandavano memorie, oggetti: ad un certo punto della mia adolescenza, mio nonno mi regalò la sua vecchia bici, tutta scrostata. Una leggenda familiare diceva che con quella fosse tornato dalla guerra, attraversando chissà quali terre sconosciute (magari due province più in là), percorrendo chissà quanti chilometri (magari la usava soltanto per andare a lavorare...). All'epoca il racconto mi rapì, oggi so che era, appunto, solo una leggenda.
Mi spiegò come fare per rimetterla a nuovo, togliere la ruggine, renderla presentabile, mi chiese di che colore mi sarebbe piaciuto dipingerla e poi mi portò in una ferramenta ad acquistare il relativo barattolo di vernice. E un pennello.
La mia prima bici da adulto completamente rossa da cima a fondo, se si escludono i copertoni, me la rimisi a nuovo da solo, grazie ad un'app (allora non sapevo si chiamasse app, oggi finalmente lo so): mio nonno. Mi sarei potuto tagliare un dito aprendo la latta della vernice se mi fosse sfuggito il cacciavite con cui facevo leva, ho sicuramente respirato i fumi tossici di quella sostanza tutta chimica, eppure avevo goduto di un passaggio di conoscenze che semplicemente era antico, ovviamente aggiornato nel tempo, di secoli: rinnovare un oggetto vecchio avuto in eredità.
Adesso la situazione di partenza (un bambino di quattro anni che non sa come fosse il mondo prima che lui nascesse) è assolutamente identica ma invece di passare ai nostri figli un insegnamento che venga dal passato, dall'esperienza, in qualche modo dalla storia, gli tramandiamo il presente assoluto. L'adesso inveterato.
Succede qui, adesso, a noi. In casa nostra come in tante altre.
A volte mi dico che forse non abbiamo nulla da tramandare che non sia consumismo integrato (ovvero l'adesso inveterato declinato al superlativo assoluto).
Che gli insegnamenti ricevuti (ammesso che) non ci piacciano più e/o non li riteniamo utili al domani dei nostri figli (per non dire del nostro).
Che, molto semplicemente, non riconosciamo più in queste modalità ancestrali (che pure hanno saputo preservare piuttosto rigogliosamente la specie) il sistema più adatto o quello che più ci piace.
Da un altro lato, invece, è come se volessimo togliere, dall'orizzonte esistenziale dei nostri pargoli, il contatto con qualsiasi polvere, materia, lattina di vernice, cacciavite, bicicletta rugginosa.
Mio padre era falegname, mi portava con lui, il sabato e la domenica, nella sua bottega e mi lasciava strafugnare tra riccioli di segatura, legni, scalpelli e bulini (lame affilatissime, vi assicuro), chiodi, colle viniliche. Qualche volta, se giuravo di fare moltissima attenzione, anche la sega.
Anche se io non me ne sono mai accorto, sono sicuro che mi tenesse d'occhio. Non mi sono mai fatto male (magari qualche dito pesto, col martello), non mi sono mai staccato di netto una mano, giuro: sono entrambe qui, in fondo ai miei polsi. Davo l'impressione che quello strafugnare mi piacesse. Eppure, il mio futuro mio padre lo vedeva lontano da quella condanna di homo faber, di artigiano coi calli. Ogni volta che incontravamo qualche suo amico che, come era stato per lui che lo aveva ereditato da suo padre e da suo nonno, gli chiedeva se mi stesse insegnando il mestiere, lui quasi si scandalizzava. Me lo ricordo, giuro, come fosse adesso: "no, no, deve studiare. Non deve fare il mio mestiere, nemmeno per scherzo".
Mi chiedo ancora oggi, e in questo istante: se mi avesse insegnato a fare il falegname e facessi quello per vivere, avrei le stesse ansie postmoderne nel fare la mia postmoderna professione con le mani pulite e senza calli ma ormai sull'orlo di scomparire? E di un falegname, ci sarà sempre bisogno?
Secondo Maria Montessori, "le mani sono gli strumenti dell'intelligenza", come viene ricordato anche in quello stesso articolo di "Internazionale", ma pare che siamo ormai alla fase delle mani ben al sicuro. Dietro, o sopra, un vetro. Touch.
(La prima parte si trova qui).
lunedì 15 aprile 2013
sabato 13 aprile 2013
Graaande!
Ai giardini, tra mamme, a proposito della bambina di una delle due.
- Nooo, hai sentito?! Ha fatto un rutto!!!
- Che graaande!!!
Ah, che sabato.
- Nooo, hai sentito?! Ha fatto un rutto!!!
- Che graaande!!!
Ah, che sabato.
venerdì 12 aprile 2013
Genitori digitali
"Internazionale" ha questo di bello, che ogni volta ci apre gli occhi, illumina con taglio diverso la realtà dei fatti, riporta notizie ed opinioni che stavano per sfuggirci. E ci sorprende.
Anche noi qui, in questa famiglia. Ché sull'argomento coltiviamo le nostre contraddizioni con splendida leggerezza, quasi un pollice verde delle contraddizioni.
Sull'argomento, infatti, la profe ed io, siamo scissi e schizofrenici più di quanto oseremmo ammettere. Da un lato siamo drogati tecnologici, spesso connessi, sempre a far riferimento alla rete. Molta parte del nostro tempo libero si gioca, e si spende, lì.
Dall'altro lato siamo talebani sublimi, vorremmo impedire ai nostri figli qualsiasi contatto con gli oggetti hi-tech (di cui pure siamo riccamentissimamente dotati, compreso lo smartphone touch a cui la profe ha finalmente abdicato...), siamo pronti a negare l'accesso alla rete, il giochino su tablet, l'app per quanto educational. Per noi due, Wii non è sinonimo di console ma di senso di colpa (per avergliela comprata). Immagino si possa facilmente capire che florilegio di rimbrotti, litigi, contrattrazioni di bassa lega, punizioni tutto questo comporti e anche, a dirla tutta, cosa voglia dire in termini di gap sociale, soprattutto per la donna grande, se è vero come è vero che alle medie è già tutto un trionfo di iQualsiasicosa, smart e mini, ultra, app e boing e crash e gulp.
Leggetevi un bel libro, giocate con i playmobil, invitate a casa un amico/a.
(Il bello di tutto ciò è che coi playmos - abbreviazione familiare - ci passano spesso delle ore; che amici ne vedono abbastanza; che ormai anche l'uomo piccolo, prima piuttosto refrattario, ha cominciato - evviva! evviva! - a leggerne, di libri).
Leggetevi un bel libro.
Guardatevi un film?...
Poi, appunto, arriva "Internazionale".
(Non che non sia facile ricordarsi come le lobby e le aziende del settore siano potentissime, vero governo della globalità molto più dei Governi nazionali, e ricchissime da potersi permettere di creare statistiche ad hoc, commissionare studi prestigiosissimi. Persino - ovvove! - di pagare giornalisti).
Insomma, godiamoci il problema.
Il ragionamento, questa settimana, è questo (attendiamo fioriture copiose di contraddizioni ancor più belle):
./.. segue qui
Anche noi qui, in questa famiglia. Ché sull'argomento coltiviamo le nostre contraddizioni con splendida leggerezza, quasi un pollice verde delle contraddizioni.
Sull'argomento, infatti, la profe ed io, siamo scissi e schizofrenici più di quanto oseremmo ammettere. Da un lato siamo drogati tecnologici, spesso connessi, sempre a far riferimento alla rete. Molta parte del nostro tempo libero si gioca, e si spende, lì.
Dall'altro lato siamo talebani sublimi, vorremmo impedire ai nostri figli qualsiasi contatto con gli oggetti hi-tech (di cui pure siamo riccamentissimamente dotati, compreso lo smartphone touch a cui la profe ha finalmente abdicato...), siamo pronti a negare l'accesso alla rete, il giochino su tablet, l'app per quanto educational. Per noi due, Wii non è sinonimo di console ma di senso di colpa (per avergliela comprata). Immagino si possa facilmente capire che florilegio di rimbrotti, litigi, contrattrazioni di bassa lega, punizioni tutto questo comporti e anche, a dirla tutta, cosa voglia dire in termini di gap sociale, soprattutto per la donna grande, se è vero come è vero che alle medie è già tutto un trionfo di iQualsiasicosa, smart e mini, ultra, app e boing e crash e gulp.
Leggetevi un bel libro, giocate con i playmobil, invitate a casa un amico/a.
(Il bello di tutto ciò è che coi playmos - abbreviazione familiare - ci passano spesso delle ore; che amici ne vedono abbastanza; che ormai anche l'uomo piccolo, prima piuttosto refrattario, ha cominciato - evviva! evviva! - a leggerne, di libri).
Leggetevi un bel libro.
Guardatevi un film?...
Poi, appunto, arriva "Internazionale".
(Non che non sia facile ricordarsi come le lobby e le aziende del settore siano potentissime, vero governo della globalità molto più dei Governi nazionali, e ricchissime da potersi permettere di creare statistiche ad hoc, commissionare studi prestigiosissimi. Persino - ovvove! - di pagare giornalisti).
Insomma, godiamoci il problema.
Il ragionamento, questa settimana, è questo (attendiamo fioriture copiose di contraddizioni ancor più belle):
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mercoledì 10 aprile 2013
Domani è un'altra gara
- Babbo, questa gara non mi è piaciuta per niente.
- Ma no, uomo piccolo, sei stato bravissimo. Hai fatto del tuo meglio.
Secondo me, la prima gara sportiva non è un avvenimento del mondo reale ma somiglia più ad un sentimento provato nel calduccio del proprio essere. Sei lì, in quel palasport pieno ma vuoto (perché sul tatami sei solo, per quanto tu possa allungare uno sguardo sulle gradinate, verso tuo padre), sei accaldato ma tremi, la tensione ti riempie come un orcio. E questo stato d'animo, tuo padre, lo vede anche da lontano, persino da quei gradoni di cemento. Sei uno dei pochi che non sta fermo un attimo, nemmeno un secondo. Mentre aspetti il tuo turno, arrivi persino alle mani, a metà tra lo scherzo e la rissa nuda e cruda, coi tuoi vicini/avversari.
La prima gara buca l'anima.
- Babbo, ma avevano le braccia rigide, non si facevano prendere. Non ho potuto fare nemmeno una tecnica.
- Stai tranquillo, uomo piccolo. E poi devi essere contento, era la prima volta e non potevi sapere come si fa. Vedrai che la prossima volta andrà un pochino meglio, poi meglio ancora la volta dopo, e via e via.
- Dici, babbo?
Sì, provo a dirlo, perché sei tu che ci hai insegnato che "crescendo la vita diventa più bella". E forse non sapevi nemmeno cosa stavi dicendo ma sicuramente avevi ragione. Si viene via mortificati, quando si perde. Ma forse si guadagna un insegnamento, un'affettuosa arruffatina di capelli da parte dell'allenatore, un discorso come tra adulti con tuo padre, di quelli che non è mai facile trovare il momento e l'occasione per fare. E anche, il che mi sembra la cosa più bella, la capacità di scacciare quell'ombra buia dal viso, di tornare a raccontare il tuo mondo, non appena centrifugata la delusione.
Persino la medaglia che tutti avete avuto, identica una all'altra, senza graduatorie rigide (anche se i vincitori - bravissimi! - ci sono stati), diventa un oggetto poco importante.
- Hai visto, babbo, sembra una cosa da bambini piccoli.
Allora non c'è proprio nessuna consolazione? Ma certo che sì: la merenda, biscotti al cioccolato e succo di frutta per tutti. Ché domani, casomai, è un'altra gara.
- Ma no, uomo piccolo, sei stato bravissimo. Hai fatto del tuo meglio.
Secondo me, la prima gara sportiva non è un avvenimento del mondo reale ma somiglia più ad un sentimento provato nel calduccio del proprio essere. Sei lì, in quel palasport pieno ma vuoto (perché sul tatami sei solo, per quanto tu possa allungare uno sguardo sulle gradinate, verso tuo padre), sei accaldato ma tremi, la tensione ti riempie come un orcio. E questo stato d'animo, tuo padre, lo vede anche da lontano, persino da quei gradoni di cemento. Sei uno dei pochi che non sta fermo un attimo, nemmeno un secondo. Mentre aspetti il tuo turno, arrivi persino alle mani, a metà tra lo scherzo e la rissa nuda e cruda, coi tuoi vicini/avversari.
La prima gara buca l'anima.
- Babbo, ma avevano le braccia rigide, non si facevano prendere. Non ho potuto fare nemmeno una tecnica.
- Stai tranquillo, uomo piccolo. E poi devi essere contento, era la prima volta e non potevi sapere come si fa. Vedrai che la prossima volta andrà un pochino meglio, poi meglio ancora la volta dopo, e via e via.
- Dici, babbo?
Sì, provo a dirlo, perché sei tu che ci hai insegnato che "crescendo la vita diventa più bella". E forse non sapevi nemmeno cosa stavi dicendo ma sicuramente avevi ragione. Si viene via mortificati, quando si perde. Ma forse si guadagna un insegnamento, un'affettuosa arruffatina di capelli da parte dell'allenatore, un discorso come tra adulti con tuo padre, di quelli che non è mai facile trovare il momento e l'occasione per fare. E anche, il che mi sembra la cosa più bella, la capacità di scacciare quell'ombra buia dal viso, di tornare a raccontare il tuo mondo, non appena centrifugata la delusione.
Persino la medaglia che tutti avete avuto, identica una all'altra, senza graduatorie rigide (anche se i vincitori - bravissimi! - ci sono stati), diventa un oggetto poco importante.
- Hai visto, babbo, sembra una cosa da bambini piccoli.
Allora non c'è proprio nessuna consolazione? Ma certo che sì: la merenda, biscotti al cioccolato e succo di frutta per tutti. Ché domani, casomai, è un'altra gara.
lunedì 8 aprile 2013
Barry Tamerlane
Chi si ricorda di Barry Tamerlane, il Prepotente de "L'inventore di sogni" di Ian McEwan?
C'è un Barry Tamerlane in ogni scuola, qualcuno ce l'ha in classe. In ogni cortile se ne aggirano almeno un paio.
E, proprio come Barry Tamerlane, il Prepotente può non avere l'aria da prepotente ma possedere uno splendido paio di profondi occhi azzurri, lunghi e finissimi capelli biondi al vento e i vestiti alla moda di una ragazzina che ha ottimi risultati scolastici e che tutti ammirano. Così, invece di strappare di mano oggetti agli altri ragazzini e di "disfargli la faccia" con un pugno, usa un'altra tecnica: individua la sua vittima e la offende, in continuazione, con una perseveranza degna di miglior causa, per qualsiasi stupidaggine o goffaggine o banalità che la vittima possa fare. Se lascia cadere una penna (onta!) o le sfiora inavvertitamente il braccio sul banco, la vittima diventa immediatamente un'inetta da mortificare. Perché, si sa, quanto sia vincente la prepotenza!
E il successo di una Barry Tamerlane del genere non si misura in contusioni e labbra spaccate ma nelle adepte adoranti che riesce a conquistarsi e portarsi dietro, come la propria accolita. Quella pronta a sghignazzare per ogni offesa profusa.
Poi c'è Peter Fortune che è il protagonista della storia, dotato di intelligenza creativa e della capacità di modificare la normalità dell'esistenza sognando, appunto, le alternative ad occhi aperti. La letteratura e i suoi autori migliori hanno proprio questa forza: darci dei personaggi che, pur somigliando a noi tutti, abbiano la risposta che non troviamo mai oppure il bandolo della matassa che non riusciamo a sgomitolare. Insomma, ci insegnano che si può fare. Che un'altra modalità è possibile.
Perché infine c'è chi, in carne ed ossa, deve provare a convivere ogni giorno con la sua di Barry Tamerlane e non è affatto facile trovare le risorse che trova Peter oppure i trucchi e l'esperienza che hanno gli adulti. Si torna a casa scocciate, insolentite, mortificate perché la Tamerlane ha avuto da ridire su ogni cosa, persino la più banale, facendolo davanti a tutte. Qualche volta, quando la ferita è particolarmente profonda, viene da urlare persino che non si vuole più andare a scuola.
Roba grossa.
Noi adulti la vediamo in un modo, che è il nostro e che offre risposte buone per una certa stagione della vita. Se invece ci mettiamo, come fa proprio McEwan, all'altezza della stagione della loro, di vita, e dei loro sentimenti di undicenni, si capisce come la piccola Prepotenza e l'offesa che ne deriva diventino intollerabili perché minano la cosa più preziosa di questa età: la personalità in costruzione, la stima di sé e del proprio posto nel mondo, l'autorevolezza (perché si chiama così anche questa) nel contesto del loro piccolo luogo sociale, che sia una classe di scuola, un gruppo scout, una compagine sportiva.
E una Barry Tamerlane diventa giustamente insopportabile e farne la sociologia quotidiana (si comporterà così perché è viziata oppure perché non viene considerata da nessuno oppure perché conosce solo questa modalità oppure oppure oppure) non serve a nulla, a volte ti viene voglia di allungarglielo tu un pugno sul naso.
O forse, alla fine, ha davvero ragione la letteratura: tu non esisti, Barry Tamerlane, e non mi fai paura. Guai a te se ci provi ancora, questo è il mio spazio e, se vuoi, possiamo condividerlo altrimenti non ci provare nemmeno Barry, stammi alla larga.
Fatti i fatti tuoi.
Smettila, sei ridicola.
C'è un Barry Tamerlane in ogni scuola, qualcuno ce l'ha in classe. In ogni cortile se ne aggirano almeno un paio.
E, proprio come Barry Tamerlane, il Prepotente può non avere l'aria da prepotente ma possedere uno splendido paio di profondi occhi azzurri, lunghi e finissimi capelli biondi al vento e i vestiti alla moda di una ragazzina che ha ottimi risultati scolastici e che tutti ammirano. Così, invece di strappare di mano oggetti agli altri ragazzini e di "disfargli la faccia" con un pugno, usa un'altra tecnica: individua la sua vittima e la offende, in continuazione, con una perseveranza degna di miglior causa, per qualsiasi stupidaggine o goffaggine o banalità che la vittima possa fare. Se lascia cadere una penna (onta!) o le sfiora inavvertitamente il braccio sul banco, la vittima diventa immediatamente un'inetta da mortificare. Perché, si sa, quanto sia vincente la prepotenza!
E il successo di una Barry Tamerlane del genere non si misura in contusioni e labbra spaccate ma nelle adepte adoranti che riesce a conquistarsi e portarsi dietro, come la propria accolita. Quella pronta a sghignazzare per ogni offesa profusa.
Poi c'è Peter Fortune che è il protagonista della storia, dotato di intelligenza creativa e della capacità di modificare la normalità dell'esistenza sognando, appunto, le alternative ad occhi aperti. La letteratura e i suoi autori migliori hanno proprio questa forza: darci dei personaggi che, pur somigliando a noi tutti, abbiano la risposta che non troviamo mai oppure il bandolo della matassa che non riusciamo a sgomitolare. Insomma, ci insegnano che si può fare. Che un'altra modalità è possibile.
Perché infine c'è chi, in carne ed ossa, deve provare a convivere ogni giorno con la sua di Barry Tamerlane e non è affatto facile trovare le risorse che trova Peter oppure i trucchi e l'esperienza che hanno gli adulti. Si torna a casa scocciate, insolentite, mortificate perché la Tamerlane ha avuto da ridire su ogni cosa, persino la più banale, facendolo davanti a tutte. Qualche volta, quando la ferita è particolarmente profonda, viene da urlare persino che non si vuole più andare a scuola.
Roba grossa.
Noi adulti la vediamo in un modo, che è il nostro e che offre risposte buone per una certa stagione della vita. Se invece ci mettiamo, come fa proprio McEwan, all'altezza della stagione della loro, di vita, e dei loro sentimenti di undicenni, si capisce come la piccola Prepotenza e l'offesa che ne deriva diventino intollerabili perché minano la cosa più preziosa di questa età: la personalità in costruzione, la stima di sé e del proprio posto nel mondo, l'autorevolezza (perché si chiama così anche questa) nel contesto del loro piccolo luogo sociale, che sia una classe di scuola, un gruppo scout, una compagine sportiva.
E una Barry Tamerlane diventa giustamente insopportabile e farne la sociologia quotidiana (si comporterà così perché è viziata oppure perché non viene considerata da nessuno oppure perché conosce solo questa modalità oppure oppure oppure) non serve a nulla, a volte ti viene voglia di allungarglielo tu un pugno sul naso.
O forse, alla fine, ha davvero ragione la letteratura: tu non esisti, Barry Tamerlane, e non mi fai paura. Guai a te se ci provi ancora, questo è il mio spazio e, se vuoi, possiamo condividerlo altrimenti non ci provare nemmeno Barry, stammi alla larga.
Fatti i fatti tuoi.
Smettila, sei ridicola.
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venerdì 5 aprile 2013
La profe della profe
Stiamo andando a vedere Parma, stamattina. A dire il vero, partiamo per incontrare una persona, che io non ho mai visto, ma che per la profe è molto importante.
Eppure, giuro, sono stato io a pensare di andarci: qualche settimana fa ho preso una telefonata. Una voce molto dolce chiedeva della profe, che quella mattina non c'era.
La voce raccontò di sé, in pochi secondi, tutto quel che volevo sapere, compreso una velatissima amarezza per una "vecchia promessa" mai mantenuta, quella di andare a trovarla. Può, in pochi secondi, una promessa diventare una sorta di dovere morale?!
Può.
Così son qui che guido. Verso nord, nel grigio, con l'animo pieno di attese.
Abbiamo caricato il nostro solito armamentario, che da quando la donna grande e la profe sono state diagnosticate celiache è aumentato ancora (comprendendo pane, biscotti, cibo speciale), se mai poteste immaginare una grandezza già notevole crescere ancora.
Abbiamo i nostri giacconi, una valigia, due sporte di stoffa, uno zaino, la custodia con la reflex e tre ombrelli. Portiamo anche il primo disco di questa interprete di musica brasiliana. Veronica Fascione, si chiama, ed ha una voce chiara che passa una mano di freschezza sui brani che canta. Io e la donna grande proviamo a ricalcarne il portoghese: ci divertiamo.
La pioggia non la mettiamo noi, è abbondante di suo. Sull'appennino la nebbia ci sommerge.
Quando arriviamo a destinazione, Parma galleggia ormai come un canotto. Pozzanghere dappertutto, scrosci impietosi. Vedremo poco della città ma l'incontro con la promessa, finalmente mantenuta, è folgorante.
Ci accoglie una signora piena di vita, di energia, di spirito. Circondata da ogni ben di dio tecnologico sembra un'adolescente alle prese con il suo domani. L'uomo piccolo la guarda incantato, letteralmente a bocca aperta. Si ridesta soltanto quando lei lo tocca sbarazzina sul naso.
Ha organizzato il pranzo in un ristorante per celiaci. Parliamo e ridiamo, di tante cose. Ci confessiamo il reciproco malumore per il grillismo. Parliamo di libri, di romanzi, di vecchie edizioni con la carta un po' ingiallita. Ha persino, e mi sorprende non poco, un libro di Palahniuk lì in un angolo.
Pesco nella sua libreria un libro di Sandro Veronesi, uno dei pochi che non avevo letto, e mi si accendono nella testa alcune lampadine, saltando tra pagine e "liste di cose che vorrei dire", con la voce inconfondibile dello scrittore pratese.
Ancora un caffè e noi adulti ci perdiamo in mille rivoli di chiacchiere.
I pargoli sono impazziti dalla gioia: immersi tra tablet, iMac e smartphone, possono finalmente dar fondo ai loro appettiti tecnologici. E l'invenzione geniale arriva: dopo quasi due ore di ipnosi hitech, Maria Teresa li guarda, sorniona, che continuano a smanettare poi si avvicina e cinge loro le spalle. Passa lo sguardo dall'uno all'altra, con lentezza studiatissima: "bambini, dovete ringraziarmi: vi ho regalato un pomeriggio libero".
Un genio, un ribaltamento così non si era mai visto.
Maria Teresa è la profe di lettere delle medie della profe, un gioco di specchi perfettamente riuscito. E, sinceramente, memorabile.
Eppure, giuro, sono stato io a pensare di andarci: qualche settimana fa ho preso una telefonata. Una voce molto dolce chiedeva della profe, che quella mattina non c'era.
La voce raccontò di sé, in pochi secondi, tutto quel che volevo sapere, compreso una velatissima amarezza per una "vecchia promessa" mai mantenuta, quella di andare a trovarla. Può, in pochi secondi, una promessa diventare una sorta di dovere morale?!
Può.
Così son qui che guido. Verso nord, nel grigio, con l'animo pieno di attese.
Abbiamo caricato il nostro solito armamentario, che da quando la donna grande e la profe sono state diagnosticate celiache è aumentato ancora (comprendendo pane, biscotti, cibo speciale), se mai poteste immaginare una grandezza già notevole crescere ancora.
Abbiamo i nostri giacconi, una valigia, due sporte di stoffa, uno zaino, la custodia con la reflex e tre ombrelli. Portiamo anche il primo disco di questa interprete di musica brasiliana. Veronica Fascione, si chiama, ed ha una voce chiara che passa una mano di freschezza sui brani che canta. Io e la donna grande proviamo a ricalcarne il portoghese: ci divertiamo.
La pioggia non la mettiamo noi, è abbondante di suo. Sull'appennino la nebbia ci sommerge.
Quando arriviamo a destinazione, Parma galleggia ormai come un canotto. Pozzanghere dappertutto, scrosci impietosi. Vedremo poco della città ma l'incontro con la promessa, finalmente mantenuta, è folgorante.
Ci accoglie una signora piena di vita, di energia, di spirito. Circondata da ogni ben di dio tecnologico sembra un'adolescente alle prese con il suo domani. L'uomo piccolo la guarda incantato, letteralmente a bocca aperta. Si ridesta soltanto quando lei lo tocca sbarazzina sul naso.
Ha organizzato il pranzo in un ristorante per celiaci. Parliamo e ridiamo, di tante cose. Ci confessiamo il reciproco malumore per il grillismo. Parliamo di libri, di romanzi, di vecchie edizioni con la carta un po' ingiallita. Ha persino, e mi sorprende non poco, un libro di Palahniuk lì in un angolo.
Pesco nella sua libreria un libro di Sandro Veronesi, uno dei pochi che non avevo letto, e mi si accendono nella testa alcune lampadine, saltando tra pagine e "liste di cose che vorrei dire", con la voce inconfondibile dello scrittore pratese.
Ancora un caffè e noi adulti ci perdiamo in mille rivoli di chiacchiere.
I pargoli sono impazziti dalla gioia: immersi tra tablet, iMac e smartphone, possono finalmente dar fondo ai loro appettiti tecnologici. E l'invenzione geniale arriva: dopo quasi due ore di ipnosi hitech, Maria Teresa li guarda, sorniona, che continuano a smanettare poi si avvicina e cinge loro le spalle. Passa lo sguardo dall'uno all'altra, con lentezza studiatissima: "bambini, dovete ringraziarmi: vi ho regalato un pomeriggio libero".
Un genio, un ribaltamento così non si era mai visto.
Maria Teresa è la profe di lettere delle medie della profe, un gioco di specchi perfettamente riuscito. E, sinceramente, memorabile.
giovedì 4 aprile 2013
Domande difficili
Comincio ad essere in difficoltà, con le domande difficili.
Sarà l'età, la crisi pre-adolescenziale, la confusione mentale sui ruoli che bisogna ricoprire.
Capitemi.
"Babbo? Scusa babbo, come si dice stasera in inglese"?
"Scusa babbo, cosa vuol dire great"?
"E come si dice troppo presto"?
"Scusa babbo... Babbo? Come si dice mi dispiace ma Johnny dorme da noi, stasera..."?
"...e, scusa, quello che viene dopo di me si chiama Brian"?
Mi gira la testa. Non ce la faccio mica...
Ma due belle domande sul sesso, no?!?!?!
Sarà l'età, la crisi pre-adolescenziale, la confusione mentale sui ruoli che bisogna ricoprire.
Capitemi.
"Babbo? Scusa babbo, come si dice stasera in inglese"?
"Scusa babbo, cosa vuol dire great"?
"E come si dice troppo presto"?
"Scusa babbo... Babbo? Come si dice mi dispiace ma Johnny dorme da noi, stasera..."?
"...e, scusa, quello che viene dopo di me si chiama Brian"?
Mi gira la testa. Non ce la faccio mica...
Ma due belle domande sul sesso, no?!?!?!
martedì 2 aprile 2013
Animali(sta)
L'uomo piccolo si è scoperto un animo da animalista.
Dice che è colpa nostra se ancora non è iscritto al WWF.
Spesso la sera (santo il maestro Manolo) lo trovi a letto che spulcia un suo libro sugli animali.
Chiede informazioni su questa o quella specie, sugli habitat (senza sapere che si chiamano così...), su certe prestazioni in velocità, dimensioni, peso.
Ci aspettiamo, da un momento all'altro, che dichiari di voler fare il veterinario, da grande.
Un cane, lo avrebbe sempre voluto (e noi rigorosamente sordi - un cane non ce la faremmo, già la gatta ci impegna).
Nemmeno i pesci rossi, nello splendido acquario che avevamo approntato, hanno resistito. Eh no, il pollice maculato (è quello degli allevatori di animali da compagnia, oh!) noi non ce lo abbiamo.
Ecco.
Al massimo un canarino.
O una meno impegnativa tessera del WWF, appunto.
Dice che è colpa nostra se ancora non è iscritto al WWF.
Spesso la sera (santo il maestro Manolo) lo trovi a letto che spulcia un suo libro sugli animali.
Chiede informazioni su questa o quella specie, sugli habitat (senza sapere che si chiamano così...), su certe prestazioni in velocità, dimensioni, peso.
Ci aspettiamo, da un momento all'altro, che dichiari di voler fare il veterinario, da grande.
Un cane, lo avrebbe sempre voluto (e noi rigorosamente sordi - un cane non ce la faremmo, già la gatta ci impegna).
Nemmeno i pesci rossi, nello splendido acquario che avevamo approntato, hanno resistito. Eh no, il pollice maculato (è quello degli allevatori di animali da compagnia, oh!) noi non ce lo abbiamo.
Ecco.
Al massimo un canarino.
O una meno impegnativa tessera del WWF, appunto.
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