Mi piace molto trasformare i nostri spostamenti famigliari in un'occasione di viaggio.
Deviare dal sentiero tracciato, uscire dal lungo "binario" che ti porta, in tanti chilometri, da un luogo all'altro.
Così oggi ci siamo fermati in uno dei molti luoghi intermedi che troviamo lungo la strada, Perugia.
C'era una mostra, abbiamo trasformato il pranzo in un picnic, siamo riusciti a fare una mezza passeggiata (con gelato...) prima di ripartire verso la nostra meta.
Nel bel mezzo di questi passi spensierati e distesi, a un certo punto, la profe e la donna grande si sono lanciate in una conversazione ardita. Issima, per tanti motivi.
- Scusa mamma, ma chi era Marilyn Monroe?
- Era un'attrice, un sex symbol degli anni '50.
- E che vuol dire sex symbol?!
- Beh, significa che era una donna così bella che incarnava il desiderio sessuale dei maschi.
- Ah, ho capito! Come Beatrice!!!
Ecco come trasformare Dante e il dolce stil-novo in prodotti degli istinti più animaleschi.
sabato 28 aprile 2012
giovedì 26 aprile 2012
Riscrivere la storia
N.B.: La nuova, mefitica, interfaccia di Blogger non è il massimo che ci si potesse aspettare dalla vita.
Per usare un eufemismo.
In più, accedendo con iPad, devo aver fatto qualche casino anch'io. Resta il fatto che questo post era andato perduto. Rimanevano solo i commenti...
Così ho provato a riscriverlo, a memoria. Non è venuto proprio come l'originale ma il senso resta.
E quelli di voi che la usano, come si trovano con la nuova interfaccia di Blogger?!
Io la odio.
Decisamente.
____________________________
Le aste sono cose d'altri tempi.
I primi (e anche i... secondi e i terzi) rudimenti di aritmetica sono oramai acquisiti.
Verbi e coniugazioni cominciano a comparire nell'universo.
Geografia, invece, nemmeno l'ombra. Né fiumi, né monti, né pianure.
Non resta che dedicarsi alla storia. Anzi, alla preistoria.
Homo habilis, Neanderthal, australopiteco, l'uomo di Cro-Magnon. Paleolitico, neolitico e tutto quel che c'è attorno. Che l'uomo piccolo ripete così.
"Dedicandosi all'agricoltura, l'uomo del Neolitico non aveva più bisogno di spostarsi e decise di diventare stanziale. Cominciò a catturare gli animali e, invece di ucciderli subito per mangiarli, li allevò. Gli dava da mangiare e li faceva riprodurre. Cominciò allevando pecore e capre e riuscì ad addomesticare il cane selvatico che divenne un aiuto utilissimo nella PASCOLIZIA".
Ecco, se avessero saputo come sarebbe finita, i pastori del Neolitico non si sarebbero dati così tanto da fare. Bastava la PASCOLIZIA, mica la pastorizia.
Per usare un eufemismo.
In più, accedendo con iPad, devo aver fatto qualche casino anch'io. Resta il fatto che questo post era andato perduto. Rimanevano solo i commenti...
Così ho provato a riscriverlo, a memoria. Non è venuto proprio come l'originale ma il senso resta.
E quelli di voi che la usano, come si trovano con la nuova interfaccia di Blogger?!
Io la odio.
Decisamente.
____________________________
Le aste sono cose d'altri tempi.
I primi (e anche i... secondi e i terzi) rudimenti di aritmetica sono oramai acquisiti.
Verbi e coniugazioni cominciano a comparire nell'universo.
Geografia, invece, nemmeno l'ombra. Né fiumi, né monti, né pianure.
Non resta che dedicarsi alla storia. Anzi, alla preistoria.
Homo habilis, Neanderthal, australopiteco, l'uomo di Cro-Magnon. Paleolitico, neolitico e tutto quel che c'è attorno. Che l'uomo piccolo ripete così.
"Dedicandosi all'agricoltura, l'uomo del Neolitico non aveva più bisogno di spostarsi e decise di diventare stanziale. Cominciò a catturare gli animali e, invece di ucciderli subito per mangiarli, li allevò. Gli dava da mangiare e li faceva riprodurre. Cominciò allevando pecore e capre e riuscì ad addomesticare il cane selvatico che divenne un aiuto utilissimo nella PASCOLIZIA".
Ecco, se avessero saputo come sarebbe finita, i pastori del Neolitico non si sarebbero dati così tanto da fare. Bastava la PASCOLIZIA, mica la pastorizia.
lunedì 23 aprile 2012
Crescere
- Conoscete tutti la storiella dell'elefantino, vero?
- No.
- No? Ah, beh allora. Eccola qua.
In un circo vive un elefante grande e grosso, legato ad un piolo piccolo piccolo.
Un giorno, un visitatore del circo si avvicina all'elefante e, rendendosi conto della situazione surreale, si rivolge al domatore.
- Scusi, ma perché l'elefante è legato a quel piolo così piccolo e non si libera?! Potrebbe cavarlo via in qualsiasi momento, senza alcuno sforzo.
- Sì, certo - risponde il domatore - ma lui è lì dal giorno in cui è nato e mica lo sa di essere cresciuto.
Ecco.
Buona settimana a tutti.
- No.
- No? Ah, beh allora. Eccola qua.
In un circo vive un elefante grande e grosso, legato ad un piolo piccolo piccolo.
Un giorno, un visitatore del circo si avvicina all'elefante e, rendendosi conto della situazione surreale, si rivolge al domatore.
- Scusi, ma perché l'elefante è legato a quel piolo così piccolo e non si libera?! Potrebbe cavarlo via in qualsiasi momento, senza alcuno sforzo.
- Sì, certo - risponde il domatore - ma lui è lì dal giorno in cui è nato e mica lo sa di essere cresciuto.
Ecco.
Buona settimana a tutti.
lunedì 12 marzo 2012
Le mamme blogger se stanno a allarga'
Lei è elasti.
Chi non la conosce... Ecco, appunto, chi non la conosce?
Sarebbe la mamma degli hobbit ma in realtà è la mamma di tutti noi, genitori blogger (non solo mamme), la capostipite di una intera genìa che ha invaso il web.
Insomma, senza farla troppo lunga e troppo celebrativa (in realtà il mommy blogging viene da più lontano, dagli USA soprattutto), da queste parti è stata lei una delle prime e, senza dubbio, la più seguita.
Qui.
Così tanto seguita che persino il Quirinale se n'è accorto.
Io invece, del fatto che persino il Quirinale se ne fosse accorto, me ne sono accorto solo ora, qui. Perdo colpi, con l'autoaggiornamento mediatico, lo ammetto.
E mi sembra una gran bella cosa. Intanto perché se hanno nominato elasti "Ufficiale dell'Ordine al Merito della Repubblica" vuol dire che anche le Istituzioni (o almeno alcune) cominciano a guardare un po' oltre il loro stesso naso.
Poi, trovo anche molto interessante (rivoluzionario, forse?...) che ad una persona normale, per il solo fatto di essere genitore, venga riconosciuto un merito. Non è poco come cambiamento di rotta, come messaggio inviato all'opinione pubblica.
Infine, elasti scrive divinamente (prima ancora di «aver contribuito, con il suo personaggio di "mamma elastica", a diffondere un'immagine ironica e intelligente delle sfide quotidiane che deve affrontare una donna che è insieme professionista e madre» come recita la motivazione ufficiale) ed è stata lei stessa motore di un cambiamento, anche di una forma di coraggio che ha aiutato tant* altr* genitor* a guardarsi e a raccontarsi, cercando la condivisione delle proprie esperienze.
(E' vero: c'erano anche altri genitori, pare, insigniti tutti della stessa onorificenza. Ma elasti è elasti, proprio una di noi).
E allora: brava, Claudia. E tante grazie a te!
Chi non la conosce... Ecco, appunto, chi non la conosce?
Sarebbe la mamma degli hobbit ma in realtà è la mamma di tutti noi, genitori blogger (non solo mamme), la capostipite di una intera genìa che ha invaso il web.
Insomma, senza farla troppo lunga e troppo celebrativa (in realtà il mommy blogging viene da più lontano, dagli USA soprattutto), da queste parti è stata lei una delle prime e, senza dubbio, la più seguita.
Qui.
Così tanto seguita che persino il Quirinale se n'è accorto.
Io invece, del fatto che persino il Quirinale se ne fosse accorto, me ne sono accorto solo ora, qui. Perdo colpi, con l'autoaggiornamento mediatico, lo ammetto.
E mi sembra una gran bella cosa. Intanto perché se hanno nominato elasti "Ufficiale dell'Ordine al Merito della Repubblica" vuol dire che anche le Istituzioni (o almeno alcune) cominciano a guardare un po' oltre il loro stesso naso.
Poi, trovo anche molto interessante (rivoluzionario, forse?...) che ad una persona normale, per il solo fatto di essere genitore, venga riconosciuto un merito. Non è poco come cambiamento di rotta, come messaggio inviato all'opinione pubblica.
Infine, elasti scrive divinamente (prima ancora di «aver contribuito, con il suo personaggio di "mamma elastica", a diffondere un'immagine ironica e intelligente delle sfide quotidiane che deve affrontare una donna che è insieme professionista e madre» come recita la motivazione ufficiale) ed è stata lei stessa motore di un cambiamento, anche di una forma di coraggio che ha aiutato tant* altr* genitor* a guardarsi e a raccontarsi, cercando la condivisione delle proprie esperienze.
(E' vero: c'erano anche altri genitori, pare, insigniti tutti della stessa onorificenza. Ma elasti è elasti, proprio una di noi).
E allora: brava, Claudia. E tante grazie a te!
giovedì 8 marzo 2012
Post(o) d'onore
Solitamente non scrivo alle riviste.
Però la rubrica di Claudio Rossi Marcelli su "Internazionale" è per me un appuntamento fisso: è riuscito a sopravanzare persino l'oroscopo di Brezsny che così è retrocessa a 'seconda pagina che leggo'.
Allora, da lettore diligente, ho scritto la mia brava mail per sottoporgli un quesito che mi sta a cuore da tempo. Da quando mi dicono "vedrai, non sai cosa ti aspetta". Insomma la donna grande diventa sempre più grande e tutti mi mettono in guardia. Da cosa?
Claudio è stato gentilissimo. La sua risposta, come sempre, è molto intelligente ed anche ironica. E pure puntuta, non si nasconde dietro nessun dito. Direttamente al centro.
Mi è molto piaciuta, la condivido in pieno. Soprattutto quando dice "che i figli crescano e comincino ad avere una vita sessuale non mi crea nessun turbamento".
Ho sempre pensato che i figli non siano né piezz'e core né belli di mammà. I figli li penso come piccoli (neanche poi tanto; neanche per sempre) vascelli pronti a salpare. Anzi, come Gibran, li sento le frecce viventi del domani, "la brama che la vita ha di sé".
Oggi, in occasione dell'otto marzo, il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano non ha potuto fare a meno di sottolineare come, troppe volte, gli uomini considerano gli affetti una loro "proprietà".
Non voglio mescolare troppe cose ma oggi, Claudio Rossi Marcelli da una parte, Gibran dall'altra, Napolitano da un'altra ancora, hanno detto cose importanti e belle. Per riflettere, da ricordare.
Tra tutti e tre, mi sembrano proprio una bella compagnia. Dedico loro questo post(o) d'onore.
Ah, e non c'è dubbio: dormo notti tranquillissime!
Però la rubrica di Claudio Rossi Marcelli su "Internazionale" è per me un appuntamento fisso: è riuscito a sopravanzare persino l'oroscopo di Brezsny che così è retrocessa a 'seconda pagina che leggo'.
Allora, da lettore diligente, ho scritto la mia brava mail per sottoporgli un quesito che mi sta a cuore da tempo. Da quando mi dicono "vedrai, non sai cosa ti aspetta". Insomma la donna grande diventa sempre più grande e tutti mi mettono in guardia. Da cosa?
Claudio è stato gentilissimo. La sua risposta, come sempre, è molto intelligente ed anche ironica. E pure puntuta, non si nasconde dietro nessun dito. Direttamente al centro.
Mi è molto piaciuta, la condivido in pieno. Soprattutto quando dice "che i figli crescano e comincino ad avere una vita sessuale non mi crea nessun turbamento".
Ho sempre pensato che i figli non siano né piezz'e core né belli di mammà. I figli li penso come piccoli (neanche poi tanto; neanche per sempre) vascelli pronti a salpare. Anzi, come Gibran, li sento le frecce viventi del domani, "la brama che la vita ha di sé".
Oggi, in occasione dell'otto marzo, il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano non ha potuto fare a meno di sottolineare come, troppe volte, gli uomini considerano gli affetti una loro "proprietà".
Non voglio mescolare troppe cose ma oggi, Claudio Rossi Marcelli da una parte, Gibran dall'altra, Napolitano da un'altra ancora, hanno detto cose importanti e belle. Per riflettere, da ricordare.
Tra tutti e tre, mi sembrano proprio una bella compagnia. Dedico loro questo post(o) d'onore.
Ah, e non c'è dubbio: dormo notti tranquillissime!
giovedì 1 marzo 2012
Gli accessori del babbo (22): i tappini
I tappini sono una dimensione dell’anima, sono una primavera che si srotola sul tappeto di sabbia del mare, sono le zuffe violente per la posizione, il risultato, la classifica che non tornano mai.
Colpa tua.
No, tu rubi.
Testa di.
Inutile nasconderlo, i tappini sono anche l’eloquio senza freni che si forbisce in strada, tra compagni a scuola ma anche, soprattutto (ah, che dolcissimo sadismo!), in parrocchia, tra un prete e l’altro, in attesa che passino.
Tutto ciò non è accaduto in una seduta di ipnosi regressiva ma semplicemente per strada, mentre attraversavo la città, da un capo all'altro, per lavoro. C'era per terra un tappino di birra schiacciato, l'ho calciato per un riflesso animale e "gol!", si è riaperto un mondo.
I tappini sono quei pomeriggi lunghi già abbastanza per rimaner fuori ma non tanto da permettere una vera partita di calcio, con le conte per selezionare le squadre e tutto il resto, compresi supplementari e calci di rigore se si arrivava pari. A quell'età volevamo un vincitore e, più ancora, uno sconfitto.
Tutti i giorni.
I tappini mimavano bene questo rito. Bastavano dita allenate e spazi decisamente più ridotti: un campo poteva stare abbondantemente sotto il metro quadro, una pista appena un po' di più. A calcio vero, giocato, in un metro quadro ci si prendeva a pedate.
I tappini erano epici e avevano nomi esotici: Cile o Perù nacquero certamente prima sui tappini che nella consapevolezza delle carte geografiche, Roger De Vlaeminck recitato come una litania blasfema, Tarcisioburgnich tuttattaccato (e, laggiù in provincia, bastava anche Maurizio Simonato come scioglilingua della fantasia). Suoni come perle che cadevano a terra rimbalzando.
I tappini, oggi, sono una difficoltà. Quella di tramandarne il senso, il fascino, la fantasia ai figli. Tanti concorrenti sleali (elettronici, rutilanti, rumorosi. E' il 2.0, bellezza) ma qualche volta quel campino di carta si srotola ancora. Sul parquet, in camera, coi tappini buttati fuori dal sacchetto che corrono via. Come perle, rotolano.
I tappini erano anche quell'altra magia: sorseggiare litri e litri di gazzosa (ché la birra non era ancora adatta, all'età) per farne scorta. Stando attenti, delicatissimamente, quando si stappava la bottiglietta: ero diventato un esperto a tenerli quasi lisci, alzando pian piano la corona, millimetro dopo millimetro.
I tappini erano la cura estrema e faticosa (la gazzosa, per quanto poco, costava) di procurarseli e non perderne nemmeno uno.
Preziosi.
Erano tutto questo, i tappini, ed altro ancora mentre il subbuteo era cosa da ricchi.
Colpa tua.
No, tu rubi.
Testa di.
Inutile nasconderlo, i tappini sono anche l’eloquio senza freni che si forbisce in strada, tra compagni a scuola ma anche, soprattutto (ah, che dolcissimo sadismo!), in parrocchia, tra un prete e l’altro, in attesa che passino.
Tutto ciò non è accaduto in una seduta di ipnosi regressiva ma semplicemente per strada, mentre attraversavo la città, da un capo all'altro, per lavoro. C'era per terra un tappino di birra schiacciato, l'ho calciato per un riflesso animale e "gol!", si è riaperto un mondo.
I tappini sono quei pomeriggi lunghi già abbastanza per rimaner fuori ma non tanto da permettere una vera partita di calcio, con le conte per selezionare le squadre e tutto il resto, compresi supplementari e calci di rigore se si arrivava pari. A quell'età volevamo un vincitore e, più ancora, uno sconfitto.
Tutti i giorni.
I tappini mimavano bene questo rito. Bastavano dita allenate e spazi decisamente più ridotti: un campo poteva stare abbondantemente sotto il metro quadro, una pista appena un po' di più. A calcio vero, giocato, in un metro quadro ci si prendeva a pedate.
I tappini erano epici e avevano nomi esotici: Cile o Perù nacquero certamente prima sui tappini che nella consapevolezza delle carte geografiche, Roger De Vlaeminck recitato come una litania blasfema, Tarcisioburgnich tuttattaccato (e, laggiù in provincia, bastava anche Maurizio Simonato come scioglilingua della fantasia). Suoni come perle che cadevano a terra rimbalzando.
I tappini, oggi, sono una difficoltà. Quella di tramandarne il senso, il fascino, la fantasia ai figli. Tanti concorrenti sleali (elettronici, rutilanti, rumorosi. E' il 2.0, bellezza) ma qualche volta quel campino di carta si srotola ancora. Sul parquet, in camera, coi tappini buttati fuori dal sacchetto che corrono via. Come perle, rotolano.
I tappini erano anche quell'altra magia: sorseggiare litri e litri di gazzosa (ché la birra non era ancora adatta, all'età) per farne scorta. Stando attenti, delicatissimamente, quando si stappava la bottiglietta: ero diventato un esperto a tenerli quasi lisci, alzando pian piano la corona, millimetro dopo millimetro.
I tappini erano la cura estrema e faticosa (la gazzosa, per quanto poco, costava) di procurarseli e non perderne nemmeno uno.
Preziosi.
Erano tutto questo, i tappini, ed altro ancora mentre il subbuteo era cosa da ricchi.
mercoledì 29 febbraio 2012
Rossella libera. Free Rossella
Oggi è il giorno in cui molte voci si uniscono per parlare di Rossella Urru.
Per dire che vogliamo vederla tornare libera.
Lei che, come tant* altr*, ogni giorno opera perché un pezzettino di mondo sia migliore. Perché donne e bambini, proprio come nel caso specifico di Rossella, possano sopravvivere alla povertà. Alla fame.
Rossella, ti aspettiamo.
Per dire che vogliamo vederla tornare libera.
Lei che, come tant* altr*, ogni giorno opera perché un pezzettino di mondo sia migliore. Perché donne e bambini, proprio come nel caso specifico di Rossella, possano sopravvivere alla povertà. Alla fame.
Rossella, ti aspettiamo.
giovedì 23 febbraio 2012
Dello stile
Magari il tuo scrittore preferito è uno di quelli bravi. Uno che non maltratta la sintassi, che conosce il significato delle parole e le mette in fila come si deve. Magari è uno che ha uno stile, persino qualcosa da dire. E lo dice bene.
Se poi è il tuo scrittore preferito, va da sé, ti piace. Forse addirittura lo adori. Compri tutto quello che scrive, lo leggi sempre.
Magari il tuo scrittore preferito è proprio un grande scrittore, uno che quando scrive raggiunge vette che nemmeno. Magari è uno che, con la scusa del romanzo, parla di te, del mondo, dei sentimenti e del dolore, della vita. Non ha alcuna difficoltà a intessere una visione politica, o filosofica, tra le righe.
Forse egli ha anche un curriculum ormai ricchissimo. Ha scritto tanto, pubblicato con onore. Piace, non soltanto a te.
Così capita che il tuo scrittore preferito debba scrivere (o far scrivere) le sue note biografiche nella bandella o direttamente sulla quarta di copertina. Egli principia con luogo e data di nascita (no, niente paura, non sta declinando le sue generalità: è il tuo scrittore preferito e troverà di certo un modo creativo per dirli) e con il posto dove vive. Due righe interlocutorie, tanto per fare il simpatico (un po' di colore) e rompere il ghiaccio e poi, giù, la lista (creativissima) di quel che ha scritto e pubblicato - dove, perché, quando e vincendo quali premi. Eventuali.
Ma non vuole, non vuole assolutamente risultare serioso, pesante o antipatico e allora chiude con una frasetta. Così:
"E tutto questo nei ritagli di tempo lasciati liberi dalla sua attività principale, che è la pesca sportiva".
Ora pensi: per carità ognuno è libero di definirsi come vuole, di fare quel che vuole, di scrivere quel che crede. Forse.
O forse no.
Fortunato, il tuo scrittore preferito. Ha un lavoro non male (eh sì!, scrive). Sicuramente non ci campa (anche se il suo curriculum straborda di titoli) così per guadagnarsi da vivere deve dedicarsi alla pesca sportiva. Po'erino, si dice in Toscana.
Ora pensi, ancora (perché in fondo anche tu hai poco da fare ma magari non ti dedichi alla pesca sportiva): chissà...
Chissà come la prenderebbe un precario, una dichiarazione del genere, o uno che è appena stato licenziato perché "c'è la crisi". Magari sarebbero contenti. Magari è il loro, di scrittore preferito.
Oppure chissà se anche Italo Calvino quando ha pubblicato... che so, "Le città invisibili" ha scritto (o fatto scrivere) "composto nei ritagli di tempo, dopo aver dato da mangiare al cane e prima di uscire a passeggio con la moglie".
Chissà che stile aveva lui, Calvino.
Se poi è il tuo scrittore preferito, va da sé, ti piace. Forse addirittura lo adori. Compri tutto quello che scrive, lo leggi sempre.
Magari il tuo scrittore preferito è proprio un grande scrittore, uno che quando scrive raggiunge vette che nemmeno. Magari è uno che, con la scusa del romanzo, parla di te, del mondo, dei sentimenti e del dolore, della vita. Non ha alcuna difficoltà a intessere una visione politica, o filosofica, tra le righe.
Forse egli ha anche un curriculum ormai ricchissimo. Ha scritto tanto, pubblicato con onore. Piace, non soltanto a te.
Così capita che il tuo scrittore preferito debba scrivere (o far scrivere) le sue note biografiche nella bandella o direttamente sulla quarta di copertina. Egli principia con luogo e data di nascita (no, niente paura, non sta declinando le sue generalità: è il tuo scrittore preferito e troverà di certo un modo creativo per dirli) e con il posto dove vive. Due righe interlocutorie, tanto per fare il simpatico (un po' di colore) e rompere il ghiaccio e poi, giù, la lista (creativissima) di quel che ha scritto e pubblicato - dove, perché, quando e vincendo quali premi. Eventuali.
Ma non vuole, non vuole assolutamente risultare serioso, pesante o antipatico e allora chiude con una frasetta. Così:
"E tutto questo nei ritagli di tempo lasciati liberi dalla sua attività principale, che è la pesca sportiva".
Ora pensi: per carità ognuno è libero di definirsi come vuole, di fare quel che vuole, di scrivere quel che crede. Forse.
O forse no.
Fortunato, il tuo scrittore preferito. Ha un lavoro non male (eh sì!, scrive). Sicuramente non ci campa (anche se il suo curriculum straborda di titoli) così per guadagnarsi da vivere deve dedicarsi alla pesca sportiva. Po'erino, si dice in Toscana.
Ora pensi, ancora (perché in fondo anche tu hai poco da fare ma magari non ti dedichi alla pesca sportiva): chissà...
Chissà come la prenderebbe un precario, una dichiarazione del genere, o uno che è appena stato licenziato perché "c'è la crisi". Magari sarebbero contenti. Magari è il loro, di scrittore preferito.
Oppure chissà se anche Italo Calvino quando ha pubblicato... che so, "Le città invisibili" ha scritto (o fatto scrivere) "composto nei ritagli di tempo, dopo aver dato da mangiare al cane e prima di uscire a passeggio con la moglie".
Chissà che stile aveva lui, Calvino.
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