Avvertenza. Questo non è un articolo pieno di grafici e numeri e tabelle che corroborano la notizia, dimostrando cioè che essa è "numericamente" rilevante. Non è nemmeno uno di quei pezzi di fact checking journalism (come parliamo tutti forbiti...) nel senso che non ho intervistato parte e controparte né citerò fonti o bibliografia. Questa è una piccola, insignificante storia. Che però accade, senza numeri. E' accaduta stamane. Prendetela come una storia, anzi come un racconto di fantasmi, di ectoplasmi evanescenti. Di quelli che si racconta(va)no accanto al fuoco, nelle serate invernali. E spero, crediate o no ai fantasmi, che vi faccia almeno un po' paura.
Càpita che un amico, malato da tanto tempo, ci lasci. Muoia.
La vita è come una scatola di cioccolatini, diceva la mamma di Forrest Gump, non sai mai cosa ti càpita. Qualche volta ti càpitano lacrime e dolore e condividerli ci fa sentire meno soli. Più umani, direbbe qualcun altro o diremmo noi.
Così accade che le persone sentano il bisogno, prima ancora che il dovere, di stare accanto a chi resta colpito dal lutto e di partecipare, esse stesse, alla cerimonia funebre.
C'era una volta (ecco che subentra la narrazione) un semplice metodo: si chiedeva un permesso al lavoro e, di norma, veniva concesso il "privilegio" di assentarsi. Per lutto.
Ammettiamo, in questa storia, che il protagonista possa essere un lavoratore del pubblico impiego. Mettiamo che si tratti, che so io, di un insegnante. Per di più, di uno di quegli insegnanti motivati, partecipi, membro di innumerevoli commissioni. Non un lavativo, insomma, ma uno di quelli che lavorano con coscienza. E nemmeno 'uno' ma 'una'.
Profe.
E la profe, ligissima al dovere come ogni giorno, ha chiesto il permesso, a preside e vice-preside. Facendolo per tempo: il funerale era stamani e ieri, pur in giornata di festa, si è attivata e si è messa in contatto per avvisare. Con l'anticipo possibile, vista la situazione. Nessuna risposta ieri, malgrado la mail (o meglio, una non-risposta via sms dalla vice, 'spallatonda'). Stamattina invece una bella risposta telefonica. E la risposta, ufficiale, della preside, è "no".
"Comunque le porgo le mie condoglianze, cara profe".
Eccolo, il livello delle persone.
Sia chiaro, chiarissimo, che la dirigenza ha ragione da vendere, in questa storia. Perché esiste una circolare interna alla scuola in questione in cui si dice che non ci si può assentare (nemmeno per motivi gravi ed improvvisi come un lutto?, aggiungo io) se non con un preavviso di giorni 3.
Quindi la storia è già finita?
Chissà...
Antefatto. Durante una riunione in cui la circolare è stata discussa (niente tabelle né check facting, mi spiace), la dirigente scolastica, forte del suo sacrosanto ruolo, ha dichiarato appunto che, da quella circolare in poi, sarebbero stati necessari 3 giorni di preavviso per qualsiasi richiesta di permesso. Quando la RSU ha fatto notare che ci potevano essere casi in cui non sarebbe stato possibile avvisare 3 giorni prima, la preside, forte del suo sacrosanto ruolo, ha ribattuto che "se 3 vi sembran troppi, allora facciamo 5".
Eccolo il clima, della storia.
Ora io non credo che le responsabilità dei "climi" e dei loro cambiamenti siano mai di uno e di uno soltanto. Non immagino che la cosiddetta "buona scuola" abbia già messo in moto tali meccanismi di uso del potere da parte di questi piccoli burocrati meschini che sanno essere alcuni dirigenti scolastici. Immagino che i cambiamenti hanno sempre storie lunghe e percorsi che partono da lontano. Eppure, a sentir raccontare chi nella scuola ci lavora oppure le rappresentanze sindacali, qualche gelido soffio di dirigismo affiora. Ora comandano.
Il potere logora chi non ce l'ha, diceva uno dei peggiori, ma il piccolo potere di certi ottusi inservienti della burocrazia a me pare, sinceramente, ancora più laido. Più meschino e più solitario. In qualche modo, se la parola avesse un senso, più "inutile". Una forma di debolezza e di mediocrità che a me, opinione personale, sembra la cifra distintiva e peculiare di un "nuovo" modo di pensare, di fare, di agire nella società. Una mediocrità che sta diventando la sostanza stessa dei rapporti (legali, sociali, politici e ancor di più umani) che ci legano, cittadino con cittadino, persona con persona.
Sappiamo anche che, in tempi in cui le condizioni materiali di molti sono peggiorate rispetto alle ragionevoli aspettative o agli standard, si risponde restrigendo i diritti degli altri in modo che il peggio sia comune. Si abbassa il livello, nello spirito del "mal comune, mezzo gaudio"...
Niente da dire, nell'economia della nostra storia di fantasmi: la mediocrità può essere liberamente esercitata e chi si trova a subirne le conseguenze sa che deve adeguarsi. Contratto e regole alla mano.
Possiamo però vederle, queste persone grette e tronfie, nascoste dietro la loro cattedra, che esercitano con fermezza il loro piccolo e insignificante nulla. E possiamo raccontare delle piccole insignificanti storie. E dobbiamo (nel senso che questo invece è proprio un 'dovere civico') tenere sempre a mente chi ci troviamo di fronte. Ed averne l'opinione che si merita.
giovedì 7 gennaio 2016
Fantasmi
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mercoledì 2 dicembre 2015
Hai voluto la bicicletta
Non ho ben capito.
Questa storia dell'assicurazione (e della targa e il bollo) anche per i ciclisti.
La notizia, che avrete sicuramente letto o ascoltato, è qui oppure qui.
Ecco, non ho ben capito se l'assicurazione servirà a risarcire noi automobilisti quando quei fastidiosi esseri su due ruote graffieranno la nostra splendida vernice micalizzata-come-fosse-antani-porosamente-metallizzata-per-due o, sia mai!, se dovessero farci un'ammaccatura sul cofano quando ne investiamo uno.
Oppure se servirà a risarcire i camionisti (e l'enorme rischio di vedersi ritirata la patente, non potendo più lavorare) quando noi ciclisti saremo falciati sul ciglio di una statale e magari sbalzati dentro un fosso da uno di quei gentilissimi e leggiadri TIR.
Ecco, non ho proprio capito.
Questa storia dell'assicurazione (e della targa e il bollo) anche per i ciclisti.
La notizia, che avrete sicuramente letto o ascoltato, è qui oppure qui.
Ecco, non ho ben capito se l'assicurazione servirà a risarcire noi automobilisti quando quei fastidiosi esseri su due ruote graffieranno la nostra splendida vernice micalizzata-come-fosse-antani-porosamente-metallizzata-per-due o, sia mai!, se dovessero farci un'ammaccatura sul cofano quando ne investiamo uno.
Oppure se servirà a risarcire i camionisti (e l'enorme rischio di vedersi ritirata la patente, non potendo più lavorare) quando noi ciclisti saremo falciati sul ciglio di una statale e magari sbalzati dentro un fosso da uno di quei gentilissimi e leggiadri TIR.
Ecco, non ho proprio capito.
lunedì 12 gennaio 2015
Fasi cruciali
Siamo in una fase cruciale, con la donna grande.
L'adolescenza, direte voi, le prime tempeste ormonali, le crisi di identità, i pomeriggi passati al pattinaggio sbirciando da lontano se esista un ragazzetto accalappiabile.
Macché.
Acqua fresca, quella. Segno antico di tempi che non torneranno mai più.
La fase cruciale è la scelta della scuola superiore. Questo sì segno che ti segna per la vita, come se fosse un viaggio senza ritorno. La scommessa che non si può sbagliare, nella società della performance.
E allo stesso modo si comporta il contesto. Scegliere la scuola è come compulsare selvaggiamente l'amazon dell'istruzione. Tutti consultano tutti gli istituti cittadini: quello vicino casa, quello lontano ma prestigioso, quello che tutti sanno essere ottimo, quello di cui si hanno referenze spettacolari oppure così-così, quello faticosissimo che stroncherebbe la resistenza di un genio e quello dove hanno studiato i migliori...
Premesso che alla fine la scelta è in realtà quella fatta a priori da ogni studente e famiglia, senza aver consultato un bel niente (scientifico o classico, nel nostro caso, con preferenza per lo scientifico. E guarda caso scientifico sarà, anche se le consultazioni sono ancora in corso...), questo nuovo mercato delle vacche produce effetti davvero interessanti. Curiosi.
Perché la visione ormai privatistica dell'istruzione produce, almeno qui da noi, fiere generali, open day, lezioni aperte e lezioni a domicilio, incontri coi docenti e docenti che smistano orari, date e appuntamenti. Tutti noi spendiamo una quantità invereconda di tempo per capire quello che sappiamo già: una scuola non la scegliamo sulla base di un'offerta mercantile (ci sono scuole che, durante quelle fiere, regalano segnalibri, matite, calendarietti, persino fazzoletti di carta griffati per imbonirsi i clienti. E si tratta spesso di scuole private, guarda caso, che non hanno evidentemente da offrire un grande curriculum educativo e lo sostituiscono coi gadget da gonzi!) ma sulla base del percorso che lo studente in questione ha fatto per arrivare lì dov'è, a scegliere. E' sul viatico delle elementari, dopo cinque anni di prime volte educative, che già traccia un primo percorso e un primo giudizio: "Stia tranquillo, signor desian, la donna grande potrà scegliere qualsiasi scuola, non avrà problemi".
Eh facile, per te, maestra S. farti oracolo positivo e darci l'illusione che, di qui in avanti, imparato a "leggere e far di conto", la strada sarà tutta in discesa. O tutta rosa e fiori.
E' anche sul viatico di tre anni di medie, dove finalmente le prime volte educative si trasformano in una ben diversa consapevolezza, stavolta oltre al leggere e al far di conto abbiamo anche capito il perché tutto ciò (ci) accada.
Da parte nostra invece una scuola superiore aiutiamo a sceglierla anche e soprattutto (per quanto possa essere utile, sincero ed ascoltato il nostro consiglio) sulla base delle persone che siamo diventate, degli educatori che cerchiamo di essere nei confronti dei nostri figli. Tutto questo come prodotto delle nostre esperienze, dei nostri valori e dell'idea (giusta o sbagliata che sia) di futuro che condividiamo.
Insomma, li aiutiamo a scegliere la scuola sulla base del percorso che ci siamo trovati a fare noi, percorso scolastico e di vita. Li aiutiamo, o cerchiamo di farlo, in base al passato dal quale veniamo e al come siamo diventati oggi.
Ed è quello che, plausibilmente, facciamo con il loro, di percorso.
In definitiva lo facciamo come persone, non come clienti.
Lo facciamo in base alle idee, nostre spesso. Non del mercato o non ancora.
Possiamo stare sereni, come direbbe qualche imbonitore modernissimo, che la scuola sarà prima o poi privatizzata (e nessuno alzerà un dito per difenderla, la scuola di tutti) e nel frattempo seguiamo questo flusso nel quale, persino, qualche insegnante può sembrare un lenone impegnato a magnificare la sua merce.
Molti sono persone splendide e capaci e appassionate che fanno discorsi bellissimi, commoventi e condivisibili sul buon insegnamento. Ma siamo tutti, insegnanti e genitori, incamminati ormai serenamente sulla strada che ci porta ai vari banchini, alle varie mercanzie. Alla scuola selettiva e performante, che sia quella sotto casa o la più prestigiosa del lotto.
Buona scelta, a noi, con tutta l'ironia, la pazienza e la leggerezza necessarie.
Buona fase cruciale numero uno. Ché le altre arriveranno serene, col tempo.
L'adolescenza, direte voi, le prime tempeste ormonali, le crisi di identità, i pomeriggi passati al pattinaggio sbirciando da lontano se esista un ragazzetto accalappiabile.
Macché.
Acqua fresca, quella. Segno antico di tempi che non torneranno mai più.
La fase cruciale è la scelta della scuola superiore. Questo sì segno che ti segna per la vita, come se fosse un viaggio senza ritorno. La scommessa che non si può sbagliare, nella società della performance.
E allo stesso modo si comporta il contesto. Scegliere la scuola è come compulsare selvaggiamente l'amazon dell'istruzione. Tutti consultano tutti gli istituti cittadini: quello vicino casa, quello lontano ma prestigioso, quello che tutti sanno essere ottimo, quello di cui si hanno referenze spettacolari oppure così-così, quello faticosissimo che stroncherebbe la resistenza di un genio e quello dove hanno studiato i migliori...
Premesso che alla fine la scelta è in realtà quella fatta a priori da ogni studente e famiglia, senza aver consultato un bel niente (scientifico o classico, nel nostro caso, con preferenza per lo scientifico. E guarda caso scientifico sarà, anche se le consultazioni sono ancora in corso...), questo nuovo mercato delle vacche produce effetti davvero interessanti. Curiosi.
Perché la visione ormai privatistica dell'istruzione produce, almeno qui da noi, fiere generali, open day, lezioni aperte e lezioni a domicilio, incontri coi docenti e docenti che smistano orari, date e appuntamenti. Tutti noi spendiamo una quantità invereconda di tempo per capire quello che sappiamo già: una scuola non la scegliamo sulla base di un'offerta mercantile (ci sono scuole che, durante quelle fiere, regalano segnalibri, matite, calendarietti, persino fazzoletti di carta griffati per imbonirsi i clienti. E si tratta spesso di scuole private, guarda caso, che non hanno evidentemente da offrire un grande curriculum educativo e lo sostituiscono coi gadget da gonzi!) ma sulla base del percorso che lo studente in questione ha fatto per arrivare lì dov'è, a scegliere. E' sul viatico delle elementari, dopo cinque anni di prime volte educative, che già traccia un primo percorso e un primo giudizio: "Stia tranquillo, signor desian, la donna grande potrà scegliere qualsiasi scuola, non avrà problemi".
Eh facile, per te, maestra S. farti oracolo positivo e darci l'illusione che, di qui in avanti, imparato a "leggere e far di conto", la strada sarà tutta in discesa. O tutta rosa e fiori.
E' anche sul viatico di tre anni di medie, dove finalmente le prime volte educative si trasformano in una ben diversa consapevolezza, stavolta oltre al leggere e al far di conto abbiamo anche capito il perché tutto ciò (ci) accada.
Da parte nostra invece una scuola superiore aiutiamo a sceglierla anche e soprattutto (per quanto possa essere utile, sincero ed ascoltato il nostro consiglio) sulla base delle persone che siamo diventate, degli educatori che cerchiamo di essere nei confronti dei nostri figli. Tutto questo come prodotto delle nostre esperienze, dei nostri valori e dell'idea (giusta o sbagliata che sia) di futuro che condividiamo.
Insomma, li aiutiamo a scegliere la scuola sulla base del percorso che ci siamo trovati a fare noi, percorso scolastico e di vita. Li aiutiamo, o cerchiamo di farlo, in base al passato dal quale veniamo e al come siamo diventati oggi.
Ed è quello che, plausibilmente, facciamo con il loro, di percorso.
In definitiva lo facciamo come persone, non come clienti.
Lo facciamo in base alle idee, nostre spesso. Non del mercato o non ancora.
Possiamo stare sereni, come direbbe qualche imbonitore modernissimo, che la scuola sarà prima o poi privatizzata (e nessuno alzerà un dito per difenderla, la scuola di tutti) e nel frattempo seguiamo questo flusso nel quale, persino, qualche insegnante può sembrare un lenone impegnato a magnificare la sua merce.
Molti sono persone splendide e capaci e appassionate che fanno discorsi bellissimi, commoventi e condivisibili sul buon insegnamento. Ma siamo tutti, insegnanti e genitori, incamminati ormai serenamente sulla strada che ci porta ai vari banchini, alle varie mercanzie. Alla scuola selettiva e performante, che sia quella sotto casa o la più prestigiosa del lotto.
Buona scelta, a noi, con tutta l'ironia, la pazienza e la leggerezza necessarie.
Buona fase cruciale numero uno. Ché le altre arriveranno serene, col tempo.
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sabato 13 dicembre 2014
Adolescenti
Hola.
Non ve l'aspettavate, eh?!
No, è che ho passato tutto il tempo a compulsare manuali sugli adolescenti.
Decine.
Migliaia...
E adesso.
Qualcuno sa consigliarmi un buon manuale per i padri delle adolescenti?!
Non ve l'aspettavate, eh?!
No, è che ho passato tutto il tempo a compulsare manuali sugli adolescenti.
Decine.
Migliaia...
E adesso.
Qualcuno sa consigliarmi un buon manuale per i padri delle adolescenti?!
venerdì 28 marzo 2014
La donna grande è sempre più grande
Ok, aggiorniamo la situazione.
Come detto nel titolo, la donna grande è sempre più grande.
Oggi usciva da scuola un paio d'ore prima. Così hanno organizzato, lei, l'amica del cuore e il vecchio compagno di classe delle elementari, di andarsene a mangiare in pizzeria. Loro tre, da soli.
Si sono smessaggiati in lungo e in largo ieri pomeriggio poi, a sera, la donna grande, sempre più grande, è arrivata a portarci la buona novella:
- Domani io, lei e lui andiamo in pizzeria.
- Ah, e chi vi porta?
- Come "chi vi porta" (pronunciato con un che di schifeggiante sulle labbra, ndr)?! Andiamo noi. Da soli.
- Da soli? Mah... e sapete dove andare?
- Ma certo babbo, alla solita pizzeria dove andiamo sempre.
- E chi paga?
- Come "chi paga" (pronunciato con un che di definitivo sulle labbra, ndr)?! Pagate voi, chi sennò.
Ecco, insomma. La donna grande è sempre più grande e incide in maniera proporzionale sulle finanze (si fa per dire, eh) domestiche.
Poi però, dopo la pizza, tutti e tre sono arrivati a casa, eccitati e casineggianti come mai. Hanno raccattato dei trucchi da un qualche cassetto in bagno e si sono chiusi in camera della donna grande. Da dietro la porta, rigorosamente chiusa, si sentivano ridere, sghignazzare, cantare. A un certo punto, ho intuito che si stavano fotografando a vicenda.
Quando sono usciti un momento, per correre non so dove, per poi rinserrarsi in camera di nuovo, li ho intravisti chi con le gote viola, chi col lucidalabbra, chi con gli occhi marcati.
Una grande autonomia, mi sembra. I primi tentativi di segnare i loro confini di (pre)adolescenti. Soprattutto una grande e sana voglia di fare casino. In senso positivo, gioioso.
Solo una tragedia: un sacco di pessima musica, per ora.
Come detto nel titolo, la donna grande è sempre più grande.
Oggi usciva da scuola un paio d'ore prima. Così hanno organizzato, lei, l'amica del cuore e il vecchio compagno di classe delle elementari, di andarsene a mangiare in pizzeria. Loro tre, da soli.
Si sono smessaggiati in lungo e in largo ieri pomeriggio poi, a sera, la donna grande, sempre più grande, è arrivata a portarci la buona novella:
- Domani io, lei e lui andiamo in pizzeria.
- Ah, e chi vi porta?
- Come "chi vi porta" (pronunciato con un che di schifeggiante sulle labbra, ndr)?! Andiamo noi. Da soli.
- Da soli? Mah... e sapete dove andare?
- Ma certo babbo, alla solita pizzeria dove andiamo sempre.
- E chi paga?
- Come "chi paga" (pronunciato con un che di definitivo sulle labbra, ndr)?! Pagate voi, chi sennò.
Ecco, insomma. La donna grande è sempre più grande e incide in maniera proporzionale sulle finanze (si fa per dire, eh) domestiche.
Poi però, dopo la pizza, tutti e tre sono arrivati a casa, eccitati e casineggianti come mai. Hanno raccattato dei trucchi da un qualche cassetto in bagno e si sono chiusi in camera della donna grande. Da dietro la porta, rigorosamente chiusa, si sentivano ridere, sghignazzare, cantare. A un certo punto, ho intuito che si stavano fotografando a vicenda.
Quando sono usciti un momento, per correre non so dove, per poi rinserrarsi in camera di nuovo, li ho intravisti chi con le gote viola, chi col lucidalabbra, chi con gli occhi marcati.
Una grande autonomia, mi sembra. I primi tentativi di segnare i loro confini di (pre)adolescenti. Soprattutto una grande e sana voglia di fare casino. In senso positivo, gioioso.
Solo una tragedia: un sacco di pessima musica, per ora.
venerdì 21 marzo 2014
Il crollo dei libri (e di chi ci vive)
Ho appena finito di leggere l’ottimo articolo di Christian
Raimo su pagina99 e trovo che abbia ragione quando accusa le grandi aziende editoriali (e
ricordiamoci dove lavorava fino a ieri Gian Arturo Ferrari…) di avere buona parte della
responsabilità del disastro.
Da parte mia vorrei aggiungere qualche pensiero e qualche
elemento. Anch’io lavoro nel settore, sono un “oscuro” agente commerciale di
uno di quei grandi gruppi, e mi considero altrettanto importante di un autore,
di un tipografo, di un editor, di un recensore, di un giornalista culturale
(che peraltro, almeno per hobby, sarei anche…), di un addetto marketing. Anzi,
di questi ultimi, mi sento molto molto molto più “necessario”.
A differenza degli editori (tutti, non solo i grandi), io
non credo che la “lettura” sia una merce vendibile. Puoi vendere un libro, un
quotidiano, una rivista, un sito ma non puoi vendere la “lettura”. Leggere è un
processo completamente differente. Ha a che fare col desiderio, con una visione
del mondo, con un comportamento. Leggere è come fare sesso, puoi solo volerlo.
Sennò è violenza. Leggere è molto più vicino alla psicologia, al
comportamentismo, che al marketing.
E infatti, io credo che grande colpa di questo disastro sia proprio
dell’oscuro, arido marketing. Ricordo quando, agli inizi degli anni Duemila, ci
fu la prima iniezione massiccia di marketing dentro l’editoria che era rimasta,
fino ad allora, un settore artigianale che mal si piegava all’economia di
scala, alla ristrutturazione necessaria.
Vado a memoria, gli esperti di fact checking journalism mi
correggeranno, ma mi pare fu proprio la Feltrinelli, librerie ed editore, ad
accogliere a braccia aperte manager di formazione esterna, provenienti per lo più
dalla grande distribuzione (Esselunga, mi par di ricordare). Oggi le grandi
aziende editoriali del paese sono tutte in mano a gente che viene appunto dalla
grande distribuzione, da una casa automibilistica piuttosto che da una multinazionale del
formaggino. Gente che, ci scommetto quel che non ho, se si esclude economia e
commercio e il supermaster, non ha mai letto un libro in vita sua. Per il
piacere di leggerlo, intendo. Per sé.
Gente che non ha mai
più letto un libro.
Ossia: non sanno mica di cosa si stanno occupando.
Il tronfio manager del tronfio gruppo dominante (di cui si
parla nell’articolo di Raimo) ci ricorda, ed ha ragione lui sia chiaro, che un
editore non educa. Un editore vende.
Mercato.
Quindi fine del discorso.
Oppure.
Oppure si potrebbe pensare che per vendere un prodotto
editoriale (libro? ebook? sito? connessione neurocerebrale ad alta densità di
contenuti?) ci vuole qualcuno che lo legga. Che ne desideri non soltanto il
possesso (ah ah ah, risate grasse) ma che abbia bisogno di volerlo, di fruirlo,
di “farlo proprio”. Di leggerlo, appunto. Che abbia bisogno di quella fascinazione,
almeno.
Se la situazione italiana è così disastrosa in confronto ad
altri Paesi c’è anche un motivo strettamente legato al mercato e a come esso è strutturato qui da noi. L’Italia è, tra
i principali Paesi occidentali, uno dei pochi dove i negozi nei quali il
prodotto si vende sono tutti (o quasi) in mano ai produttori. Altro che
monopolio.
Questo è diopolio. Il mercato del libro in Italia E’ degli editori. Non dei consumatori,
non dei lavoratori del settore, non di una pluralità di concorrenti. Le grandi
aziende editoriali hanno tutte (o quasi) la loro catena di proprietà dove fanno quel che
vogliono, dove vendono quel che decidono loro “produttori”, dove impongono vita
o morte ai piccoli editori, ancelle spesso semi-consenzienti o perlomeno costrette
alla promiscuità perdente. Tra catene, inoltre, non esiste concorrenza ma
cartello perenne, spartizione di spazi, una mano lava l’altra e tutte e due tengono
il lettore con la testa sotto il pelo dell’acqua.
Così non c’è bisogno alcuno di fare qualità, di scegliere
libri buoni, autori validi che abbiano qualcosa da dire. Oggi c’è bisogno di un
mediocre prodotto che sia presto (spesso anche prima che il libro stesso esista)
opzionato per il cinema, di una stupida ragazzina che obnubila il cervello
degli adolescenti di mezzo mondo per radere al suolo ogni immaginario, di
qualche grande firma (e sì, mettiamoci anche questi/e! Ché se lo meritano) che
ormai asservita si presta ad intossicare ulteriormente l’aria che… leggiamo.
Basta
un cugino (anzi, preferibilmente un parente o un amico di un amico) che sappia
buttar giù qualcosa. Poi una forma gliela troviamo.
E non credete alla contro-balla che “non è vero che i libri
di qualità, i capolavori (ammesso se ne scrivano ancora e io ci credo che se ne
scrivono) mai rimangono chiusi nei cassetti ma escono sempre”. I capolavori
(certo sono troppo pochi, non saturerebbero il mercato che invece deve
traboccare) in realtà sono una iattura. Troppo difficili, non si vendono. Non
li vuole più nessuno. Gli editori li fuggono, come la peste. Vade retro.
Molto meglio quel bel “prodotto medio che può essere letto
nel tempo medio di una cagata media” (cit.).
Prodotti seriali che più seriali non si può. Evanescenti
romanzucci sull’ombelico dell’ombelico del Qualunque. Saggi che di saggistico
non hanno più nemmeno il sentore. Spesso porcherie piene di opinabili opinioni
fatte passare per dati incontrovertibili. La scienza del chissacome, l’oggettività
del forse/si dice/mi pare di aver capito. Tutto in nome di un fatturato che va
tenuto in piedi così, come si tiene in piedi una mummia. Imbalsamando.
Perché poi tutti, in ogni settore merceologico, non solo in
editoria, si riempiono la bocca col fatto che il “consumatore non è cretino, sa
scegliere”. (Salvo poi offrirgli libri orripilanti, aggiungo io).
Io credo invece che noi consumatori, per definizione, siamo
proprio cretini. Altrimenti non “consumeremmo”. Ma, data ormai per assunta la
definizione e lo status di cretini, evidentemente ci stiamo anche stufando di quelli che ce
lo ricordano ogni minuto di ogni giorno. Così leggiamo meno, magari rileggiamo
qualcosa di quello che abbiamo già in casa e ci era piaciuto tempo addietro.
Personalmente (purtroppo non leggo quanto vorrei, mi fermo intorno ai 40/50
libri l’anno) faccio sempre più difficoltà a ricordare un libro memorabile tra
le novità editoriali. Ricorro ai classici, quando ho tempo disteso da
dedicargli (perché l'ho appena detto, i capolavori sono difficili: “Moby Dick”, che due
palle!). Ricorro agli autori del mio pantheon, oppure all’intrattenimento di qualità.
Spulcio, rileggo. Alla peggio, se proprio devo, scrivo.
Naturalmente ormai è troppo tardi. Un libro in ogni casa è
utopia irrealizzabile. Che peraltro abbiamo gioiosamente sostituito con device
di qualsiasi ordine e grado. E almeno un paio a testa. Ché poi leggiamo anche
lì sopra, sui device: facebook, twitter, i social. Se non è lettura quella! Ma
basta parlare di libri, basta insistere, per carità.
Gli autori, poi! Che barba. Caro Christain Raimo sei
obsoleto, mi dispiace.
Basterà un bel software per raccontarci il mondo, una
storia, un’emozione o un dolore. Studiate mi raccomando. Diventate
programmatori.
sabato 8 marzo 2014
L'otto marzo
Oggi è l'otto marzo.
Poi sono state assassinate Assunta, Ofelia, Silvana.
Oggi doveva essere l'otto marzo. E da domani?
Poi sono state assassinate Assunta, Ofelia, Silvana.
Oggi doveva essere l'otto marzo. E da domani?
mercoledì 5 marzo 2014
C'era una volta. Ovvero: festa di carnevale, a lieto fine
C'era una volta il/la rappresentante di classe.
Idee come rappresentanza, democrazia scolastica, organi collegiali. Significati desueti, scomparsi. Parole arcane. Anzi, oramai, ar vento, proprio.
Perché oggi, nel tempo limpido e splendente del porno-marketing (nel senso, abbiate pietà, che utilizza più o meno le stesse metodiche e lo stesso background, diciamo, culturale - senza che nessuno se ne scandalizzi più, vivaddio!, anzi), dicevo al tempo d'oggi il/la rappresentante di classe si è trasformato in un dinamicissimo organizzatore di eventi.
Per anni nessuno mai si sarebbe sognato di offrirsi candidato (sai le rotture, per carità!) per farlo. Negli ultimi tempi, un fiume in piena. Gente che offre mazzette, per un posticino lassù, accanto alle divinità delle pàbblicrelesciòn.
Che te organizzo a carnevale?
Eeeh!
La festa di carnevale. E il suo strumento è la posta elettronica. Perfida.
Così, parte la catena.
"Ciao, avrei pensato bla bla bla, per i nostri pargoletti, bla bla bla, il carnevale bla bla bla, non si divertono forse abbastanza durante il resto dell'anno?! (ndr), che ne pensate?".
Che ve credete voi?! Piuttosto.
Il mail è lo strumento del demonio.
Comincia il/la prim*: "Che bella idea! Facciamolo qui, il giorno tal de' tali e bla bla bla".
Ok, facile.
Tutti si accodano, no?
Per praticità e sveltezza dei processi decisionali, penso io pragmatico.
Corca.
Il mail è la libertà del cervello senza connessioni neuronali. Dobbiamo aver introiettato, da qualche parte nella nostra materia grigia, che siccome è il mail che ci connette, il cervello si può tenere spento. Sarà la libertà, a guidarci. Libera.
Arriva il/la second*: "Sarebbe meglio di sabato, in tal altro luogo, a quest'ora qui e bla bla bla".
Terz*: "Eh no, noi non possiamo proprio. A quell'ora abbiamo un altro impegno, quel giorno pioverà, famola al chiuso e bla bla bla".
Quart*: "Ah bene, d'accordo. Però. Però sarebbe meglio all'aperto. E di sera, e chi porta da mangiare? e bla bla bla".
Quint*: "No, niente mangiare, meglio organizzare giochi per tenerli impegnati, sennò si annoiano, a una festa?! Mischini, ndr, e quindi si fa al chiuso".
Il/la terz*, ribadisce: "Eh nooh, noi non possiamo proprio. Però. Però non importa dai, ci organizziamo, arriviamo dopo, veniamo via prima e di solito non puliamo il water".
Sest* (il sottoscritto): "Che?! C'è una festa? Quando?".
Settim*: "Le previsioni sono cambiate, la sala non è più disponibile. Facciamola al chiuso, no scusate all'aperto. Cambiamo sala. Chi raccoglie i soldi?".
Vado avanti?
"Ho trovato un'alternativa bellissima. Io porto i bicchieri, di plastica. La sala è meglio all'aperto. E in parrocchia no? Ma chi prenota? Non c'è più la sala, facciamola alla casa del popolo. In centro, no in periferia così ci si arriva con la macchina. Uffa dai, allora noi non veniamo. Io ho un altro impegno, la sera il pargolo fa meditazione trascendentale, si potrebbe fare di mattino? Ma no, di mattino c'è scuola. E chissene?! Io faccio una torta salata, anche una dolce; patatine? Non posso, qualcuno mi sostituisce. E la lezione di chitarra che faccio, gliela faccio saltare? Allora, s'è detto giovedì, vero? No, sabato. Ah okkei, vada per il martedì".
Che bello!
Io le feste (di carnevale, poi, più di tutte) le ho sempre adorate. Da ragazzino andavo, stavo zitto un monte, chiuso nel mio angoletto (qualche volta sbirciavo copertine di ellepì, per darmi un tono "mi si nota di meno") e la sera tornavo a casa più annoiato e sfavato (scusate il francesismo d'alta scuola) di prima. Non pomiciavo mai con nessuna (sì vabbé lo ammetto, ero un po' più grandicello, non come questi naccheri di quinta) ma in compenso sapevo tutto del grafico-illustratore-artista-geniale delle copertine dei Pink Floyd, Storm Thorgerson, me lo ricordo ancora. Qualche volta, capitava pure una copertina di Umberto Tozzi, giuro!, e lì non c'è mai stato verso: era devastante.
Alla fine, e non so nemmeno come tutti siano riusciti ad arrivare nello stesso posto e alla stessa ora e persino ognuno coi propri pargoli, la festa c'è stata. E' stata bellissima. Si sono divertiti un monte, dice chi c'è andato.
Io no.
Io sono rimasto a casa. Ma non per snobismo, giuro (un paio di copertine dei Pink Floyd me le sarei portate da casa volentieri).
E' che sono ancora qui a leggere i mail di convocazione e non capisco cosa dovrebbe accadere.
Ma dove?
Eee..... Quando?
E chi le porta le sfrappole?!
Le cheee?!
Idee come rappresentanza, democrazia scolastica, organi collegiali. Significati desueti, scomparsi. Parole arcane. Anzi, oramai, ar vento, proprio.
Perché oggi, nel tempo limpido e splendente del porno-marketing (nel senso, abbiate pietà, che utilizza più o meno le stesse metodiche e lo stesso background, diciamo, culturale - senza che nessuno se ne scandalizzi più, vivaddio!, anzi), dicevo al tempo d'oggi il/la rappresentante di classe si è trasformato in un dinamicissimo organizzatore di eventi.
Per anni nessuno mai si sarebbe sognato di offrirsi candidato (sai le rotture, per carità!) per farlo. Negli ultimi tempi, un fiume in piena. Gente che offre mazzette, per un posticino lassù, accanto alle divinità delle pàbblicrelesciòn.
Che te organizzo a carnevale?
Eeeh!
La festa di carnevale. E il suo strumento è la posta elettronica. Perfida.
Così, parte la catena.
"Ciao, avrei pensato bla bla bla, per i nostri pargoletti, bla bla bla, il carnevale bla bla bla, non si divertono forse abbastanza durante il resto dell'anno?! (ndr), che ne pensate?".
Che ve credete voi?! Piuttosto.
Il mail è lo strumento del demonio.
Comincia il/la prim*: "Che bella idea! Facciamolo qui, il giorno tal de' tali e bla bla bla".
Ok, facile.
Tutti si accodano, no?
Per praticità e sveltezza dei processi decisionali, penso io pragmatico.
Corca.
Il mail è la libertà del cervello senza connessioni neuronali. Dobbiamo aver introiettato, da qualche parte nella nostra materia grigia, che siccome è il mail che ci connette, il cervello si può tenere spento. Sarà la libertà, a guidarci. Libera.
Arriva il/la second*: "Sarebbe meglio di sabato, in tal altro luogo, a quest'ora qui e bla bla bla".
Terz*: "Eh no, noi non possiamo proprio. A quell'ora abbiamo un altro impegno, quel giorno pioverà, famola al chiuso e bla bla bla".
Quart*: "Ah bene, d'accordo. Però. Però sarebbe meglio all'aperto. E di sera, e chi porta da mangiare? e bla bla bla".
Quint*: "No, niente mangiare, meglio organizzare giochi per tenerli impegnati, sennò si annoiano, a una festa?! Mischini, ndr, e quindi si fa al chiuso".
Il/la terz*, ribadisce: "Eh nooh, noi non possiamo proprio. Però. Però non importa dai, ci organizziamo, arriviamo dopo, veniamo via prima e di solito non puliamo il water".
Sest* (il sottoscritto): "Che?! C'è una festa? Quando?".
Settim*: "Le previsioni sono cambiate, la sala non è più disponibile. Facciamola al chiuso, no scusate all'aperto. Cambiamo sala. Chi raccoglie i soldi?".
Vado avanti?
"Ho trovato un'alternativa bellissima. Io porto i bicchieri, di plastica. La sala è meglio all'aperto. E in parrocchia no? Ma chi prenota? Non c'è più la sala, facciamola alla casa del popolo. In centro, no in periferia così ci si arriva con la macchina. Uffa dai, allora noi non veniamo. Io ho un altro impegno, la sera il pargolo fa meditazione trascendentale, si potrebbe fare di mattino? Ma no, di mattino c'è scuola. E chissene?! Io faccio una torta salata, anche una dolce; patatine? Non posso, qualcuno mi sostituisce. E la lezione di chitarra che faccio, gliela faccio saltare? Allora, s'è detto giovedì, vero? No, sabato. Ah okkei, vada per il martedì".
Che bello!
Io le feste (di carnevale, poi, più di tutte) le ho sempre adorate. Da ragazzino andavo, stavo zitto un monte, chiuso nel mio angoletto (qualche volta sbirciavo copertine di ellepì, per darmi un tono "mi si nota di meno") e la sera tornavo a casa più annoiato e sfavato (scusate il francesismo d'alta scuola) di prima. Non pomiciavo mai con nessuna (sì vabbé lo ammetto, ero un po' più grandicello, non come questi naccheri di quinta) ma in compenso sapevo tutto del grafico-illustratore-artista-geniale delle copertine dei Pink Floyd, Storm Thorgerson, me lo ricordo ancora. Qualche volta, capitava pure una copertina di Umberto Tozzi, giuro!, e lì non c'è mai stato verso: era devastante.
Alla fine, e non so nemmeno come tutti siano riusciti ad arrivare nello stesso posto e alla stessa ora e persino ognuno coi propri pargoli, la festa c'è stata. E' stata bellissima. Si sono divertiti un monte, dice chi c'è andato.
Io no.
Io sono rimasto a casa. Ma non per snobismo, giuro (un paio di copertine dei Pink Floyd me le sarei portate da casa volentieri).
E' che sono ancora qui a leggere i mail di convocazione e non capisco cosa dovrebbe accadere.
Ma dove?
Eee..... Quando?
E chi le porta le sfrappole?!
Le cheee?!
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